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La procedura del Bene

La parola e l'azione in Lincoln e Zero Dark Thirty

L’uscita ravvicinata, negli Stati Uniti prima e in Italia poi, di Lincoln e Django Unchained ha incoraggiato accostamenti e raffronti tra i due film per via dell’identica ambientazione (l’America della guerra civile, o immediatamente prima) e del tema (la schiavitù degli afroamericani). Chi si è avventurato nell’esercizio, lo ha fatto spesso per lodare il film di Spielberg (per aver usato misura e rispetto) e avanzare riserve su quello di Tarantino (per averla buttata in caciara). Il confronto, però, è viziato da un problema di fondo: mentre Django proietta la soluzione della questione sul caleidoscopio fumettistico di una fantasia di vendetta, Lincoln ne disseziona la struttura legale e politica. Tarantino non si occupa di come l’America ha affrontato (o avrebbe dovuto affrontare) la questione della schiavitù, Spielberg invece sì. Se guardiamo bene l’oggetto di Lincoln, e la forma scelta per rappresentarlo, ci accorgiamo che il raffronto più naturale non è col film di Tarantino ma con l’altra importante produzione americana di questa stagione che si è occupata della struttura legale e procedurale della risposta dello Stato a una questione d’interesse nazionale: Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow. Entrambi i film, Lincoln e Zero Dark Thirty, partono da una bruciante questione irrisolta (la schiavitù, il terrorismo globale), decidono di trattarla metonimicamente (la parte per il tutto) concentrandosi su un singolo evento significativo (l’approvazione del 13º Emendamento, l’uccisione di Osama Bin Laden) e rappresentando il processo tecnico, lungo e complicato, che ha portato all’evento (il dibattito parlamentare, la caccia all’uomo diretta dalla CIA) e il cui successo è determinato da un eroe solitario e incompreso (Lincoln, Maya) che sfida tutto e tutti pur di raggiungere l’obiettivo supremo (l’abolizione della schiavitù, l’eliminazione del nemico numero uno).  Soprattutto, il nocciolo della faccenda è in entrambi i casi la necessità di violare le regole per giungere al fine prefisso. Abraham Lincoln corrompe diversi parlamentari e mente al Congresso, Thaddeus Stevens rinnega i propri valori in un cruciale discorso alla Camera, ma queste pratiche scorrette, immorali e in certi casi illegali sono (dolorosamente) accettate come sacrificio necessario per ottenere un bene più grande, la fine della schiavitù. Allo stesso modo, il governo americano per combattere la guerra al terrorismo avalla la tortura contro i prigionieri e l’uccisione mirata di nemici senza un giusto processo. Il Bene è raggiunto per vie scoscese, moralmente dubbie e persino malvagie: la procedura scandagliata dal film (l’iter parlamentare di una modifica costituzionale, la ricerca del capo di un’organizzazione terroristica) svela una struttura moralmente  e giuridicamente problematica.

Il problema e la procedura per risolverlo

Il film di Spielberg si apre con una scena di battaglia: americani contro americani, ma soprattutto bianchi contro neri. È la battaglia di Jenkins’ Ferry e vediamo soldati afroamericani dell’Unione che combattono contro soldati bianchi della Confederazione. Ovviamente, la guerra civile americana non ha visto sempre opposti soldati di diverso colore (sebbene i reparti di fanteria con soldati afroamericani fossero solo tra le fila dell’Unione). Ma è evidente che la scena d’apertura di Lincoln non vuole rappresentare la guerra civile in sé, bensì la questione che vi è sottesa: la discriminazione razziale, la contrapposizione di bianchi e neri, la schiavitù. Nella scena immediatamente successiva, infatti, un soldato nero presenta a Lincoln le sue rimostranze: i soldati neri vengono pagati meno dei commilitoni bianchi di pari grado. Il problema della discriminazione è subito enunciato. Lo stesso avviene nell’incipit di Zero Dark Thirty: sentiamo le voci registrate, autentiche, di uomini e donne intrappolati nelle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001: chiamano la polizia e i pompieri, chiedono aiuto, capiscono infine che non c’è più nulla da fare. Anche qui l’enunciazione del problema è immediata: l’America è sotto attacco da parte del terrorismo globale. Nel presentare subito il problema, poi, i due film mostrano già qual è la soluzione – o meglio, la procedura che il potere politico seguirà per giungere alla soluzione. Subito dopo la battaglia e le rimostranze del soldato Clark, si presentano davanti a Lincoln due soldati bianchi. Dicono al Presidente di essere stati a Gettysburg. Uno dei soldati neri, allora, chiede loro se hanno combattuto a Gettysburg (dove si è svolta, l’anno prima, una delle più feroci e famose battaglie della guerra civile). Il soldato bianco risponde che non hanno combattuto a Gettysburg, ma hanno ascoltato lì un discorso del Presidente Lincoln – discorso che ripetono a memoria. Si tratta di uno dei più famosi discorsi della storia americana, il Gettysburg Address, pronunciato da Abraham Lincoln quattro mesi dopo la battaglia di Gettysburg, in occasione della consacrazione di un cimitero militare. Dopo che i due soldati bianchi sono richiamati dalla compagnia, è il soldato Clark a finire di recitare il discorso a memoria: “That this nation, under God, shall have a new birth of freedom – and that government of the people, by the people, for the people, shall not perish from the earth”: Che questa nazione, sotto la guida di Dio, abbia una rinascita di libertà – e che il governo del popolo, da parte del popolo, per il popolo, non perisca sulla terra”. La suggestione è chiara: la soluzione del problema avverrà tramite la retorica democratica, la formazione del consenso, la persuasione civile. Il film sarà lo svolgimento dettagliato di questa soluzione, focalizzato su dettagli, passaggi e asprezze del processo di approvazione di una legge. Non sarà la guerra a risolvere il problema, ma l’iter politico-legislativo. Questa dicotomia tra guerra e iter parlamentare sarà centrale nell’intreccio ed è tutta riassunta in queste prime due scene: la violenza della battaglia e la forza pacificatrice della retorica democratica, la battaglia di Gettysburg e il discorso di Gettysburg.

Anche Zero Dark Thirty, subito dopo le voci registrate dell’11 settembre, mostra la procedura scelta per risolvere il problema. Ci troviamo in un “black site” della CIA e assistiamo al violento interrogatorio di un membro di al-Qaeda. Ammar è legato, picchiato e poi sottoposto al waterboarding, una delle tecniche di interrogatorio intensificato (è questo l’eufemismo burocratico: enhanced interrogation techniques) autorizzate dal governo americano e successivamente sospese. La guerra al terrore è svolta come un’azione di polizia: s’interrogano i sospetti, si seguono le tracce, si analizzano le informazioni, si fanno appostamenti e deduzioni per scovare il latitante. Diversamente che nel film di Spielberg, però, la procedura è immediatamente mostrata come una materia violenta e respingente. Dal complesso dibattito (che il film tralascia) intorno a queste tecniche d’interrogatorio, sappiamo anche che in molti hanno sostenuto l’ illegalità e l’incostituzionalità delle procedure della CIA. La rappresentazione di queste tecniche in Zero Dark Thirty ha suscitato reazioni di segno inverso, sulle quali torneremo. Quel che è certo è che, come in Lincoln, nel film di Bigelow viene subito svelata la tecnica che sarà utilizzata per la soluzione del problema (la procedura poliziesca), ma che a differenza del film di Spielberg, Zero Dark Thirty mostra immediatamente la natura moralmente ambigua della faccenda: la detenzione segreta, le botte e il waterboarding.

Il procedimento burocratico

Kushner e Boal, gli sceneggiatori dei due film in questione, fanno delle scelte radicali nell’isolare l’oggetto intorno a cui si dipana l’intreccio. Si concentrano, infatti, su un procedimento specifico (una fase dell’iter di modifica costituzionale, un filone delle indagini per trovare Bin Laden). La scelta di Kushner, in realtà, risulta ancora più estrema e anche più coraggiosa, visto che per sua natura la pratica parlamentare è assai meno appassionante di un’investigazione della CIA. In entrambi i casi, però, il focus è ristrettissimo. Lincoln non ci mostra nulla della guerra civile, della vita (e della morte) del protagonista, della questione della schiavitù, se non lo stretto necessario a contorno della battaglia parlamentare. Zero Dark Thirty è meno radicale e devia dal suo oggetto ristretto per mostrarci, ad esempio, alcuni attentati di al-Qaeda (e quindi per rinforzare l’urgenza della procedura); tuttavia, anche qui, non sappiamo nulla di Maya, nulla degli altri agenti, nulla del dibattito pubblico intorno alle questioni sfiorate dal film, nulla della guerra in Iraq o in Afghanistan, solo lo stretto necessario a contorno dell’ossessiva ricerca di Bin Laden. Lo schema (problema, procedura, obiettivo) è seguito in modo deciso, con un crescendo drammatico piuttosto tradizionale: ci sono momenti difficili, incidenti, scoramenti, ma tutto alla fine volge al meglio con tanto di climax trionfale. Dopo l’enunciazione iniziale di cui abbiamo parlato (il discorso di Gettysburg, l’avvio dell’interrogatorio intensificato su Ammar), i due film vanno al dunque. Zero Dark Thirty in realtà, come abbiamo visto, non usa preamboli né sfumature: la prima mezzora di pellicola è dedicata ai violenti interrogatori sui prigionieri. Kushner invece è più sottile e dopo la rievocazione del Discorso di Gettysburg si concede un’altra metafora: Lincoln sogna di essere su una nave, da solo, al buio. La moglie Mary interpreta il sogno: non riguarda la guerra, ma l’emendamento alla Costituzione. Di nuovo, la contrapposizione tra guerra e battaglia parlamentare.

I procedimenti si svolgono per fasi. Nel film di Bigelow, che è soprattutto un film d’azione, l’enunciazione del problema, la presentazione della soluzione e l’avvio dettagliato della procedura sono rapidamente svolti nei primissimi minuti. In Lincoln, che è soprattutto un film di parole (entrambi, poi, sono film d’immagini, nel senso più pieno del termine), queste prime fasi sono invece staccate e approfondite. C’è, intorno alle scelte del Presidente Lincoln, un preciso ragionare e argomentare: l’obiettivo e la strategia per raggiungere l’obiettivo sono sviscerati e discussi, insieme con le motivazioni che vi stanno dietro. Raggiungere l’obiettivo è un’impresa difficile: Zero Dark Thirty ce lo mostra direttamente con le durezze dell’attività d’intelligence e la violenza degli interrogatori. Kushner, invece, ce lo spiega a parole. In una delle prime scene, il Segretario di Stato William Seward ammonisce il Presidente sulla difficoltà di far approvare l’emendamento alla Camera. Anche se tutti i Repubblicani (del partito di Lincoln, cioè) votassero a favore, mancherebbero ancora venti voti per raggiungere la maggioranza richiesta. Lincoln, allora, spiega al ministro la sua idea: sessantaquattro senatori democratici (cioè del partito di opposizione) hanno appena perso il loro seggio alle elezioni di novembre e devono cercarsi un posto di lavoro entro marzo. Il suggerimento è chiaro: convincere i democratici a votare a favore dell’emendamento in cambio di una nomina a un qualche ufficio. La cosa è poco limpida ed è subito chiarito. Ma c’è una ragione per questa urgenza, spiegata con l’ingresso in scena del signore e la signora Jolly, di Jefferson City, Missouri. I due elettori del sud sono a favore dell’emendamento, ma non tanto (come chiariscono a Seward) perché disapprovano la schiavitù, quanto perché l’abolizione della schiavitù metterebbe fine alla guerra: se la guerra finisse prima dell’abolizione della schiavitù, infatti, Mr e Mrs Jolly preferirebbero di gran lunga che le cose restassero come sono (i neri schiavi dei loro padroni, invece che rubare ai bianchi polli e lavoro). Lincoln vuole quindi usare la promessa della pace per creare consenso intorno alla modifica della Costituzione. Due scene dopo l’esposizione di questa motivazione strategica, c’è un ipertrofico e pignolo sermone del Presidente sulla motivazione tecnica e legale dell’emendamento. Il 1º gennaio 1863 Lincoln aveva emanato la Proclamation of Emancipation con cui, usando i poteri emergenziali di guerra, aveva liberato tutti gli schiavi presenti nei dieci stati scissionisti. La questione è sottile: la schiavitù non veniva abolita per legge in tutto il paese (tant’è che il proclama non era applicabile nei quattro stati schiavisti non ribelli: Missouri, Maryland, Delaware e Kentucky, dove continuavano a esserci schiavi e padroni), ma veniva neutralizzata “per necessità militare”, come misura contro la ribellione al governo federale. La tenuta giuridica della Proclamation era dubbia e in molti criticarono Lincoln per aver ecceduto nell’uso dei suoi poteri. Soprattutto, c’era il forte rischio che, giunta la pace, i tribunali avrebbero deciso di disapplicare il proclama in assenza di leggi statali o federali che proibissero formalmente la schiavitù. Questa è la prima ragione che il Lincoln di Spielberg e Kushner spiega ai suoi ministri: “Due anni fa ho proclamato queste persone emancipate – ‘d’ora in avanti e per sempre libere’. Ma supponiamo che i tribunali decidano che non avevo l’autorità per farlo. […] Potrebbe essere ordinato a questa gente che io ho liberato di tornare in schiavitù?”. C’è un tema tecnico, una preoccupazione di carattere legale. Cui se ne aggiunge un altro, ancora più cavilloso. Nel 1861 e nel 1862 il Congresso aveva approvato leggi per la confisca delle proprietà della Confederazione (e dei cittadini degli Stati aderenti alla Confederazione). Tra queste proprietà c’erano anche gli schiavi, che venivano quindi confiscati e liberati. In quella stessa scena, Lincoln ragiona sulle implicazioni di aver usato la confisca come mezzo per liberare gli schiavi. “Ciò potrebbe indurre il sospetto” dice il Lincoln di Kushner – “che io concordi con i ribelli nel considerare gli schiavi come loro proprietà. Cosa che ovviamente non penso, né ho mai pensato, sono felice di vedere ciascun uomo libero e se chiamare un uomo una proprietà [...] è un trucco che funziona... ecco perché ho colto l’opportunità”. Insomma: il cavillo giuridico è usato per ottenere un fine giusto, anche se il suo uso implica considerazioni sbagliate. Lincoln parla di “torcere il significato”, “ignorare i tribunali” e il ministro degli interni Usher ammonisce che questi discorsi assomigliano a quelli del dittatore descritto dagli avversari democratici. Per Lincoln però c’è una differenza (dalla portata, però, chiaramente populista): il popolo lo ha appena rieletto, nonostante la Proclamation e gli altri controversi atti d’emergenza, quindi il popolo ha giustificato (e purificato, almeno in qualche misura) la sua condotta.

L’ambiguità morale e giuridica della procedura è evidente anche in Zero Dark Thirty. Nonostante nel film di Bigelow e Boal manchi qualsiasi discorso verbale critico intorno alle pratiche della CIA, l’esposizione lunga e brutale dell’interrogatorio di Ammar ha la stessa funzione degli articolati dialoghi di Kushner. Ciò non equivale a dire che il film condanna il trattamento dei prigionieri della CIA (come, del resto, è arduo sostenere che Spielberg e Kushner condannino i metodi di Lincoln per ottenere il voto dei parlamentari incerti), né che vengono soppesati pro e contro di tali pratiche. È noto che il film di Bigelow è stato accompagnato da rumorose critiche sul giudizio indulgente che da esso si ricaverebbe rispetto alle “tecniche di interrogatorio intensificato”. Per alcuni, il film approverebbe implicitamente la tortura, creando un nesso causale tra le informazioni brutalmente ottenute dalla CIA e il successo della caccia a Bin Laden; per altri, la scelta di non rappresentare nessuna voce critica sulle pratiche della CIA sarebbe quantomeno prova di compiacente neutralità nei confronti della questione. Sotto entrambi gli aspetti, poi, Zero Dark Thirty forzerebbe la realtà dei fatti. I rapporti ufficiali, infatti, negano che la tortura abbia avuto un ruolo di rilievo nella ricerca del corriere di Bin Laden. Inoltre, ci furono agenti (dell’FBI, ad esempio) che protestarono contro le tecniche d’interrogatorio della CIA, si dissociarono e si rifiutarono di partecipare. L’insieme di questi dettagli (rafforzare o addirittura contraffare il ruolo della tortura nel successo dell’operazione, omettere le voci di dissenso su quei metodi) suggerirebbe l’implicita approvazione degli autori (soprattutto se si considera che Bigelow e Boal danno esplicitamente e volutamente risalto alle fonti “di prima mano” su cui si baserebbe il film). Altri commentatori hanno invece creduto di vedere nella cruda esposizione della tortura una sorta di condanna per immagini, svolta non verbalmente ma tramite la trasparente esibizione della cosa in sé. A prescindere dall’interpretazione corretta, è indubitabile che Zero Dark Thirty pone la tortura come un passaggio essenziale del procedimento che conduce alla cattura di Bin Laden: non c’è eufemismo (sebbene l’esibizione non sia così radicale e disturbante come potrebbe sembrare e la macchina da presa ometta di mostrare con classica reticenza mainstream alcuni particolari che sono invece menzionati verbalmente dai personaggi), eppure resta la forte sensazione che senza quei metodi non si sarebbe giunti al celebrato obiettivo. Seppur nascosta dal film di Bigelow e Boal, anche la risposta di Bush alla guerra al terrore (come quella di Lincoln al problema della schiavitù) poggiava su una complessa e ambigua struttura giuridica legata essenzialmente, ancora una volta, al concetto dei poteri presidenziali d’emergenza in uno stato di guerra. Sin dal giorno stesso degli attacchi alle Torri, come racconta Jane Mayer del New Yorker in The Dark Side, la questione più bruciante fu “fino a dove potessero estendersi i poteri del Presidente al fine di combattere questo nuovo nemico”. Gli architetti della nuova dottrina furono due giuristi conservatori, fedeli al Partito Repubblicano di Bush: David Addington e John Yoo. Discostandosi dalle interpretazioni costituzionali più consolidate (anche in ambito conservatore), Addington e Yoo elaborarono ciò che divenne noto come il Nuovo Paradigma. Nelle parole di Yoo, “quando un’entità straniera uccide 3000 americani e causa miliardi di dollari di danni e cerca di eliminare il governo americano, questo per molta gente è guerra, non un reato”. Di conseguenza, la lotta al terrorismo doveva trasformarsi da una questione di giustizia penale a una guerra militare a tutto tondo, con la possibilità per la CIA e il Pentagono di catturare e interrogare sospetti nel modo più agevole possibile e col più ampio spettro d’azione. I prigionieri, però, finirono per perdere sia lo status di imputati (con le garanzie processuali associate) sia quello di prigionieri di guerra (coi diritti che ne derivano). La definizione ufficiale fu quella di “illegal enemy combatants”, combattenti nemici illegali. In un parere ufficiale del 25 settembre 2001 dell’Office of Legal Counsel del Dipartimento della Giustizia (in sostanza, una sorta di interpretazione vincolante per i vari uffici dell’Esecutivo), John Yoo sostiene che la Costituzione concede al Presidente i più ampi poteri per decidere discrezionalmente metodi, tempi e luoghi per la guerra al terrore e che il Congresso non può interferire con questi poteri. “La forza” scrive Yoo “può essere usata sia per rispondere ad attacchi [terroristici] sia per prevenire e scoraggiare futuri assalti alla Nazione. Non è necessario limitare le azioni militari agli individui, ai gruppi e agli stati che hanno partecipato agli attacchi contro il World Trade Center e il Pentagono: la Costituzione investe il Presidente del potere di colpire gruppi e organizzazioni terroristiche il cui legame con i fatti dell’11 settembre non è dimostrabile ma che tuttavia pongono una minaccia simile per la sicurezza degli Stati Uniti [...]. Nessuna legge del parlamento può porre alcun limite alle decisioni del Presidente su qualsiasi minaccia terroristica, la quantità di forza militare da usare in risposta, o il metodo, la tempistica e la natura della risposta. Queste decisioni, ai sensi della nostra Costituzione, possono essere prese solo dal Presidente”.

Zero Dark Thirty non esplicita nessun passaggio di queste analisi (a differenza di Lincoln, che, come abbiamo visto, si trattiene parecchio su vincoli legali, interpretazioni e problematiche costituzionali), ma ne espone direttamente le conseguenze: i prigionieri della CIA vengono tenuti in luoghi segreti (black sites) e sottoposti a pratiche che fino a pochi anni prima erano considerate illegali e che dopo appena un paio d’anni torneranno a esserlo (come il waterboarding, legittimato da un altro famigerato parere redatto da John Yoo, nel 2002, che ridefiniva in senso restrittivo il concetto di “tortura”); i “bersagli” identificati dalla CIA vengono uccisi senza alcun processo; i militari americani operano e colpiscono clandestinamente anche in territorio straniero. Si può dire che mentre Spielberg e Kushner scelgono un punto di vista esterno rispetto alla procedura, Bigelow e Boal si inseriscono dentro il meccanismo: Lincoln ragiona sulle azioni del potere, Zero Dark Thirty mostra senza mediazioni il potere in azione.

L'eroe repubblicano

Di fronte alle perplessità del deputato James Ashley, proponente del 13° Emendamento alla Camera, sulla possibilità di ottenere un voto favorevole in tempi rapidi, il Lincoln interpretato da Daniel Day Lewis esclama “We are whalers, Mr. Ashley!”, siamo balenieri. “Abbiamo dato la caccia a questa balena per lungo tempo. Abbiamo infine piazzato un arpione nella schiena del mostro. È dentro, James, è dentro! Finiamo l’atto adesso, non possiamo aspettare! O con un colpo di coda distruggerà la nave e ci spedirà tutti nell’eternità”. La metafora è una delle tante usate da Lincoln per argomentare e ragionare, ma in questo frangente l’incitazione del Comandante in capo ai suoi uomini  (“We are whalers!”) non può non evocare il contemporaneo Melville e il suo monomaniacale eroe romantico (complice anche, forse, l’inevitabile associazione visiva tra Abraham Lincoln e l’Ahab di Gregory Peck nello sfortunato adattamento di John Huston). La suggestione può portare lontano (a partire dai vari tentativi fatti negli anni per leggere Moby Dick come allegoria politica, vedendo in Ahab ora l’abolizionista Garrison ora l’antiabolizionista Calhoun), ma nel suo effetto più immediato e limitato ha il pregio di evidenziare il piglio eroico e romantico dell’impresa di Lincoln. L’evocazione del mare, della caccia al mostro, dell’avventura e del rischio letale colora la retorica del Presidente e dà una lettura della sua missione: in effetti, sarà una battaglia dura e difficilissima e finirà col fare la storia di una Nazione. Lincoln è attorniato da molti avversari ma anche gli alleati sono parecchio scettici sulle ragioni e la strategia del Presidente. La perseveranza di Lincoln, però, condurrà lo sforzo al successo. Identica è la sorte di Maya, l’agente della CIA che conduce la sua indagine ossessiva su Abu Ahmed al-Kuwaiti, anche quando in molti si convincono che è morto, che persino Bin Laden è forse morto e che quindi la caccia all’uomo non è più una priorità per la Nazione. Maya vede connessioni che agli altri sfuggono, lavora giorno e notte, cerca tracce e conferme, costringe colleghi e superiori a credere nella sua teoria. Infine, come dice al direttore della CIA, sarà lei la “figlia di puttana” (motherfucker, nell’originale) che trova il rifugio di Bin Laden.

Si tratta di uno schema narrativo molto tradizionale per il cinema americano, che qui s’accorda perfettamente alla struttura ideale dei due film che, come abbiamo detto, muove da un problema collettivo e giunge alla sua soluzione attraverso un complesso procedimento. L’eroe individuale è il principale attore di questo procedimento: è lui/lei che ci crede più degli altri, che ha le idee giuste per portarlo avanti, che soffre il peso psicologico dell’impresa. Oltre ai nemici da combattere, ci sono gli alleati da convincere, smuovere, spronare. L’azione di Lincoln arriva dall’esterno: è lui il Presidente, lui avvia la procedura stessa, lui la fa avanzare; lo sforzo di Maya è tutto interno a un meccanismo creato da altri, ma che senza la propulsione del singolo agente non può giungere a compimento. Il succo della vicenda coniuga il più tradizionale individualismo americano con il repubblicanesimo delle origini, per cui la virtù pubblica è l’essenza del legame sociale e non c’è virtù pubblica senza sacrificio privato. In una celebre lettera del 1776 a Mercy Otis Warren, John Adams (uno dei Padri Fondatori, che sarà il primo vice-presidente e poi il secondo presidente degli Stati Uniti d’America) scrive, parlando della forma di governo repubblicana, che “i suoi Principi sono facilmente distrutti, a causa della corruzione della Natura umana. Un tale Governo è sostenuto solo da Pura Religione e Morale Austera. La Pubblica Virtù non può esistere in una Nazione senza quella privata, e la Pubblica Virtù è il solo Fondamento della Repubblica. Ci dev’essere una positiva Passione per il bene pubblico, il pubblico Interesse, l’Onore, il Potere e la Gloria, stabilita nelle Menti del Popolo, o altrimenti non può esserci alcun Governo Repubblicano, né alcuna reale Libertà: e tale Passione pubblica dev’essere Superiore a tutte le Passioni private. Gli Uomini devono essere pronti, orgogliosi, e felici di sacrificare i loro privati Piaceri, Interessi e Passioni, persino le Amicizie e i Rapporti privati, se si ergono in Competizione coi Diritti della Società”. Questa completa dedizione al bene pubblico forgia le figure di Lincoln e Maya. Di loro non sappiamo nulla, non vediamo nulla della loro vita privata (solo un po’ della vita famigliare di Lincoln), non sappiamo dei loro interessi, delle loro passioni, delle loro amicizie; li vediamo intenti solo a perseguire la loro azione pubblica e dedicare se stessi interamente a essa. In Maya quest’esercizio diventa un’ossessione; in Lincoln è il nobile sacrificio che gli costerà addirittura la vita. Lincoln e Maya rispondono all’ideale virtuoso ritratto dai Padri Fondatori: astinenza, austerità, dedizione, sacrificio. La loro virtù si colora persino di un forte carattere religioso, se non addirittura profetico o messianico: lo ieratico Lincoln, con la sua retorica puritana infarcita di Antico Testamento, e la predestinata Maya che giunge ad annunciare che, a differenza dei suoi molti amici morti cercando di portare a termine la missione, lei crede di essere stata risparmiata proprio per finire il lavoro, e trovare Bin Laden.

Quali sono i vincoli, i limiti dell’azione pubblica dell’eroe repubblicano? In una scena cruciale di Lincoln, il Presidente fa una difficilissima scelta: ritarda i negoziati di pace coi Sudisti per consentire il dibattito alla Camera sul 13º Emendamento (che sarebbe stato superato, di fatto, dalla fine della guerra civile). Nel prendere questa decisione, il Lincoln di Kushner richiama Euclide e il suo primo assioma: le cose che sono uguali alla stessa cosa sono uguali tra loro. Si tratta di una delle nozioni comuni contenute negli Elementi, una verità assiomatica, cioè auto-evidente, come ricorda Lincoln riecheggiando il celebre passaggio della Dichiarazione di Indipendenza: “We hold these thruths to be self-evident, that all men are created equal”, teniamo queste verità come auto-evidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali. Nella bozza manoscritta della Dichiarazione, conservata nella Biblioteca del Congresso, si vede come quel passaggio sia stato corretto: la prima versione recitava “sacred and un-deniable”, sacre e innegabili, invece che “self-evident”. La correzione (forse per mano dello stesso Jefferson, che ha redatto la prima versione, forse per mano di Franklyn o Adams) traspone il fondamento del principio dal piano metafisico a quello logico. L’auto-evidenza assiomatica dell’uguaglianza è un principio logico e matematico, prima ancora che religioso, morale o politico. Lincoln fa discendere il bene collettivo da un’ineluttabile inferenza logica: la parola segue la ragione per creare le leggi (logos, logic, law). L’auto-evidenza è, però, anche il fondamento dell’indagine di Zero Dark Thirty. Boal non mette in parole, come abbiamo visto, i ragionamenti che stanno dietro e prima delle scelte politiche. Siamo già dentro l’azione. Eppure, l’azione e l’immagine dell’azione non lasciano scampo: quell’obiettivo è ineluttabile, innegabile, manifesto. Si spiega e giustifica da sé con la forza assiomatica dell’auto-evidenza: nessuno lo mette in dubbio e niente, nel vincolo forzoso della rappresentazione, sembra poterlo negare. Tutto procede, seppur faticosamente, verso l’unico obiettivo pensabile. Questa catena di azioni legate da strettissima necessità è il correlativo oggettivo dell’intuizione giusnaturalistica di Lincoln.

Parola e azione

Sbrighiamo subito un dubbio: Lincoln è un’opera notevolissima, profonda, ricca, potente, mentre Zero Dark Thirty, seppur solido, è un film che mischia pregi e (non pochi) difetti. Il film di Spielberg è senza dubbio celebrativo, aderisce apertamente ai valori del protagonista e, nonostante la trasparenza sull’ambiguità legale e morale di alcune pratiche seguite, accetta chiaramente la violazione di certe regole e di certi principi per il conseguimento di un bene maggiore (i corruttori sono, alla fine, simpatici; l’infrazione non è tra le più gravi; l’abiura del rigorosissimo Stevens è da lui stesso giustificata in vista del nobile obiettivo raggiunto). Il film di Bigelow, invece, ha un registro tendenzialmente asettico, sebbene non riesca (per qualche debolezza realizzativa, non per intenzione) a mantenere sempre il rigore del punto di vista “interno” alla procedura. L’assenza di un discorso critico esterno alle pratiche mostrate crea inevitabilmente un effetto di ambiguità: lo spettatore può reagire in modo diverso all’esposizione della tortura (e quindi trarre dalle immagini una denuncia, un’adesione sofferta o una posizione di neutralità) a seconda della propria sensibilità, delle proprie idee, delle proprie scelte interpretative o di pure circostanze accidentali. Oltre che degli interrogatori, inoltre, si può anche dubitare della moralità (o legalità) dell’uccisione stessa di Bin Laden in un paese straniero (in luogo di una sua cattura, seguita da regolare processo, ovvero ancora di una regolare richiesta di estradizione alle autorità pakistane). Ci sono parecchi segnali dell’adesione di Zero Dark Thirty all’uccisione clandestina di Osama Bin Laden: i SEALs sono personaggi positivi, l’operazione è ritratta con grande partecipazione emotiva e da un unico punto di vista, ci sono segni di “umanità” dei militari (la cura dei bambini, il rapporto con Maya). Ci sono, inoltre, diversi segni di accettazione, seppur sofferta, delle pratiche brutali contro i prigionieri (il progressivo – necessario – adattamento di Maya alla procedura, i frutti della procedura, lo stallo decisionale con i membri dell’Amministrazione Obama, la difficoltà di ottenere l’importante conferma sulla presenza di Bin Laden nel rifugio a causa dell’impossibilità di usare le tecniche intensificate).

La differenza principale, però, tra Lincoln e Zero Dark Thirty non è nel giudizio concreto sulle scelte del potere (in ciò, il film di Spielberg è sicuramente più schierato del problematico film di Bigelow), bensì nella possibilità astratta che possano pensarsi procedure e fini diversi da quelli attuati. In Lincoln la parola crea la Storia, e la parola è discutibile. Il cuore della vicenda è una procedura parlamentare, dove (come noto e come ampiamente mostrato dal film) si discute e si dibatte. Le controversie rappresentate riguardano opinioni diverse su cosa sia giusto fare e su come sia giusto farlo. Si discute se l’abolizione della schiavitù sia giusta oppure no, si discute se tutti gli uomini siano uguali, si discute se sia giusto procedere con certi tempi e certi modi all’abolizione della schiavitù e se procedere con certi tempi e certi modi alla pace con gli Stati secessionisti. Esiste, ed è esposta, la possibilità di una alternativa (di più alternative, persino) all’azione scelta infine dal potere – un potere, quindi, discutibile e messo in discussione; e il potere stesso è mostrato in fieri, nel suo formarsi mediante l’opposizione, la critica, la discussione. È vero che il consenso è formato, in parte, con mezzi scorretti; ma siamo sempre dentro il campo dell’opinione e non della verità dei fatti. Kushner mette in bocca più volte ai suoi personaggi la parola opinion o il verbo believe, credere – ma quasi esclusivamente nell’accezione di “ritenere”, “considerare”, “essere dell’opinione”. Non si valutano fatti, si creano diritti e obblighi sociali sulla base di giudizi. Siamo nella fase della deliberazione, e non dell’azione. Della potenza, e non dell’atto. Qui può dispiegarsi la libertà politica nella sua pienezza, e cambiare ciò che è bene e ciò che è male. In Zero Dark Thirty, invece, l’azione è ineluttabile: il fine (trovare Bin Laden) e i mezzi (la tortura o l’intelligence tradizionale) sono decisi prima e fuori dal film; dentro, invece, l’azione è vincolata e etero-diretta – l’individuo può scegliere se agire o non agire, non può discutere dei modi e dei fini dell’azione. La prospettiva è schiacciata e quasi claustrofobica: l’eroismo è adesione e non deliberazione, azione e non scelta. Boal non fa usare mai ai suoi personaggi la parola opinion né i sinonimi judgment o belief o view (se non nel senso associato al vedere con gli occhi), e tutti usano il verbo believe, credere, solo per esprimere valutazioni di fatto (ritenere, cioè, se un fatto sia vero o meno) e mai per dare giudizi di valore o manifestare delle opinioni. La differenza è ovviamente facilitata e rimarcata dal fatto che l’eroe di Spielberg è il Presidente, un decisore pubblico, mentre l’eroina di Bigelow è un’agente della CIA, un’esecutrice; ma l’effetto ribalta radicalmente la prospettiva entro cui è forzato lo sguardo dello spettatore: siamo nel regno della necessità e non della libertà. I personaggi agiscono per eseguire, non per creare; i prigionieri parlano per sfuggire al potere, non per metterlo in discussione.

L’inquadratura finale di Zero Dark Thirty ha esattamente a che fare con questo. Il pilota dell’aereo vuoto chiede a Maya indicazioni sulla meta del loro viaggio, “Dove vuoi andare?”, ma non c’è (non può esserci) risposta. Svincolata dalla necessità dell’obiettivo esterno, Maya è senza parola. “She’s speechless”, scrive Boal nella sua sceneggiatura. La privazione (-less) della parola (parola come atto linguistico, come consapevolezza e scelta dei fini: “where do you want to go?”) è privazione di qualsiasi fondamento libero e razionale dell’azione. L’atto anti-retorico di Maya non è il gesto liberatorio che vorrebbe suggerire Boal (“Alla fine, si lascia andare. Quegli occhi luminosi diventano laghi di sollievo e di dolore”), come se l’emozione potesse vendicare la necessità dell’agire: è, invece, la resa definitiva del discorso all’ineluttabilità, del potere come potenzialità al potere come destino manifesto.

Roberto   Tallarita