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IL GUSTO DEGLI ALTRI 2016

{secondo tempo }

Monte Hellman
(regista)

Bota - Iris Elezi, Thomas Logoreci

Listen to Me Marlon - Stevan Riley

Ex Machina - Alex Garland


Jonathan Rosenbaum
(critico)

in ordine alfabetico

The Assassin - Hou Hisao Hsien
Cemetery of Splendour - Apichatpong Weerasethakul
Death of Louis XIV ( La Mort de Louis XIV ) - Albert Serra
Ex Machina - Alex Garland
Hell or High Water -  David Mackenzie
Horse Money (Cavalo Dinheiro) - Pedro Costa
I, Dalio (or the Rules of the Game) - Mark Rappaport
Jauja - Lisandro Alonso
Journey to the West -  Stephen Chow, Chi-kin Kwok
Moana with Sound  - Robert Flaherty, Frances Flaherty and Monica Flaherty
Paterson - Jim Jarmusch
Son of Saul -  László Nemes
Stray Dogs - Tsai Ming-liang
The Thoughts That Once We Had - Thom Andersen
Toni Erdmann - Maren Ade


Luigi Locatelli
(Nuovo Cinema Locatelli)

Visti in sala e ai festival

Elle - Paul Verhoeven
Commedia nerissima di un Verhoeven tornato ai suoi massimi. Il film più spiazzante e inatteso di Cannes 2016.

The Sky Trembles and The Earth Is Afraid and the Two Eyes Are Not Brothers - Ben Rivers
Titolo meraviglioso (da Paul Bowles). E film che racconta come nessuno la relazione ambigua, tra attrazione e paura, Occidente-Islam.

I tempi felici verranno presto -Alessandro Comodin
Cinema italiano e, insieme, cinema apolide oltre ogni possibile frontiera. Comodin incrocia con inaudito coraggio documentarismo e fantastico consegnandoci un frammento di futuro.

Sieranevada - Cristi Puiu
Una macchina da presa-periscopio spia un interno/inferno familiare. Virtuosistico. Dalla Romania una lezione di cinema.

Le mille e una notte 2 – Il desolato - Miguel Gomes
Un monumento al cinema che verrà. Il vertice della trilogia di Gomes.

Le fils de Joseph - Eugène Green
Un film che non somiglia a nessun altro e che è solo di Green: ormai un maestro.

Kaili Blues (Lu Bian Ye Can) - Gan Bi
Un ventenne cinese si inventa il più vertiginoso piano sequenza degli ultimi anni. Puro stalking con la mcchina da presa.

Quand on a 17 ans - André Téchiné
Ci voleva l’ultrasettantenne Téchiné per realizzare un film gay finalmente senza smancerie e correttismi militanti.

Ti guardo - Lorenzo Vigas
Il leone d’oro meno amato di questa decade è anche il più meritato.

Playtime - Jacques Tati
Il meglio del cinema ritrovato. La dissoluzione della modernità nello sguardo impassibile di Tati. Capolavoro inaudito.

La mort de Louis XIV - Albert Serra
Difficile voler bene all’antipatico Serra, e però  bisogna ammettere che con questa cronaca della fine di Luigi XIV ha realizzato qualcosa che resterà.

L’avenir - Mia Hansen-Løve
Hansen-Løve si libera finalmente dei suoi radicalscicchismi parigini e diventa autrice vera.


Sangue del mio sangue - Marco Bellocchio

Non essere cattivo - Claudio Caligari

Under Electric Clouds - Aleksej German jr.

A Blast - SyllasTzoumerkas

Boi Neon - Gabriel Mascaro

Montanha  - João  Salaviza

Cemetery of Splendour -  Apichatpong Weerasethakul

The Assassin - Hou Hsiao Hsien)

L'aquarium et la nation  - Jean- Marie Straub

The Neon Demon - Nicolas Winding Refn


Rael Montecucco
(Gli Sbandati)

Ad ogni film della classifica ho associato una canzone che per me ne può incarnare lo spirito

The Neon Demon - Nicolas Winding Refn
No More Parties in L.A. - Kanye West

Anomalisa - Charlie Kaufman
Men Just Want to Have Fun - …  Cindy Lauper

The Witch - Robert Eggers
The Twisted Nails of Faith - Cradle of filth

Tangerine - Sean S. Baker
The Night is Still Young  - Nicki Minaj

Love - Gaspard Noé
Every You Every Me - Placebo

Il figlio di Saul - László Nemes
Easy/Lucky/Free - Bright Eyes

The Wailing - Hong-jin Na
The Downward Spiral - Nine Inch Nails

45 anni - Andrew Haigh
Nobody Wants to Be Here and Nobody Wants to Leave - The Twilight Sad

Baskin - Can Evrenol
Surprise! You're dead! - Faith No More

The Diary of a Teenage Girl - Marielle Heller
Paradise Circus  - Massive Attack


Marco Santarelli
(regista)

Non essere cattivo - Claudio Caligari

Creed - Ryan Coogler

Figlio di Saul - László Nemes

Oleg y las raras artes - Andrès Duque

Veloce come il vento - Matteo Rovere


Ferdinando Cito Filomarino
(regista)

Cemetery of Splendour - Apichatpong Weerasethakul

The Assassin - Hou Hsiao-Hsien

Zootopia - Byron Howard, Rich Moore, Jared Bush

The Hateful Eight - Quentin Tarantino

Lo and Behold - Werner Herzog

Midnight Special - Jeff Nichols

The Visit - M. Night Shyamalan

Creed - Ryan Coogler

Elle - Paul Verhoeven (sulla fiducia)

Dog Eat Dog  - Paul Schrader (sulla fiducia)


Alberto Libera
(Lo specchio scuro)

in rigoroso ordine sparso

I miei giorni più belli - Arnaud Desplechin
Nessun film si era mai avvicinato tanto alla Sylvie di Nerval. Dove il ricordo – come ha scritto Umberto Eco – non può che essere un proustiano effetto-nebbia.

Le mille e una notte - Arabian Nights - Miguel Gomes
Le fiabe – sostiene Gianni Celati - «sono racconti da abitare come una casa, racconti che sono stati abitati fin dalla preistoria […] sono una forma naturale del linguaggio, perché appartengono alla nostra storia naturale.» Modelli universali di narrazione, capaci di raccontare qualunque presente. Il vero Cunto de li cunti.

Ave, Cesare! - Joel e Ethan Coen
Più che il sequel spirituale di Barton Fink, il controcanto di Mr. Hula Hoop. Perché il neoliberismo è un circolo vizioso dove, parafrasando Žižek, non si distinguono più farsa e tragedia.

Chi-raq - Spike Lee
Il B-Side di Clockers. L'adattamento di una commedia del 411 a.C. per raccontare la violenza del Southside della Chicago di oggi con il flow di un album gangsta rap della East Coast degli anni Novanta.

Neruda - Pablo Larraín
Tra Borges e Jacques Tourneur, tra Carol Reed e il Grande Sertão di Guimaraes Rosa: due personaggi in cerca d'autore per testimoniare come il racconto della Storia, al cinema, non può che essere un processo di continua riscrittura.

Il ponte delle spie - Steven Spielberg
Come in Lincoln, per Spielberg la storia non è solo magistra vitae, ma anche occasione per rimeditare il concetto di rappresentazione di una verità che si può conoscere solo per frammenti.
 
L'infinita fabbrica del duomo - Massimo D'Anolfi, Martina Parenti
Antidoto alle secche del realismo, il cinema di D'Anolfi e Parenti è, in fondo, fantascienza, trasfigurazione del dato reale. Perché oggi più che mai è necessario scegliere tra lo sciame d'immagini che ci circonda.

Non essere cattivo - Claudio Caligari
Bastano tre lungometraggi e una manciata di documentari per fare di Caligari uno dei cineasti italiani più rilevanti delle ultime tre decadi? Qui la risposta.

Sangue del mio sangue - Marco Bellocchio
Una nuova Visione del sabba. Non solo, però, territorio d'autoanalisi, seduta per esorcizzare i propri fantasmi privati: ancora più di Bella addormentata, è un film sull'immagine del potere.

The Hateful Eight - Quentin Tarantino
Un criptoremake de La notte senza legge di André de Toth, certo, ma Tarantino non è mai stato così politico. E parla dell'America di oggi, non solo di ieri.

Extra moenia
Visita ou Memórias e Confissões e tutti i film di Manoel de Oliveira che si possono vedere, immaginare, sognare.


Andrea Pirruccio
(Interni)

10 Cloverfield Lane - Dan Trachtenberg
Il ‘virus’ Cloverfield si innesta su uno script ‘altro’ e genera un remake, reboot, prequel o sequel. Comunque lo si consideri, un grande esempio di cinema contaminato.

45 anni - Andrew Haigh
L’amore come castello di menzogne. E il suo crollo fragoroso letto negli occhi di un’attrice magnifica.

Carol - Todd Haynes
Sembra ‘solo’ un tributo filologico ai grandi mélo del passato, ma è molto di più. E si chiude su un campo/controcampo che vale intere carriere.

Fiore – Claudio Giovannesi
Un doppio coming of age in sottrazione, un autore che parla attraverso lo sguardo, incredibilmente loquace, della sua straordinaria protagonista.

It Follows - David Robert Mitchell
Un altro coming of age, lo specchio scuro del film di debutto dell’autore. Il terrore di crescere in un mondo in cui gli adulti hanno abdicato al loro ruolo.

Le mille e una notte - Arabian NIghts - Miguel Gomes
L’idea di una trasposizione folle e geniale, brandelli di cinema di bellezza assoluta. L’immaginazione al potere. Anzi, all’opposizione.

Per amor vostro - Giuseppe M. Gaudino
Il digitale come strumento di registrazione della realtà e come salvifica via di fuga dalla stessa. Uno dei film italiani più liberi di sempre.

Steve Jobs – Danny Boyle
L’apoteosi del cinema di parola, una scrittura che sommerge tutto e che si fa messa in scena. Boyle finalmente usato per quel che è: uno shooter professionale.

The Hateful Eight – Quentin Tarantino
Il perfetto contraltare a Steve Jobs. Un saggio di messa in scena, un maniacale esercizio di disposizione di personaggi (quasi sempre) in un interno fino alla rivelazione finale: la Storia è una menzogna.

Tutti vogliono qualcosa - Richard Linklater
Spostamenti progressivi dei sentimenti. Linklater gira il suo film perfetto senza raccontare nulla, ma registrando quegli attimi impercettibili in cui qualcosa nasce, si incrina, muore. O viceversa.


Gabriele Gimmelli
(Doppiozero)

Top Three
The Lobster - Yorgos Lanthimos
Abacuc - Luca Ferri
Sangue del mio sangue - Marco Bellocchio

Poi, in ordine sparso:
Ave, Cesare! - Joel e Ethan Coen
Anomalisa - Charlie Kaufman e Duke Johnson
Inside Out - Pete Docter, Ronnie del Carmen
Il ponte delle spie - Steven Spielberg
Tutto può accadere a Broadway - Peter Bogdanovich

Visioni festivaliere, recuperi, scoperte:
La versione (quasi) integrale di The Battle of the Century (1927) di Clyde Bruckman, con Laurel Hardy, [Le Giornate del Cinema Muto, Pordenone, 2015]
Vertigo Rush (2007) e Embargo (2014) di Johann Lurf [Milano Filmmaker, 2015]
Break Up (1969) di Marco Ferreri [Rassegna: Il cinema della Modernità, Cineteca di Milano, 2016]
La Veritaaaà (1982) di Cesare Zavattini [Rassegna: Cinema italiano, ieri/oggi, Dinamo Culturale,Lecco, 2016]
Fuga in Francia (1948) di Mario Soldati; Il tesoro dell'Africa (1953) di John Huston [Il Cinema Ritrovato, Bologna, 2016]

Feticci, illuminazioni, frammenti:
L'apparizione del sottomarino sovietico agli sceneggiatori chini sui remi in Ave, Cesare!; la schiena di Cate Blanchett in Carol; le immagini sgranate di Skype in Francofonia; il volto e il corpo di Austin Pendleton in Tutto può accadere a Broadway; l'ouverture di Ennio Morricone per The Hateful Eight; l'occhio di vetro di Christian Bale ne La grande scommessa.


Tommaso Isabella
(Filmmaker Festival, FilmIdee)

Memorie e confessioni
Quando il presente è visto da fuori del presente, esso diventa un luogo sul quale si possono proiettare gli spiriti passati e venturi. [...] “Non qui ma altrove” è il pensiero dominante del film. In verità ciò significa: “Non oggi ma ieri e domani.”
Franco Fortini (Una nota 1978 per Jean-Marie Straub)

Oh Maria Montez, give socialist answers to a rented world.
Jack Smith (via Thom Andersen)

Visita ou Memórias e Confissões - Manoel de Oliveira (1982/2015)
The Thoughts That Once We Had -Thom Andersen (2015)
Balikbayan #1 Memories of Overdevelopment Redux III - Kidlat Tahimik (1980-2015)
Cavallo Denaro -Pedro Costa (2014)
Kommunisten - Jean-Marie Straub (2014)


Salvati dalla cronologia (sala, festival, rete)
Al di là delle montagne - Jia Zhangke (2015)
Right Now, Wrong Then -i Hong Sang-soo (2015)
88:88 - Isiah Medina (2015)
The Assassin - Hou Hsiao-Hsien (2015)
Il figlio di Saul - László Nemes (2015)
Sixty Six - Lewis Klahr  (2002-2015)
Engram of Returning - Daïchi Saïto (2015)
The Illinois Parables - Deborah Stratman (2016)
La mort de Louis XVI -Albert Serra (2016)
The Neon Demon - Nicolas Winding Refn (2016)


Programmi
Metacartoons, a cura di Philippe-Alain Michaud, Jonathan Pouthier, Enrico Camporesi, Centre Pompidou, 9-15/5/2016
Beloved and Rejected: Cinema in the young Federal Republic of Germany from 1949 to 1963
a cura di Olaf Möller e Roberto Turigliatto, Locarno 69, 3-13/8/2016

Ritrovamenti
N-Zone - Arthur Lipsett (1970)
Routine Pleasures - Jean-Pierre Gorin (1986)
Soñar, soñar - Leonardo Favio (1976)


Pur avendo visto quest'anno (settembre 2015 - luglio 2016) centinaia e centinaia di film, tentando ogni volta di scogliere e confondere il dovere nel piacere, finisco irrimediabilmente per averne persi almeno altrettanti. Paradosso assai salutare di Achille e della tartaruga. Scelgo 10 titoli che sono usciti nelle sale italiane nel periodo in oggetto, film scorsi in una lista scrupolosa formato xls. Sono quelli di fronte ai quali l'istinto ha immediatamente detto "Si", dunque poco bilancino e molto automatismo. Qualcosa di più simile a uno fotografia piuttosto che a una classifica. 10 film diversissimi fra loro con ben 4 titoli italiani (e il mio inconscio cinematografico mi stupisce piacevolmente).

Abacuc – Luca Ferri
L'unico rigore possibile è quello dello humor senza pietà.

Al di là delle montagne – Jia Zhang-Ke
Il melodramma del tempo e dello spazio. La nostalgia del futuro. Il potere senza confini dei Pet Shop Boys.

Antonia – Ferdinando Cito Filomarino
Piero Ciampi per bruciare di vita, lasciando a terra la cenere immortale dei versi.

Cavallo Denaro – Pedro Costa
Pedro Costa e la sfida della tecnologia in un suo personalissimo Sci-fi Movie.

Fiore – Claudio Giovannesi
La corsa a perdifiato più bella del cinema italiano degli ultimi anni. Perchè la vita è un brivido che vola via.

I miei giorni più belli – Arnaud Desplechin
La prigione dolce ed eterna degli amori che furono e che saranno. Un grande grande film.

I ricordi del fiume – Gianluca De Serio, Massimiliano De Serio
Un pezzo di cuore e di vita. Per non dimenticare mai, nella luce fioca ma senza fine del ricordo.

Le mille e una notte - Arabian Nights – Miguel Gomes
Uno e trino. Massimalista e cazzone. Dall'inquietudine all'incanto grazie al potere dell'invenzione e del Cinema.

Tutti vogliono qualcosa – Richard Linklater
Come eravamo e come saremo. Forever Boyhood.

Zootropolis  - Byron Howard, Rich Moore
"La perfezione del racconto" meets "Cuore di papà". Ovviamente non c'è scampo.

Outtake
The Knick Stagione 2.
Semplicemente il miglior film americano della stagione.


Alessandro Cappabianca
(La furia umana)

The Walk – Robert Zemeckis

Tutto può accadere a Broadway – Peter Bogdanovich

Le Mille e una notte  - Miguel Gomes

The Hateful Eight  - Quentin Tarantino

Knight of Cups – Terrence Malick

Cosmos  - Andrej Zulawski

11 minuti – Jerzy Skolimowski

Due film di anni precedenti, che ho potuto vedere solo nel 2016:
Educação Sentimental – Júlio Bressane
Cavalo Dinheiro – Pedro Costa

Un film italiano finalmente degno di questo nome:
Macbeth. Neo film Opera – Daniele Campea


Giovanni Cioni
(regista)

 

Premetto che questa lista è legata all casualità, non ho visto molti dei film importanti di questi anni (semplicemente perché non ne ho avuto modo, vivo fra i monti…). La casualità è quella dei festival a cui mi capita di andare con i miei film e i film che vedo lì. Ma i film che metto in questa lista mi accompagnano (e metto dei link perché di alcuni di questi titoli pochi avranno sentito parlare in Italia, eppure esistono, li ho visti, non me li sono inventati...)

La familia cecena di Martin Solà, cineasta argentino che ho conosciuto in Nuova Caledonia (visto a Visions du Réel e poi ai Popoli) – la danza di un rituale sufì, e dentro questa danza, ipnotica, nel suo silenzio,  la memoria della deportazione.
Link

I film di Amit Dutta visti in una retrospettiva a Cinéma du Réel nel 2015 – perché ricreano un linguaggio nel rapporto con la pittura, qualcosa che si avvicinerebbe al cinema di Paradjanov.
Link

Non essere cattivo - Claudio Calligari
Perché quando sono uscito mi sono chiesto da quando, nel cinema italiano, non vedevo qualcosa di così folgorante, e nella mia mente riuscivo solo a collegarlo a Una vita violenta di Pasolini e ai Soliti Ignoti di Monicelli, e tutto il resto era scomparso.

Quand je serai dictateur -Yael André
Visto a Bruxelles, è un’amica e abbiamo lo stesso produttore, un film vertiginoso su tutte le vite che ti immagini, attraverso filmati di famiglia.
Link

Sempre le stesse cose - Gaspar Zurita e Chloé Inguenaud
Il passaggio delle generazioni, la morte e la vita, in un interno di un basso della Sanità, Napoli.
Link

The Event - Sergei Loznitza
Visto a Doc Sassari dicembre 2015: un film costruito sugli archivi televisivi del tentativo di colpo di stato del 1991 in Unione Sovietica (e il racconto del disfacimento dell’URSS).
Link

I film di Franco Piavoli
Visti a Cinéma du Réel 2015


Tommaso Pincio
(scrittore)

Carol - Todd Haynes

It Follows - David Robert Mitchell

Ex Machina - Alex Garland

Victoria - Sebastian Schipper

Revenant - Alejandro Gonzales Inarritu

Better Call Saul (serie tv)

Brooklyn - John Crowley

Room - Lenny Abrahamson

The Jinx - Andrew Jarecki
 

Miglior film 2014 visto nel 2015:
A Girl Walks Home Alone at Night - Ana Lily Amirpour

Miglior film con la mia attrice preferita (Rebecca Hall):
The Gift - Joel Edgerton

Serie Tv più incomprensibilmente magnificata dell'anno:
Mr. Robot

Serie Tv più ingiustamente bistrattata:
1992

Miglior film italiano:
Non essere cattivo - Claudio Caligari


Filippo Zoratti
(Mediacritica)

Al di là delle montagne – Jia Zhang-Ke
Punto di approdo, che contiene moltitudini: l’eterna ricorrenza del passato si sovrappone ad un futuro senza scampo.

The Hateful Eight – Quentin Tarantino
Quentin minore, Quentin maggiore. Il solito irresistibil cinema post-generi, post-Storia, post-tutto.

Tutti vogliono qualcosa – Richard Linklater
Un film che vorremmo non finisse mai, che sa di latte, biscotti, baseball… e della nostalgia di un’epoca mai vissuta.

10 Cloverfield Lane – Dan Trachtenberg
Chi ha paura della paura? Cinema politico travestito da sci-fi. In attesa di futura rivalutazione, come il predecessore.

Goodnight mommy – Veronika Franz, Severin Fiala
La famiglia Seidl – Ulrich marito, Veronika Franz moglie, Severin Fiala nipote – fa una paura fottuta. Ma non possiamo distogliere lo sguardo.

Star Wars: Episodio VII – Il Risveglio della Forza – J.J. Abrams
Ci voleva un miracolo per riabilitare una saga morta e sepolta. Ecco il miracolo.

The Lobster – Yorgos Lanthimos
La “Bizzarra Onda” greca si aggira come un fantasma per i festival, gridando a squarciagola la propria urgenza narrativa.

Steve Jobs – Danny Boyle
Due ore di apnea per tratteggiare la magnifica figura di un geniale pessimo essere umano.

Bella e Perduta – Pietro Marcello
Il materiale di scarto, l’inquadratura sgranata e sghemba, la favola e il ritorno alla realtà. Opera d’Arte.

Perfect Day – Fernando León de Aranoa
Guilty Pleasure dell’anno. On the road sulle mine, sul labile confine tra esaurimento nervoso e sarcastica disillusione.


Leonardo Persia
(Rapporto confidenziale)

Dieci titoli-brivido senza ordine di preferenza. Mancano i già visti, anche se rivisti (Cavalo Dinheiro o i restauri de L’immagine ritrovata: questi ultimi straccerebbero ogni classifica) e, ovviamente, i non visti (per esempio, Neruda). Prediletti i film distribuiti, o visti, in Italia, pur se in maniera underground. Un solo film non presentato da noi, proprio perché il film del cuore (spezzato).

Le mille e una notte - Arabian Nights – Manuel Gomes
Il cinema post-global, successivo alla dispersione del senso, di Manuel Gomes. Un innesto “entretendente” (potremmo tradurre “introtendente” o “intentendente”), come da neologismo di una vecchia poesia di João Cabral de Melo Neto (Tecendo a Manhã), che rappresenta la profezia in versi del film. Basata, come quello, su un gallo che ha bisogno di altri galli, affinché “incrocino i fili di sole dei loro gridi di gallo”. Spericolate connessioni tra le tre parti, apparentemente slegate, formalmente diseguali, da cui è costituito. La condanna nel primo, il giudizio nel secondo, l'assoluzione nel terzo. Si passa dal Portogallo al gallo, dal gallo ai fringuelli, dal coq al cock, dalla balena alla sirena, dall’isola al gruppo e di nuovo all’isolamento. L’inizio-centro-fine aristotelico dissolto in un isolato/desolato/assolato gioco infinito tra occhio e mente, tra chi guarda e chi è guardato, tra l’abisso e la salvezza. Un incrocio magico di illusioni. Un cinema Sheherazade che tesse il mattino, che tesse il domani (a manhã/amanhã).

The Visit – M. Night Shyamalan
Lo smembramento, topos horror. Shyamalan è interessato a quello invisibile, prima del sangue. Le nuove famiglie sgretolate, incomunicabilità e inconoscibilità di chi mi è più vicino, spezzettamento interiore, identità negata abortita repressa. Tutto all’interno del segno (pensiero) unico della tecnologia sorridente: smartphone, telecamere, social.  It Doesn’t Follow. L’orrore vero.

The Walk – Robert Zemeckis
L’ennesimo ritorno al futuro di Zemeckis. Nel terrorismo “pacifico, calmo, sereno, non pericoloso” di un Petit funambolo che sfida, in altro modo e in un altro mondo, la vertiginosa altezza, fisica e simbolica, delle enormi Twin Towers prima dell’11 settembre 2001. Equilibrismo concettuale, prima che fisico, a precedere il precipizio fuoricampo di un sogno perso e di corpi perduti, agli albori del dopostoria (citate la morte di JFK e la “vita” di Tricky Dicky). Contro la sua stessa confezione scorrevole, le convenzioni, e l’orrida musica di Alan Silvestri, si erge un labirinto di senso. Una linea/fune rizomatica.

The Hateful Eight – Quentin Tarantino
Otto, il numero fortunato dell’antichità, il numero del cielo e pure della terra, perché dopo i sette giorni della creazione, l’uomo, affrancato, deve fare da sé. Per Tarantino è il numero odioso (doppio senso del titolo post-felliniano) incastonato tra Cristo crocifisso (inizio) e Lincoln utopico (fine), fantasmi della Storia terrena e ultraterrena, fantasmi della libertà. Otto come rovescio apocalittico di un mondo diventato un inferno. Fuori la tempesta, dentro (in un’anti-arca senza salvezza) la morte. Non ci sarà Resurrezione (stabilita, dalla tradizione cristiana, sempre in un possibile ottavo giorno della creazione) né Gloria. Solo bastardi.

Il figlio di Saul – László Nemes
Tecnica e/è ideologia. Il formato 4:3 sfoca lo sfondo violento, si concentra sulla (magnifica?) ossessione riparatrice di Saul che inventa un figlio (morto) a cui dare utopica sepoltura, contro la barbarie nazista dei forni. Siamo nel 1944, ad Auschiwtz, ma potremmo spostare il tutto anche nell’oggi. La coltivazione solipsistica, senza interlocutori, di una possibilità del futuro, il dialogo muto con un bambino-potenza all’interno di un mondo impazzito. L’esordio di László Nemes rappresenta l’epitome del film-sogno del nuovo millennio: ovviamente un incubo.

O Signo das Tetas – Frederico Machado
Madre come spirito originario, ossessione ricorrente del mondo contemporaneo orfano, come da  film di Moretti, Antonello Faretta, Vlado Škafar, Chantal Akerman. Raggiunge le altezze scintillanti del Cielo quello di Frederico Da Cruz Machado, nuovo grande autore brasiliano fattosi conoscere con il precedente O Exercício do Caos (2013) e premiato, nel luglio scorso, al Cortosplash del Lido di Rotondella, per il bellissimo Angústia. È il figlio del grande poeta Nauro Machado, presente nel film e morto dopo le riprese, figura autorevole che ispira e già respira un cinema fisico e metafisico, “scritto” nei suoi versi, contenuti anche nel film. Film nel film, poesia nella poesia. Una dolente preghiera rivolta all’unità archetipica perduta, madre/(padre)/figlio, che si veste, crudamente e magicamente, dei suoi segni: luna, stelle, acque, terra, lacrime, recipienti, piante, porte, mammelle.

Frammento 53 – Federico Lodoli, Carlo Gabriele Tribbioli
La forza delle parole. Il cinema delle parole. Sette interviste a guerrieri liberiani, per indagare il caos bellico di ogni conflitto. A Eraclito non rimanda solo il titolo: anche e soprattutto la dimensione mutante e dinamica del film, a dispetto delle sue sembianze di fiume tranquillo. Dove, sappiamo, tutto scorre, invece, e non si può entrare due volte. Viene filmato quel divenire invisibile, inafferrabile e ineffabile (malgrado la pletora di parole), eppure vicinissimo a noi, eternamente ricominciante. Il cinema, forse, permette di farlo e Lodoli e Tribbioli fanno cinema (filosofico) per questo. Lasciando maieuticamente il linguaggio, non solo verbale, agli intervistati, bandendo motion ed emotion, svelando una nascosta aporia di dizione che tocca i concetti senza poter-li/si esporre. La (s)ragione colta nella sua terribile purezza, al riparo da ogni ordine stabilito o da stabilire, persino di stile e di forma.

Homeland : Irak année zéro – Abbas Fahdel
Iraq prima e dopo il secondo conflitto con gli USA. La “guerra preventiva” dopo l’11 settembre 2001, tredici anni dopo la guerra “non vista”, ma iper-mediatizzata, del 1990-1991, fine del ‘900 e prologo del conflitto globale dei nostri giorni. Un lungo home movie rosselliniano dove Abbas Fahdel ci offre uno sguardo dall’interno, il più possibile ravvicinato, senza mai tele-comunicare. Se, come nella cronaca di stampa e tv, non vediamo i fatti d’armi e sangue (anche perché, quando essi avvengono, l’autore è tornato in Francia), in compenso viene esposto, intimamente e pubblicamente, pudicamente, ciò che i media non possono né vogliono rivelare: lo sguardo pensante, il sentire umano. E l’impossibilità, oggi, di uscire da ogni scontro con il Nemico, body snatcher intercambiabile. "They (Americans) took the place of Saddam. Saddam was acting the same way".

Al di là delle montagne – Jia Zhang-Ke
Melodramma (dramma con canto) per chitarra, archi e pianoforte, che ruota attorno a un hit cantonese di Sally Yeh. Il prologo e l’epilogo sono una danza, collettiva, poi solitaria, sulle note di “Go West” dei Pet Shop Boys. Occidente accidente. La Cina va, ideologicamente e fisicamente, geograficamente e culturalmente, a sfasciarsi verso Ovest. Da qui i continui “crash” sonori ed emozionali del film, pieno anche dei segni indelebili della Storia sulle piccole storie quotidiane. Un’opera una e trina, in tre diversi formati e tre diverse epoche, 1999, 2014, 2025, presente passato e futuro, con triangolo amoroso, triangolo familiare (madre, padre e figlio) e tre diversi modi di intrecciare il sound-track (di Yoshihiro Hanno). Impotente potere del tre, radiografia del crollo del “numero forte” del simbolismo taoista e capitalista.

Julieta - Pedro Almodóvar
Julieta o della prosperità della colpa. Del senso di colpa, imbastito con morbosità e sensibilità hitchcockiane. "Vi sono più metastasi nella colpa che nel cancro” (Norman Mailer, Il fantasma di Harlot). Un film morbo che gira intorno ai luoghi del mélo senza meta né metà,  l’oggetto principale del desiderio di sceneggiatura forte (da cui le accuse di inconsistenza drammaturgica), e avvince su uno scheletro di trama. Dietro lei che scrive a sua figlia (al suo passato) si adombra l’ex ragazzaccio incanutito della movida anni ’80 che nel finale ritorna ragazza/ragazzo in grado adesso di comprendere le colpe masochiste (e contemporaneamente sadiche) della Madre e di un’altra generazione. Sotto la patina di film riconciliante e riconciliato, esprime un profondo disagio interiore contemporaneo, la consapevolezza d’essersi liberati senza mai essere veramente liberi. Un cupo stato d’animo “trans” che nessun décor “armaniano” (cfr. Goffredo Fofi) riesce a nascondere.


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