Nike Air Max Hyperfuse 2016 Nike Air Max 95 360 2016 Nike Air Max Zero 2016 Nike Roshe Run 2014 Commemorative 2016 Nike Roshe Run Dyn FW QS 2016

 

PETER GREENAWAY: UNA VITA IN 92 VALIGIE

Il progetto The Tulse Luper Suitcase presentato a

The Moab Story: The Film n. 1

Pensate alla quantità di immagini che sono state prodotte durante quest'ultima ora... Sarà stato prodotto un quantitativo di immagini superiore a tutte quelle manufatte nel XVI, XVII e XVIII secolo messi assieme... Dagli Stati Uniti alla Cina... Pensate a quante immagini vengono create ogni qualvolta si accende una videocamera, 24  al secondo... Ma abbiamo perso la capacità di capirle... Capire come sono create, capire come recepirle e questo a causa di una cultura che ha il suo fondamento sulla realtà testuale. Quello dell'alfabetizzazione all'immagine è un problema importante...  Nelle università inglesi ci sono sessioni di filmwriting... Perché questo? Ci dovrebbero essere filmmaker sessions... Sarò reazionario ma penso che nessun giovane cineasta agli inizi dovrebbe avere il permesso di usare  una macchina da presa o una videocamera senza avere prima frequentato tre anni di una scuola d'arte...

Non so quali siano i progetti futuri di Tarantino, Oliver Stone o  Moretti ma sono sicuro che continueranno ad illustrare testi e a proporre prodotti assolutamente tediosi.


Peter Greenaway

La presenza di Peter Greenaway a Torino è legata a due ragioni fondamentali. La ricerca di location per il suo progetto, ormai quasi leggendario, The Tulse Luper Suitcases, che pare finalmente giunto al passo decisivo delle riprese, dopo due anni di voci incontrollate, e che vedrà anche Torino come scenario, e la presentazione del libro Tulse Luper in Turin.
In una lezione affollata, di fronte agli studenti del DAMS, Greenaway non rinuncia alle sue proverbiali provocazioni annunciando la morte del cinema, facendola risalire al 30 settembre 1983 quando comparve, nei salotti di tutte le case del mondo, il telecomando che ha introdotto, sull'inerzia del mezzo televisivo, la possibilità concreta di praticare delle scelte che interferiscono con la sua passività; un'interattività, questa, che ha determinato una rivoluzione tuttora in atto e che investe inevitabilmente lo stesso cinema. Viene in mente una famosa dichiarazione del regista, "Come la fotografia ha liberato la pittura, così la televisione potrebbe liberare il cinema": quando nacque la fotografia si pensò che essa avrebbe reso la pittura obsoleta e superata ma in realtà ne decretò il trionfo visto che, una volta affrancata dall'esigenza di rappresentare il vero (la fotografia ci riusciva in maniera molto più efficace), la pittura si affermò nelle forme astratte e non figurative, con un linguaggio che si fondava sulla composizione, la trama, i colori. Allo stesso modo, con la televisione, si libererebbe il cinema dall'esigenza di rappresentare il vero (si pensi a programmi di successo quali i reality show o le soap opera) e gli si consentirebbe di svilupparsi autonomamente. Un'utopia? Forse, ma è su questi sogni e queste utopie, su queste provocazioni e questi magnifici deliri che Peter Greenaway ha fondato la sua eccitante produzione artistica che non si esaurisce certo con il cinema ma che investe tutti i campi dell'arte in quanto tale. Adesso, con The Tulse Luper Suitcases afferma di voler realizzare il primo capolavoro dell'era digitale ("Sono arrogante? Che fai a fare l'artista se non sei arrogante?")

Il film: The Tulse Luper Suitcases

The Tulse Luper Suitcases è la storia di un uomo, una sorta di alter ego del regista, collezionista di valigie, di memorie, di posti, di storie, uno scrittore-archeologo alla ricerca di popoli dimenticati e civiltà perdute.  Ognuna delle sue valigie è un pezzo della sua esistenza, rappresentazioni in miniatura di un aspetto della sua personalità. Egli dissemina queste valigie in tutto il mondo e la sua biografia viene ricostruita attraverso il loro contenuto: carcerato "professionista", la sua storia è anche quella delle prigioni nelle quali viene recluso, prigioni effettive e metaforiche dalle quali riesce sempre a far uscire le fantomatiche valigie (Forse siamo tutti prigionieri di qualcosa: l'amore, i soldi, il sesso, la fama, le credenze religiose, il potere, l'ambizione, l'avidità, i debiti, un lavoro, un giardino, un cane, gli orari dei treni, un'ipoteca o anche solo il conto del droghiere. Di conseguenza molte prigioni non hanno finestre con le sbarre o una porta chiusa a chiave). Avendo sempre ritenuto i 120 minuti, la canonica durata di un lungometraggio, un limite, un tempo troppo breve, soprattutto per progetti più complessi, e avendo desiderio di  espandere questo lasso temporale e ampliarlo, Greenaway con TLS si propone di fare un film di 8 ore: un obiettivo del genere, un suicidio finanziario se proposto in un'unica soluzione, verrà realizzato sotto forma di trilogia o tetralogia, accompagnando il lavoro in celluloide a una serie di iniziative parallele:  saranno realizzati  5 DVD interattivi, dei cd rom, altri siti web - oltre quello ufficiale, già creato e operativo -, serie televisive e una marea di libri. Il dispiego di tutte queste diverse forme espressive deve condurre all'obiettivo di salutare il cinema, così come lo conosciamo oggi, e di dare un benvenuto ai nuovi linguaggi della tecnologia. Le vicende del protagonista si sviluppano in un arco temporale che va dal 1928 al 1989;  l'uranio, elemento che ha caratterizzato il ventesimo secolo e le sue paure (il 1928 è l'anno in cui l'uranio entra nella tavola degli elementi e il 1989 quello in cui il muro di Berlino crolla) è l'elemento attorno al quale ruotano le vicende. L'inizio e la fine del ciclo saranno sanciti da due deserti: quello del Colorado (in cui l'uranio fu scoperto) e quello della Manciuria. Greenaway avendo sempre visto nell'impostazione meramente cronologica  un mezzo troppo abusato di organizzazione del materiale narrativo, ha introdotto nei suoi film mezzi diversi per esporre gli eventi: l'alfabeto (A Zed and Two Noughts per esempio), i colori e i numeri, soprattutto. Il numero chiave sul quale si fonderà TLS è il 92, il numero atomico dell'uranio: 92 personaggi, 92 eventi chiave e 92 valigie. Ma non finisce qui; prendiamo una sola di queste valigie (la numero 46), in essa vi sono 92 lingotti d'oro che sono stati rubati dal terzo Reich ad ebrei deportati; di ciascuno di questi lingotti viene rintracciata l'origine. Per esempio uno di questi lingotti è stato ottenuto dalla fusione dell'anello nuziale di una giovane sposa ebrea o dai preziosi di un ebreo di Amsterdam etc.: ebbene, ognuno di questi lingotti può rappresentare un singolo lungometraggio, una cellula filmica autonoma. Ciascuna delle valigie è in qualche modo un progetto parallelo al film: sulla valigia numero 46 è stato già fatto un allestimento teatrale intitolato Gold - 92 Bars in a crashed car, si va preparando un'opera sulla valigia numero 23, con la televisione giapponese si discute di una soap opera sulla valigia 36, il museo Guggenheim a Bilbao sta preparando una mostra sulla valigia 41 etc. Le 92 valigie sono state in mostra a Milano nel corso dell'allestimento di due anni fa, Wash & Travel.  Queste valigie, potenti metafore contemporanee, in un'era che vede grandi sommovimenti di massa, contengono sogni, ambizioni, ciò che ci nascondiamo, tutto ciò che è importante o di peso e il loro contenuto determinerà sempre, all'interno del film, un'esiziale svolta narrativa. Sul grande schermo non si perderà tempo a fare o disfare queste valigie dal momento che ciò sarà più facilmente praticabile sul dvd o su internet o sul cd rom e attraverso questi supporti tutti gli articoli contenuti in ciascuna valigia saranno estratti, catalogati, studiati.

IL CAST DEL FILM

Molto si è detto e ancora molto si dirà dello sterminato cast del film.  Oltre  a quello di Tulse Luper, interpretato da J.J. Feild, ci sono almeno altri 92 ruoli da ricoprire. Questi i nomi fatti da quando si discute del progetto (stanti le continue smentite e le nuove aggiunte, tale elenco, come tutti quelli del Maestro, va preso con beneficio di inventario):
Victoria Abril, Ernesto Alterio, Imanol Arias, Pilar López de Ayala, Fairuza Balk, Raymond J. Barry, Kathy Bates, Toni Bertorelli, Lothaire Blutheau, Javier Bardem, Barbora Bobulova, Mark Boone Jr, Hugh Bonneville, Miguel Bosé, Jeff Bridges, Rosalinda Celentano, Valentina Cervi, Roberto Citran, Penelope Cruz, Caroline Dhavernas, Juan Echanove, Carmen Elías, Sabrina Ferilli, Dawn French, Morgan Freeman, Vincent Gallo, Bruno Ganz, Claudia Gerini, Remo Girone, Richard Griffiths, Francesco Guzzo, Deborah Harry, William Hurt, Sabrina Impacciatore, Celia Imrie, Don Johnson, Charo López, Madonna, Laia Marull, Jordi Mollà, Ewan Mc Gregor, Nick Moran, Anson Mount, Nick Nolte, Ornella Muti, Gary Oldman, Lena Olin, Mercedes Ortega, Rossy de Palma, Marisa Paredes, Amanda Plummer, Franka Potente, Josep Maria Pou, Juanjo Puigcorbé, Molly Ringwald, Vincent de Rooster, Isabella Rossellini, Keram Malicki-Sánchez, Sting, David Thewlis, Naim Thomas, Kristin Scott Thomas, Kevin Tighe, Ana Torrent e Zoe Wanamaker.

IL LIBRO: TULSE LUPER IN TURIN

Tulse Luper in Turin è più di un semplice libro, è un oggetto artistico riprodotto in 460 esemplari, firmato da Greenaway che aggiunge a ciascuna copia dei segni peculiari. Viene assemblato solo ed esclusivamente su prenotazione e contiene la sceneggiatura della sezione torinese del film The Tulse Luper Suitcases. Consta di 146 pagine ricche di illustrazioni, collage, quadri, mappe antiche della città e altro materiale iconografico; è rilegato a mano, foderato con copertina in pelle e racchiuso in un raffinato contenitore.
I 92 disegni originali della Mole Antonelliana contenuti nel libro sono in mostra nello spazio espositivo VoluminA & Co. di Piazza Vittorio Veneto a Torino. L'associazione VoluminA & Co., coordinata da Domenico De Gaetano e Alessandro Amaducci e il cui presidente onorario è lo stesso Peter Greenaway, con Tulse Luper in Turin propone il primo di una serie di eventi artistici di vasta risonanza internazionale. Il prossimo, una performance di musica dal vivo con proiezioni video, si intitolerà Sounscape.

LA NOSTRA INTERVISTA A PETER GREENAWAY

Nel panorama cinematografico mondiale lei appare come un caso pressocché unico: un artista che cerca di superare i canoni nei quali l'esperienza della fruizione cinematografica pare cristallizzata, tentando di scardinare quelli che sembrano dogmi indiscutibili. Vede altri cineasti raccogliere questa sfida?

Se parlassimo di una vicinanza di temi e atmosfere vi potrei fare i nomi di Lynch, Cronenberg...

Ruiz ad esempio?

Sì, anche, ma non vedo nessuno che vada nella mia stessa direzione perché nessuno come me è interessato e lavora alla struttura del cinema.


Allestimenti come LA COSMOLOGIA DI PIAZZA DEL POPOLO a Roma, BOLOGNA TOWERS, FLYING OVER THE WATER a Barcellona etc. le considera esperienze cinematografiche in senso lato?

Penso che siano forme non sfruttabili dal cinema per quanto ne utilizzino strumenti propri... Pensare di inserire queste esperienze nell'ambito del cinema è una perdita di tempo in quanto questo finisce per usare forme narrative e storie psicologiche, le solite cose cui siamo abituati e noi vogliamo qualcosa di nuovo...  Comunque quel linguaggio di per sé è affascinante.

A tal proposito lei dice che un cinema siffatto non ha senso...

- Stamattina, agli studenti ho detto che il cinema è morto... Adesso dico una cosa che potrà apparire in contraddizione con questa affermazione. Il cinema  in quanto cinema non è mai stato, non è mai esistito. Quello che abbiamo visto per 107 anni è stato semplicemente un susseguirsi di testi illustrati. 107 anni di testo illustrato non fanno il cinema. Io non voglio essere un illustratore, voglio essere il creatore originale del mio lavoro. Tutti coloro che fanno film, si chiamino Scorsese o Godard, sanno che il punto di partenza di un film è un testo scritto... Questo per le esigenze finanziarie di un sistema che prevede che si vada da un produttore presentandogli un testo scritto sul quale egli possa basare la propria valutazione... Non si può andare da un produttore presentandogli dei disegni o delle immagini... Ma questa è stata la nostra formazione, una formazione prettamente testuale che prevede appunto l'interpretazione e la gestione del testo ed è questo l'unico approccio che consente di creare fiducia su un progetto. Avere occhi non significa saper vedere e quando dico che abbiamo avuto 107 anni di testo illustrato dico che l'immagine è servita soltanto a rappresentare il testo stesso, assumendo all'interno dell'opera un'importanza secondaria... Emma Thompson che propone l'ennesimo adattamento da Jane Austen... Casi come questo rappresentano il 99% dei prodotti che vediamo nelle sale. Io ritengo, invece, che ciascun medium debba restare fedele alle proprie caratteristiche intrinseche... In questo senso vedo nel cinema un medium imbastardito. Sono pochissimi i film che rispettano la priorità dell'immagine rispetto al testo. La letteratura deve prendersi cura di se stessa, è con noi da tantissimo tempo... Perché deve essere così avida da appropriarsi di altri media? Alla luce di questo negli ultimi dieci anni ho cercato di creare progetti che seguissero un percorso preciso che mettesse in evidenza tale contraddizione, ho cercato di creare un dibattito centrato sul rapporto testo\immagine. C'è una famosa affermazione di Derrida che dice: "L'immagine ha sempre l'ultima parola". Del resto se torniamo alle origini del testo, alla preistoria, la sua prima espressione è stata attraverso immagini...

Molti suoi film sono esempi celebrati di perfetta armonia tra musica e immagini. Come giudica la forma dei videoclip? Ne girerebbe uno?

Nei miei lavori sono state spesso presenti espressioni di questo tipo. Non sono interessato a girare un videoclip commerciale musicale: voglio scegliere la mia musica. Se poi mi chiedete se è una forma espressiva valida e interessante, sì certamente lo è.

A proposito di musica, ha già scelto la collaborazione per TULSE LUPER?

Si tratta di un musicista sloveno, di Lubjana, Borut Krzisnik, di cui certamente non avete sentito parlare. Vi assicuro che è un compositore straordinario.

THE TULSE LUPER SUITCASES è un progetto cullato da anni e un sogno che si realizza. Non ritiene che sia un film-limite, una sorta di punto di non ritorno? Ovvero: dopo la realizzazione di questo film c'è ancora spazio per un'opera ancora più ambiziosa? Abbiamo sentito parlare di un film intitolato THE HISTORIANS. E' effettivamente in progetto? Di cosa parla?

- (sorride) Sì, questo progetto esiste. Dopo la titanica impresa di TULSE LUPER, una trilogia o tetralogia (ancora non si sa) che mi impegnerà almeno tre anni, sarà il momento di intraprendere qualcosa di ancora più grandioso, appunto THE HISTORIANS, un progetto che si basa sulla mia convinzione che non esiste la Storia, esistono solo gli storici. In inglese la parola history può essere scomposta in his-story(la storia di lui) o, perché no? her-story... insomma voglio dire che ci sono modi diversi di raccontare qualcosa, a seconda di chi lo fa, e quindi intendo analizzare tanti percorsi narrativi in modo da esporre la narrazione individuale della Storia. E non ci sarà successione cronologica di eventi ma tantissimi eventi presentati in  apparente disordine e con modalità differenti, versioni diverse di stessi eventi... Posso immaginare la versione italiana, quella francese, quella veneziana, quella piemontese etc... Un progetto ambizioso che prima dell'era digitale avrebbe avuto molte difficoltà ma che oggi, grazie alle innovazioni tecnologiche, diventa possibile.

Quando prevede di concludere le riprese di TLS?

Le riprese cominceranno il 13 giugno a Barcellona, in ottobre saremo a Torino e prevedo di concludere il girato a giugno dell'anno prossimo.

Un ricordo di Sacha Vierny.

Una perdita molto triste avvenuta nel maggio dell'anno scorso. Abbiamo lavorato insieme per molti anni dai tempi de LO ZOO DI VENERE.

Molti suoi film, THE BABY OF MACON ad esempio, dopo un iniziale insuccesso critico sono stati oggetto di grande rivalutazione. Che rapporto ha con la critica?

L'importante è che i critici parlino dei miei film e che il pubblico venga a conoscenza del mio lavoro, del resto sappiamo tutti che i critici recensiscono se stessi.

Uno degli aspetti più sottovalutati dei suoi film è quello umoristico. Non ritiene che dietro l'insuccesso critico di un film come 8 DONNE E 1\2 ci sia anche la mancata percezione dell'ironia che pervade quella come altre sue pellicole?

- (sogghigna) Vedete, vengo dalla stessa terra dei Monty Python. C'è molto umorismo nei miei film. Certo un umorismo molto nero che è difficile da mandare giù. 8 donne e 1\2, avete ragione, era per me una commedia umoristica sulla sessualità dell'uomo.

Si parla di una sua regia teatrale del Rigoletto. E' vero?

Effettivamente ci sono state delle voci in proposito, per una rappresentazione del Rigoletto a Palermo (noi avevamo letto Macerata, NdR) ma non c'è niente di vero ... Non ho nulla da dire a Giuseppe Verdi.

Luca   Pacilio