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ITALIANS DO IT BETTER #2
COSIMO TERLIZZI

Autoritratto di dicembre

Cosimo Terlizzi (Bitonto, 1973) è fotografo, scultore, videomaker, performance artist ed espone i suoi lavori in gallerie e musei di tutto il mondo.
I video Folder e L’uomo doppio, presentati e premiati in diversi festival internazionali, attraverso il filtro delle sue vicende personali - esposte in forma diaristica, in un processo di ricerca e di conoscenza di sé - si affermano come incisive indagini della realtà contemporanea, dei suoi segni e dei suoi linguaggi.
Il suo ultimo art video, La benedizione degli animali, prodotto in collaborazione con Traffic Gallery, è nella selezione ufficiale del Festival di Rotterdam 2014.
Vive e lavora a La Chaux de-Fonds (Svizzera).


Il tuo percorso artistico si articola su diversi fronti: performance, video, film, sculture, fotografie. Quando hai cominciato “come ti pensavi”?

Nei miei primi tentativi artistici ero vincolato dal peso di tutta la storia dell’arte e dal momento storico in cui vivevo, mediaticamente fertile. Ho trascorso un periodo di crisi riguardo a quale mezzo utilizzare. Dormivo accanto alla tela che dipingevo. Mi svegliavo e ogni volta toglievo con un panno tutta la pittura. Lo strato sottile ottenuto mi metteva davanti alla realtà dei fatti …Forse non era quello il mio strumento ideale. L’utilizzo della fotografia, con il suo strato sottile, mi ha liberato e aperto un orizzonte. Nel tempo mi sono reso conto che in realtà ad interessarmi non era il corpo dell’opera ma il suo fantasma, o meglio la percezione dell’opera stessa. Come in un salto acrobatico nella società liquida, complessa, ipertestuale, ho cominciato a scegliere tra i diversi mezzi in base alle necessità dell’idea. Libero e posseduto da un senso di onnipotenza creativa ancor oggi penso che il mezzo sia una sorta di trappola da superare. 

Il tuo debutto con quale opera lo fai coincidere?

Il primo debutto significativo, l’inizio cosciente, è avvenuto con Nadia Luca & Roberto del 1996. Tre ritratti dove sono visibili ancora le tracce del colore pittorico. Tre servizi fotografici resi in diapositive, poi selezionate e scansionate e montate con un primo software video, Adobe Premiere. L’incontro con Stefano Tolio (in arte Nark Bkb) e Christian Rainer a Bologna ha reso fattibile la mia prima opera video che all’epoca della sua presentazione al pubblico suscitò un vivo interesse, seppur conflittuale. In un periodo in cui vi era una sorta di eccitamento generale nel mondo audiovisivo dove le immagini erano veloci, aumentati i frame, più quadri nella stessa immagine, un po’ a riverberare la società bulimica, il mondo dei videoclip e degli spot. Mi sembrava di essere in mezzo a due estreme fazioni, una sporca, brutale, ermetica dell’artista contemporaneo e l’altra leccata perfetta e retorica del mondo televisivo, commerciale. Daniele Perra mi pescò dal ricettacolo bolognese e mi propose la prima esposizione in una galleria (Interno & Dum Dum) con l’installazione su tre monitor del video, 1997.

A proposito di videoclip, cosa ami e cosa ti attira di questa forma?

Il suo essere a un passo dallo spot pubblicitario, nella dimensione del cinema, ma vicino alla videoarte. Rimane nel videoclip l’incubo dello spot, nei limiti del tempo, nell’efficacia del prodotto finale. Deve anch’esso diventare un’ossessione.
A differenza di un’opera di pura videoarte, che può permettersi di non avere limiti e non preoccuparsi di piacere, il videoclip, quando riesce, è un favoloso incontro tra due artisti, l’autore del pezzo e l’autore del video. Vai a comprarlo adesso è il richiamo sottinteso, ma non troppo, della pubblicità. Il videoclip ricorda questo richiamo, seduttivo, ma ci appare meno pretenzioso. In fondo ciò che si vuole vendere è un prodotto artistico. L’idea di far passare il mio mondo nella forma del videoclip mi affascina molto. È come cercare l’impossile, ed eccitarsi.
Alcuni miei video sono stati considerati ammiccamenti al genere del videoclip. Per esempio lo stesso Nadia Luca & Roberto (1997) e Ritratto di famiglia (2001), molte le critiche ricevute (ricordo un seminario catastrofico a Brera nel 2002), come se non fossi onesto con la videoarte. Quando Christian Rainer mi propose di realizzare un video sul suo brano Jongleur, mi sembrò naturale accettare. Il prodotto finale Fratelli Fava (2007) è stato poi mostrato in gallerie, musei e festival del cinema. Quest’anno replico con un altro artista: Benjamin Tenko e il video She Draws. La particolarità di queste due esperienze sta soprattutto nel fatto che i due cantanti nella vita dipingono e scrivono.

A proposito di Ritratto di famiglia, in esso riesci - basandoti su una semplice foto, quella di una famiglia ottocentesca in posa - a portare lo spettatore a immaginare delle possibili storie; lo induci a percorrere dei sentieri narrativi personali semplicemente attraverso il movimento e il fuoco della macchina da presa. Mi chiedevo se l’idea fosse partita da quella fotografia o se, pensando di ricorrere a un tale procedimento, hai cercato quella che meglio si adattava a sperimentarlo.

In quel periodo ad attirare la mia curiosità erano i libri di fotografia che sfogliavo con ossessione in tutte le biblioteche possibili. Qualche anno prima avevo visto La jetée di Chris Marker, il film del ’62 composto interamente di fotografie. Volevo andare oltre. Ho cominciato a cercare un’immagine che si potesse raccontare solo con il movimento dell'inquadratura e che venisse fuori qualcosa di complesso nonostante i personaggi immobili. Volevo realizzare un’opera in video utilizzando nient'altro che una foto. In particolar modo, dopo i precedenti lavori, volevo approfondire l’intuizione, fissarla.
In una mostra dedicata al costume nella fotografia di fine Ottocento e primi del Novecento, curata da Piero Tosi a Bologna, vi era appeso il ritratto della famiglia dei Conti Sarvognan di Brazzà, lì dentro c’era tutto ciò che in quel momento cercavo. Non è un caso se dietro questo processo di creazione ci  sia anche la scelta di Piero Tosi. Ritratto di famiglia è il mio andare incontro al cinema, ma nel modo del “reset”, un’operazione di ripristino di una condizione originaria del cinema e nello stesso tempo un nuovo riavvio della dimensione fotografica.


Il tuo è un racconto a tutti gli effetti, per quanto muto. Mi ha fatto ricordare una frase di Roland Barthes “L’immagine è perentoria, essa ha sempre l’ultima parola”.

Ammetto che il suo testo sulla fotografia mi ha molto affascinato. Bisogna fare attenzione a non prendere come verità ciò che ci appare, la visione è anche uno slittamento continuo. Sappiamo che la fotografia ha perso con gli anni il suo statuto (acquisito e non naturale) di documento, di verità, è entrata nella dimensione dell’arte. La luce, il riverbero, il segno cangiabile così come il suo supporto. Ciò che ci arriva a noi, l’impressione, può davvero essere il fantasma di un corpo che è morto nello stesso momento dello scatto. Un corpo che è mutato. Come per la luce delle stelle. Con ciò voglio dire che il passo successivo per comprendere pienamente un’opera è al suo punto di non ritorno (VS punctum).

Al centro di Fratelli Fava c’è il mistero della gemellarità: in pochi minuti richiami un tema che il mondo dell’arte affronta da sempre, che si riporta a mitologia e psicoanalisi, e lo fai alla tua maniera, con immagini al solito in bilico tra realtà e simbolo. Lo sdoppiamento e la scissione sono tematiche che riprendi anche nel tuo ultimo film. A posteriori, vedi in quel video il seme del tuo lavoro successivo?

Sì, è una sorta di sviluppo: dalla miniatura dei 5’ di Fratelli Fava al grande affresco dei 67’ de L’uomo doppio. Ma ti dirò di più. Christian Rainer, autore della musica che mi ha ispirato, è presente nuovamente nelle musiche e nel cast del film. Durante i primi anni a Bologna eravamo una coppia fissa e spesso venivamo confusi, nonostante la diversità. Questo aspetto mi ha affascinato, è come se qualcosa di noi passasse nell’altro, un atteggiamento, un modo di vestirsi, il tono della voce, un gusto, una scelta. Io e Christian abbiamo lavorato separati ma sempre l’uno a fianco all’altro in una lotta di espressione continua e di conoscenza. Un gioco di forza artistica che ci ha portati a visitare luoghi diversi, mezzi diversi, ma spesso speculari. Fratelli Fava è anche un omaggio a queste due teste. Ma è evidente che è un’opera che soprattutto indaga sulla gemellarità ed anche l’odio amore tra due fratelli. L’uomo doppio è più complesso, è una ricerca “pericolosa” riversata in se stessi; è il tentativo di analizzare questi “sdoppiamenti” che possono anche essere tripli. C’è di fatto che la carne e la psiche sono due aspetti fondamentali di noi e se ci fai caso è lo stesso identico concetto di corpo e fantasma.

S.N. via senza nome casa senza numero è un video in otto parti. Quando hai girato i vari frammenti -  in cui riprendi tuo fratello e tua nipote -  pensavi già ad un loro utilizzo o li hai riconsiderati a posteriori, come qualcosa che apparteneva al tuo passato e che potevi riguardare sotto un’altra luce?

Ho girato con l’intenzione di mostrare il graduale cambiamento di una strada della campagna abitata da adolescenti che crescono sedotti dalle mode della città. Un po’ è ciò che ho vissuto nel passato, che si ripete ogni momento. Questa fame di terra, questo continuo conquistarla con asfalto, muri in cemento, cancelli, case, feudi privati, guardie cani e tanta polvere. Il mondo arcaico è in periferia, subito dopo l’ultima casa… bastano poche centinaia di metri e siamo salvi, ma solo per poco: dietro il ponte si allunga, l’aeroporto si estende sempre più. La ferrovia stringe il quadrato. E li dentro si estingue l’uomo stesso, come animale del mondo.


Di quel video mi colpisce moltissimo il lavoro che hai svolto sul suono. Me ne parli?

Ho filmato senza suono. Nella fase di post produzione poi ho cercato i suoni nel mio archivio e via internet, li ho attaccati come in un collage. La mia intenzione era di avvicinarmi il più possibile al rudimentale per far emergere con forza il senso dell’opera in sé. Il suono così viene fuori come un’entità aliena nonostante la sua aderenza al contesto.

Prima di parlare nello specifico di Folder volevo che mi delucidassi su un punto. Al centro di quel lavoro c’è l’evento tragico del suicidio di una tua amica, circostanza che ritornerà anche come motore ispirativo de L’uomo doppio. Nel film coinvolgi anche la sorella di questa persona e ingaggi una sorta di sfida allo spettatore, attraverso una vera e propria rappresentazione del dolore, una rappresentazione in cui spontaneità e programmazione vanno in corto circuito. Pensavo alle polemiche su Sangue, il film di Pippo Delbono sulla madre morente, e mi chiedevo se ti avesse sfiorato l’idea che questa  potesse essere letta come una scelta cinica, come una strumentalizzazione della circostanza. La questione etica - che fosse giusto o meno porsela - l’hai presa in considerazione?


Ero motivato dal fatto di essere fedele al diario. L’eccezionalità del diario sta nella sua genuina stesura. Sono dati al primo livello. Si scrive di getto. Si fanno errori. Si pensa alla urgenza di lasciare tracce. Il filtro è proprio chi si trova a leggere il libro intimo. Si sfogliano le pagine, i file segreti. Si trova di tutto. Nella scelta dei file del mio diario ho cercato questo tipo di fedeltà. Poi ho pensato alla creazione dell’opera. In effetti vale anche per il “cinema” il nostro attaccamento romantico al supporto, in questo caso nel pensare che la rappresentazione della realtà debba passare dal filtro della scrittura, finzione. Se invece il dolore è in presa diretta allora no. Il confine è breve. Per me vale l’idea che se un’opera mi emoziona vuol dire che è reale. Nello specifico, riguardo Folder e L’uomo doppio alcune scene sono talmente reali da sembrare finte. Strano vero? Si vede che siamo abituati a percepire in modo televisivo certe reazioni e certi movimenti di macchina.

A proposito di situazioni reali mi viene da chiederti che tipo di realtà è quella nella quale si agisce con la consapevolezza di una telecamera che ti riprende.

E’ la realtà “Skype”, in questo caso, nel nostro tempo. Bisogna considerare che la divulgazione dei telefonini con la possibilità di fare foto e video ha abbassato la tensione estetica verso il supporto e la sua novità. Ci siamo più o meno tutti abituati a queste telecamerine. La realtà è quindi quella di un’umanità filmata ogni momento da ogni lato e latitudine. Per queste ragioni ci stiamo abituando alla pornografia. Arriveremo ad assuefarci e a quel punto cominceremo a filtrare meglio e a considerare in altro modo la privacy. Ma questo di oggi è il tempo di sperimentare.   


E in Folder raccogli tutto questo materiale personale (foto, filmati, chat scritte e conversazioni skype etc)  e lo archivi: un anno di vita concentrato in vari tipi di documenti che raccontano di te, che ti rappresentano per frammenti. Una specie di Deconstructing Cosimo, filtrato dall’esperienza traumatica della morte della tua amica. Cosa era importante inserire in quel “folder”? Cosa hai ritenuto di non dovervi ricomprendere?

Ho pensato a Folder come alla ricomposizione di un’immagine frantumata. Ho raccolto i pezzi e li ho uniti. Il “la” è quello martellante di un dramma che per le sue caratteristiche mi ha messo molto in discussione. L’apertura del mio Folder è come l’apertura di un cassetto in cui ci si è riposto con distrazione oggetti, foto, chiavi, post-it, cartoline, che non si sa dove mettere e s’immagina che un giorno troveranno la loro collocazione. Se si osservano bene questi oggetti possono raccontarci qualcosa di noi, i nostri gusti, i nostri amori, i nostri sogni le nostre paure, le nostre avventure. Forse non è proprio un esempio calzante, ma si sa che i dossier possono contenere anche chiavi. Ci sono porte che non serve aprire, magari per non fare brutte figure, sono ripostigli da mettere in ordine, stanze sfatte…. Cose che possono distrarre, ecco come ho scelto i file da mostrare.


Quando dici “raccontarci qualcosa di noi” intendi che Folder va oltre il particolare? Che è, in qualche modo, anche un documento generazionale?

Svelare se stessi significa anche svelare il mondo. In genere si preferisce parlare degli altri. In effetti l’autore preferisce il più delle volte nascondersi dietro al mezzo e rubare o immaginare il senso di altre vite. In Folder invece ho puntato il mezzo verso me stesso. Da dove parte il punto di vista? Chi è costui che scrive, inventa, fa dire? Una volta cristallizzato il mio mondo, questo diventa un’opera che funziona come uno specchio in cui tutti potenzialmente potrebbero riflettersi. Ma c’è qui un ambizione in più, quella che l’opera forgiata non tradisca tutto il mio percorso artistico precedente, insomma che anche questo corpo punti ad essere percepito come opera d’arte.

Poi arriva L’uomo doppio. Riccardo Scamarcio e Valeria Golino decidono di produrlo con la Buena Onda. Com’è avvenuto questo incontro? Cosa li ha convinti?

L’incontro è avvenuto dopo un mio primo “storico” no. Storico perché Riccardo lo ricorda come un “no” significativo per lui. Dopo quel no, sono trascorsi degli anni. Avevo timore di avvicinarmi anche solo di poco al mondo del cinema convenzionale. Il mio atteggiamento non era onesto con l’arte stessa del cinema, forse avevo paura. Credo che i tempi siano stati maturi quando Riccardo, Valeria ed io ci si sono riincontrati con la voglia di collaborare a un nuovo progetto. Che dire? Sono persone che amano profondamente il cinema e soprattutto la spinta necessaria che vi è dietro.

Anche ne L’uomo doppio ti confronti con l’autobiografia. La circolazione di questo film in qualche modo sdogana sul mercato una pratica “difficile” del cinema contemporaneo. Con quali altri esempi di cinema autobiografico ti sei confrontato?

A istinto mi viene in mente Blue (1993) di Jarman. Penso sia il film autobiografico più estremo che abbia mai visto. Dopo aver realizzato Folder, mi hanno consigliato di vedere altri film di tipo diaristico, come Tarnation (2003) di Caouette. La cosa che mi sorprende è quando ti dicono “è stato già fatto”, come si può affermare ciò? Ogni diario è diverso. Ogni tempo ha i suoi strumenti e ognuno di noi ha i proprio tumulti. Il mio non è stato un vero e proprio confronto con gli altri esempi cinematografici, piuttosto ho seguito un metodo di scrittura mio utilizzando gli strumenti che abbiamo adesso a disposizione. Mi sono fidato del mio sguardo.


So che stai lavorando al tuo prossimo film e che sarà profondamente diverso dagli altri. Puoi anticiparmi di cosa si tratta e, soprattutto, di come affronti questo sbarco nel territorio della fiction, dopo tanti lavori centrati su di te e sulla tua esperienza personale?


La verità è che è in atto un processo d’ibridazione del “prodotto” in generale. Com’è successo nella pittura: nell’utilizzare la camera oscura ad un certo punto si è dato vita alla fotografia e la fotografia all’immagine-tempo, quindi cinema, e qual’è il supporto ideale dell’immagine tempo se non la luce e le onde del suono? Oggi il “prodotto” è impalpabile, si compra via web e la nostra collezione di film è racchiusa in un “folder” che non esiste concretamente, o si? Mai come in questi tempi la forma coincide con il contenuto (vedi “Teoria del dramma” di Peter Szondi e “Lo scambio simbolico e la morte” di Baudrillard).
Tutto ciò in mano all’artista è utilizzato per i suoi scopi. I mezzi vanno storditi per creare qualcosa di ambiguo, che il corpo dell’opera insomma non sia svelato come quando si guarda sotto la gonna. Ciò che vediamo è veramente successo? A chi serve sapere ciò? E perché? Esiste un comitato di cinefili poliziotti? (ma certo, un tempo le censure in Italia servivano a riconoscere le avanguardie).
Tutto questo per dirti che la fiction rientra in questo vortice di rimescolamento, in cui il realismo è centrifugato con l’avanguardia, le due cose prese singolarmente oggi risultano anacronistiche. Oggi, in queste condizioni, ma non è detto che in futuro sia ancora così.


Filmografia

She draws (2013, videoclip)

La benedizione degli animali (2013, art video)

L’uomo doppio (2012, doc)

Folder (2010, doc)

S.N. via senza nome casa senza numero (2008, art video)

Fratelli Fava (2008, art video)

Regina Irena Radmanovic (2008, art video)

Murgia tre episodi (2008, doc)

Une saison en enfer (2004, art video)

Rocca Petrosa (2002, short film)

Ritratto di famiglia (2001, art video)

Pepicek & Aninka (1999, short film)

Il sonno di Michele (1998, art video)

Nadia Luca & Roberto (1997, art video)

Aiuto! Orde Barbare Al Pratello (1996 - 2011, doc)

Luca   Pacilio