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(th)RE(a)D DRAGON

Richiami, paralleli e paragoni, nell'analisi dell

Ratner vs Mann

La rammendatrice e lo stilista
ovvero
I vichinghi hanno scoperto l'America prima di Cristoforo Colombo

Nel 1985/86 la DEG di Dino de Laurentiis ha in tasca i diritti sul romanzo di Thomas Harris "Red Dragon". La regia - almeno stando al pettegolezzo - viene proposta a Roman Polanski e David Lynch, che però lo stesso anno e per la stessa casa sforna "Blue Velvet", ma finisce nelle mani di Michael Mann, noto al tempo per essere executive producer di Miami Vice [1] e Crime Story, assai meno per i tre lavori precedenti di regia: "The Jerico Mile" (1979), "Thief" (1981, aka "Violent Streets"), il praticamente sconosciuto "The Keep"[2] (1983).

Più di metà della troupe è italiana, il direttore della fotografia, alla prima esperienza oltreoceano, è Dante Spinotti, destinato originariamente ad altra produzione e che da questo momento diviene assistente fidato di Mann.
Nel 1991 "Il Silenzio degli innocenti". Nel 2001 "Hannibal". Le major si accaparrano i diritti dei romanzi di Harris che DeLaurentiis  cede ben volentieri dopo il flop di Manhunter. Demme e Scott, la stessa generazione di Mann, ben inseriti nel sistema. Antony Hopkins si cuce addosso il personaggio di Hannibal Lecter psicologo psicotico e(d anche) grazie ad un degno contorno di attori/produzione/cartamoneta s'incunea nell'immaginario anni '90 facendola in barba a tutti i serial killers mai apparsi.
2003. Brett Ratner è regista di "Red Dragon", il primo terrificante episodio della saga di Hannibal il raffinato Cannibal. Fotografia di Dante Spinotti.
Perché?

I valori in campo, per chi scrive, sono evidentemente in netto favore di Manhunter, 'na scarpa e na socla si direbbe inpiemontese, una scarpa ed uno zoccolo. Lo stilista Mann, alla radice del fortunatissimo lavoro di Pantone [3] su Miami Vice, usa il romanzo di Harris, se ne appropria amputando e variando. Nella sceneggiatura, attraverso varie stesure, fino alla sala di montaggio (di Dov Hoenig, che lavorava anche nella serie televisiva) ed ancora dopo, per le edizioni in laser disc e DVD region 1 e 2, il lavoro di perfezionamento è continuo. I temi a lui cari del nido famigliare, della sfida con sé stessi e del patto etico infranto divengono tutt'uno con lo scheletro tramico fornito dal testo.
La rammendatrice a questo punto non è altri che Brett Ratner, dietro la macchina da presa per "Traffico di diamanti" (1997), "Rush Hour - Due mine vaganti" (1998),film di lancio di Chris Tucker, "The Family Man" (2000). Se non fosse stato per l'insegna di un casinò "The Red Dragon" in Rush Hour, nulla avrebbe lasciato intravedere quest'ultima fatica.

"Red Dragon" 2003 è la sutura di uno strappo mostratosi tale a posteriori, in virtù di un fenomeno, quello hannibalesco, esploso dopo "Il Silenzio degli Innocenti", per l'evidente carisma d'un personaggio e d'un attore (ridotto a fare sé stesso) inseriti in un film di pregevole fattura e poi elevato a rango di fattore di merchandising in "Hannibal".
Ora quest'ultimo/primo [4], prodotto da Universal, DeLaurentiis e Scott, si assume responsabilità enormi in quanto base su cui cementare, a posteriori, un fenomeno, trittico, che deve autogiustificarsi, non più tanto per essere basato sui romanzi harrisiani del serial killer quanto come "la vita e le imprese di Hannibal Lecter, criminologo, psichiatra e gastronomo efferato", in quest'ottica se il film di Demme ha nel professore un fulcro ed ancor più quello di Scott; come proporre al pubblico - non cinefilo - l'eversivo e deragliante Manhunter?
Molto semplicemente: piace Hannibal/Hopkins, non la struttura di cui è ingranaggio. Buon per Harris, Scott, DeLaurentiis, la Universal, gli spettatori mondiali.
Ratner, a questo punto, con in mano la sceneggiatura (data vincente appena sui cancelli) di Tally, non deve gestire più una patata bollente: una piccola aggiunta di prequel nel prequel con la lotta tra Graham e Lecter, lo stretto nesso con Demme ed un cast di contorno di richiamo formidabile, dal sapore vagamente alternativo [5], un direttore della fotografia di consumata abilità fanno il resto. Un tournage di tutto relax, l'ultima tessera d'un puzzle si sistema da sé.
Dialoghi e primi piani ammorbano "Red Dragon" e lo rendono meccanica ostensione delle previsioni, dalla flebile rete che lo lega ai precedenti "nobili" all'impianto lineare e privo di scosse, monotono e libresco.
E Manhunter?

Spicca per la propria assenza qualunque riferimento all'antenato, tutt'altro che scomodo in quanto relegato ad un ambito da conoscitore, è la ferita dimenticata che in effetti nemmeno ha un Lecter dalla sua: il professore, che compare in una cella dal biancore accecante, è Lektor, il lettore di menti, libri ed interiora, interpretato da Alex Cox, Will Graham è William L. Petersen ("Vivere e morire a Los Angeles", "CSI - Crime Scene Invetsigations"), Jack Crawford è Dennis Farina, Dolarhyde è Dollarhyde è Tom Noonan.
Non c'è nulla da rimuovere, l'impatto di Manhunter sull'immaginario è stato ed è enorme (da X files per dire), ma la sua penetrazione in quanto tutto organico e sintetico quasi nulla: la densità di personaggi ed azione unita alla complessa trama visiva impostata da Mann e da uno Spinotti divino, la capacità sintetica di dettaglio tecnico ed emotivo, il grandioso gioco d'attori (Petersen dopo la lavorazione dovette ossigenarsi i capelli per liberarsi di Graham), tutti questi fattori nulla hanno che vedere con il fenomeno che abbiamo cercato di delineare.
Ratner si limita alla diligenza, quasi non avesse voce in campo, si attiene al minimo indispensabile per far progredire i fatti senza badare alle psicologie e affidandosi a meccanismi e percorsi assodati.

E' pura eresia paragonare la storia d'amore tra Lupo mannaro e Reba (R.D) a quella tra Dente di Fata e la cieca (M.), le sequenze della tigre addormentata, la musica di Elfman drammaticamente sfruttata e le musiche di Michel Rubini e degli Iron Butterfly (la sequenza dell'uccisione di Dollarhyde è ritmata da In a Gadda da Vida), l'esplosione della casa del killer con il fiammeggiante tramonto che accoglie la fine della sofferenza, il rapporto tra Will ed il figlio Josh. Le due differenti impostazioni visive, poi, l'una imperniata sulla riprovisione di canoni estetici l'altra immersa in una costruzione formale in continua evoluzione, radicata nell'e(ste)tica della modernità portata ad incandescenza…
E' il paragone impossibile tra un film seminale e denso [6] opera di un autore complesso e stilizzante e la pezza giustificativa d'un cofanetto in limited edition con la saga di Hannibal: "Red Dragon" spreca le proprie potenzialità nella correttezza e nell'ovvietà del persistente campo/controcampo.
Ricucire una mancanza, annullare uno spazio cinefile (immeritatamente e per disgrazia), Red Dragon arriva ora a far nascere un già vecchio Hannibal, lo abbandona in attesa di Clarice già arrivata dodici anni fa. Will Graham non era nulla e torna alla propria assenza di peso (non c'è la simmetria espiatrice di Manhunter), DeLaurentiis si mette il cuore in pace.
Tutti hanno quello che volevano?


Luigi Garella

[1] Agli affezionati rintracciare l'episodio della serie che ripercorre le vicende di un assassino che agisce su base lunare. Almeno due sequenze sono identiche a quelle in Manhunter.

[2] The Keep, La Fortezza, quasi inedito in Italia, interessante commistione di film bellico e horror, risulta di fondamentale importanza nell'enucleare i temi manniani per eccellenza, cristallizzati in biforcazioni dialettiche ed in una forma di rigore astratto geometrico di certo interesse.

[3] il Pantoneâ è la tirella o "carta colori" che comprende le principali variazioni tintometriche. Usato da architetti e pittori e maestranze come riferimento per la creazione/utilizzo dei colori. Mann, preso l'incarico per Miami Vice passa alcuni mesi a sviluppare un adeguato spettro tonale in cui immergere la serie: i colori pastello, le luci al neon che "saranno" gli anni '80.

[4] Un confronto interessante - o forse un'inutile ripetizione - con la scheda di Star Wars II

[5] Ed Norton è il giovin bravo attore che ha recitato con Brando e De Niro, Ralph Fiennes è il nazista di Schindler's List, l'ustionato paziente inglese, Harvey Keitel è Scorsese quanto Tarantino, Emily Watson le onde del destino, l'europea che non può mancare…

[6] Da indagare sono i rapporti tra Manhunter e Peeping Tom ("L'occhio che uccide") di Michael Powell.


Ratner vs Demme-Scott

Il silenzio degli innocenti ha settato uno standard. Da 11 anni guarda tutti i (SerialKiller)Thriller su un piedistallo da dove è a sua volta guardato, studiato, imitato, copiato. Il silenzio degli innocenti è per il cinema contemporaneo ilThriller. In effetti è un film sostanzialmente perfetto, frutto di un’alchimia magica e irripetibile: una sceneggiatura inattaccabile, personaggi a tutto tondo con attori in stato di grazia che danno loro Vita e un Demme al suo meglio, molto elegante, “forte” ed espressivo ma senza eccessi e che mai si lascia sfuggire le redini del racconto né si fa schiacciare dalle pericolose derive Horror, presenti e/ma latenti; in effetti Il silenzio degli innocenti rimane dal primo all’ultimo minuto un film assolutamente “serio”, perfettamente fruibile da qualunque tipo di pubblico, tranquillamente premiabile alla cerimonia degli Oscar e, dunque, un ottimo exemplum da seguire. In realtà, però, quello che sono riusciti a fare gli epigoni di Demme è sempre stato solo riproporre certe atmosfere “pesanti”, tentare senza successo di (ri)creare cattivoni mitici à laHannibal Lecter, scopiazzare alcuni stilemi nel meccanismo della suspenseo mutuare superficialmente la struttura de Il silenzio degli innocenti, ma senza carpirne i veri segreti; tra questi, il più evidente (e probabilmente comprensivo degli altri) è l’impossibilità di stabilire un registro preciso nel quale inserire il film che, pur essendo un archetipo del Perfetto Thriller Di Successo, ha molti elementi spiazzanti che riescono realmente a inquietare e che rimangono corpi estranei in una confezione extralusso che si becca le 5 statuette più importanti la Notte Degli Oscar... il “deragliamento” arriva quasi subito: Jodie Foster percorre i pochi metri che la separano dal suo primo incontro col Dr. Lecter, è verbalmente (e pesantemente) molestata dai detenuti, poi dalla cella di un onanista le arriva dello sperma in pieno volto. Sperma. Da lì il film si immerge in un certo indefinibile mood che inchioda alla poltroncina in attesa di “qualunque cosa” e che fa seguire la vicenda con un senso di latente ma autentico turbamento del tutto estraneo al cinema hollywoodiano classico, così come esplicitamente estranei sono i riferimenti-cameo dei personaggi-autori “out” Roger Corman e George Romero o le evidenti citazioni (miracolosamente amalgamate col resto) di certo splatter delirante come Non aprite quella porta – Parte 2, richiamato letteralmente nella scena dell’evasione di Hannibal (la maschera-museruola prima e la “faccia di pelle” poi sono le due tappe della trasformazione del Dr. Lecter nel Leatherface di Tobe Hooper).

Hannibal, del più rispettato dei fratelli Scott, spinge decisamente l’acceleratore su questo aspetto gore ed è probabilmente un piccolo gioiello di trash-ridicolo (in?)volontario da consegnare ai posteri. Il dottore cannibale è del tutto privato dell’irresistibile, “titanico” fascino malvagio che lo aveva contraddistinto ed è ridotto a macchietta bidimensionale assetata di sangue; l’ambientazione italiana, la presenza di Giannini ma ancor più della Neri e di Lo Verso riescono a contaminare l’attesissimo sequel con quel senso di “sciatteria” che da sempre ci contraddistingue; fanno il resto scelte di cast da telenovela, come quella di cambiare attrice per un ruolo-personaggio chiave (Clarice Starling non ha più il volto di Jodie Foster ma quello di Julianne Moore), una sceneggiatura semplicemente imbarazzante per inesistenza di progressione drammatica (e dire che ci ha messo le mani pure Mamet), ma soprattutto le apoteosi splatter davvero degne del Deodato o del Lenzi dei tempi migliori. Rimane da chiedersi cosa passasse per la zucca di Scott quando ha pensato di girare con tale dettaglio gli immondi maialoni che sbranano il mostruoso Mason Verger, le budella del commissario Pazzi splatterellate su un marciapiede fiorentino o l’autoantropofagia cerebrale della celebre “ultima (s)cena” del film... in attesa di rispondersi, meglio limitarsi a constatare che Ridley Scott resta un buon tecnico e che Hannibal è comunque girato “bene”, il che non può non aggiungere ulteriore, “perverso” fascino a un film che in qualche modo, nel tempo, non mancherà di subire (strampalate?) rivalutazioni.

Archiviata la curiosa parentesi Hannibal, con Red Dragon la sequela cerca di riappropriarsi delle sue caratteristiche peculiari, quelle che hanno fatto scuola... e non stupisce che il lavoro svolto dall’indefinibile Brett Ratner sia semplicemente, piattamentescolastico. Pura routine. In effetti verrebbe quasi da dire che Red Dragon è l’ennesimo clone de Il silenzio degli innocenti se non fosse che Red Dragon è direttamente collegato a Il silenzio degli innocenti, cosa che, oltre a  porlo in una posizione diversa rispetto ai vari collezionisti di ossa e compagnia brutta, produce un effetto curiosamente straniante. L’archetipo è infatti superficialmente ricreato nella struttura, in alcune scelte registiche e nel décor (la scenografa è addirittura la stessa Kristi Zea [zia Kristy per gli amici]) ma è “letteralmente” riproposto nelle scene in cui compare Hannibal nella sua cella che dialoga con l’investigatore, che sembrano in effetti dei veri e propri out-takes della pellicola di Demme. Il risultato accarezza, francamente, i territori della parodia ed è difficile non “(ri)vedere” in Anthony Hopkins la Linda Blair di Riposseduta, intento/a a riprodurre in chiave comica l’ormai mitico personaggio che l’aveva reso/a celebre. Carino, ma nulla più, il colpo di scena finale che ricollega direttamente Red Dragon a Il silenzio degli innocenti e che innesca l’ipotetico loop di una catena tri-logica che vede, proprio in Red Dragon, il suo anello debolissimo, superfluo e comicamente derivativo. P(i)attume e déja-vu...


Gianluca Pelleschi

FILM(S) vs BOOK(S)

Insolita vicenda quella dell'edizione italiana del romanzo RED DRAGON di Thomas Harris. Pubblicato da Mondadori nel 1984 (negli USA nel 1981) come IL DELITTO DELLA TERZA LUNA (con questo titolo lo lessi all'epoca) e in conseguente tascabile, fu ripubblicato nel 1989 con il titolo DRAGO ROSSO, di nuovo in hard cover nel 1999, in occasione dell'uscita del bestseller HANNIBAL, e infine ancora ne I MITI in versione supereconomica; il romanzo rivede la luce in questi giorni, di nuovo rilegato, con il titolo originale, che è anche quello del film di Ratner. Le strategie di marketing si sono dunque sprecate attorno a quest'opera che, pubblicata in tempi non sospetti, un'epoca in cui nulla lasciava supporre il successo cinematografico che avrebbe arriso ad uno dei suoi personaggi, risulta ancora forte, poderosa, coinvolgente.

Chi ha letto IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI sa benissimo quanto la sceneggiatura che Ted Tally scrisse per il film di Demme fosse riuscita a distillare tutto il meglio di un romanzo particolarmente sapiente nel suo dosare, con potente efficacia, i suoi forti ingredienti . Lo scrittore è molto lontano dall'essere un campione di stile, tutt'altro, ma è certo che la sua scrittura secca ed incisiva, rozza, certo, ma non priva di brucianti soluzioni, è un esempio di utile e solida capacità di coinvolgere il lettore; di tale capacità Harris aveva dato già prova in BLACK SUNDAY e ha una prima esaltante dimostrazione proprio in RD: nel suo prezioso mix di azione e dramma in cui lo scrittore, anche attraverso la descrizione minuziosa e competentissima degli scenari delittuosi (la sua specialità), incolla chi legge al suo implacabile crescendo, in un tangibile ritratto di tensione che lascia senza fiato, nella scelta di personaggi molto ben caratterizzati. Probabilmente ISDI, più raffinato, più costruito, più misurato e con la figura di Hannibal Lecter schizzata perfettamente nella sua luciferina genialità, è e rimane il suo romanzo migliore, ma è certo, d'altro canto, che RD è romanzo più complesso e più vario, più stratificato e non meno ossessivo del suo successore. Anzi.

Ted Tally, autore della perfetta riduzione de ISDI, torna a occuparsi di Harris per questo RED DRAGON. Tale ritorno conferma in maniera inequivocabile che dietro il suo rifiuto di metter mano alla sceneggiatura di HANNIBAL (motivato con la perfetta riuscita de ISDI - Why should we compete with ourselves? - e la volontà di non ripetersi e cimentarsi invece con qualcosa di completamente nuovo) vi erano altre ragioni. Prima fra tutte la mediocrità del terzo capitolo della trilogia in cui, come la stessa Foster aveva sottolineato, si verificava un vero e proprio betrayal of the characters. La sceneggiatura sarebbe stata poi affidata a Mamet ma De Laurentiis, non soddisfatto, decise di farla rimaneggiare dallo strapagato Zaillian. Mossa accorta e condivisibile quella di Tally: HANNIBAL (per questo rimando alla mia recensione del film) risultava un libro completamente sbagliato, per quanto vendutissimo: persino lo scrittore Martin Amis (autore dei funambolici e geniali TERRITORI LONDINESI e MONEY), noto ammiratore dei primi due capitoli, in un articolo pubblicato dal mensile TALK, lo stroncava senza appello (Appassionato di Harris da molto tempo, sono arrivato alla fine del libro con molti sospiri di noia, molto ciondolare del capo e molta fatica a tenere aperti gli occhi, e sventolandomi di frequente per il caldo). HANNIBAL dimostrava che la figura dello psichiatra cannibale, il Camus del massacro (tanto per ricitare Amis), funzionava perfettamente come deuteragonista, figura secondaria ma cardinale, descritta per ellissi, enigmatica e magistralmente accennata. In HANNIBAL questo lavoro di fino viene smantellato brutalmente: Harris, per forza di soldi, promuove Lecter protagonista e impone brutalmente al lettore un tour de force di spiegazioni e descrizioni andando addirittura a scavare (tabù!) nell'infanzia del folle psichiatra, alla ricerca delle ragioni della sua mania antropofaga, umanizzandolo e svuotandolo di ogni diabolica attrattiva. Il risultato: un disastro.

Tally, operando su RD, romanzo meno lineare del successore, cerca di nuovo di sintetizzare, senza tradire, i motivi portanti dell'opera di Harris ma stavolta - anche per demerito di un regista, Ratner, che si muove piattamente senza un azzardo né un guizzo - non risulta altrettanto efficace. Per quanto il romanzo fosse preesistente al grandissimo successo che ha consacrato Hannibal re del male e campione di crudeltà, in qualche modo il boom è presente nel film e detta le sue (monetarie) leggi. Posto che nel libro il cannibale è una comparsa, personaggio più evocato che presente (i protagonisti sono Will Graham e Francis Dolarhyde) e stante la necessità di ricondurvi l'immagine principe della pellicola (il volto di Hannibal è il logo del film), i suoi interventi vengono inevitabilmente enfatizzati e dilatati (nel romanzo l'incontro carcerario tra Graham e Lecter è uno soltanto, qui diventano tre). L'infelice prologo, ad esempio, è un ovvio e piuttosto stiracchiato inchino alle ragioni della massa ed espone in maniera pedissequa quello che nel romanzo invece è finemente alluso (l'indagine che portò al contatto di Graham e Lecter e la cattura del folle psichiatra); senza il peso degli allori mietuti ai botteghini ci sarebbe stato? Ne dubito: ISDI (il film) funzionava anche perché Lecter conservava le poche, felicissime battute scritte da Harris e l'equilibrio del romanzo veniva restituito senza banali forzature: la penna di Tally, di gran parsimonia in fatto di effett(acc)i e rielaborazioni, non avrebbe mai intaccato uno dei motivi più peculiari dei due romanzi (in entrambi Hannibal è già in carcere e sui suoi delitti si è posata la polvere della leggenda) e quel prologo non l'avrebbe mai vergato se non fosse stata costretto dalle inevitabili pressioni produttive.

Ma è a Will Graham che il film fa il servizio peggiore: quella che nel libro è una figura sfaccettata e problematica si riduce a tipetto piuttosto anodino e privo di qualsiasi carattere. Tutto il tormento del personaggio evapora (Graham è stato anche ricoverato in una clinica psichiatrica), la tensione nel rapporto con la moglie e col figliastro (che qui diventa figlio) viene elusa, la sua capacità di immedesimazione con gli assassini - la caratteristica principe che lo rende insuperabile nelle indagini più complesse e che è alla base del suo malessere - qui viene sciattamente resa attraverso alcuni riferimenti e dettagli semplicistici e banali. Lo stesso specularismo tra Will e Hannibal Lecter, il loro essere facce di una stessa medaglia (Lecter: "Il motivo per cui mi hai preso è che noi due siamo uguali" anche se nel film Hopkins dice "quasi uguali", sfumatura di non poco conto e moralmente compromissoria) è l'espressione più evidente di uno dei temi centrali dell'opera di Harris: la natura duplice dell'Uomo, il suo covare Bene e Male, il perenne oscillare tra un polo Positivo e uno Negativo. Non va dimenticato che sia il serial killer di RD che quello di ISDI danno sfogo alla loro pulsione omicida nel delirio di una follia che li vede creature in trasfigurante divenire, esseri in stato transitorio in attesa di una sublimante trasformazione. RD inizia non a caso con un'impressionante doppia citazione di Blake. La prima è tratta da "Canti d'innocenza":
... Perché la grazia ha cuore umano,
Volto umano la pietà,
E l'amore, umana forma divina,
E veste umana, la pace.

La seconda è postuma e rinvenuta tra le tavole dei "Canti d'esperienza":
La crudeltà ha cuore umano
E volto umano la gelosia,
Il terrore, umana forma divina,
E veste umana, il mistero.

Su queste parole, che solo a una lettura superficiale possono apparire l'espressione di un'artistica schizofrenia, non credo occorra commento ulteriore.

Un po' meglio Tally e Ratner si comportano col maniaco Dolarhyde: il serial killer è inquietante quanto basta, i traumi che ne segnarono la psiche sono accennati velocemente con un flashback sonoro (nel romanzo la narrazione dell'infanzia di Lupo Mannaro fa parte a sé e ne appesantisce non poco il ritmo, dimostrazione evidente della capacità di Harris di muoversi molto meglio nelle strettoie del non detto - e con HANNIBAL, per l'appunto, cascherà l'asino -) ma male vengono suggerite le ragioni del culto del Drago Rosso e mal esplicato è il rapporto dittatoriale che questa figura, nella quale Dolarhyde si sdoppia, esercita sulla sua parte più umana (cosa non da poco per un film che si intitola Red Dragon). Per il resto Tally si limita a un compitino corretto non sfruttando a fondo uno dei passaggi più affascinanti del libro (il killer prima di uccidere le sue vittime fa fuori l'animale domestico: Will Graham immedesimandosi da par suo con Dolarhyde fa del giornalista Lounds un'esca e dopo l'intervista che dovrebbe provocare il maniaco, posando con lui nella foto che il Tattler avrebbe messo in prima pagina, gli poggia platealmente una mano sulla spalla. Nel suo letto di morte il giornalista dirà: "Graham mi ha fregato. Mi ha messo la mano addosso in quella foto come se fossi il suo cane") e agendo con l'automatico del mestiere e senza grossa inventiva su altre fasi. Il doppio finale è rispettato anche se l'epilogo nel film ha una dinamica diversa: Tally ci mette di suo l'espediente che consente a Graham di liberare il figlio dalle grinfie del maniaco (fa leva sui suoi traumi infantili). In definitiva, probabilmente anche per la differenza tra i due romanzi (RD e ISDI), lo sceneggiatore stavolta, nella sua ansia stilizzatrice, finisce col tirar via molti passaggi e, in un film che offre solo trama e attori e pochissimi sprazzi di cinema (l'operazione Mann, tanto per tornare ai paralleli, puntava da tutt'altra parte), è elemento che contribuisce in modo decisivo alla gracilità dell'esito finale.


Luca Pacilio