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L’apocalissi stilosa

La morte delle storie in The Canyons e Bling Ring

Il deserto narrativo

Coppie e amanti che si straziano e non si saziano, fotografati in autoritratti e autoriprese digitali, mischiati a sconosciuti virtuali chiamati a essere reali solo per uno scambio di piacere breve e asettico, compulsivamente connessi e isolati. Ragazzini viziati, annoiati e superficiali che svaligiano gli appartamenti di alcune celebrità della TV e del cinema, sorvegliate su Google Street View, adorate su TMZ.com, imitate negli autoscatti pubblicati su Facebook. La Los Angeles di Schrader/Ellis e di Sofia Coppola è una gabbia dorata che regna sulle rovine della tecnomodernità. Una piatta e cruda metafora apocalittica: abbiamo scambiato le nostre anime strette e profonde per una vastissima e sottilissima superficie fredda. Il cinema è l’emblema del disastro. I film non interessano a nessuno, né a chi li fa (“Do you really like movies?” chiede una rovinatissima e grandissima Lindsay Lohan in The Canyons) né a chi li guarda (i ragazzini del Bling Ring sono ossessionati dalle attrici, dal loro stile di vita e dalla loro roba di marca, non si curano dei film o dalle serie TV in cui recitano). L’immagine in movimento ha abbandonato le sale cinematografiche per spostarsi, sbrindellata e incrudita, sugli schermi fluorescenti di computer, tablet, telefoni. I cinema collassano e marciscono. Muoiono le storie. Quello che vedi è quello che vedi, non c’è altro: “This is just this”, dice l’attore porno James Deen in The Canyons; i ragazzini del Bling Ring svaligiano gli appartamenti delle star, e ancora e ancora, per un’ora e mezza. Nessun racconto, nessun movente, nessuna storia. Tifiamo per loro? contro di loro? Hanno avuto qual che si meritavano? Perché lo fanno? Sanno che è sbagliato? Il mito non dimostra un bel niente, con buona pace di Esopo. Succedono cose, e si può solo prenderne atto. L’intreccio è sciolto.

Le macchine infernali

L’anno scorso, in un’intervista a La Lettura del Corriere della Sera, Jonathan Franzen ci diceva che abbiamo un enorme bisogno di storie. “Storie grandi, elaborate e complesse che solo uno scrittore solitario e concentrato può produrre. Se non è assediato dal cicaleccio assordante di Twitter”. Franzen è diventato in questi anni tra i più aggressivi critici dell’odierno strapotere di Internet e dei social network. Lo scrittore americano ha da poco pubblicato un volume di traduzioni annotate di Kark Kraus - The Kraus Project - in cui bastona Twitter e l’illusione progressista di un’Internet rivoluzionaria. Franzen scrive, parlando dell’America di oggi: “Non riusciamo ad affrontare i problemi reali; spendiamo mille miliardi per non risolvere un problema in Iraq che non era propriamente un problema; non riusciamo neppure a concordare su come evitare che i costi della sanità divorino il PIL. Ciò su cui tutti siamo in grado di trovare un accordo, invece, è consegnarci ai nuovi media e alle tecnologie cool, a Steve Jobs e Mark Zuckerberg e Jeff Bezos e a lasciarli liberi di fare profitti a nostre spese”. Per Franzen, la situazione dell’America presente assomiglia a quella della Vienna di Kraus, nel 1910: c’è un divario tra il progresso tecnologico e quello morale e spirituale; c’è una sballata utopia tecnoconsumistica che unisce assurdamente gli ideali progressisti dell’Illuminismo con l’insaziabile ricerca di profitto e potere (per Kraus il problema erano i giornali; per Franzen, cento anni dopo, sono la Rete e ciò che ci gira dentro e intorno). Franzen sa di combattere una battaglia impopolare e prova a smarcarsi dall’accusa di luddismo. Forse però sarebbe pronto ad accettare di entrare nel novero – nobile, senz’altro – dei moralisti. “Un fattore chiave per Kraus”, scrive Franzen, “era che la tecnologia e la modernizzazione stavano riducendo lo spazio di cui l’immaginazione ha bisogno per prosperare”. Ecco: lo storytelling fiorisce lontano dalla distrazione, dalla frenesia tecnoconsumistica, dalla bulimia di informazioni, e lo storytelling – torniamo al punto di partenza – non è uno svago, ma una necessità.

La fine delle storie?

Negli ultimi anni intellettuali, scrittori e registi hanno provato a rivoltarsi contro le storie. Christian Salmon – più apocalittico di Franzen – ha denunciato l’esistenza di un “Nuovo Ordine Narrativo”: lo storytelling è usato dal potere per farci ubbidire, per farci comprare i prodotti delle pubblicità, per farci votare i politici più bravi con l’affabulazione. Tyler Cowen, uno degli economisti più influenti di oggi, in una affascinante conferenza di TED ci mette in guardia dalle storie: “Le migliori storie sono spesso le più subdole”. Per Cowen, il pericolo delle storie è che semplificano la complessità confusa del reale in schemi preconfezionati da cui il nostro cervello è irresistibilmente attratto: bene contro male, il viaggio, la ricerca, la rinascita. Schemi rigidi che si traducono in inganno o autoinganno. Lars Von Trier, nel 2000, in un breve manifesto creato in occasione della nascita di Zentropa Real, divisione della sua casa di produzione dedicata ai documentari, stigmatizza il ruolo delle storie: “La storia è il cattivo”, scrive, “L’idolatria dello schema, il solo e l’unico, a spese del soggetto da cui deriva. [...] La sfida definitiva del futuro: vedere senza guardare: sfocare!”. Laurent Binet, storico e scrittore, scrive un romanzo che non è un romanzo, HHhH, e prova a raccontare una storia ribellandosi all’idea di fiction. Binet, però, da scrittore si rende conto che la sua sfida è impossibile e ne esce sconfitto, schiacciato da un documentarismo impossibile che finisce per trasformare se stesso – lo scrittore che non vuole cedere alla fiction – in un personaggio romanzesco. Le storie non sono estirpabili. Ha ragione Franzen, le storie sono necessarie.

A dimostrarcelo, molto più efficacemente degli apocalittici antinarrativi, è un “apocalittico stiloso” (apocalyptic swank), secondo la definizione che la critica Pauline Kael diede dell’estetica di Paul Schrader. The Canyons è il più sovragitato degli schemi narrativi (il melodramma) precipitato e frantumato nel deserto delle storie. Perché Christian è geloso di Tara? Perché Tara ha bisogno dell’approvazione di Christian? Cosa succede al ricatto di Jon ai danni di Ryan? Perché l’omicidio? Perché Ryan sorveglia ancora Tara? E cosa succede dopo? I meccanismi del dramma girano a vuoto, indifesi e nudi, ridotti a forme che provano a incastrarsi in un disegno, un intreccio, senza però riuscirci. Nessun movente plausibile, nessuna decente catena di causa ed effetto. L’esperienza individuale è radicalizzata (l’autoscatto – che gli americani chiamano selfie, due lettere in più di self, sé– è il cattivo, direbbe Von Trier) eppure il bisogno degli altri non è rimosso, anzi è irragionevolmente smodato. Lo stesso succede ai ragazzini di Bling Ring: l’ossessione per l’autoritratto ha bisogno della condivisione social, in una sorta di assurdo solipsismo ossessionato dal mondo esterno. Il contatto con gli altri, però, non crea storie, solo eventi incapaci di evolvere, di connettersi, di fare senso. Ellis e Schrader descrivono questa privazione di senso col piglio metaforico del moralista; la Coppola si arrende ai fatti, dismette qualsiasi intenzione romanzesca, registra la superficie così com’è, piatta e noiosa, con una sorta di realismo indifeso e nudo. Il dialogo dei giovani protagonisti, ripetitivo e povero, gira come un disco rotto, così come le loro azioni, sempre uguali a se stesse, uno schema claustrofobico e ripetitivo, un loop mortifero. In entrambi i film, la tecnologia svolge un ruolo essenziale per l’alienazione dei protagonisti: la ricerca compulsiva di sesso anonimo, lo stalking delle celebrità, il vacuo narcisismo di Facebook, gli autoscatti e le autoriprese, una desertificata cinematicità tascabile. In ogni caso, nessuna storia. Se da un lato il potere fabbrica storie per ingabbiarci e gli schemi narrativi ingannano i nostri pensieri, dall’altro lato la privazione di storie ci restituisce un corto circuito ancora più arido e cattivo.

Perché una volta finite le storie, le narrazioni e gli intrecci, ci restano le cose così come sono, this is just this, tutto è superficie, accadimenti piatti da registrare, da documentare, gente che scopa, ragazzini che rubano robe di lusso, nessuna intenzione, nessun fine, nessuna connessione, nessuna trama, nessun senso. Le cattive storie ci impartiscono un senso prefabbricato, come la saliva dei cani di Pavlov. Rivoltarsi contro il senso forzoso è però diverso dal rifiutare qualsiasi possibilità di senso. La storia è uno strumento, va usato. Allo stesso modo, con buona pace di Franzen, impadronirsi delle macchine è meglio che sfasciarle. Davvero è la tecnologia che impoverisce le storie? Davvero il crollo dei cinema e l’autofocus degli smartphones annichiliscono la profondità delle storie? E se così fosse, qual è il modo per ribellarsi? The Canyons e Bling Ring, pur con stili e umori diversissimi, sembrano escludere qualsiasi via d’uscita: sono gli ultimi giorni dell’umanità, per dirla col titolo della principale opera di Karl Kraus.

Raccontare il senso

Ma forse è proprio l’apocalittico Franzen a offrirci la chiave: “Forse l’apocalisse è sempre, paradossalmente, un fatto personale”, scrive in The Kraus Project. “Mi tocca un breve soggiorno sulla Terra, accerchiato da un’infinità di nulla, e nella prima parte di questo soggiorno finisco per attaccarmi a un particolare insieme di valori umani che sono inevitabilmente plasmati dalle mie circostanze sociali. Se fossi nato nel 1159, quando il mondo era più stabile, avrei potuto pensare, a 53 anni, che la generazione successiva avrebbe condiviso i miei valori e avrebbe apprezzato le stesse cose che io apprezzo; nessuna apocalissi all’orizzonte. Ma sono nato nel 1959, quando la TV si guardava solo in prima serata, e la gente scriveva lettere e le spediva per posta, e ogni rivista o giornale aveva una robusta sezione letteraria, e illustri case editrici facevano investimenti a lungo termine sui giovani scrittori [...]. Non era necessariamente un mondo migliore (avevamo rifugi antiatomici e piscine segregate) ma era l’unico mondo che conoscevo [...]”. Kraus è stato il primo grande esempio di scrittore che sperimentò appieno come la modernità, la cui essenza è l’accelerazione del tasso di cambiamento, crea di per sé le condizioni per l’apocalissi personale. [...] L’esperienza di ogni generazione che viene dopo è così diversa da quella della precedente che ci sarà sempre gente a cui sembrerà che il legame coi valori fondamentali del passato è andato perduto. Finché durerà la modernità, tutti i giorni saranno per qualcuno gli ultimi giorni dell’umanità”.  Forse Franzen, dopotutto, è il meno apocalittico della banda. E forse saranno i coetanei dei componenti del Bling Ring a reinventare le storie perdute fuori dalle rovine cinematografiche di Schrader e a creare senso dagli schermi luminosi della tecnomodernità. Qualcuno ci sta già provando. Ditelo a Paul Schrader.

Roberto   Tallarita