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Django Unchained. Sulla Carta.

La sceneggiatura di Tarantino, letta per voi

Notte. I due fratelli Speck spingono tra i boschi il gruppo di schiavi neri che hanno comprato all’asta a Greenville. La notte è nerissima e fredda e il gruppo si fa strada con fatica alla luce delle lanterne. I due fratelli bianchi sono infagottati nelle loro pellicce, gli schiavi neri a torso nudo nel freddo. D’un tratto, nel buio di fronte a loro si sente un rumore e si vede una lieve luce. È uno straniero vestito in modo bizzarro che parla con forme estremamente forbite. È il Dr. King Schultz, ed è venuto a comprare Django, uno degli schiavi dei fratelli Speck. A comprarlo e a liberarlo, dopo che l’avrà aiutato a trovare tre ricercati che Django conosce bene e che frutteranno a Schultz, che fa il cacciatore di taglie, una bella somma.

È così che, dopo la sequenza dei titoli di testa, Tarantino comincia il suo ultimo script. Centosettanta pagine, decine di personaggi, scene lunghe e descrizioni dettagliate e, soprattutto, un continuo rincorrersi di moventi che spingono i due protagonisti lungo le oltre due ore e mezzo di pellicola. Primo, scovare i fratelli Brittle. C’è una taglia sulla loro testa e il Dr. Schultz vuole prendersela. Django e la moglie Broomhilda erano schiavi dei Brittle alla Carrucan Plantation. Django si ricorda bene di loro. Si ricorda di quando violentavano la moglie costringendolo a guardare. Può riconoscerli. Aiuterà Schultz a trovarli e ad ammazzarli. Secondo, imparare a usare una pistola, andare a cavallo, vivere da uomo libero. Schultz, come promesso, dona a Django la libertà e gli insegna il mestiere di cacciatore di taglie. I due diventano colleghi. Staccano gli avvisi sui ricercati nell’ufficio dello sceriffo, cercano i criminali, li trovano, li ammazzano, consegnano i loro cadaveri per incassare la taglia. Terzo, e più importante, ritrovare l’amata Broomhilda e liberarla. Sarà la missione più difficile, perché porterà Django e Schultz dentro il regno sanguinolento dello schiavista Calvin Candie, che allena Mandingo per combattimenti all’ultimo sangue.

Il meccanismo psicologico è, ancora una volta, una fumettistica fantasia di vendetta. Come per Bill in Kill Bill, Stuntman Mike in Death Proof e i Nazisti in Inglorious Basterds, Tarantino tratteggia con segni grossi e colori forti un nemico di iperbolica efferatezza contro cui è impellente e liberatorio rivoltarsi e vendicarsi. Gli schiavisti di Django Unchained sono spietati e sanguinari, violentano le donne, scorticano la schiena degli schiavi a frustate, usano gli uomini più forti per organizzare combattimenti mortali, danno i fuggiaschi in pasto ai cani. Il percorso educativo di Django, da schiavo ad abile pistolero, ribalta i giochi in un crescendo lento, drammatico e barocco, secondo la comprovata ricetta tarantiniana. I personaggi saltano fuori dalla pagina in modo netto e tagliente: Dr. Schultz con la sua lingua elegante e i modi old fashioned; Django col suo rancore silenzioso, Calvin Candie col suo nome perfetto da villain dei fumetti, lo schiavo Stephen (che Tarantino descrive come “un personaggio uscito da Dickens – se Dickens avesse scritto di Negri Domestici nel Sud Prebellico” e come il “Basil Rathbone dei Negri Domestici”) e tanti altri. Ancora una volta, la fantasia di vendetta ruba le forme a un rimasticato immaginario cinematografico di genere, stilizzato e cartonato. In questo caso, lo Spaghetti Western, omaggiato sin dai titoli di testa (Tarantino alla seconda riga di sceneggiatura annuncia una “Spaghetti Western Theme Song”), nella struttura degli inserti narrativi (i famosi “Spaghetti Western Flashback”, i quali, ci spiega Tarantino “non sono mai carini, di solito è il momento del film in cui il protagonista ripensa ai ricordi più dolorosi inflitti a lui o ai suoi cari dai personaggi malvagi del suo passato” – la sintassi del buon Quentin, e anche l’ortografia a volte, sono un po’ sgangherate, ma ci siamo capiti), nelle esplosioni di violenza (che in Django, s’intuisce, saranno più estreme che in qualsiasi pellicola di Sergio Leone) e nei movimenti di macchina (è quasi commovente l’inquadratura che Tarantino chiama “Sergio Leone CU”, cioè close-up alla Sergio Leone – il primissimo piano stretto a poco più degli occhi del personaggio). Già s’immaginano, anche, tutti i calembours teorici che saranno snocciolati sull’exploitation, sullo sfruttamento degli schiavi e sullo sfruttamento dei luoghi stilistici del western all’italiana.

La lettura dello script di Django Unchained scorre svelta e accattivante, visivamente viva (e questo è purissimo talento) come se invece delle parole ci fossero le tavole a colori di un fumetto chiassoso. Sembra però – solamente sulla carta, ovviamente – che manchi qualcosa. Manca il respiro grandioso (e la complessità narrativa) della vendetta della Sposa contro Bill. Manca il divertimento radicale e nichilista della vendetta di Abernathy e compagne contro Stuntman Mike. E manca il geniale guizzo controstorico di Inglorious Basterds che si faceva vendetta della memoria dell’occidente, oltre che del solito gruppo di protagonisti armati. L’impressione è quella di un Tarantino normalizzato e rasserenato, che ha fatto pace coi suoi feticci e ha smesso di provocarli con sfide sempre più estreme. Un copione “maturo”, come si dice, e quindi, trattandosi di Quentin Tarantino, non troppo interessante. Ovviamente, ci sono tutte le condizioni perché il gap sia colmato (e persino superato) dalla pagina alla pellicola. Attendiamo fiduciosi.

Roberto   Tallarita