Nike Air Max Hyperfuse 2016 Nike Air Max 95 360 2016 Nike Air Max Zero 2016 Nike Roshe Run 2014 Commemorative 2016 Nike Roshe Run Dyn FW QS 2016

 

Film del Decennio 2000-2009

Spietati Anni Zero

di Gianluca Pelleschi

Da uno speciale del genere, non c’è da aspettarsi niente di buono. Il duplice, folle nucleo della questione è: -1 eleggere il “film del decennio” (nientepopodimeno) e -2 (auto)celebrare il decennio spietato. Riguardo al primo punto, anche tra i minerali c’è ormai la consapevolezza che ovunque si vada a stilare una classifica del tipo best of… ci si avventura in un ginepraio minato dal quale non si esce integri. Il perché è complesso quanto evidente, eviterò dunque di scendere nei particolari, basti accennare al fatto che la posta in gioco è di tipo pesantemente estetico in senso alto e che tira in ballo domandine tipo “cos’è il bello?” o simili. Riguardo all’autocelebrazione, che dire, trattasi per l’appunto di autocelebrazione, e basta consultare un imparziale vocabolario per capire quanto l’idea sia malsana. Eppure. Eppure forse vale la pena dare un senso a questa cosa, anche se questa cosa un senso non ce l’ha (sì, ho parafrasato Rossi Vasco e non riuscirò mai a perdonarmelo). Perché, si diceva, sono dieci anni che siamo online. E qualcosa andava pur fatto. Tagliando la testa al toro, con l’agile understatement che da sempre ci contraddistingue, chiariamo subito che l’altisonante titolo “il film del decennio” è da riferirsi alla soggettività, insindacabile quanto splendidamente inutile, di ognuno di noi spietati redattori e che l’autocelebrazione trattasi piuttosto di un modesto, maturo e consapevole “cin cin” tra amici, al grido di: - signori, è stato un onore e un privilegio scrivere al vostro fianco -.

Ora, riguardo al punto 1) e alle sue puntualizzazioni di cui poco sopra, è anche vero che un insieme di soggettività si avvicinano, forse, a una parvenza di oggettività. Un giro di parole un po’ disonesto per introdurre la questione Mulholland Drive che ricorre in molte classifiche spietate. Perché? Sarà che il film di Lynch è oggettivamente bello? Ma non mi vergogno a scrivere cose del genere, nascondendomi dietro a un corsivo? Credo piuttosto che MD soddisfi una serie di requisiti che lo rendono film del decennio ideale (il film, non il decennio. Ideale, dico). Come ben scrive il buon Roberto Tallarita, MD è “opera incredibile che è riuscita (come tutti i grandi film della storia) a spogliarsi dei caratteri esclusivi del culto cinefilo, per imporsi con forza anche nell’immaginario comune”. Una specie di “Lynch spiegato a mio figlio senza sputtanamenti”. Cinefilia assodata e in piena poiesi, Caos riordinato per nicchie generaliste e infine opera capace “di farsi discorso artistico più ampio, film irripetibile eppure chiave di volta del decennio (e non solo)” (RT). Insomma, quando mi ricapita una scelta così “facile”? Infilo qui, en passant, una mia intima cinquina.

1)   Mulholland Drive

2)   Memento

3)   Alla ricerca di Nemo

4)   Il Petroliere

5)   Kill Bill

Alla quale aggiungo i nomi, un po’ a casaccio tanto per confondere le acque, di Shyamalan, De Palma, Rob Zombie, JJ Abrams. E James Cameron, che quantomeno è riuscito a illuderci che la definizione “evento cinematografico” avesse ancora un barlume di senso.

Riguardo al punto 2) (sì, c’era un punto due), cosa dire? Io questo spietati.it l’ho visto nascere, sono emotivamente coinvolto, come si dice. Al di là della vita, la prima scheda spietata di sempre,lo andai a vedere con un febbrone pazzesco, perché non vedevo l’ora di scriverne da redattore di un “sito vero”. E cosa dire della “storica” scheda di, guarda caso, Mulholland Drive?  E poi sono passati dieci anni, cazzo. Non credo di riuscire a scrivere qualcosa di sensato senza (s)cadere nel sentimentalismo spicciolo o nell’autocelebrazione più deteriore. Succede quando c’è troppo affetto in gioco, per questa realtà spietata ma soprattutto per delle persone con le quali posso dirmi sinceramente onorato di condividere lo status di redattore. La passione disinteressata ha ancora diritto di cittadinanza in questo triste mondo dei legittimi impedimenti. Un abbraccio a tutti i lettori. Buone Visioni.

_________________________________________

Luca Pacilio

Il film del decennio è Mulholland Drive di David Lynch, quel David Lynch che lo marchia a fuoco con una doppietta da chiusura di ogni discorso (MD e INLAND EMPIRE). Mulholland Drive perché è il film che, più di tutti, è riuscito a segnare questi dieci anni e ad influenzarli (quante proliferazioni ha determinato? Un'infinità). Mulholland Drive quale film artistico che colpisce, abbaglia, appassiona tutti, lynchiani e non, e lo fa a prescindere dalla comprensione del suo senso ultimo. Mulholland Drive compie il miracolo di condurre un pubblico nutrito al cinema puro senza imbrigliarlo alla trama, ma solo ed esclusivamente in virtù del suo potenziale suggestivo, con la forza delle sue immagini, facendo leva sul mistero propriamente detto, senza furbizie, senza mediazioni. Mulholland Drive immerge la rappresentazione nell'intimità psicologica del pubblico. Mulholland Drive piega il genere che frequenta, il noir, a veicolo di un disagio che scandaglia anfratti interiori del tutto inesplorati. Mulholland Drive, in definitiva, gioca la sua partita più importante nel campo più ostico, l'inconscio dello spettatore, e vince nonostante questo. Proprio per questo.
INLAND EMPIRE, come l'opera avanguardistica che è, il miracolo dell'ecumenismo cinefilo non lo compie e si attesta come film seminale che apre il capitolo nuovo che sfoglieremo negli anni a venire.

Per motivi in parte simili escluderei dalla classifica la meravigliosa trilogia Le valigie di Tulse Luper di Peter Greenaway; opera monumentale, il più grosso rimosso critico del decennio che si chiude, riassume tutta la produzione del suo autore, l'intera concezione della sua opera, ed è un film che non rappesenta la sua epoca, rinvenendosi le sue radici negli anni 70, il progetto distendendosi comodamente nei decenni seguenti, ricomprendendoli tutti, infine affacciandosi all'attuale (le sue tracce le vediamo già: si ritornerà a questo film come a un modello, critici mea culpa - sempre vigliaccamente impliciti - segneranno i prossimi anni, me lo sento); scelgo allora Nightwatching che, nel suo compromissorio porsi a metà strada tra il Greenaway che fu e quello che è, si afferma come riflessione profondissima sull'arte del rappresentare visivamente, saggio in sé compiuto che arriva al momento giusto: film che non ha visto la luce in Italia, che pochi conoscono, che non ha vinto festival, che tutto sommato è passato abbastanza inosservato, ma cosa importa?

Il cinema francofono si impone: in questi anni è stato quello più vitale, innovativo, spregiudicato, effervescente, il più aperto al genere, il meno codificato, normale dargli lo spazio che merita. Dalla filosofia cinematografica di Dumont, all'inquieta magistralità di Assayas (impossibile non menzionare quello che è il suo capolavoro, per quanto non uscito in Italia: I destini sentimentali è uno dei film più sottovalutati degli ultimi anni, preferirgli il bellissimo Clean, solo per questioni distributive, mi sembrava assurdo), al Grande Ibrido di Arnaud Desplechin, passando per Ozon, il più prolifico e del quale sarebbe da prendere l'intero pacchetto (Sotto la sabbia è da leggersi come scelta simbolica). Agli autori in classifica se ne aggiungono tantissimi altri: Honoré, Jeunet, Philibert, Lifshitz, Bonello, accanto ai grandi vecchi (il supremo Godard /Eloge d'amour, l'infaticabile Chabrol/Grazie per la cioccolata, la divinità Resnais/Cuori, Rohmer/La nobildonna e il duca, Garrel etc  e a tutti gli esponenti della nouvelle trouille. Irreversible di Noé l'ho rivisto un paio di volte e, per quanto sia lontano dall'amarlo, è un film che oggi rispetto molto di più: non mi rimprovero la sostanza (nervosa) della mia recensione, ma il tono irridente sì. Ma tutti abbiamo uno stomaco e il mio ha parlato moltissimo in questo decennio.

Il cinema americano ci consegna una nuova generazione di registi che mettono spudoratamente i loro mondi in celluloide: i "letterari" Wes Anderson, Noah Baumbach (Il calamaro e la balena), Todd Solondz, il veterano Hal Hartley (Fay Grim), Mike Mills (Thumbsucker), i "visivi" Jannings, Aronofsky, Jonze, Fincher che tituba, l'infiltrato Gondry, Kaufman (lo sceneggiatore, poi regista, che il cinema aspettava da tempo). E Todd Haynes (Lontano dal paradiso). E James Gray. Di Wes Anderson scelgo I Tenenbaum, film che in prima visione non mi folgorò (troppo pieno, troppo convulso: le cose vanno riviste, perdio), ma che in seguito a un'accidentale re-visione casalinga è diventato un mio indelebile classico, ripassato fino alla nausea, amato, idolatrato quasi: quel prologo che culmina col volo del falco Mordecai mentre Hey Jude di sottofondo giunge al coro finale non è solo l'epitome del cinema andersoniano, è un momento che rimane di questi anni in celluloide. I Tenenbaum anche come sintesi e sublimazione della famiglia come grande scenario, sostanza, chiave del cinema indipendente americano (per tutti The Savage della Jenkins).
Eternal sunshine
è un film imprescindibile, l'incontro di due menti diversamente geniali (Gondry e Kaufman), il miracolo dell'equilibrio tra commedia e dramma, mondo reale e virtuale, passato e modernità, arte e artigianato: passa il tempo e questo film, esattamente come Mulholland Drive, si insedia nel cammino di ogni cinefilo come tappa imprescindibile, diventa, semplicemente, Storia.
Non ho ricompreso Mann (Miami Vice), che un'ideale classifica annovererebbe di necessità, ma solo per mancanza di spazio. Non dimenticando i teoremi perfetti di David Mamet (Spartan: in alto i nostri cuori).
Tarantino è un maestro e lo sa.
Il blockbuster del decennio per me rimane il ciclo di Matrix (il primo capitolo è del 1999, vabbè): al di là del potenziale spettacolare, niente parla delle assurdità del nostro tempo come la trilogia dei fratelli Wachowski, niente come essa rappresenta bene, ad ogni livello, ciò che abbiamo visto/vissuto in questi due lustri; altro che fantascienza, Matrix è l'epoca manipolata dal potere che stiamo vivendo, le ombre nella caverna spacciate per la realtà, la favola truffaldina che ci circonda, che ci invade, che ci martella. Vorremmo, come Neo, un telefono a disposizione per uscirne. In due parole: Grande Metafora.
Mentre Woody Allen assomiglia sempre di più a un'installazione e Scorsese disperde il suo talento, Cronenberg, di cui tanto bene ho scritto dei suoi ultimi film, in questa sede mi pare tranquillamente trascurabile. Il migliore van Sant (Gerry) in Italia non l'abbiamo visto. Si affaccia al mondo un nuovo maestro, P.T. Anderson, che giustizia vorrebbe fosse con almeno un film (Punch Drunk Love? There will be blood?) in questa classifica. Ma al cuore non si comanda e, anche se il Tempo pronuncerà il suo nome e non quelli della mia classifica è a me che bado, è il mio cuore che sta scrivendo.
La Bigelow che gira un paio di film proprio niente male.
Brain DePalma: un decennio da incorniciare, da Mission to Mars (un film sulla fantascienza, non di fantascienza) a Femme fatale (la teoria più sfrenata a servizio del pubblico). Col controverso Redacted a suggello (Black Dahlia? Mai più visto).

Cos'altro?
Almodovar che diventa un classico. Lucrecia Martel. Alcuni colpi di Kim Ki-duk. Molti stralci sontuosi di Wong Kar-wai. Tutto Tsai Ming-Liang (il suo Good bye Dragon Inn è il primo dei non eletti). Guy Maddin forever. Matthew Barney, se non è troppo sminuente. Tre capolavori di Weerasethakul, il regista che meritava di più dai festival e dalle classifiche critiche (compresa la mia). E tutti i Ruiz possibili.
Lars Von Trier: il grande ricatto del cinema del danese alla fine va pagato. Piaccia o meno LVT è una personalità imprescindibile. Il migliore risultato del suo decennio: Manderlay, paradossalmente il meno considerato, il più misconosciuto, il più maltrattato è in realtà il suo risultato più rigoroso, scomodo e ambiguo. Il culmine dell'arte del regista nel sottrarre allo spettatore comode posizioni morali da assumere.

E il cinema italiano? Troppo se n'è scritto per ribadire la tristezza del nostro panorama medio, ma naturalmente di cose ne abbiamo viste: Corsicato/ Chimera, Olmi/ Il mestiere delle armi. Garrone/ Gomorra. Bellocchio.
Moretti invece merita un discorso a parte: esattamente come Aprile, film che mi apparve mediocre e che il tempo ha posto in altra prospettiva, mettendone in luce tutto il potenziale presagico, anche Il Caimano, con tutti i difetti che ancora gli riconosciamo, finisce per avere lo stesso valore, la stessa forza a posteriori che prescinde dal valore del film, che si fa sintomo e segnale. Anche per questo La stanza del figlio ci continua a sembrare un film di poca rilevanza, lontano com'è dal versante pubblico, rifugiato in un tipo di intimismo che non appartiene all'autore.

In definitiva

1) Mulholland Drive - David Lynch

2) Nightwatching - Peter Greenaway

3) Twentynine Palms - Bruno Dumont

4) Les destinées sentimentales - Olivier Assayas

5) Eternal sunshine of the spotless mind - Michel Gondry

6) I re e la regina - Arnaud Desplechin

7) Femme fatale - Brian De Palma

8) Sotto la sabbia - François Ozon

9) I Tenenbaum - Wes Anderson

10) Manderlay - Lars Von Trier

_________________________________________

Alessandro Baratti

_________________________________________

Luca Baroncini

10

Dieci anni spietati. Un'occasione ghiottissima per ripensare a due lustri di cinema, fare il punto della situazione e ritarare qualche valutazione affrettata o, forse, troppo ponderata. Intanto, anche se l’argomento è stato più volte trattato e tema anche di uno speciale, è interessante capire ancora una volta come nasce il voto, questo numero il più delle volte rappresentativo solo in parte del giudizio che ci sta dietro. Eh sì, perché è un po' come quando si andava a scuola: c'erano i professori con un range di valori molto basso (non più di otto, mai meno di cinque), quelli che tra il cinque e il sei ficcavano una marea di +++ o --- e quelli che invece pensavano che se la scala di valori più utilizzata prevede dieci numeri una ragione deve pur esserci. Io provo a includermi fra questi ultimi, ma alla fine trovo sempre un motivo per aggiungere o togliere e alla fine difficilmente supero l'otto e mezzo e raramente scendo sotto al quattro. Può capitare, ma è più un'eccezione che la regola. Certo, è anche vero che trovare un film che ti convince così tanto da includerlo immediatamente tra i tuoi preferiti di sempre non è così facile, anche perché spesso è il tempo a porre ogni tassello al giusto posto, facendo rientrare i facili entusiasmi così come l'eccessiva severità. Ecco quindi l'opportunità per rimettere le cose al loro posto, anzi, per andarle semplicemente a prendere nel luogo della memoria in cui si sono naturalmente collocate in questi dieci anni.
A questo punto, come estrapolare i dieci titoli più significativi del primo decennio del nuovo millennio? Un valore molto importante, direi determinante, è affidato proprio alla memoria. Ci sono film che a suo tempo colpirono, anche molto, e di cui non ci si ricordano che pochi sbiaditi fotogrammi, mentre alcune sequenze, magari di opere accantonate in tutta fretta, continuano a ronzare in testa nonostante lo scorrere inflessibile del tempo. Tra gli eventi più ingannevoli vi sono i festival cinematografici. È vero che si vive a stretto contatto con la propria passione e in pratica per qualche giorno ci si ciba unicamente di cinema, affinando anche i propri criteri valutativi, ma è anche vero che il più delle volte i giudizi attribuiti risentono del contesto in cui sono inseriti per cui i film vengono valutati, molto spesso inconsciamente ma accade, confrontandoli con gli altri film visti al festival. Il che non può che portare a un giudizio numerico distorto. Ricordo un festival di Venezia di una mestizia tale che quando vidi una commedia francese ben scritta e gradevole gridai intimamente al miracolo, mentre oggi se ripenso al pur apprezzabile “Regine per un giorno” non scomoderei mai un otto. Così come oggi otto pare eccessivo per “Piccoli affari sporchi”, interessante film la cui incisività è però ridimensionata da una seconda visione; anche per l’opera di Stephen Frears si tratta di una sindrome da festival perché si trattava di uno dei pochi film non pretenziosi ed efficaci in Concorso a Venezia e come tale, nel contesto festivaliero, meritava più degli altri. Tra gli otto eccessivi figura anche “Tredici variazioni sul tema”, di Jill Sprecher, di cui non ricordo quasi nulla (ci sarà un motivo, no?) e pure “L’appartamento spagnolo” di Cédric Klapisch necessita di una ridimensionata, ma probabilmente allora avevo bisogno di una commedia un po’ furbetta e ruffiana. Troppo anche otto e mezzo per “Il ritorno” di Andrei Zvyagintsev, Leone d’Oro di qualche anno fa a Venezia, che continuo a difendere come opera ben fatta e molto sensibile nel tratteggiare i personaggi, ma la cui potenza nel tempo ha lasciato tracce meno profonde del previsto. Poi è vero, ogni tanto bisogna sbilanciarsi un po’ e seguire il proprio istinto. Se c’è una materia soggettiva e volubile è proprio la critica cinematografica! In quest’ottica di revisione ci sono anche fenomeni opposti. Non ho amato nessuno dei due “Kill Bill”, ma riconosco che dietro c’è la mano di un folle e geniale regista la cui impronta continua a condizionare la Settima Arte: 6,5 è un po’ poco (non più di 7, comunque!!!). Non avrei mai pensato che un film nato piccolo come “I segreti di Brokeback Mountain”, lontano da strategie di marketing e furbizie, sarebbe diventato un successo di tale portata. E, pur nel divario tra una prima parte di pura emozione, e una seconda di eccessivo accumulo, il film è di quelli che restano, e per me è restato. Tra le ultime vittime della sindrome da festival, c’è anche un ritocco che sono ancora in grado di apportare. Si tratta di “Mr. Nobody” di Jaco van Dormael, visto a Venezia proprio in questa stagione e ancora inedito nelle sale. A sei mesi di distanza quell’uovo cotto da un disoccupato in Sudamerica che incide sul futuro newyorchese del protagonista continua a ronzarmi in testa. E non è l’unica immagine potente del film che ha il difetto di non essere compiuto, e quindi riuscito nel significato più lineare del termine, ma che ha momenti di pura emozione che ti rimangono appiccicati addosso. Se non è cinema questo? Almeno 8, quindi, a “Mr. Nobody”!

Ma veniamo a noi!

Ecco i fatidici dieci:

1) Mulholland Drive perché è un viaggio che si presta a più interpretazioni e ogni visione aggiunge un tassello che rispetta la razionalità ma scava nell’inconscio; tutt’altro che inconcludente e pretenzioso come il successivo INLAND EMPIRE.

2) Mare dentro perché l’umanità messa in scena mi sembra ancora oggi scevra da qualunque tesi; non è solo un film a favore dell’eutanasia, ma soprattutto la storia di un uomo e delle persone che gli gravitano intorno; il tutto messo in scena con un pudore e una sensibilità davvero rari.

3) Ilcastello errante di Howl perché è pura fantasia al servizio di un racconto.

4) Magnolia perché è un film molto potente che ha condizionato l’immaginario degli anni successivi e a distanza di due lustri ho dimenticato l’aria da primo della classe un po’ supponente che ho respirato durante la visione e continuo a portarmi dentro Julianne Moore in farmacia, l’intervista al fallocrate Tom Cruise e, ovviamente, la pioggia di rane.

5) A.I. - Intelligenza Artificiale perché anche se non è completamente riuscito e ha una parte centrale baraccona che funziona poco, continua a farmi struggere sull’inesorabile scorrere del tempo.

6) La pianista perché riesce nel difficile intento di trasformare in immagini un percorso intimo, perché è un pugno nello stomaco ma non è gratuito, perché è uno dei personaggi sgradevoli interpretati da Isabelle Huppert più riusciti.

7) La canzone più triste del mondo perché è follia, creatività, gioco,divertimento, insomma, cinema!

8) Bastardi senza gloria perché è un atto d’amore nei confronti del cinema, sia nelle sue implicazioni narrative, che nella squisita forma con cui riscrive la Storia.

9) Primo amore perché è un’opera raffinata, difficile e riuscita che dimostra il coraggio di un autore che non cede ai condizionamenti e segue il proprio imprescindibile sentire.

10) No man's land perché è vero che non è il finale a determinare la riuscita di un film, ma in questo caso tutto il film concorre a quel terribile finale, capace di generare un vero e proprio corto circuito emotivo.

Ci sono poi anche alcuni film, fuori classifica e in ordine sparso, che vorrei citare, in alcuni casi con specifiche sequenze, perché più volte ricorrenti nei pensieri che si sovrappongono a ritmo frenetico nella quotidianità:

- il suicidio di massa che chiude Glowing Growingdi Horie Kei;

- l’atmosfera di inquietudine che si respira nel rapporto di coppia in Wendigo di Larry Fessenden;

- la follia organica di Harward Man di James Toback;

- il cameo di Bryan Adams in La casa dei matti di Andrei Konchalovsky;

- in Bowling a Columbine di Michael Moore: il riepilogo delle connivenze americane con regimi dittatoriali e sanguinari sulle note di "What a wonderful world", cantata da Louis Armstrong, e il formidabile cartone animato che spiega l’atavica paura che condiziona il popolo americano in ogni sua scelta;

- il viaggio finale in treno di Chihiro e del demone in La città incantata di Hayao Miyazaki;

- alcuni confronti tra le due coppie protagoniste di I giochi dei grandi di John Curran;

- se penso a un horror mi viene subito in mente Alta tensione di Alexandre Aja;

- Meryl Streep che spiega a una stupita Anne Hathaway come è arrivata ad acquistare il suo infeltrito maglioncino ceruleo in Il diavolo veste Prada di David Frankel;

- i costumi e le scelte musicali di Marie Antoinette;

- il nodo alla gola con cui si giunge alla parola fine in Eden Lake;

- il finale struggente di Il curioso caso di Benjamin Button;

- il finale finto ottimistico, in realtà crudele, di 5 x 2 di Francois Ozon;

- il bacio tra le due matrone Catherine Denevue e Fanny Ardant in Otto donne e un mistero di Francois Ozon;

- la compiutezza della sceneggiatura di Gosford Park di Robert Altman;

- l’inganno alla base de Il genio della truffa di Ridley Scott, in cui sono caduto come una pera.

 

e sicuramente tanti altri … alla prossima, quindi …

_________________________________________

Manuel Billi

  Incapace di riassumere l’ultimo decennio in formule inevitabilmente generalizzanti, lascio alla lista (redatta senza una logica che non sia squisitamente estetica e con un solo vincolo : film che hanno avuto una distribuzione italiana) il compito di sintetizzare il mio personale cosa resterà :

1) A.I. Intelligenza artificiale

2) Parla con lei

3) Tropical Malady

4) Dancer in the Dark

5) Mulholland Drive

6) L’Ora di religione

7) La città incantata

8) Se mi lasci ti cancello

9) Il petroliere

10) Angels in America

_________________________________________

MARCO COMPIANI

1) INLAND EMPIRE  - David Lynch

2) Mulholland Drive - David Lynch

3) Public Enemies - Michael Mann

4) The yards - James Gray

5) There will be blood - Paul Thomas Anderson

6) In the mood for love - Wong Kar-Wai

7) Syndromes and a century - Apichatpong Weerasethakul

8) Inglorious Basterds - Quentin Tarantino

9) Dolls - Takeshi Kitano

10) Eternal sunshine of the spotless mind  - Michel Gondry

_________________________________________

Emanuele Di Nicola

Premessa: Un minuto di silenzio per tutti i cineasti che negli ultimi dieci anni non sono arrivati in Italia, a causa di una linea culturale - distributiva che rende ogni classifica inevitabilmente parziale.

1) Mulholland Drive – David Lynch (2001)

2) Je rentre à la maison – Manoel De Oliveira (2001)

3) Three Times – Hou Hsiao Hsien (2005)

4) Che ora è laggiù? – Tsai Ming Liang (2001)

5) Twentynine Palms– Bruno Dumont (2003)

6) Eternal sunshine of a spotless mind – Michel Gondry (2004)

7) Combat d’amour en songe – Raul Ruiz (2000)

8) Exiled– Jhonnie To (2006)

9) Les amants reguliers – Philippe Garrel (2005)

10) Eastern Promises – David Cronenberg (2007)


Menzione speciale:

Drawing Restraint 9 – Matthew Barney (2005)

_________________________________________

Michele Favara

1) Mulholland Drive di David Lynch

2) In the mood for love/2046 di Wong Kar-Wai

3) Million Dollar Baby di Clint Eastwood

5) The new world di Terrence Malick

5) Eternal sunshine of the spotless mind di Michel Gondry

6) Dolls di Takeshi Kitano

7) La città incantata di Hayao Miyazaki

8) Lontano dal paradiso di Todd Haynes

9) The Host di Bong Joon-ho

10)  Racconto di Natale di Arnaud Desplechin

Non posso però non citare altri dieci sguardi, dieci registi che con le loro opere hanno marchiato a fuoco il (mio) decennio. In ordine alfabetico:

Pedro Almodovar

Marco Bellocchio

David Cronenberg

James Gray

Werner Herzog

Michael Mann

Park Chan-wook

Pixar (diversi sguardi sì, ma un’unica prodigiosa factory)

Gus Van Sant

Apichatpong Weerasethakul

 

Il capolavoro incompreso: A. I. – Intelligenza Artificiale di Steven Spielberg

 

Gli invisibili del decennio (almeno in Italia) :

Les destinées sentimentales di Olivier Assayas

Tokyo Sonata di Kiyoshi Kurosawa

_________________________________________

Attilio Palmieri

1) INLAND EMPIRE di David Lynch

2) Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino

3) Non è un paese per vecchi di Joel e Ethan Coen

4) Prova a prendermi di Steven Spielberg 

5) In The Mood for Love di Wong Kar-wai 

6) Segreti di famiglia di Francis Ford Coppola

7) Cous Cous di Adbellatif Kechiche 

8) L'uomo senza passato di Aki Kaurismaki 

9) Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith di George Lucas

10) The New World di Terrence Malick

_________________________________________

Niccolò Rangoni Machiavelli

10 anni (2000-2009), 10 film (e più)

I migliori film  

1) Parla con lei – Pedro Almodovar (Spagna, 2002)           

2) Avatar– James Cameron (U.S.A., 2009)                       

3) Il pianista – Roman Polanski (U.K., 2002)

4) Gangs of New York– Martin Scorsese (U.S.A., 2002)                          

5)INLAND EMPIRE– David Lynch (U.S.A., 2006)                       

6) Gomorra– Matteo Garrone (Italia, 2008)      

7) City of God– Fernando Meirelles (Brasile, 2002)   

8) Espiazione– Joe Wright (U.K., 2007)    

9) L'ultima missione – Olivier Marchal (Francia, 2007)                 

10) Across the universe– Julie Taymor (U.S.A., 2007)

I migliori registi

1) Lars von TrierDancer in the dark/Il grande capo/Antichrist

2) Marco BellocchioBuongiorno, notte/Il regista di matrimoni

3) Pixar (John Lasseter)Alla ricerca di Nemo/Wall E

4) Peter Jackson– Trilogia ‘Il Signore degli anelli

5) Michel GondryL’arte del sogno/Be kind rewind

6) Jason ReitmanThank you for smoking/Tra le nuvole

7) Kathryn BigelowIl mistero dell’acqua/The Hurt locker

8) Sam MendesAmerican Beauty/Era mio padre

9) Steven SpielbergMinority report/Munich

10) Clint EastwoodMystic River/Million dollar baby/Gran Torino

I migliori serial

1) Lost

2) Roma

3) The wire

4) Kings      

5) Dr. House

6) Deadwood

7) Pushing Daisies

8) Cold Case

9) Masters of Horror

10) Mad men

I migliori outsider (sicuri d’averli visti?)

1) Infernal affairs– Andrew Lau/Alan Mak (HK, 2001)

2) Appuntamento a Belleville- Sylvain Chomet (Francia, 2003)

3) Brothers of war– Je-gyu Kang (Corea del Sud, 2004)

4) Samsara– Pan Nalin (Francia, 2001)

5) Memories of murder– Joon-ho Bong (Corea del Sud, 2003)

6) Fearless– Ronny Yu (Cina, 2006)  

7) The guard post– Su-chang Kong (Corea del Sud, 2008)

8) Mirror mask– Dave McKean (U.K., 2005)

9) Intacto– Juan Carlos Fresnadillo (Spagna, 2001)

10) The warlords– Peter Chan (Cina, 2007)

_________________________________________

Giulio Sangiorgio

Trio di premesse:

I) Amo le classifiche, forse perché (potenza dello psicologismo spiccio) sono incapace di redigerle.

II) I dieci film scelti oggi, ovviamente, differiranno da quelli di domani e differiscono dal quotidiano tentativo fallimentare di lista definitiva che mi accompagna da mesi (potenza della drammatizzazione dell'inadeguatezza al compito).

III) I film meritevoli di abitare la mia classifica (potenza del manifesto di intenti per ridurre il campo della scelta) devono indurre lo spettatore, tramite la forma, a riflettere sulla visione, devono avere l'ambizione di ridefinire il suo sguardo sul mondo e sulle possibilità della rappresentazione, devono tendere a risensibilizzare l'occhio anestetizzato dal proliferare irresponsabile di copie e simulacri nella società contemporanea. Un compito di resistenza etica nel territorio in cui, oggi, si gioca tutto: l'immagine. Un compito politico, che non può che essere estetico: seguono 10 film che agiscono sull'atto di vedere, interrogando insistentemente lo sguardo o violentandolo, facendo tabula rasa delle sue abitudini percettive, contrapponendosi per rigore all'immaginario dominante o sposandolo per minarlo dall'interno. 10 film che svolgono funzione di rappresentanza, apici di poetiche e modi di intendere il cinema che si agitano al di sotto o accanto, per somiglianza di famiglia. Soprattutto: più che i film del decennio, i miei film del decennio, senza alcuna pretesa d'oggettività:

1) Le armonie di Werckmeister di Bela Tarr

2) Twentynine Palms di Bruno Dumont

3) Mulholland Drive di David Lynch

4) Goodbye, Dragon Inn di Tsai Ming-Liang

5) Two lovers di James Gray

6) Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino

7) Antichrist di Lars Von Trier

8) Un'altra giovinezza di Francis Ford Coppola

9) Trouble every day di Claire Denis

10) Eternal Sunshine of the spotless mind di Michel Gondry

20 (ovvero come rimediare a una bassa percentuale di mancanze)

Dieci giovani (per dire: under 50) cineasti non citati di cui non potrà fare a meno la mia idea di cinema nel nuovo decennio. Perché, ovviamente, le hanno dato corpo anche in quello passato:

Wes Anderson
Sharunas Bartas
Matteo Garrone
Gaspar Noé
François Ozon
Carlos Reygadas
Albert Serra
M. Night Shyamalan
Apitchapong Weerasethakul
Jia Zhang-Ke

Il cinema, probabilmente (10 maestri che hanno segnato indelebilmente, oltre ai miei occhi, anche questo decennio):

Olivier Assayas
Joel e Ethan Coen
Brian De Palma
Manoel De Oliveira
Phillippe Garrell
Michael Haneke
Hou Hsiao-Hsien
Michael Mann
Alexander Sokurov
Gus Van Sant

_________________________________________

Raffaella Saso

Film del decennio

1) Le invasioni barbariche di Denys Arcand. Una visione della vita, struggente

2) Wall-e di Andrew Stanton. La nuova animazione al suo meglio torna poesia

3) Big fish di Tim Burton. Un’altra visione della vita

4) Il signore degli anelli di Peter Jackson. Nel decennio del fantasy, l’avventura più affascinante

5) Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino. Il miglior Tarantino del decennio, quello irresistibile

6) Il favoloso mondo di Amelie di Jean-Pierre Jeunet. Per fare cinema avere tante idee aiuta

7) Mystic river di Clint Eastwood.È anche il decennio del grande Eastwood, il regista

8) Gomorra di Matteo Garrone. Quando l’Italia sa parlare attraverso il cinema

9) Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry. Una storia d’amore

10) Memento di Christopher Nolan. Il genio e lo stile di Nolan

Tracce sentimentali

(se 10 sono pochi basta aggiungere un elenco “soggettivo”)

Moulin Rouge!di Baz Luhrmann. Un trascinante musical moderno

Match point di Woody Allen. A qualcuno piace noir

Orgoglio e pregiudizio di Joe Wright. Il privilegio del romanticismo richiede vera classe

Espiazione di Joe Wright. Una lama nel cuore

Bowling for Columbine di Michael Moore.Irresistibile

La prima cosa belladi Paolo Virzì.

Il pianista di Roman Polanski.

Black Dahlia di Brian De Palma.

Nuovomondo di Emanuele Crialese.

A History of violence di David Cronenberg.

_________________________________________

Roberto Tallarita

Le liste, si sa, danno le vertigini. E per quanto qualsiasi lista di questo tipo sia meravigliosamente traballante, le scelte rimangono parecchio dolorose. L’unica cosa certa e immutabile è che il film del decennio è Mulholland Drive, opera incredibile che è riuscita (come tutti i grandi film della storia) a spogliarsi dei caratteri esclusivi del culto cinefilo, per imporsi con forza anche nell’immaginario comune. Rispetto al successivo INLAND EMPIRE – assai più estremo e non meno incredibile – MD si merita la selezione proprio per la sua capacità di farsi discorso artistico più ampio, film irripetibile eppure chiave di volta del decennio (e non solo). Stesso discorso (che unisce cuore e (pretesa di) oggettività) va fatto per i due volumi di Kill Bill che portano al culmine il percorso di Tarantino (o almeno una parte sostanziale di questo percorso) e che sono una portentosa enciclopedia del piacere e del gioco cinematico e un riferimento imprescindibile dell’estetica contemporanea (non soltanto cinematografica). Se forse Death Proof (che rompe rumorosamente rispetto a una certa compattezza teorico-pratica del Nostro) è più interessante, Kill Bill è il decennio tarantiniano. Anche Il Petroliere di P. T. Anderson, incontro perfetto di forza visiva, teorica, attoriale e sonora, è apice potente e bellissimo di una filmografia importante (anche se venata qua e là da qualche incertezza). Sono autentiche opere radicali (e purtroppo sottovalutate), invece, quelle di Dumont (Twentynine Palms, frangia estrema della mistica visiva del regista francese) e Von Trier (Dogville). Le altre scelte rispondono ad affetti variegati: il suicidio drammaturgico del grande Charlie Kaufman (Synecdoche, New York); la perfezione postmoderna (postmodernismo in buona fede, checché se ne dica, e gelidamente struggente) di Wong Kar-Wai (In the mood for love) e dei Coen (L’uomo che non c’era); la generosa libertà di Garrell (Les amants reguliers). Eternal Sunshine of the Spotless Mind, in chiusura, è una piccola deroga a una regola implicita (un solo film per un autore), giustificata dal peso specifico di Michel Gondry (è un film di Gondry non soltanto per le invenzioni visive ma anche per l’influenza sullo script: basti confrontare il devastante finale ideato inizialmente da Kaufman – v. qui, sotto la voce Regia – e l’ambiguo e vibrante finale finito nelle sale). E’ anche l’unico film che deroga a un’altra regola, quella di citare il titolo dell’edizione italiana (se c’è). Anche questa deroga è pienamente giustificata.

Questo decennio al cinema è stato anche segnato dai prodigi dell’animazione digitale, elevata dalla Pixar Animation Studios a strumento fantastico per la creazione di meraviglie narrative e portenti commerciali: se ci fosse stato un undicesimo spazio (o se stamattina fossi stato d’umore più buono), nella lista ci sarebbe stato anche Monsters & Co.. Mancano, dolorosamente, due capolavori cruciali: Werckmeister Armóniák di Bela Tarr e Brand Upon the Brain di Guy Maddin (è peccato mortale che non siano in classifica, ma sono già pentito e, per questo, assolto) nonché un’opera fondamentale per l’intera estetica indie-chic che ha spadroneggiato sull’immaginario degli anni zero (non soltanto cinematografico): I Tenenbaum di Wes Anderson. E poi? E poi c’è Femme Fatale di De Palma (che però potrebbe essere stata girato anche dieci anni prima, in misura egualmente perfetta ed egualmente inutile), c’è Olivier Assayas (che ha dato il meglio di sé tra il ’94 e il ’98, ma realizza nel 2001 un’opera ingiustamente sottovalutata in cui usa la sua fantastica macchina da presa su una materia narrativa insolita e gelida: Les Destinées Sentimentales), ci sono le puntuali, altissime conferme di Haneke (Caché, Il nastro bianco, che si meriterebbero subito di stare nella lista) e Haynes (Lontano dal Paradiso) e poi ci sono dieci lunghi di anni di altro meraviglioso cinema: non vorrete mica credere alle classifiche, no?

I 10 Migliori Film del Decennio

1)   Mulholland Drive

2)   Kill Bill

3)   Il Petroliere

4)   Twentynine Palms

5)   Synecdoche, New York

6)   In the mood for love

7)   L’uomo che non c’era

8)   Dogville

9.   Les Amants Réguliers

10. Eternal Sunshine of the Spotless Mind

_________________________________________

DANIELE BELLUCCI

(S)oggettivamente

Soggettivamente

L'italiano del decennio