Nike Air Max Hyperfuse 2016 Nike Air Max 95 360 2016 Nike Air Max Zero 2016 Nike Roshe Run 2014 Commemorative 2016 Nike Roshe Run Dyn FW QS 2016

 

FARE SENSO

Il Gusto degli Altri

La Recensione che visse due volte

Il ragno nel buco

Da un mediocre romanzo di Patrick McGrath, anche sceneggiatore di Spider, Cronenberg deriva un film debolissimo che neanche i suoi fans più accaniti, credo, riusciranno a difendere a cuor leggero e onestà intellettuale intatta. La cosa più preoccupante, quella che davvero inquieta stavolta di Cronenberg, è che non dà l’impressione di aver girato un film interlocutorio né di aver fatto un passo falso comunque foriero di un qualche “prospettivo” spunto/spiraglio di sviluppo futuro; David Cronenberg, con Spider, si è semplicemente ripiegato su se stesso e ha girato un film cronenberghiano ma epurato dei cronenberghianesimi più tipici, quelli che da sempre lo caratterizzano e ne hanno decretato la sostanziale sopravvalutazione. D’altra parte, già eXistenZ era stato un bel campanello d’allarme: summa riepilogativa del suo cinema, il film-gioco metteva in scena, fondendoli, i due Leitmotiv  del p(r)o(f)eta della Nuova Carne: le mutazioni biologico-corporee indotte dalla tecnologia e la stratificazione/confusione dei livelli di realtà, immediata conseguenza  del “nuovo” apparato percettivo dell’homo tecnologicus. La grossa delusione di eXistenZ era costituita dal fatto di presentarsi come ovvio (e “ottuso”) remake di Videodrome giunto abbondantemente fuori tempo massimo e risibilmente aggiornato all’epoca multimediale videoludica; la cosa interessante, di eXistenZ, era l’(auto)ironia con cui, per la prima volta, Cronenberg sembrava maneggiare i temi portanti del suo cinema. Come se volesse chiudere un (IL) capitolo e, “scherzandoci su”, prenderne le distanze (si veda la sequenza dell’assemblaggio della pistola organica, evidente citazione parodica della “serissima” mano da fuoco sfoggiata da Max Renn in Videodrome). Probabilmente stanco di scoperchiare infinite scatole cinesi (la ormai prevedibilissima e stravista costruzione in abisso di eXistenZ) e di elucubrare da 30 anni su argomenti nati vecchi (Ballard ha scritto Crash nel 1973...), Cronenberg ha tentato con Spider una normalizzazione non snaturante del suo cinema che fosse in grado di far piazza pulita di una pesante eredità “parafilosofica” ormai sclerotizzata ed obsoleta (già oggetto di ironica abiura, ripeto, in eXistenZ).

Niente Nuova Carne al fuoco, dunque, ma spazio -come già in Dead Ringers e soprattutto in M.Butterfly- a un rispettabilissimo, umanissimo dramma psicologico interiore, esplorazione filmica dei complicati meccanismi di funzionamento della mente (di un pazzo) –ergo- stop al Cronenberg più pacchiano e mutante, via libera al Cronenberg della labilità dei confini tra realtà vera e realtà percepita. Esemplare dell’intenzionalità/ostentazione di tale atteggiamento purificatore e “classicista” è il trattamento riservato al romanzo di McGrath, curiosamente mutilato delle pagine che  sembravano davvero scritte apposta per il regista Canadese, pagine piene di viscide  larve e di corpi muta(n)ti (“... il retto mi attraversa il cranio e l’ano si trova in cima alla testa, dove tra le ossa che si uniscono alla sommità si è formata un’apertura, che io tocco continuamente con orrore e sorpresa, una sorta di matura fontanella escretoria ...”) e al contempo fedelmente trasposto nella struttura bipartita in cui passato/presente e verità/ricostruzione schizofrenica si compenetrano, si confondono (veri cronenberg-ish) per poi chiarirsi e concludersi in maniera perfettamente coerente e intelligibile. E banale. Sì, perché l’architettura di Spider (libro e film) è assolutamente banale e prevedibile (“classica”), essendo chiaro fin da subito che la realtà non è quella che il personaggio Spider ricostruisce e racconta. Di questo Cronenberg riappacificato e fruibile sono rimasti, in Spider, molti marchi di fabbrica: l’elegante fotografia di Suschitzky (qui meno fredda che in passato), i lenti e sinuosi movimenti di macchina, le belle musiche di Howard Shore (più minimaliste del solito) e la recitazione straniata, con un Fiennes che però non fa molto di più che bofonchiare e caracollare tutto il tempo; davvero poco per risollevare le sorti di un film privo di motivi di reale interesse, lento ai limiti del catatonico, vuoto di contenuti e sostanzialmente, semplicemente noioso.

La Recensione che visse due volte

Strategia del ragno

Da un mediocre romanzo di Patrick McGrath, anche sceneggiatore di Spider, Cronenberg deriva un film splendido che non solo affascinerà i suoi più accaniti fans, ma che non mancherà di procurargliene di nuovi anche tra gli scettici. Spider, infatti, è sì un film pienamente cronenberghiano ma è anche, insieme a Dead Ringers e M.Butterfly, il suo film più “tradizionale” e fruibile. Spider è (già) un Classico: dopo il film-gioco eXistenZ, magistrale capolavoro riepilogativo di tutta l’estetica-poetica del geniale regista canadese, Cronenberg ha deciso di sottrarre dal suo Cinema del corpo, delle mutazioni “tecnologizzate” e del depistaggio percettivo dei sensi “infetti” dell’homo tecnologicus, gli elementi più scomodi e disturbanti (ma mai gratuiti) per indagare, senza effett(acc)i e mostruose contaminazioni biomeccaniche,  i segreti meandri della psiche. Questa sottrazione è ovviamente motivata: una volta portata a compimento in eXistenZ l’epopea della Nuova Carne proiettata in un futuro-presente che ormai ci appartiene, Cronenberg considera lo spettatore come compiuta Nuova Carne al lavoro, pronto a dubitare “naturalmente” dello statuto di Verità dell’Immagine (tele-visiva in Videodrome, video-ludica in eXistenZ, cinematografica in Spider); dunque, dato che il futuro è ora, non c’è più bisogno di insistere “didatticamente” sul perché dell’esserCi hic et nunc della Nuova Era né sulle cause dell’abbattimento dei confini tra realtà/immaginazione, verità/sogno, oggettività/soggettività, tutto è già dato, già accaduto all’interno e all’esterno delle profetiche visioni del cinema di Cronenberg. Siamo (ormai) pronti. E Spider è forse il primo Dramma Psicologico del nuovo millennio, dell’epoca cinematografica post-DavidCronenberg.

In effetti la naturalezza, la apparente “banalità” della complicata struttura di Spider, in cui passato, presente, immaginazione e realtà si intersecano e si (con)fondono, non fanno che mettere ancora più in risalto la sostanziale perfezione raggiunta dal cinema del regista, che si presenta come una macchina autosufficiente e autoreferenziale, pronta sì ad affascinare gli “iniziati” ma ormai talmente (neo)classica da risultare riconoscibile, fruibile e intellegibile, nella sua grandezza, anche a chi superficialmente ha sempre snobbato David Cronenberg bollandolo come un sopravvalutato regista di horror filosofeggianti, sostanzialmente incapace di crescere, di rinnovarsi e di staccarsi definitivamente da un’infantile ricerca del turbamento dalla grana grossa e del disgusto fine a se stesso. Così stavolta basta un vetro rotto e uno spago intrecciato a rappresentare la metaforica trasformazione uomo-ragno, è sufficiente l’alternarsi di due attrici per fotografare la vertigine schizofrenica di una mente in the mouth of madness, ci si affida allo  sguardo e alle movenze di uno splendido Fiennes per evocare deliranti visioni paranoiche...  Ma basta leggersi uno dei tanti esempi di prosa “cronenberghiana” del romanzo di McGrath per capire quanto David Cronenberg abbia (inaspettatamente) purificato la fonte letteraria a favore di una sua “cinematografizzazione” pulita, limpida, adulta, assolutamente (di nuovo) Classica: “... il retto mi attraversa il cranio e l’ano si trova in cima alla testa, dove tra le ossa che si uniscono alla sommità si è formata un’apertura, che io tocco continuamente con orrore e sorpresa, una sorta di matura fontanella escretoria ...”; questa e molte altre sono le immagini che sembravano “invitare a nozze” Cronenberg con le sue caratteristiche derive mutanti e visionarie, questa e molte altre sono invece le dimostrazioni (se mai ce ne fosse ancora bisogno) che Cronenberg è ormai un Autore tout court e che non ha più (ma non ha mai avuto, in realtà) bisogno di “effetti” di sorta per catturarci con le sue splendide ossessioni. Le sue vere armi sono (sempre state) altre, “puramente” cinematografiche; tra queste tornano in Spider, perfettamente cristallizzate, molte tra le più tipiche e inconfondibili: le vertiginose strategie narrative, l’elegante fotografia del fido Suchitzky, i lenti e sinuosi movimenti di macchina, le belle musiche di Howard Shore e la recitazione straniata funzionalissima al suo cinema gelido, lucido e (ora più che mai) tetragono. Qualcuno ha ancora dei dubbi?


Gianluca Pelleschi

Un punto di vista che è anche un'introduzione allo Speciale

Il senso di questo speciale è tutto racchiuso nell'intervento di Gianluca Pelleschi che ne costituisce l'effettiva genesi. Potrà apparire fatuamente provocatorio il recensire due volte lo stesso film distruggendolo nel primo caso e incensandolo nel secondo, ma dietro l'evidente ludicità (\lucidità) di questa critica mostruosamente speculare si nasconde l'inquietudine di chi è chiamato a pronunciarsi sui film, per quanto disimpegnato e amatoriale sia il suo compito. E se è vero che ci sono registi (Cronenberg ne costituisce forse l'esempio più eclatante ma altri potremmo nominare, da Spielberg a Greenaway, da Moretti ai Coen, ad Allen) di cui si può parlare bene o male per gli stessi identici motivi, è altresì indiscutibile che proprio esempi come questi rendono evidente come, al di là delle folli pretese di oggettività, alla fine sia proprio il famigerato gusto personale a fare la differenza tra una critica e l'altra.
Il discorso a mio avviso si riduce a una (falsa) questione: quanto di questo gusto deve avere il sopravvento, quanto deve essere messo a bada dal ravvisarsi di meriti o demeriti effettivi della pellicola? E questi meriti o demeriti sono effettivi sul serio? E sono poi meriti o demeriti dopotutto? Il discorso si avvita pericolosamente su se stesso, non si arriva a nessun punto se non a quello che con lo scrivere di film, come di qualsiasi altra cosa, lo scrivente parla di se stesso. Discutere di critica non può prescindere da questo inevitabile elemento: è solo così che mi spiego, ad esempio, perché di alcuni film che mi piacciono moltissimo non mi vada di scrivere nulla e di altri che mi lasciano indifferente o che non mi convincono per niente diventi per me imperativo buttare giù qualche rigo. La mia esperienza mi dice che un tempo leggevo le recensioni per capire quali film andare a vedere perché non potevo pretendere di visionare qualsiasi cosa: un filtro mi era necessario. Posta questa esigenza, conosciuti più critici, capito il loro linguaggio, registrato il loro approccio, mi ritenevo in grado di comprendere se quel film mi sarebbe piaciuto o meno. Non sto dicendo che mi trovavo necessariamente d'accordo con quanto scrivevano - il loro parlarne bene o male era in qualche modo irrilevante - ma ero perfettamente in grado di afferrare, dal loro argomentare, in positivo o negativo che fosse, proprio perché confrontato di continuo sul campo pratico della visione dei titoli da loro recensiti, se un film mi avrebbe interessato o no. Una funzione del critico (e mi riferisco al quotidianista e comunque a colui che si legge generalmente prima di vedere il film in questione) può essere questa: farsi comprendere, far comprendere la propria visione delle cose, costituire una sorta di cartina di tornasole, uno spunto che indirizza lo spettatore indeciso sul da farsi (\vedersi).  In questo senso la (bi)recensione di Pelleschi (se hai già letto Pelleschi, se hai presente la sua visione delle cose, se l'hai applicata sul campo pratico della visione del film), la sua trattazione, per quanto teoricamente duplice, è per me univocamente diretta a darmi quell'indicazione che cerco.

Riguardo alla recensione letta "a posteriori" (lasciamo lo spinoso campo dei quotidianisti)  mi schiero decisamente su un versante che nega un'effettiva possibilità di analisi obiettiva del film: qualsiasi trattazione tradisce un punto di vista e da questo, per fortuna (ci tengo a sottolinearlo), non si scappa. Sono con William Pater che nel 1873 scriveva che la cosa importante "non è che il critico possegga una corretta definizione astratta della bellezza da rivolgere all'intelletto, ma un certo tipo di temperamento". Se leggo una recensione di Garella (e dico Garella non a caso, stante la posizione da lui espressa) è perché voglio conoscere l'opinione di Garella (e qui si inserisce l'inarrivabile Paolo Cherchi Usai che scrisse a proposito di un critico "da quotidiano" che apprezzava: "Quando leggo i suoi articoli mi sembra di mettermi a sedere con lui davanti a una bottiglia di buon vino rosso. Poiché lo tratto come un commensale, capisco anche le sue parzialità e ammiro le sue idiosincrasie"). Tutto ciò senza mancare di citare, ovviamente, Oscar Wilde che nel suo saggio IL CRITICO COME ARTISTA afferma: Il critico sarà un interprete (...); è  soltanto intensificando la propria personalità che il critico può interpretare la personalità e l'opera altrui, e più energicamente la sua personalità entra nell'interpretazione, più reale questa interpretazione diventa, più soddisfacente, più convincente, e più vera.  E ancora: per il critico l'opera d'arte è semplicemente uno spunto per una nuova opera sua; quanto questo possa essere vero ce lo dice proprio il bino intervento pelleschiano. A seguire altre occasioni di riflessione con gli interventi di Baroncini e di Selleri (che sembra aver bellamente ignorato le certezze incoscienti della sua giovanissima età per approdare subito ai dubbi e le perplessità del critico maturo). A chiudere idealmente il cerchio il bell'intervento di Billi, imperdibile occasione per inquadrare la questione anche storicamente (laddove c'è anche chi ritiene che certa critica cinematografica in realtà sia ancora in fasce, mutuando linguaggio e armamentario dalla critica letteraria, il che spiega certo disorientamento nei confronti di alcuni film o cineasti, come ebbi modo già di sottolineare parlando di 8 DONNE E 1\2: immagine e regia rimangono concetti ancora sconosciuti a molti) e la sarabanda di voci, frammenti, opinioni, spigolature amorevolmente curata da Rangoni.
Per quello che concerne me faccio poche ma doverose precisazioni : non scrivo di film per far capire qualcosa a qualcuno (concetto aberrante, a pensarci bene - soprattutto se applicato a me che, di norma, del capire non faccio mai il mio scopo, ritenendo del resto che chi recensisce non debba mai dimenticare di essere innanzitutto uno spettatore - la visione critica a priori mi pare un'altra agghiacciante aberrazione -),  proclamo ad alta voce il mio mal di denti, il mio diritto\dovere a non nasconderlo dietro una mano che mi copre la bocca, a recensirlo senza ritegno non potendo fare altrimenti. L'ho sempre fatto, continuerò a farlo, almeno fin quando non diventi mal di testa. Non ho un programma, non ho un sistema e, perdonatemi, non faccio del cinema e del suo parlarne la mia ragione di vita: a un grande film preferirò sempre, e di gran lunga, un grande libro.

[tra parentesi non ritengo GLI SPIETATI una rivista di critica in senso stretto (c'è sempre una supponente aura professorale intorno alla parola "critico", cosa che mi infastidisce abbastanza) ma l'occasione per un gruppo di appassionati - entusiasti, infuocati, disillusi etc. - di dare il proprio parere, facendo senso nel proprio piccolo, su ciò che vede al cinema, alimentando un dibattito che (il crescente numero di lettori ce lo conferma) possa coinvolgere il pubblico più attento, quel pubblico che, varcando la soglia di una sala abbia non solo voglia di passare una serata rilassante ma anche di discutere e riflettere su ciò che ha visto. A tutti costoro va il ringraziamento della redazione per le continue testimonianze di affetto e considerazione]

Luca Pacilio

I sottintesi

quello che c'è tra le righe e che nemmeno io so leggere ma che tentare di spiegare male non fa.

Il soggetto, nella sua evidenza, è sottinteso. Mi si chiede, gentilmente, semplicemente, cosa sia "scrivere una critica, scrivere di cinema" ma dopo un lampo di piacere nel dolce far nulla estivo, ci si rende conto che non si sa da dove cominciare a scalare questa parete di bel marmo levigato. Una gatta da pelare a mani nude: da dove si comincia? appunto, dalle domande. Senza sfondare nel questionario da catechismo pomeridiano si inanellano  le seguenti: chi è il critico? chi è il pubblico? che cos'è un/il film? critica vs. analisi? quali sono i riferimenti culturali, intimi metafisici cui ci si rifà d'occasione in occasione? Poi la faccenda prolifera tumorale, l'albero delle opzioni si fa nespolo poi quercia poi baobab e noi qui con gli occhi increduli a guardare questo miracolo di pensiero automatico. Ma che palle. Ciascuna questione (forse il vero critico avrebbe da dire: ciascheduna. Ma tant'è) merita più d'un punto interrogativo, il semplice "esser poste" non fa delle domande una risposta, purtroppo e poi quale sarebbe la profondità cui saremmo in grado di giungere, quale la spropositata quantità di parole, io -diciamola tutta- non leggerei mai una cosa del genere.
Il soggetto tende a cambiare, dalla prima persona singolare (l'aborrito "io"), al collettivo, all'impersonale, se viene qualche dubbio: è lì in fondo a destra.
Un ribaltamento di fronte sovviene poi, forse anche frutto di malsana pigrizia, "ma perché mai lo si chiede a me? Lo dicano i lettori quello che vogliono quello che cercano" Non è questo però il punto.
L'impersonale è l'armatura che si cerca, lo scudo di una altrui autorevolezza. Citare testi correttamente e correttamente infilare la testa sottoterra.
Insomma cosa si fa? Si scrive cercando d'esser piacevoli, acuti, ammirabili, stilosi, individuabili, non facili prede della - per altro necessaria - presa-per-il-culo, credibili.
Altro? Si cerca di rispettare il lettore  - escludiamo letture di gruppo a priori - fornendo un succo gustoso e piacevole ma non necessariamente conciliante né prevedibile, sperando non sia (troppo) frutto di personalissimi mal di denti, spocchia, fidanzate in volo con migliori amici.
Ancora? Sì, la faccenda personale: il tentativo di migliorare, affinando i metodi e le forme espressive, ampliando le conoscenze culturali (e quelle umane, perché no), subendo insomma cicliche cadute e rinvigorimenti di passione ed attenzione.

Volendo alzare lo sguardo dall'ombelico per un attimo ci si accorge che il momento attuale è preda d'una stasi teorica insopportabile, i paradigmi consolidati puzzano di muffa ed Accademia, nozioni come quella di 'autore', 'postmoderno', 'industria cinematografica' vanno reinquadrate e finalmente storicizzate; stiamo vivendo il riflusso, la risposta alle questioni ch'esse mettono in luce ma sguarniti di nuovi fari: in questo piccolo spazio allora si tentano prospettive e viaggi interpretativi, eclettici e forse inconcludenti ma che vogliamo si mantengano vivi. L'analisi è inutile a tal fine, è un a posteriori che funge da giustificazione, sterile se non nelle dispute, od implicito meccanismo mentale al pari delle strade delle comprensione: interpretare è il passo lungo, la sfida abduttiva che è creazione, così divertente che, si spera, diverta.
Uno spreco di parole quando David Bordwell in "Making Meaning - Inference and Rhetoric in the Interpetation of Cinema" sbriga tutto così acutamente: "La critica non è una scienza né un arte ma ricorda entrambe, come esse dipende da abilità intellettuali (cognitive skill); richiede immaginazione e gusto e consiste in un insieme di attività istituzionalizzate di problem-solving. La critica è, penso, meglio da ritenersi come un'arte pratica, qualcosa come la falegnameria (forniture-making) perché il suo prodotto primario è un testo (piece of language= lett. pezzo di linguaggio) ma pure arte retorica."

Luigi Garella

La Purezza dello sguardo

Non penso esista una ricetta a cui attenersi per scrivere recensioni. Ognuno filtra il film in base alle proprie conoscenze e alla propria sensibilità. In genere cerco di scrivere quello che vorrei leggere. Fra tutte le recensioni che leggo mi colpiscono soprattutto quelle che raccontano un punto di vista personale e autentico rispetto all’esperienza visiva ed emozionale vissuta. Prima di tutto l’onestà intellettuale quindi, poi il gusto, ma non solo! In ogni caso non cerco l’oggettività, perché ritengo il cinema, come qualsiasi altra forma artistica, il trionfo della soggettività. Ciò che piace a me potrebbe non piacere affatto a qualcun altro e viceversa. Ma cosa significa piacere? Incapricciarsi di un titolo? Pensare egocentricamente che il proprio punto di vista sia superiore a quello del lettore? Allora, direte voi, cosa aggiunge il mio parere all’analisi di un film? E la storia del cinema non insegna nulla?
Calma, calma, non arriviamo subito alle conclusioni. Esiste una tecnica cinematografica che ha regole codificate e il confronto con altri film aiuta sicuramente a sviscerare un linguaggio complesso e articolato, in continua evoluzione ma sempre in debito con le scoperte delle origini. Mi capita  però spesso di imbattermi in recensioni che sono un susseguirsi di dettagliate citazioni. Leggendo questi eruditi trattati non trovo sempre una chiave di lettura del film, ma riscontro il più delle volte una sorta di ostentazione culturale del recensore. Preferisco ricercare, sia quando scrivo sia quando leggo, un’empatia, una sensibilità, attraverso cui interpretare l’emozione suscitata da un film. L’esperienza personale ovviamente aiuta parecchio (non a caso si dice che i critici di cinema non siano altro che registi frustrati). Ho frequentato un corso di sceneggiatura ed ho co-diretto e scritto un cortometraggio, quindi mi interessa molto l’aspetto narrativo che ritengo basilare per la riuscita di un film. Sono appassionato di cinema fin da bambino e penso che vedere più film possibile aiuti a crearsi un punto di vista, sempre soggettivo, ma sicuramente più obiettivo. Il confronto, inoltre, aiuta a collocare e a capire un autore. In ogni caso penso sia molto importante porsi davanti ad un’opera cinematografica con umiltà, come se fosse un regalo da scartare che può racchiudere il dono che volevamo, quello che proprio cercavamo di evitare, oppure quella cosa ibrida che ci titilla da un lato e delude dall’altro. Il regista ha realizzato un film, nel momento in cui viene proiettato per un pubblico il film inizia a vivere, e continuerà a farlo fino a quando ci saranno occhi disposti a vederlo. Ecco, considero quello del recensore un occhio un po’ più scafato di altri. L’importante è motivare le proprie considerazioni, evitando gratuità o personalismi inutili alla comprensione del film.
A questo punto chiunque a suo agio con la parola scritta può decidere di recensire film e ogni scheda critica ha un valore nel momento in cui arriva a stabilire un contatto con il lettore, ad aggiungere qualche cosa al di là delle parole affiancate con correttezza ortografica. Anche in questo caso elemento distintivo diventa la soggettività: per qualcuno il risultato può essere banale, per altri illuminante. Non esiste un’unica verità, ma un punto di vista scalfibile dal confronto. L’importante è non trincerarsi nel proprio ego inespresso, ma ricercare il più possibile l’obiettività.

Luca Baroncini

The Loss of Visual Innocence

L’importanza di essere (s)pre-giudica(n)ti

Ma è bello o brutto?
Di che cosa parliamo? Della critica? Vada per la metafisica.
Parliamo della critica. La critica di che cosa? La critica di un film, ça va sans dire. Nulla di più facile: si entra in un cinema, si paga il biglietto (non ci provate…), ci si siede in sala, le luci si spengono e dopo un paio d’ore si scrive una cartella (non di più, altrimenti il vicedirettore si arrabbia, paventa  la graforrea) contenente un giudizio di valore su quello che si è visto, meglio, sull’essenza vergine virginea e virginale del film in questione.
Peccato che le immagini proiettate sullo schermo non siano il tema della recensione. Niente malintesi, prego: non sto dicendo che i critici scrivano senza vedere i film che sostengono di valutare; semplicemente, ritengo impossibile giudicare un film in sé. E non solo per i critici.
In ambito cinematografico si possono individuare almeno due categorie di “rumore” visivo – cognitivo. La prima è composta dai rumori “da spoiler”. Per quanti sforzi si facciano, giungere alla degustazione di un’opera cinematografica senza aver gustato in anticipo almeno un pezzetto della suddetta è un’impresa disperata. Non parlo tanto di nozioni tramiche o sciocchezze del genere, per guardarsi dalle quali basta astenersi dalle recensioni (il 90% del totale) che sbrodolano il contenuto minimo (l’argomento, appunto) nello spazio massimo, quanto, più banalmente, delle immagini e dei suoni diffusi da trailer cinematografici (accettabili), televisivi (…), radiofonici (?), stradali (vagamente inquietanti). Quando tali frammenti di film raggiungono le orecchie e gli occhi dello spettatore, ha inizio la percezione dell’opera. La prima fase interpretativa è la più aperta: le immagini possono superare l’intenzione artystica che le ha create, imprimendosi in quella capricciosa lastra che è l’immaginazione dell’osservatore, iniziando a generare altre immagini, componendo un film ideale (alla lettera, nato dal libero gioco delle idee) che è un importante punto di riferimento non solo prima della visione (“vado a vederlo o no?”) ma anche dopo, per la valutazione dell’opera in sé. Quante volte viene da pensare “visti i trailer, mi aspettavo qualcosa di meglio”?

Ma anche ammesso di riuscire a giungere perfettamente puri al contatto con il film, il fatto stesso di avere visto altre opere cinematografiche induce a elaborare confronti, a trovare corrispondenze, a (pre)supporre riferimenti più o meno complessi. È il rumore “cinefilo”, quello più invadente, tanto da essere, non di rado, una parte necessaria del processo interpretativo (vedi i film che squadernano cataloghi di stilemi di genere). Si tratta, comunque, d’interferenze che intaccano la verginità del testo…
  Il punto è che ogni spettatore è la somma delle proprie visioni legittime legittimabili e non. Il film – isola è il miraggio che permette di lasciare il porto desolato della pagina vuota, ma se lo si usa come bussola si naufraga. Come le streghe di Macbeth, bisogna planare attraverso un’aria impura densa di spettri passati presenti e futuri, in cui “il bello è brutto, e il brutto è bello”.
Più che del film in sé, una recensione dice qualcosa a proposito di chi l’ha scritta. È la consapevolezza della soggettività del critico a rendere paradossalmente “oggettiva” la recensione: i medesimi elementi testuali possono essere giudicati in maniere opposte, a seconda dello schema interpretativo in cui sono inseriti. Osservate le due recensioni che aprono questa pagina e capirete che cosa intendo.
Una cosa può essere bella e brutta insieme. E non solo al cinema.

Stefano Selleri

Da Critico a Teorico

Da quando il cinema divenne un fatto di cultura i discorsi teorici sul nuovo mezzo si moltiplicarono fino a costituire un corpus di riflessioni, opinioni, teorie paragonabile a qualsiasi altro di una qualsiasi altra forma d'arte (letteratura, arte, teatro, musica). Se da principio si tentò, più o meno vanamente, di applicare metodologie di analisi proprie di altre arti (in primis letteratura narrativa e arte figurativa) alla nuova forma cinematografica, dagli anni '40 in poi si assistette ad una specializzazione degli interventi teorici, segno di una compiuta presa di coscienza delle potenzialità e delle peculiarità della nuova arte.
  Pur nelle differenze che le contraddistinguono, tutte le teorie del cinema hanno comportamenti simili, dal momento che tutte fanno leva, come ci insegna Francesco Casetti, su tre componenti: un nucleo di idee di fondo che inquadrano la ricerca; un insieme di concetti che stabiliscono l'ordine e la modalità dell'esposizione; un altro di osservazioni concrete che forniscono dei riscontri. Eppure, ogni analista o critico ha modo di scegliere a quale delle tre dimensioni dare maggior rilievo: chi si concentra sul primo aspetto privilegerà le spiegazioni concettuali (il cinema in sé); chi opta per il secondo metterà in primo piano l'articolazione del proprio discorso (quasi un "discorso sul metodo"); chi sceglie il terzo si affiderà alla pura osservazione del "fenomeno". Proprio in base a questi differenti paradigmi (modelli su cui impostare e condurre l'analisi) dal dopoguerra si sono definite tre aree precise: una estetica-essenzialista, teoria ontologica che si concentra sulla componente metafisica ma anche sull'essenza del fenomeno investigato fino alla definizione di quest'ultimo e all'elaborazione di un'idea globale di cinema (Bazin, Kracauer, Morin, Della Volpe, Mitry); una scientifico-analitica, teoria metodologica che valorizza la propria componente sistematica evidenziando ciò che è pertinente fino al raggiungimento, tramite analisi, di una conoscenza prospettica; una interpretativa, teoria di campo che valorizza la dimensine fenomenica, fa emergere una problematica e raggiunge una conoscenza trasversale. Dunque tre criteri (verità, correttezza, pregnanza), tre "saperi" (globale, prospettico, trasversale), tre operazioni (definizione,  analisi, esporazione), tre oggetti (essenza, pertinenza, problematica), tre componenti (metafisica, sistematica, fenomenica). Ma l'amatodiato critico cinematografico, dove si colloca? Trova spazio in questo complesso quadro teorico e metodologico? Certo, a patto che non si accontenti di recensire un film, ma intenda esplorare la natura del cinema, o meglio: CONSIDERI IL RECENSIRE UNA FASE DI UN PROCESSO PIU' AMPIO DI ELABORAZIONE TEORICA. Il critico cinematografico, nella forma di una recensione, cristallizza un'opera che è, ontologicamente, un divenire. Tale azione presuppone una metodologia ed è frutto di una attività analitico-speculativa che mostra "in nuce" e prefigura un'idea di cinema generale. L'atto del recensire deve inserirsi in un discorso di più ampio respiro: attraverso l'accumulo di pensieri legati alla visione, film dopo film, tassello dopo tassello, "deve giungere all'individuazione delle grandi polarità che caratterizzano la dimensione estetica o espressiva" e deve portare il critico-teorico alla definizione di un'idea di cinema precisa, puntuale, consapevole; una teoria del cinema che, quasi inconsciamente, già si celava dietro anche la più piccola e apparentemente insignificante recensione del più piccolo e apparentemente insignificante film.

Manuel Billi

Il Cinema e non andiamo oltre
Decoupage a cura di Niccolò Rangoni

Da “Il cinema, e oltre. Diari 1988 – 1991”, di Serge Daney

"Vedere dei film, viaggiare. È la stessa cosa. Viaggiare, e non evadere o fuggire. Viaggiare significa sapere che, per poter trarre piacere dal viaggio stesso, bisogna avere una meta, cioè trovarsi "fra" due estremi, in altre parole essere protetti. Lo stesso per i film: le inquadrature sono i sobbalzi dei vagoni".

"Che cosa vuol dire in fondo guardare un film?…Per esempio vedere -con lo stesso colpo d'occhio-l'inquadratura di John Ford, la ripresa di questa inquadratura, il cavallo, l'attore distinto dal suo ruolo, il personaggio distinto dal suo corpo, l'essere umano distinto dalla sua funzione sociale… Certo è un programma folle. Ma questa esasperazione della percezione di ciò che è eterogeneo sotto l'omogeneo è anche ciò che rende possibile la critica. La critica riesce a vedere del "montato" (cioè del fabbricato) là dove gli altri vedono l'omogeneo (cioè del "naturale")…Il critico è colui che se fosse capace di questa sovra-percezione potrebbe discutere del film con gli autori stessi. Parlerebbe da artigiano".

"Un bambino "normale" impara presto a identificarsi con un personaggio che gli assomiglia e, attaverso di lui, a entrare in sintonia con il film. I bambini normali hanno come alter ego altri bambini perché sanno di essere come loro. Ma il figlio "unico", che non si riconosce naturlamente a partire dall'altro, rifiuta questo tipo di identifcazione. È obbligato a rimanere unico anche a costo di un'alienazione che lo fa vivere per procura. Finirà per identificarsi con la macchina da presa, con l'autore, con dei personaggi che non gli assomigliano per niente…L'autore sarà la figura razionale ultima di colui che l'ha fatto arrampicare sulle proprie spalle e di cui impara a conoscere il corpo, i movimenti, i riflessi…Non comunicherà con gli altri durante il film (potrebbe vederlo in una sala vuota), racconterà agli altri ciò che ha visto e lo confronterà con ciò che hanno visto loro. Viaggiatori paralleli, non in gruppo. Già, non turisti."

"Sensazione-emozione-sentimento-idea. Queste parole così semplici e a tutti note si declinano in modo diverso. I maschietti vogliono delle sensazioni, le donne dei sentimenti, gli intellettuali delle idee. In tutti e tre i casi, l'emozione segna il passaggio da un registro all'altro. L'emozione non è mai data in partenza, nasce lungo il cammino…Per il pubblico normale forse l'emozione è secondaria…Il pubblico cerca piuttosto i sentimenti".

"C'è la serie, l'opera e il prototipo. La serie è un credito emesso sul conto del pubblico. Il prototipo non è fatto per essere seguito, ma per auto-generarsi come evento unico. Kubrick deve essere stato il primo grande creatore di prototipi. Tra la serie e il prototipo sta l'opera".

"Perché gli americani?…Hanno dei mostri veri, da filmare in modi diversi, se possibile. Gli europei, invece, hanno erotizzato l'inquadratura, il campo, più che il corpo. Da qui deriva il loro primato "morale" e il loro ritardo "mitologico".

E-mail con un critico che mi critica (Tibbs)

Tibbs "Il cinema che amiamo è già morto, e si è guadagnato la vita eterna. Arrivare tre mesi dopo l'uscita di un film è per me motivo di orgoglio (come vedere i film in seconda visione e pagarli la metà), significa essere liberi, fregarsene della promozione, del mercato, degli incassi, del gradimento del pubblico. Non bisogna essere informati su che film andare a vedere ma eccitati, desiderosi di andare a vedere. Io contesto la presunzione di insegnare l'amore, di consigliare un film, la presunzione di essere creduti delle guide (neppure tu ti fidi veramente di altri, se non del tuo sguardo). Siamo nell'epoca delle pagine web individuali (intimistiche), tutti hanno la possibilità di scrivere (e l'alea di essere letti), basta lanciare una ricerca sul titolo ed ecco apparire da lontano centinaia di recensioni senza tempo, senza schemi, senza funzione che quella di accumulare sapere e conoscenza nella babele di files e rendere detestabili i film stessi, perché questa mole smisurata di sapere diffuso, offende e sazia".

Tibbs "Se c'è una c'è una forma esausta è la recensione. Piuttosto dobbiamo guardare di scrivere delle riaccensioni. Non dobbiamo perdere lo stato di grazia".

Tibbs "L'altra sera un ragazzo che fa il proiezionista mi ha attaccato una pezza infinita ed ha concluso dicendo che "Di film come american biuti ne fanno sì e no tre all'anno", e gli dà un bel 7 pieno. Stavo per picchiarlo: io non scrivo per quella gente. Dobbiamo fare poesia per il popolo, nel senso più alto del termine."

Io (fonte della biografia nella pagina di REDAZIONE) "Quel proiezionista è uno dei tanti per cui mi piacerebbe scrivere, perchè sono fermamente convinto che la critica al cinema (medium di massa che si rivolge anche al singolo nella fruizione) deve essere un compromesso fra l'utensile, lo strumento utile alla visione dell'uomo comune, e uno stimolo all'analisi (con un linguaggio anche forbito) per chiunque volesse aver un aiuto per approfondire l'analisi del testo filmico.
A volte il critico è troppo "qualunquista", altre troppo autoreferenziale, beato nello scriversi addosso liricamente. Altre volte trova la misura perfetta, che non sta nè con CIAK, nè con Majakovskji, ma nel film stesso, un amico (o un nemico) che bisogna imparare a conoscere, per restituirne la memoria (di come era realmente, non una sua ulteriore "proiezione" a fini strumentali o propagandisitici o artistici) a chi non l'ha conosciuto. Se parli di Joe Johnston, dei Vanzina, userai un certo tipo di linguaggio, che li rispecchi. Se sei davanti a Tarkovsky è giusto (ed inevitabile) che le parole utilizzate siano più "alte", complesse, che non vuol dire necessariamente ermetiche, elitarie. La critica "underground", quella dei cineclub, dell'impegno culturale, dell'oltranzismo che parla di "popolo", finisce col parlare solo di sè. Mentre una rivista come CIAK parla al "popolo" rischiando di parlare poco di "Cinema". Curioso, no? Io sto con gli ippopotami".

Tibbs "Gli utensili lasciamoli a chi si trastulla col bricolage, oppure se servono a qualcosa (a qualcuno) prestiamoli a Berlusconi, che ci aggiusta l'Italia. A qualsiasi concessione o compromesso con un'idea di pubblico e di lettori che è solo nella testa dei pigri, preferisco una bella gita al mare. 
Poche chiacchiere, serviamo davvero, e a chi? Tu continui a difendere il vezzoso privilegio di giudicare i film, di fare classifiche, quando l'unica classifica che conta, l'unica pagella che ha un senso è quella pubblicata dall'ANEC sui dati degli incassi dei film. MA A TE COSA INTERESSA: il business o il film? Non so se dopo aver visto il film, averne scritto in questo modo, aver lanciato sul web la tua velina insidiosa, poi vai a letto con la coscienza a posto nei rispetti del film."

Sulla Critica

Fornara: "Mi piace partire da dati di fatto molto precisi all'interno del film, tenere conto di uno sguardo, di un gesto, di una situazione, di un taglio d'immagine, di una certa inquadratura, cioè essere molto legato a quello che il film mostra di per sè, perciò molto spesso mi viene la voglia di descrivere il film. L'idea che si ha del critico è di uno che dà dei giudizi, che fa il superiore, che sta sopra e fa il giudice dei film. A me, invece, piace l'idea di quello che guarda il film e tenta di riscriverlo, di ridirlo e di accompagnare lo spettatore al suo interno: mi piace descrivere quello che ho visto."

Mereghetti "I critici sono una delle categorie più individualiste del mondo della cultura, e penso che ogni critico abbia un proprio parametro. Tuttavia si può affermare che esistono alcuni criteri che in qualche modo sono, non dico oggettivi, ma abbastanza comuni a tutti. Il primo, quello più immediato, è tentare di capire se la storia che il film racconta è stata esposta in maniera conforme alle intenzioni del regista e/o dello sceneggiatore, quindi se nel modo in cui è articolata la storia - e nell’articolazione interna del film rientrano gli strumenti espressivi che vengono utilizzati, vale a dire la scelta degli attori, come quella della scenografia, dell'ambientazione, del montaggio, della fotografia, ecc…, poiché la straordinarietà del cinema sta nel fatto che è un'opera collettiva –, sono stati utilizzati strumenti adeguati ad esprimere quello che si voleva…Alle volte l'esperienza o la bravura di un critico è quella di capire che ci sono delle qualità che il pubblico non riesce ancora ad apprezzare. Il discorso nel cinema è di questo tipo: si tratta dei diversi livelli messi in gioco quando si va a vedere un film, della capacità di capire la qualità delle opere… Il problema è che nella critica cinematografica resiste un vecchio residuo di stampo crociano, per cui come c'è la poesia e la non poesia, così ci dovrebbe essere il cinema e il non cinema, utilizzando categorie di valutazione piuttosto complicate".

Suor Nina Bochi "Mi chiedo veramente a cosa serva la critica cinematografica. E mi rispondo:
1) A informare gli utenti di cinema
2) A spiegare agli autori di film i loro film
3) A dare un senso alla vita dei critici cinematografici
4) A perdere occasioni buone per tacere
5) A trasformare gli effetti disindromi di andro/meno pausa in brillanti articoli
6) A esplicitare un rapporto vittima carnefice dove il critico è comunque vittima anche se si mostra ineffabilmente crudele ed il film è sempre carnefice in quanto indifferente come la natura di eisenstanjana memoria.
7) A parlare male di un film come Ameliè Poulin che non chiede niente a nessuno e regala qualcosa di piccolo e buono, come un croissant o una leggera brezza di primavera a certi critici che pur di continuare a mangiare letame e respirare benzene rifiutano la ruffiana e dolce fragranza della bellezza."

Cristina Jandelli e Beatrice Manetti "Il film è in sala. Adesso tocca al critico. Che arriva a parlarne dopo che tutti ne hanno detto qualcosa: cronisti, coloristi, sociologi, psicologi e massmediologi. Sono bolliti tutti e due, il film e chi dovrebbe analizzarlo. Relegati in una quarantina di righe a fondo Il critico ci prova lo stesso. Entra in sala, guarda il film, azzarda riferimenti e confronti, si sforza di tener conto di tutto, dalla regia alla colonna sonora. Ma è come affondare la forchetta in una pietanza già spolpata. Frastornati dal selvaggio can can che ne ha preceduto l'uscita. Il film ha già vissuto: una vita virtuale di chiacchiere, pettegolezzi, annunci trionfalistici e battage pubblicitario. Quello che ne rimane è un prodotto inservibile alla riflessione, che tutti, nonostante la sensazione diffusa di averlo in qualche modo già visto, andranno comunque a vedere per motivi completamente estranei al suo essere bello o brutto, originale e scontato, stimolante o anonimo. E il giudizio del critico suonerà come un pigolio nel frastuono dei dati d'incasso".

Leonardo Tosi  "Come in tutte le cose c'è bisogno di allenamento. I critici cinematografici hanno un background storico-culturale che permette loro di affrontare la visione del film con molti elementi già noti in partenza (per documentazione propria e soprattutto per cultura personale). Conoscere la storia del cinema, conoscere le tecniche cinematografiche, la grammatica di un film, aver visto altri film di un certo regista, poter leggere il "riassunto" del film in precedenza....sono tutti elementi che permettono ad una persona di vedere un film in modo totalmente diverso da uno spettatore "comune". Ma questo non basta. E' necessario, come abbiamo detto, che la persona si sia creata una griglia, un metodo intrinseco di approccio al film. L'occhio cadrà allora sempre nel punto giusto, la mente lo seguirà per ricreare i nessi di significato e determinare il valore artistico del film".

Memmo Giovannini  "Carmelo Bene sosteneva, citando Leon Bloy, che il critico è "colui che cerca disperatamente un letto in un domicilio altrui". E' la vecchia accusa di parassitismo rispetto all'arte, un'accusa a cui è molto facile rispondere citando, Northrop Frye che in un vecchio libro "Anatomia della critica" (Einaudi 1969) proponeva la definizione di "mediatore" fra l'artista e il pubblico. E' un'idea ovvia, ma fondamentale, tanto vasti e frastagliati sono oggi i pubblici, tanto numerosi i potenziali creatori, che una mediazione è indispensabile e non può che basarsi sulla scelta. Sembra rozzo a dirsi, ma è un problema di quantità. Nessun spettatore può fruire di tutti gli spettacoli possibili, qualcuno deve selezionare per lui. Partendo da questo presupposto dovrebbe essere chiaro che non è la definizione di valore a decidere se una critica è giusta o no. Chiunque, critico o spettatore, ha il diritto di dire che un film è bello o brutto, ciò che conta sono i parametri, l'argomentazione. Perché ha ragione Frye quando, nel libro citato spiega che l'esistenza della critica si giustifica perché essa "può parlare, mentre le arti sono mute", e citando il filosofo inglese John Stuart Mill, aggiunge: "Le parole dell'artista non si ascoltano, si origliano". Figuratevi come può essere difficile origliare un artista in questi tempi così rumorosi. Il critico sarà anche nudo, ma di fronte a un pubblico sordo (o, meglio, assordato) essere dei cornetti acustici è già qualcosa di nobilissimo".

Forum di FilmUp (http://www.filmup.com/forum/viewforum.php?forum=14&706fra vari utenti internet

Pubblico vs critica

"La critica rimane comunque un fatto elitario, nel bene e nel male i critici hanno a disposizione mezzi e strumenti diversi per giudicare un film: ideologici, tecnici etc. Il grande pubblico per sua natura è vario, non sempre cerca la qualità nel cinema ma il divertimento, cinema da ingoiare e consumare per uscire dalla sala soddisfatto come dopo una cena luculliana".

-"La differenza tra critica e pubblico sta nel fatto che un critico ha visto 10.000 film e uno spettatore medio trova fantastico un film che magari è stato già visto 100 volte al cinema e quindi ha poco valore..."

-"...E’ soprattutto una questione di esperienza...se uno non ha mai visto qualche film di Hitchcock troverà qualsiasi thriller normalissimo una figata pazzesca!"

-"Io credo che ci voglia di piu' che l'esperienza per fare un critico. Deve studiare l'argomento e conoscerne approfonditamente le regole per poter fare una critica vera. Altrimenti e' un appassionato che fa osservazioni, come lo sono io e quasi tutti qui dentro. O ci definiamo tutti critici?

Vi influenzano le recensioni?

-"Mi piace molto leggere le recensioni dei film, ma non mi faccio condizionare per niente, perchè, come già affermato da altri, l'opinione di un film è soggettiva."

-"Non ci bado per niente. Mi sono sempre chiesta che razza di mestiere sia quello di critico cinematografico o teatrale. Lui ha le sue idee ed io le mie. Se a lui non piace un film perchè non deve piacere anche a me o viceversa? No, non ci badi proprio per niente alle recensioni".

-"Certamente: se la recensione del critico cinematografico e' negativa, cioe' nel 99% dei casi, mi viene voglia di andarlo a vedere. Quando mai critica e pubblico sono andati d'accordo? In casi rarissimi."

-"Uso le recensioni quando sono costretto a decidere tra due film e allora ascolto il critico. Vado a vedere quale dei due recensisce meglio. Poi quando esco e mi accordo d'aver buttato nel c.... i soldi mi chiedo cosa ci abbia trovato il critico di così avvincente, interessante e misterioso. Poi mi chiedo se io proprio nn capisco niente di cinema oppure se lui era andato al cinema con Manuela Arcuri!"

-"Il critico ha sempre avuto un ruolo ambiguo e poco capito… tutti si credono in permesso di criticare un critico secondo l’idea: “ma lui che diritto ha a criticare un qualcosa che non ha fatto e che non sa fare, il critico del cinema è un regista fallito”. Io sono assolutamente convinto che il ruolo del critico come quello del filosofo sia perfettamente accettabile e che le idee che esprimono (se volete discutibili e non condivisibili) da quando esiste la speculazione e la riflessione (quindi da sempre) rientrino in un contesto di totale non solo plausibilità, ma anche necessità. Perché ricordatevi che il bravo critico vede delle cose e sottolinea degli elementi che lo stesso regista non ha visto…Per me il critico deve essere, se non vuole essere criticato, un profondo conoscitore e abile e attento “fruitore” del cinema, essere insomma primo uno studioso e poi un innamorato, e spesso oggi si riscontra solo la seconda…”

-"Io sostengo solo che la recensione non deve essere didascalica o troppo schematica.
Il pezzo, a mio parere, deve interessare ed incuriosire il lettore a prescindere dal film e dal suo valore. Deve avere un valore aggiunto rispetto all'oggetto della recensione. Io riporto quello che il film ha in me suscitato. Queste sensazioni naturalmente devono essere corroborate da dati tecnici e specialistici. Insomma, secondo me non deve esistere il manuale cencelli del bravo recensore."

-"Ognuno utilizza gli strumenti che ha a disposizione (se ce li ha). La critica oggettiva è un' utopia (ed è bene che rimanga tale). Nel momento che esercito un 'azione speculativa è inevitabile che il vissuto personale di ciascuno, (siano i libri che ha letto o i traumi subiti nell'infanzia) si relaziona, influenzando, il giudizio e la valutazione. Io penso che la critica debba essere onesta. Deve essere cioè priva di preconcetti (i film di azione non mi piacciono allora li valuto negativamente...) non può essere decontestualizzata (inseriamo l'opera nel periodo, nel paese, nel genere a cui appartiene) deve avere rispetto dello spettatore (non prendiamolo per il culo dicendo che quel film è un capolavoro solo perchè è un po' più intellettualistico della media). Se è possibile la recensione dovrebbe costituire un genus a sè, distinto dall'opera che si giudica. Il mio ideale è una recensione che abbia i caratteri esteteci di un'opera d'arte. (Probabilmente anche questa è un'utopia)."

-"Credo che un critico cinematografico debba esprimere il proprio parere (dunque non incarnare lo spirito del pubblico). Non amo molto i critici che cercano di prendere più consensi possibile, nascondendosi dietro aggettivi e sostantivi "deboli", ammiro molto di più la parzialità del critico, lo sviscerare il porprio amore o odio nei confronti di questo o quel film.
Il problema principale della critica (per questo diffido dei critici) è che spesso sono in malafede, cioè se dico che un film è brutto perchè non mi è piaciuto, va bene Ok, ma se lo dico perchè quel regista mi è antipatico, perchè quell'attore mi ha pestato un piede o perchè considero un determinato genere "cacca"...la critica non ha più molto senso.

Ecco un esempio di una brutta recensione

-"Questa che ri porto è una recensione di Francesco Ruggeri pubblicata da "Sentieri selvaggi" sul film "The Believer".
Al di là del fatto che non condivido il giudizio il pezzo è scritto con una supponenza e una completa indifferenza verso chi la dovrebbe leggere, decisamente irritante.
A voi il giudizio:

"Insinuandosi nelle pieghe ombrose di un cinema di testa più che di cuore, l’esordio alla regia di Bean, premiato peraltro all’ultima edizione del Sundance Festival con il Gran Premio della Giuria, è una di quelle opere che valgono bene il dibattito, nate per essere discusse, ma non necessariamente viste. Spieghiamo subito il perché. Gran parte del cinema medio di questi ultimi anni si divide in due grossi tronconi: quello rappresentato da quelle opere capaci di creare squarci di senso inaspettati, inattesi, improvvisi, e quello che invece si compone di tutti quegli sguardi che piuttosto di mostrare la realtà, vogliono necessariamente spiegarla, assumendo dei toni poco concilianti rispetto alla pluralità ermeneutica che invochiamo qui, ora, come costante necessaria ed obbligata per ogni esercizio critico che si rispetti. Detto questo, consci del fatto che tutto ciò Rossellini e pochi altri lo avevano già capito più di cinquant’anni fa, facciamo rientrare volentieri quest’opera prima all’interno di questo secondo tipo di opere e non tanto per livore intellettuale nei confronti di un film in cui le premesse iniziali vengono rispettate da principio sino alla fine senza nemmeno una-possibilità-una di sbandamento in corsa, quanto per una sorta di sacrosanta ritrosia nel credere ancora ad un cinema incapace di produrre in sé una sia pur minima traccia di stupore per ciò che racconta. Fatto sta che questo “The Believer” non sa nemmeno cosa sia la meraviglia del racconto, lo spaesamento del trovarsi immersi in concatenazioni finzionali di corpi e di vite e soprattutto (almeno in questo caso) quell’effetto di disorientamento che si deve creare nello spettatore, alimentando la propria visione della realtà con una buona dose di “aperture” che non dovrebbero mai mancare. Apertura di nuovi squarci prospettici, apertura di nuovi occhi con cui riallacciarsi alla dinamica pulsionale della visione, e soprattutto apertura del set stesso a deviazioni capaci di contenere al proprio interno più direzioni insieme. Ecco dunque, tornando al discorso di cui prima, quella sensazione di staticità innaturale che si prova nel percorrere gli angusti sentieri dell’opera. Sentieri già abitati, già vissuti, già esplorati, senza che nulla ci si imponga all’occhio quale reale divaricazione possibile rispetto all’assunto programmatico dell’azione. Avremmo voluto trovarci di fronte, così all’improvviso, ad interessanti crocicchi in cui incrociare il nostro sguardo col proprio contrario, oppure renderci conto che quella che si stava affrontando era in realtà una falsa pista, un falso iter da ri-percorrere nuovamente per estrarne delle rinnovate premesse, ma il presupposto stesso dell’opera (quello basato su di un giovane ebreo che si unisce ad un gruppo di estrema destra nel tentativo di continuare i deliranti propositi nazisti degli anni quaranta) ce lo ha impedito, affermandosi sia da subito quale provocazione più scritta a livello di sceneggiatura che realmente filmata, che realmente vissuta. Ma aggiungiamo di più. Ci pare infatti, e ne è testimone il successo che il film sta avendo nel mondo, che il film di Bean sia una di quelle opere che alla fine mettono d’accordo tutti. Ecco dunque il punto che abbiamo accennato all’inizio della nostra analisi. Il cinema deve essere discussione. Deve poter essere partecipato a più livelli (di comprensione e di visione naturalmente)ed è per questo dunque che continuiamo a diffidare di sguardi (e quello di Bean, a quanto pare, è uno di questi) che si impongono sullo spettatore soltanto al livello più epidemico, quello per l’appunto contenutistico, quello che affonda le radici in un‘abitudine alla visione che parte dal testo scritto per restare fisso su quest’ultimo, producendo un annichilimento del senso francamente inaccettabile. La visione a questo punto viene completamente annullata. Andatelo a spiegare ai difensori ad oltranza della Sceneggiatura."

-"Non c'ho capito un cazzo , eppure believer l'ho anche visto, non c'ho capito veramente un cazzo , che è roba che si trova su riviste specializzate per tecnici?”

-"Il mio punto di vista è che a volte si maschera una certa povertà di concetti con parolone e ardite architetture."

-"Tornando alla recensione... mio dio... pare che l'abbiano sottoposto ad una serie di torture per fargli scrivere questa "roba"...manca di sensibilità artistica, manca di gusto cinematografico, manca di critica...è solo rabbia compressa in un mucchio di parole pressate ad arte…non si riesce nemmeno a prendere respiro tra un concetto e l'altro... io recensisco come i bambini... ma questo lo ha fatto con l'aridità del negligente disinteresse...A volte non mi spiego il motivo di tanto rancoroso livore da parte di alcuni "critici"..."

-"Semplicissimo: molti critici sono registi mancati, quindi vivono di giorno in giorno un'inevitabile frustrazione...ma sono pochissimi fra loro quelli intelligenti, non animati da pregiudizi e seriamente preparati: mi piacerebbe sapere se i dottori Mereghetti, Morandini, Crespi, Canova, Fofi (quanto lo detesto!) etc. conoscono il significato di "scavalcamento di campo" o le sostanziali differenze fra gli obiettivi, quindi fra grandangolari, medi, lungofuochi, per esempio. E' inutile che con le loro solite arie da saccentoni ci propinino giudizi opinabilissimi e molto spesso non motivati. L'epoca dei critici appassionati e intelligenti alla André Bazin è ormai alle nostre spalle... che rabbia!"