Video dell'Anno 2008-2009

a cura di Luca Pacilio

 

Nel mare (nel quale volentieri affondo, peraltro) di immagini di video musicali viste in questi dodici mesi la fa da padrone Patrick Daughters: l'avevo già segnalato l'anno scorso come uno dei registi più talentuosi in circolazione; ebbene, il 2008/09 è suo, infilando un trittico di splendore categorico: l'estetica vintage nel paradosso ralenti del liturgico Two weeks che trasforma i Grizzly Bear in freshmen di porcellana dai grandi occhi inquietanti, la cui grazia divina esplode nella letterale pirotecnia del finale; il poeticismo pacifista, la malinconica ironia di No one does it likes you dei Department of Eagles (progetto parallelo di Dan Rossen degli stessi Grizzly Bear), in collaborazione con l'animatore Marcel Dzama, che ha avuto la sua prima al MoMA di New York, rivendicando istantaneamente il suo statuto di autentico oggetto artistico; soprattutto: l'incubo da sturbo Wrong dei Depeche Mode, tre superlativi minuti di tensione delirante che si mangiano in un sol boccone tutti i tentativi di angoscia nera in clip di ogni tempo, capolavoro dell’annata. A seguire l'animazione passo uno di Her morning elegance di Oren Lavie, da lui stesso diretto assieme a Yuval e Merav Nathan: la tecnica è nota, ma il video infila una serie disarmante di bellissime idee, valorizzate dalla loro semplicità apparente e dall'utilizzo dell'unico contesto. Un gioiello al pari dell'altro spettacolare stop-motion dell'anno, A thousand bees di Sara Lov diretto da Noah Webb che sovrappone i livelli fotografici con geniale autoreferenzialità. Il più concettuale? Senz'altro Learned lessons di Matt and Kim, falso videoverità diretto da Taylor Cohen e Otto Arsenault, il cui finale agghiacciante svela traumaticamente la finzione. A seguire: Ray Tintori ancora per gli MGMT con la lisergia infantile di Kids, uno spasso; il ritorno minimal di Spike Jonze che dirige, con la videoartista Crystal Moselle, Hold on di AsDSSka, col palloncino che vaga nella casa sonorizzata dal duo; le derive truzze di Nima Nourizadeh mi conquistano sempre (il lunare Pearl's dream per gli insopportabili Bat for lashes, le tipiche esplosioni cromatiche nella coreografia tutta al femminile di No you girls dei sempre più detestabili - e smaccatamente scarymonsteriani - Franz Ferdinand), così come non posso esimermi dall'ammirare il ragazzaccio Patrick Wolf, 80ssimo nel delinquenziale Hard times per la regia di Ace Norton; sulla stessa onda il parafilm di Jonas Akerlund Paparazzi per Lady Gaga che dell'eccesso spinto fa la sua cifra. Nabil, già al lavoro per molti video di Kanye West (suo, ad esempio, il citazionismo horror anni 50 dell'ultimo Paranoid), dirige il notevole There will be tears per Mr. Hudson che piega a sublime effetto visivo i classici difetti di ricezione di un'antenna televisiva, così come aveva fatto con i pixel di Welcome to the heartbreak di West, che sembra un file video in completamento su Emule (questa roba è una trovata divina intuita anche da altri: Ray Tintori nel pressoché contemporaneo Evident utensil dei Chairlift e Kris Moyes, in un delizioso video di pupazzi animati che va a parare da tutt'altra parte, Youthless di Beck). Ancora horror anni 50, ancora un bianco e nero, ancora un simil-movie: i lupi mannari di Rabbit Habit dei Man Man, diretto da Lex Halaby con Fred Armisen del Saturday Night Live. E ancora bianco e nero, ancora vago odore retro per la performance di Eric Hutchinson di Ok, it's alright with me diretto da Chris Marrs Piliero: nel bianco assoluto solo l'artista, il suo piano e le scritte del testo che giganteggiano. Sembra poco? Non lo è.
Fuori dall’ambito professionistico è assolutamente doveroso citare il videomaker Ross Ching: autore di alcuni filmati in time lapse, incredibilmente ben fatti, con l’ausilio di una normalissima camera digitale SLR e di Quicktime (la serie Ecleptic) e di altri video amatoriali di grande riscontro, stante la loro pregevolissima fattura (The Duel, citazione povera delle guerre stellari lucasiane), si è cimentato in un video non ufficiale per i Death Cab for Cutie, Little Bribes, che alle assodate tecniche (alle quali si aggiunge l’ormai diffusissimo light writing - le scritte di luce che si ottengono attraverso l’uso di torce e lunghissimi tempi di esposizione -) combina un sacco di idee, pervenendo a un esito ragguardevole, subito premiato da un sacrosanto successo in rete e dall’acquisto dell’opera da parte del gruppo, che ne ha fatto il video ufficiale del pezzo.
Cos'altro? L’uomo magrittiano nei labirinti mentali e spaziali di City of noise dei Summerland, diretto, con un chiaro occhio a Gondry, da Mitch Barany; il bellissimo esperimento in 3D (senza uso di camera…) di House of cards dei Radiohead, per la regia di James Frost; l'impatto della semplice effettistica luminosa sul palco dei Phoenix di 1901 nel video del duo Bogstandard; l'angosciata animazione lynchiana (di David Lynch, non a caso) di Shot in the back of the head dell'inutile Moby; il raffinatissimo collage animato di Sean Pecknold per Mykonos dei Fleet Foxes; il veterano (e ultrapremiato) Paul Hunter, che ha il dono di riempire le sue opere di tutto quello che non vorrei mai vedere in videoclip, quest'anno almeno ha il merito di far picchiare a dovere Chester French in She loves everybody. E l'adorato Jaron Albertin? Si guardi l'ipnosi inquietante di 7 minutes dei Circlesquare e il commercial per la Diesel: il ragazzo conferma un talento straripante.
Impossibile non citare, infine, le marionette tragiche di Honey honey di Feist: per molti il video premaitissimo di Anthony Seck è il più bello dell'anno, io esprimo rispetto e ribadisco il podio: Daughters, Daughters, Daughters.

 

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