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Cartoline americane /1

Prometheus & the others

Volontariamente confinato nell’Ohio per i mesi estivi, dove sono circondato da distese immense di campi di mais punteggiate da multiplex giganteschi, ho avuto l’occasione di vedere molti blockbuster al momento della loro uscita nazionale, che negli Stati Uniti avviene con il solleone, e non in autunno come invece accade in Italia. I primi film di questa nuova rubrica, che intitoliamo molto semplicemente Cartoline americane, sono Prometheus, il ritorno alla saga di Alien di Ridley Scott, Magic Mike, la nuova pellicola diretta da Steven Soderbergh, e The Dark Knight Rises, il terzo ed ultimo capitolo del Batman di Christopher Nolan. Tristemente associata all’uscita di quest’ultimo, putroppo, è la sparatoria avvenuta ad Aurora, in Colorado, la notte fra giovedì 19 e venerdì 20 luglio. È impossibile per chi scrive non rivolgere un pensiero alle vittime di questa tragedia ed ai loro cari. Possiamo solo augurarci che non si ripeta, mai.

L'ORIGINE DELLA SPECIE

PROMETHEUS (Dir. Ridley Scott)

2093: la missione scientifica Prometheus, finanziata dalla Weyland Corporation, raggiunge la luna LV-223 alla ricerca di un contatto con una civiltà aliena ritenuta responsabile dell’origine della vita sul pianeta Terra.

Film dalle enormi proporzioni, sia in termini di budget che di ambizione, Prometheus segna il ritorno alla fantascienza di Ridley Scott, regista che ha dato massima prova del suo talento proprio in questo genere con film diventati rapidamente di culto come Blade Runner (1982) e il primo Alien (1979), di cui Prometheus è un prequel molto alla lontana. L’ultima prova del regista inglese rispecchia la traiettoria della sua carriera: ha un inizio fulminante sostenuto da una promozione virale tesa a creare enormi aspettative nei fan, ma scricchiola nelle parte centrale per mancanza di assoluta convinzione nel materiale e per la paura di alienare il pubblico più vasto, e si concede un timido finale aperto che risulta sconnesso dal resto della storia e poco soddisfacente per i devoti del genere. Potenzialmente, Prometheus è un capolavoro; ma la versione attualmente in circolazione nei cinema mostra indecisione in alcune parti e fa numerose concessioni che mitigano le enormi qualità del film piuttosto che esaltarne l’evidente innovatività visiva e narrativa. Il film, infatti merita molto di più, e non possiamo che augurarci una sontuosa edizione bluray che corregga gli evidenti errori che sono stati fatti in fase di montaggio e post produzione. A nostro parere, i numerosi video promozionali che avevano iniziato a ingolosire il pubblico già nel 2011 avrebbero dovuto essere inclusi nella versione finale del film, non solo per completezza, ma per illuminare angoli della storia che altrimenti rimangono confusi, e per dare profondità ad alcuni personaggi che restano solo accennati. Le motivazioni che spingono il magnate Peter Weyland (un Guy Pierce che compare solo nascosto da numerosi strati di trucco per apparire ultra novantenne) a finanziare la spedizione sono infatti spiegate troppo tardi e troppo in fretta per risultare significative, così come il suo rapporto con l’androide David (il sempre impeccabile Michael Fassbender, qui alle prese con una sceneggiatura non solidissima in tutte le sua parti), e con Meredith Vickers (una Charlize Theron monocorde e fuori ruolo), la persona incaricata di supervisionare la missione per conto della Weyland Corporation. Lo stesso va detto per i personaggi secondari, come l’eroico capitano Janek (un solido Idris Elba che riesce a dare molto al film nonostante il suo ruolo molto limitato) e il suo equipaggio, che viene a malapena tratteggiato, e la cui sorte quindi manca di avere sullo spettatore l’impatto emotivo sperato.

Detto questo, Prometheus è un film capace di mozzare il fiato fin dal bellissimo e visionario prologo, che tradisce la formazione pittorica di un regista famoso per i suoi dettagliatissimi storyboard. Strabiliante è anche la sequenza dell’operazione chirurgica che sta al centro della (ri)fondazione della mitologia di Alien, e del quale ne evoca (seppur brevemente) le atmosfere più claustrofobiche e morbose. Infine, una segnalazione di merito va data alla bravissima Noomi Rapace, che interpreta la dottoressa Elizabeth Shaw, motore ideologico della spedizione. Rapace ha infatti il difficile compito di reincarnare, in un certo senso, il personaggio dell’ufficiale Ripley, interpretato con leggendaria fisicità da Sigourney Weaver in Alien, Aliens (1986), Alien 3 (1992) e Alien: Resurrection (1997); l’attrice svedese, catapultata a Hollywood dopo la sua straordinaria prova nei panni di Lisbeth Salander nella trilogia Millennium (2010), non fa rimpiangere Weaver, consegnando una performance ricca di sfumature psicologiche ma anche vivamente muscolare e atleticamente portentosa.
Voto: 7.5

Oltre l'intertesto

MAGIC MIKE (Dir. Steven Soderbergh)

L’esperto spogliarellista Magic Mike incontra il giovane Adam e ne diviene mentore e protettore.

In quello che potrebbe essere il suo ultimo film destinato alla distribuzione nelle sale, stando almeno alle sue recenti dichiarazioni che lo vedrebbero interessato a far proseguire la sua carriera esclusivamente nell’ambito della televisione, Steven Soderbergh ritorna alla sua interessante operazione di casting intertestuale già collaudata in The Girlfriend Experience (2009) e nel bello e sottovalutato Haywire (2012). Se in The Girlfriend Experience il regista aveva scelto l’attrice pornografica Sasha Grey per interpretare una escort d’alto bordo e in Haywire aveva trasformato in assassina professionista l’avvenente campionessa di Muay Thai Kickboxing Gina Carano, in Magic Mike Soderbergh si serve del vissuto di Channing Tatum per il ruolo titolare. Attore in fortissima crescita professionale anche grazie a Soderbergh, che ne aveva brevemente già utilizzato il potenziale atletico proprio in Haywire, Channing Tatum ha infatti un breve passato come spogliarellista, esperienza che aveva già potuto sfruttare nelle incredibili sequenze di danza in Step Up (Anne Fletcher, 2006) e Step Up 2: The Streets (Jon M. Chu, 2008). Co-produttore del film, Tatum dimostra una enorme naturalezza sul palcoscenico del club gestito da Dallas (Matthew McConaughey), spogliarellista stagionato ed intraprendente che vuole espandere la sua operazione commerciale da Tampa a Miami. Per nulla timido di fronte all’uso di cliché e soluzioni narrative classicheggianti, Soderbergh usa il personaggio di Adam “The Kid” (Alex Pettyfer) per introdurre il pubblico a questo ambiente apparentemente sexy e accattivante ma al tempo stesso triste e senza futuro, conducendoci nel più tradizionale degli archi narrativi di mirabolante ascesa e rapida discesa della nuova, giovane stella.

Ma l’interesse principale del film, e di molta parte dell’opera di questo regista sempre originale, non è infatti nella creazione di moduli narrativi alternativi o nella rottura delle collaudate formule hollywoodiane, bensì nell’esplorazione da una parte del loro potenziale, e dall’altra della loro solidità di fronte a soggetti alternativi o poco esplorati. Magic Mike si poggia infatti su una struttura semplice e snella che permette al regista di concentrarsi sulle performance degli attori e di firmarne anche la fotografia sotto il consueto pseudonimo Peter Andrews. Tatum, chiaramente a suo agio nella parte, dimostra carisma e talento, più per le sue straordinarie abilità fisiche che per la sua agilità vocale ed espressiva, ma il vero vincitore è McConaughey, che consegna qui la migliore prestazione della sua carriera riprendendo i manierismi verbali del personaggio che lo aveva reso celebre in Dazed and Confused di Richard Linklater (1993). L’operazione di McConaughey però va ben oltre l’auto-citazione: si potrebbe parlare piuttosto di trasfigurazione per la precisione e la vibrante passione che l’attore infonde in un personaggio dallo status morale quantomeno discutibile. Solide, anche se relegate in secondo piano, le interpretazioni femminili, in special modo quella di Cody Horn, che interpreta pragmaticamente la protettiva sorella maggiore di Adam.
Voto: 7.5

Ritorno alla ragione

The Dark Knight Rises (Dir. Christopher Nolan)

Il cavaliere oscuro riemerge dall’isolamento in cui era sprofondato dopo essersi accollato la morte di Harvey Dent per fronteggiare Bane, il nuovo supercriminale che minaccia Gotham City.

Terzo capitolo della saga iniziata nel 2005 con il sorprendente Batman Begins e proseguita poi con l’eccellente The Dark Knight (2008), The Dark Knight Rises si propone di concludere l’arco narrativo del vendicatore mascherato nella sua più recente incarnazione, quella che vede il bravissimo Christian Bale vestire la maschera dell’uomo pipistrello. Il cerebrale Christopher Nolan ritorna dietro la macchina da presa a dirigere una sceneggiatura scritta in tandem col fratello Jonathan, che già lo aveva assistito nel film precedente. Rises infatti somiglia molto più a The Dark Knight che a Begins, e non solo per il senso di angoscia apocalittica che traspira da ogni inquadratura, ma anche per il ritmo estremamente concitato con cui l’azione si dipana. Ci sono infatti almeno tre film dentro a questa nuova produzione monumentale, e tante storie che avrebbero meritato di essere sviluppate con più calma e maggiore attenzione. Ma forse è proprio grazie a questa pronunciata compressione temporale e narrativa che Rises riesce a tenere lo spettatore sulle spine per quasi tre ore senza fargli mai accusare un momento di noia o di disinteresse. Anzi. Il film di Nolan resta attaccato addosso proprio per la sua capacità di creare una visione perfettamente coerente di un mondo alternativo, certamente distopico, ma non troppo differente da quello in cui viviamo, specialmente nel bellissimo terzo atto. Ed è questo relativo scarto, questa limitata improbabilità che lo rende vitale e terrificante al tempo stesso. Perfino la fragilità psichica dell’eroe ed il naturale decadimento di carne ed ossa, provate dalle sue numerose imprese come vendicatore mascherato, vengono messe in conto. Batman è solo un uomo, dopotutto.

Dal punto di vista della mitologia del franchise, Nolan riesce ad abbottonare le asole lasciate aperte dai due film precedenti, forzando la mano in alcune occasioni. E nonostante il suo pubblico disinteresse a volersi cimentare con la creatura di Bob Kane, il regista inglese si concede anche di piantare il seme per nuove e promettenti avventure cinematografiche nello stesso filone. In conclusione, Rises è un enorme e godibilissimo spettacolo che merita più visioni nonostante la fastidiosa e persistente colonna sonora originale firmata da Hans Zimmer, che ne accompagna ogni singola scena. Ma non riesce a trovare la coesione e la solidità che avevano incantato la critica e fatto parlare di capolavoro in riferimento a The Dark Knight, che resta il migliore della trilogia.
Voto: 8.5

Alberto   Zambenedetti