(th)RE(a)D
DRAGON
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Richiami, paralleli e paragoni, nell'analisi delle
pellicole, si fanno sempre ma l'uscita di un film come RED DRAGON, con
tutte le sue implicazioni, ci induce a isolare almeno tre aspetti e ad
operare i conseguenti confronti.
(l.p.) |
Ratner vs Mann
Ratner vs Demme-Scott
Film(s) vs Book(s)
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Ratner vs Mann
La
rammendatrice e lo stilista
ovvero
I vichinghi hanno scoperto l'America prima di Cristoforo Colombo
di Luigi
Garella
Nel
1985/86 la DEG di Dino de Laurentiis ha in tasca i diritti sul romanzo di
Thomas Harris "Red Dragon". La regia - almeno stando al
pettegolezzo - viene proposta a Roman Polanski e David Lynch, che però lo
stesso anno e per la stessa casa sforna "Blue Velvet", ma
finisce nelle mani di Michael Mann, noto al tempo per essere executive
producer di Miami Vice [1] e Crime Story, assai meno per i tre lavori
precedenti di regia: "The Jerico Mile" (1979), "Thief"
(1981, aka "Violent Streets"), il praticamente sconosciuto
"The Keep"[2] (1983).
Più di metà della troupe è italiana, il direttore della fotografia,
alla prima esperienza oltreoceano, è Dante Spinotti, destinato
originariamente ad altra produzione e che da questo momento diviene
assistente fidato di Mann.
Nel
1991 "Il Silenzio degli innocenti". Nel 2001 "Hannibal".
Le major si accaparrano i diritti dei romanzi di Harris che DeLaurentiis
cede ben volentieri dopo il flop
di Manhunter. Demme e Scott, la stessa generazione di Mann, ben inseriti
nel sistema. Antony Hopkins si cuce addosso il personaggio di Hannibal
Lecter psicologo psicotico e(d anche) grazie ad un degno contorno di
attori/produzione/cartamoneta s'incunea nell'immaginario anni '90
facendola in barba a tutti i serial killers mai apparsi.
2003. Brett Ratner è regista di "Red Dragon", il primo
terrificante episodio della saga di Hannibal il raffinato Cannibal.
Fotografia di Dante Spinotti.
Perché?
I valori in campo, per chi scrive, sono evidentemente in netto favore di
Manhunter, 'na scarpa e na socla si direbbe in piemontese,
una scarpa ed uno zoccolo. Lo stilista Mann, alla radice del
fortunatissimo lavoro di Pantone [3] su Miami Vice, usa il romanzo di
Harris, se ne appropria amputando e variando. Nella sceneggiatura,
attraverso varie stesure, fino alla sala di montaggio (di Dov Hoenig, che
lavorava anche nella serie televisiva) ed ancora dopo, per le edizioni in
laser disc e DVD region 1 e 2, il lavoro di perfezionamento è continuo. I
temi a lui cari del nido famigliare, della sfida con sé stessi e del
patto etico infranto divengono tutt'uno con lo scheletro tramico fornito
dal testo.
La rammendatrice a questo punto non è altri che Brett Ratner, dietro la
macchina da presa per "Traffico di diamanti" (1997), "Rush
Hour - Due mine vaganti" (1998),film di lancio di Chris Tucker,
"The Family Man" (2000). Se non fosse stato per l'insegna di un
casinò "The Red Dragon" in Rush Hour, nulla avrebbe lasciato
intravedere quest'ultima fatica.
"Red Dragon" 2003 è la sutura di uno strappo mostratosi tale a
posteriori, in virtù di un fenomeno, quello hannibalesco,
esploso dopo "Il Silenzio degli Innocenti", per l'evidente
carisma d'un personaggio e d'un attore (ridotto a fare sé stesso)
inseriti in un film di pregevole fattura e poi elevato a rango di fattore
di merchandising in "Hannibal".
Ora quest'ultimo/primo [4], prodotto da Universal, DeLaurentiis e Scott,
si assume responsabilità enormi in quanto base su cui cementare, a
posteriori, un fenomeno, trittico, che deve autogiustificarsi, non più
tanto per essere basato sui romanzi harrisiani del serial killer quanto
come "la vita e le imprese di Hannibal Lecter, criminologo,
psichiatra e gastronomo efferato", in quest'ottica se il film di
Demme ha nel professore un fulcro ed ancor più quello di Scott; come
proporre al pubblico - non cinefilo - l'eversivo e deragliante Manhunter?
Molto semplicemente: piace Hannibal/Hopkins, non la struttura di cui è
ingranaggio. Buon per Harris, Scott, DeLaurentiis, la Universal, gli
spettatori mondiali.
Ratner, a questo punto, con in mano la sceneggiatura (data vincente appena
sui cancelli) di Tally, non deve gestire più una patata bollente: una
piccola aggiunta di prequel nel prequel con la lotta tra Graham e Lecter,
lo stretto nesso con Demme ed un cast di contorno di richiamo formidabile,
dal sapore vagamente alternativo[5], un direttore della fotografia di
consumata abilità fanno il resto. Un tournage
di tutto relax, l'ultima tessera d'un puzzle si sistema da sé.
Dialoghi e primi piani ammorbano "Red Dragon" e lo rendono
meccanica ostensione delle previsioni, dalla flebile rete che lo lega ai
precedenti "nobili" all'impianto lineare e privo di scosse,
monotono e libresco.
E Manhunter?
Spicca per la propria assenza qualunque riferimento all'antenato,
tutt'altro che scomodo in quanto relegato ad un ambito da conoscitore,
è la ferita dimenticata che in effetti nemmeno ha un Lecter dalla sua: il
professore, che compare in una cella dal biancore accecante, è Lektor, il
lettore di menti, libri ed interiora, interpretato da Alex Cox, Will
Graham è William L. Petersen ("Vivere e morire a Los Angeles",
"CSI - Crime Scene Invetsigations"), Jack Crawford è Dennis
Farina, Dolarhyde è Dollarhyde è Tom Noonan.
Non c'è nulla da rimuovere, l'impatto di Manhunter sull'immaginario è
stato ed è enorme (da X files per dire), ma la sua penetrazione in quanto
tutto organico e sintetico quasi nulla: la densità di personaggi ed
azione unita alla complessa trama visiva impostata da Mann e da uno
Spinotti divino, la capacità sintetica di dettaglio tecnico ed emotivo,
il grandioso gioco d'attori (Petersen dopo la lavorazione dovette
ossigenarsi i capelli per liberarsi di Graham), tutti questi fattori nulla
hanno che vedere con il fenomeno che abbiamo cercato di delineare.
Ratner si limita alla diligenza, quasi non avesse voce in campo, si
attiene al minimo indispensabile per far progredire i fatti senza badare
alle psicologie e affidandosi a meccanismi e percorsi assodati.
E' pura eresia paragonare la storia d'amore tra Lupo mannaro e Reba (R.D)
a quella tra Dente di Fata e la cieca (M.), le sequenze della tigre
addormentata, la musica di Elfman drammaticamente sfruttata e le musiche
di Michel Rubini e degli Iron Butterfly (la sequenza dell'uccisione di
Dollarhyde è ritmata da In a Gadda da Vida), l'esplosione della casa del
killer con il fiammeggiante tramonto che accoglie la fine della
sofferenza, il rapporto tra Will ed il figlio Josh. Le due differenti
impostazioni visive, poi, l'una imperniata sulla riprovisione di canoni
estetici l'altra immersa in una costruzione formale in continua
evoluzione, radicata nell'e(ste)tica della modernità portata ad
incandescenza…
E' il paragone impossibile tra un film seminale e denso [6] opera di un
autore complesso e stilizzante e la pezza giustificativa d'un cofanetto in
limited edition con la saga di Hannibal: "Red Dragon" spreca le
proprie potenzialità nella correttezza e nell'ovvietà del persistente
campo/controcampo.
Ricucire una mancanza, annullare uno spazio cinefile (immeritatamente e
per disgrazia), Red Dragon arriva ora a far nascere un già vecchio
Hannibal, lo abbandona in attesa di Clarice già arrivata dodici anni fa.
Will Graham non era nulla e torna alla propria assenza di peso (non c'è
la simmetria espiatrice di Manhunter), DeLaurentiis si mette il cuore in
pace.
Tutti hanno quello che volevano?
[1] Agli affezionati
rintracciare l'episodio della serie che ripercorre le vicende di un
assassino che agisce su base lunare. Almeno due sequenze sono identiche a
quelle in Manhunter.
[2] The Keep, La Fortezza,
quasi inedito in Italia, interessante commistione di film bellico e
horror, risulta di fondamentale importanza nell'enucleare i temi manniani
per eccellenza, cristallizzati in biforcazioni dialettiche ed in una forma
di rigore astratto geometrico di certo interesse.
[3] il Pantoneâ
è la tirella o "carta colori" che comprende le
principali variazioni tintometriche. Usato da architetti e pittori e
maestranze come riferimento per la creazione/utilizzo dei colori. Mann,
preso l'incarico per Miami Vice passa alcuni mesi a sviluppare un adeguato
spettro tonale in cui immergere la serie: i colori pastello, le luci al
neon che "saranno" gli anni '80.
[4] Un confronto
interessante - o forse un'inutile ripetizione - con la scheda di http://www.spietati.it/archivio/recensioni/rece-2001-2002/rece-2001-2002-s/star_wars_II.htm
[5] Ed Norton è il giovin
bravo attore che ha recitato con Brando e De Niro, Ralph Fiennes è il
nazista di Schindler's List, l'ustionato paziente inglese, Harvey Keitel
è Scorsese quanto Tarantino, Emily Watson le onde del destino, l'europea
che non può mancare…
[6] Da indagare sono i rapporti tra Manhunter e Peeping
Tom ("L'occhio che uccide") di Michael Powell.
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Ratner vs Demme-Scott
di Gianluca Pelleschi
Il
silenzio degli innocenti ha settato uno standard. Da 11 anni guarda tutti i
(SerialKiller)Thriller su un piedistallo da dove è a sua volta
guardato, studiato, imitato, copiato. Il silenzio degli innocenti
è per il cinema contemporaneo il Thriller. In effetti è un film
sostanzialmente perfetto, frutto di un’alchimia magica e irripetibile:
una sceneggiatura inattaccabile, personaggi a tutto tondo con attori in
stato di grazia che danno loro Vita e un Demme al suo meglio, molto
elegante, “forte” ed espressivo ma senza eccessi e che mai si lascia
sfuggire le redini del racconto né si fa schiacciare dalle pericolose
derive Horror, presenti e/ma latenti; in effetti Il silenzio degli
innocenti rimane dal primo all’ultimo minuto un film assolutamente
“serio”, perfettamente fruibile da qualunque tipo di pubblico,
tranquillamente premiabile alla cerimonia degli Oscar e, dunque, un
ottimo exemplum da seguire. In realtà, però, quello che sono
riusciti a fare gli epigoni di Demme è sempre stato solo riproporre
certe atmosfere “pesanti”, tentare senza successo di (ri)creare
cattivoni mitici à la Hannibal Lecter, scopiazzare alcuni
stilemi nel meccanismo della suspense o
mutuare superficialmente la struttura de Il silenzio degli innocenti,
ma senza carpirne i veri segreti; tra questi, il più evidente (e
probabilmente comprensivo degli altri) è l’impossibilità di
stabilire un registro preciso nel quale inserire il film che, pur
essendo un archetipo del Perfetto Thriller Di Successo, ha molti
elementi spiazzanti che riescono realmente a inquietare e che rimangono
corpi estranei in una confezione extralusso che si becca le 5 statuette
più importanti la Notte Degli Oscar... il “deragliamento” arriva
quasi subito: Jodie Foster percorre i pochi metri che la separano dal
suo primo incontro col Dr. Lecter, è verbalmente (e pesantemente)
molestata dai detenuti, poi dalla cella di un onanista le arriva dello
sperma in pieno volto. Sperma. Da lì il film si immerge in un certo
indefinibile mood che inchioda alla poltroncina in attesa di
“qualunque cosa” e che fa seguire la vicenda con un senso di latente
ma autentico turbamento del tutto estraneo al cinema hollywoodiano
classico, così come esplicitamente estranei sono i riferimenti-cameo
dei personaggi-autori “out” Roger Corman e George Romero o le
evidenti citazioni (miracolosamente amalgamate col resto) di certo
splatter delirante come Non aprite quella porta – Parte 2,
richiamato letteralmente nella scena dell’evasione di Hannibal (la
maschera-museruola prima e la “faccia di pelle” poi sono le due
tappe della trasformazione del Dr. Lecter nel Leatherface
di Tobe Hooper)... Hannibal, del più rispettato
dei fratelli Scott, spinge decisamente l’acceleratore su questo
aspetto gore ed è probabilmente un piccolo gioiello di trash-ridicolo
(in?)volontario da consegnare ai posteri. Il dottore cannibale è del
tutto privato dell’irresistibile, “titanico” fascino malvagio che
lo aveva contraddistinto ed è ridotto a macchietta bidimensionale
assetata di sangue; l’ambientazione italiana, la presenza di Giannini
ma ancor più della Neri e di Lo Verso riescono a contaminare
l’attesissimo sequel con quel senso di “sciatteria” che da sempre
ci contraddistingue; fanno il resto scelte di cast da telenovela, come
quella di cambiare attrice per un ruolo-personaggio chiave (Clarice
Starling non ha più il volto di Jodie Foster ma quello di Julianne
Moore), una sceneggiatura semplicemente imbarazzante per
inesistenza di progressione drammatica (e dire che ci ha messo le mani
pure Mamet), ma soprattutto le apoteosi splatter davvero degne del
Deodato o del Lenzi dei tempi migliori. Rimane da chiedersi cosa
passasse per la zucca di Scott quando ha pensato di girare con tale
dettaglio gli immondi maialoni che sbranano il mostruoso Mason Verger,
le budella del commissario Pazzi splatterellate su un marciapiede
fiorentino o l’autoantropofagia cerebrale della celebre “ultima
(s)cena” del film... in attesa di rispondersi, meglio limitarsi a
constatare che Ridley Scott resta un buon tecnico e che Hannibal
è comunque girato “bene”, il che non può non aggiungere ulteriore,
“perverso” fascino a un film che in qualche modo, nel tempo, non
mancherà di subire (strampalate?) rivalutazioni. Archiviata la curiosa
parentesi Hannibal,
con Red Dragon la sequela cerca di riappropriarsi
delle sue caratteristiche peculiari, quelle che hanno fatto scuola...
e non stupisce che il lavoro svolto dall’indefinibile Brett Ratner sia
semplicemente, piattamente scolastico. Pura routine. In effetti
verrebbe quasi da dire che Red Dragon è l’ennesimo clone de Il
silenzio degli innocenti se non fosse che Red Dragon è direttamente
collegato a Il silenzio degli innocenti, cosa che, oltre a
porlo in una posizione diversa rispetto ai vari collezionisti di
ossa e compagnia brutta, produce un effetto curiosamente straniante.
L’archetipo è infatti superficialmente ricreato nella struttura, in
alcune scelte registiche e nel décor (la scenografa è addirittura la
stessa Kristi Zea [zia Kristy per gli amici]) ma è “letteralmente”
riproposto nelle scene in cui compare Hannibal nella sua cella che
dialoga con l’investigatore, che sembrano in effetti dei veri e propri
out-takes della pellicola di Demme. Il risultato accarezza, francamente,
i terri tori
della parodia ed è difficile non “(ri)vedere” in Anthony Hopkins la
Linda Blair di Riposseduta, intento/a a riprodurre in chiave
comica l’ormai mitico personaggio che l’aveva reso/a celebre.
Carino, ma nulla più, il colpo di scena finale che ricollega
direttamente Red Dragon a Il silenzio degli innocenti e
che innesca l’ipotetico loop di una catena tri-logica che vede,
proprio in Red Dragon, il suo anello debolissimo, superfluo e
comicamente derivativo. P(i)attume e déja-vu...
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FILM(S) vs BOOK(S)
di Luca Pacilio
 Insolita
vicenda quella dell'edizione italiana del romanzo RED DRAGON di Thomas
Harris. Pubblicato da Mondadori nel 1984 (negli USA nel 1981) come IL
DELITTO DELLA TERZA LUNA (con questo titolo lo lessi all'epoca) e in
conseguente tascabile, fu ripubblicato nel 1989 con il titolo DRAGO
ROSSO, di nuovo in hard cover nel 1999, in occasione dell'uscita del
bestseller HANNIBAL, e infine ancora ne I MITI in versione
supereconomica; il romanzo rivede la luce in questi giorni, di nuovo
rilegato, con il titolo originale, che è anche quello del film di
Ratner. Le strategie di marketing si sono dunque sprecate attorno a
quest'opera che, pubblicata in tempi non sospetti, un'epoca in cui nulla
lasciava supporre il successo cinematografico che avrebbe arriso ad uno
dei suoi personaggi, risulta ancora forte, poderosa, coinvolgente.
Chi ha letto IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI sa benissimo quanto la
sceneggiatura che Ted Tally scrisse per il film di Demme fosse riuscita
a distillare tutto il meglio di un romanzo particolarmente
sapiente nel suo dosare, con potente efficacia, i suoi forti ingredienti
. Lo scrittore è molto lontano dall'essere un campione di stile,
tutt'altro, ma è certo che la sua scrittura secca ed incisiva, rozza,
certo, ma non priva di brucianti soluzioni, è un esempio di utile e
solida capacità di coinvolgere il lettore; di tale capacità Harris
aveva dato già prova in BLACK SUNDAY e ha una prima esaltante
dimostrazione proprio in RD: nel suo prezioso mix di azione e dramma in
cui lo scrittore, anche attraverso la descrizione minuziosa e
competentissima degli scenari delittuosi (la sua specialità), incolla
chi legge al suo implacabile crescendo, in un tangibile ritratto di
tensione che lascia senza fiato, nella scelta di personaggi molto ben
caratterizzati. Probabilmente ISDI, più raffinato, più costruito, più
misurato e con la figura di Hannibal Lecter schizzata perfettamente
nella sua luciferina genialità, è e rimane il suo romanzo migliore, ma
è certo, d'altro canto, che RD è romanzo più complesso e più vario,
più stratificato e non meno ossessivo del suo successore. Anzi.
Ted Tally, autore della perfetta riduzione de ISDI, torna a occuparsi di
Harris per questo RED DRAGON. Tale ritorno conferma in maniera
inequivocabile che dietro il suo rifiuto di metter mano alla
sceneggiatura di HANNIBAL (motivato con la perfetta riuscita de ISDI -
Why should we compete with ourselves? - e la volontà di non
ripetersi e cimentarsi invece con qualcosa di completamente nuovo) vi
erano altre ragioni. Prima fra tutte la mediocrità del terzo capitolo
della trilogia in cui, come la stessa Foster aveva sottolineato, si
verificava un vero e proprio betrayal of the characters. La
sceneggiatura sarebbe stata poi affidata a Mamet ma De Laurentiis, non
soddisfatto, decise di farla rimaneggiare dallo strapagato Zaillian.
Mossa accorta e condivisibile quella di Tally: HANNIBAL
(per questo rimando alla mia recensione del film) risultava un libro completamente
sbagliato, per quanto vendutissimo: persino lo scrittore Martin Amis
(autore dei funambolici e geniali TERRITORI LONDINESI e MONEY), noto
ammiratore dei primi due capitoli, in un articolo pubblicato dal mensile
TALK, lo stroncava senza appello (Appassionato di Harris da molto
tempo, sono arrivato alla fine del libro con molti sospiri di noia,
molto ciondolare del capo e molta fatica a tenere aperti gli occhi, e
sventolandomi di frequente per il caldo). HANNIBAL dimostrava che la
figura dello psichiatra cannibale, il Camus del massacro (tanto per
ricitare Amis), funzionava perfettamente come deuteragonista, figura
secondaria ma cardinale, descritta per ellissi, enigmatica e
magistralmente accennata. In HANNIBAL questo lavoro di fino viene
smantellato brutalmente: Harris, per forza di soldi, promuove Lecter
protagonista e impone brutalmente al lettore un tour de force di
spiegazioni e descrizioni andando addirittura a scavare (tabù!)
nell'infanzia del folle psichiatra, alla ricerca delle ragioni della sua
mania antropofaga, umanizzandolo e svuotandolo di ogni diabolica
attrattiva. Il risultato: un disastro. Tally, operando su RD, romanzo
meno lineare del successore, cerca di nuovo di sintetizzare, senza
tradire, i motivi portanti dell'opera di Harris ma stavolta - anche per
demerito di un regista, Ratner, che si muove piattamente senza un
azzardo né un guizzo - non risulta altrettanto efficace. Per quanto il
romanzo fosse preesistente al grandissimo successo che ha consacrato
Hannibal re del male e campione di crudeltà, in qualche modo il boom è
presente nel film e detta le sue (monetarie) leggi. Posto che nel libro
il cannibale è una comparsa, personaggio più evocato che presente (i
protagonisti sono Will Graham e Francis Dolarhyde) e stante la necessità
di ricondurvi l'immagine principe della pellicola (il volto di Hannibal
è il logo del film), i suoi interventi vengono inevitabilmente
enfatizzati e dilatati (nel romanzo l'incontro carcerario tra Graham e
Lecter è uno soltanto, qui diventano tre). L'infelice prologo, ad
esempio, è un ovvio e piuttosto stiracchiato inchino alle ragioni della
massa ed espone in maniera pedissequa quello che nel romanzo invece è finemente
alluso (l'indagine che portò al contatto di Graham e Lecter e la
cattura del folle psichiatra); senza il peso degli allori mietuti ai
botteghini ci sarebbe stato? Ne dubito: ISDI (il film) funzionava anche
perché Lecter conservava le poche, felicissime battute scritte da
Harris e l'equilibrio del romanzo veniva restituito senza banali
forzature: la penna di Tally, di gran parsimonia in fatto di effett(acc)i
e rielaborazioni, non avrebbe mai intaccato uno dei motivi più
peculiari dei due romanzi (in entrambi Hannibal è già in carcere e sui
suoi delitti si è posata la polvere della leggenda) e quel prologo non
l'avrebbe mai vergato se non fosse stata costretto dalle inevitabili
pressioni produttive. Ma è a Will Graham che il film fa il servizio
peggiore: quella che nel libro è una figura sfaccettata e problematica
si riduce a tipetto piuttosto anodino e privo di qualsiasi carattere.
Tutto il tormento del personaggio evapora (Graham è stato anche
ricoverato in una clinica psichiatrica), la tensione nel rapporto con la
moglie e col figliastro (che qui diventa figlio) viene elusa, la sua
capacità di immedesimazione con gli assassini - la caratteristica
principe che lo rende insuperabile nelle indagini più complesse e che
è alla base del suo malessere - qui viene sciattamente resa attraverso
alcuni riferimenti e dettagli semplicistici e banali. Lo stesso
specularismo tra Will e Hannibal Lecter, il loro essere facce di una
stessa medaglia (Lecter: "Il motivo per cui mi hai preso è che noi
due siamo uguali" anche se nel film Hopkins dice "quasi
uguali", sfumatura di non poco conto e moralmente compromissoria)
è l'espressione più evidente di uno dei temi centrali dell'opera di
Harris: la natura duplice dell'Uomo, il suo covare Bene e Male, il
perenne oscillare tra un polo Positivo e uno Negativo. Non va
dimenticato che sia il serial killer di RD che quello di ISDI danno
sfogo alla loro pulsione omicida nel delirio di una follia che li vede
creature in trasfigurante divenire, esseri in stato transitorio in
attesa di una sublimante trasformazione. RD inizia non a caso con
un'impressionante doppia citazione di Blake. La prima è tratta da
"Canti d'innocenza":
...
Perché la grazia ha cuore umano,
Volto umano la pietà,
E l'amore, umana forma divina,
E veste umana, la pace.
La seconda è postuma e rinvenuta tra le tavole dei "Canti
d'esperienza":
La crudeltà ha cuore umano
E volto umano la gelosia,
Il terrore, umana forma divina,
E veste umana, il mistero.
Su queste parole, che solo a una lettura superficiale possono
apparire l'espressione di un'artistica schizofrenia, non credo occorra
commento ulteriore.
Un po' meglio Tally e Ratner si comportano col maniaco Dolarhyde: il
serial killer è inquietante quanto basta, i traumi che ne segnarono la
psiche sono accennati velocemente con un flashback sonoro (nel romanzo
la narrazione dell'infanzia di Lupo Mannaro fa parte a sé e ne
appesantisce non poco il ritmo, dimostrazione evidente della capacità
di Harris
di muoversi molto meglio nelle strettoie del non detto - e con HANNIBAL,
per l'appunto, cascherà l'asino -) ma male vengono suggerite le ragioni
del culto del Drago Rosso e mal esplicato è il rapporto dittatoriale
che questa figura, nella quale Dolarhyde si sdoppia, esercita sulla sua
parte più umana (cosa non da poco per un film che si intitola Red
Dragon). Per il resto Tally si limita a un compitino corretto non
sfruttando a fondo uno dei passaggi più affascinanti del libro (il
killer prima di uccidere le sue vittime fa fuori l'animale domestico:
Will Graham immedesimandosi da par suo con Dolarhyde fa del giornalista
Lounds un'esca e dopo l'intervista che dovrebbe provocare il maniaco,
posando con lui nella foto che il Tattler avrebbe messo in prima pagina,
gli poggia platealmente una mano sulla spalla. Nel suo letto di morte il
giornalista dirà: "Graham mi ha fregato. Mi ha messo la mano
addosso in quella foto come se fossi il suo cane") e agendo con
l'automatico del mestiere e senza grossa inventiva su altre fasi. Il
doppio finale è rispettato anche se l'epilogo nel film ha una dinamica
diversa: Tally ci mette di suo l'espediente che consente a Graham di
liberare il figlio dalle grinfie del maniaco (fa leva sui suoi traumi
infantili). In definitiva, probabilmente anche per la differenza tra i
due romanzi (RD e ISDI), lo sceneggiatore stavolta, nella sua ansia
stilizzatrice, finisce col tirar via molti passaggi e, in un film che
offre solo trama e attori e pochissimi sprazzi di cinema (l'operazione
Mann, tanto per tornare ai paralleli, puntava da tutt'altra parte), è
elemento che contribuisce in modo decisivo alla gracilità dell'esito
finale.
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