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RECENSIONI

SESSO,
BUGIE E VIDEOTAPE
sex,
lies, and videotape
(USA
1989) Drammatico, 96', colore. Interpreti:
James Spader (Graham Dalton), Andie MacDowell (Ann Bishop Melaney),
Peter Gallagher (John Melaney), Laura San Giacomo (Cynthia Patrice
Bishop), Ron Vawter (terapista di Ann), Steven Brill, Alexandra Root,
Earl T. Taylor, David Foil. sceneggiatura
S. Soderbergh produzione John
Hardy, Morgan Mason produzione
esecutiva Robert F. Newmyer, Nancy Tenenbaum, Nick Wechsler musica
Cliff Martinez fotografia Walt
Lloyd montaggio S. Soderbergh
direzione artistica Joanne
Schmidt (decorazione set: Victoria Spader) costumi
James Ryder aiuto regista Michael
Dempsey montaggio suono
S. Soderbergh.
Quattro personaggi: una moglie sessualmente repressa, un marito bugiardo
che la tradisce con la sorella perversa, un amico impotente che ama
riprendere con la telecamera le donne che parlano di sesso.
Una
commedia rohmeriana innestata sulla conversazione, dove il
verbo mostra allo stesso tempo la propria futilità e necessità,
in quanto carrettiere di senso e agente empatico di sensazioni e disagi.
Trasportati ma non guidati dagli sguardi e le parole, si perviene ad una
panoramica sulle differenti percezioni individuali dell’universo
sessuale, mentre l'apologo sulla difficoltà
d'amare poggia i propri piedi sulle dinamiche fra personalità
contrapposte, aspirando alla franchezza che debelli la superficialità,
l'incomunicabilità, la meschinità, il materialismo che fa calare la
libido. I confini fra detto, non detto, inteso e omesso sono sottili, in
quanto Soderbergh opta volutamente per una drammaturgia irritante: in
apparenza, ritrae senza dare giudizi; in realtà, gioca
in modo subliminale per abbandonare la visione in un mare magnum
di sensazioni sgradevoli, spiazzanti, che non lasciano certezze. La
macchina da presa abbraccia gli interpreti mettendone a nudo il cuore ed
i sentimenti; contemporaneamente prende le distanze con un linguaggio
iconografico ed un’estetica straniata. Sul terreno lascia idee
platoniche senza mete né radici, una serie di intriganti figure,
riflessioni ed oggetti/simbolo che, proprio perché impossibilitati a
ricongiungere il significato con il significante, esprimono il contrario
di ciò che dicono. Lo sguardo finale, di fronte ad un medium (il video)
che psicanalizza e fa confessare l'essere umano, è disincantato. 9
DELITTI
E SEGRETI
Kafka
(USA/F
1991) Drammatico, 98', bianco e nero/colore. Interpreti: Jeremy Irons (Kafka), Theresa Russell (Gabriela), Joel
Grey (Burgel), Ian Holm (Doctor Murnau), Jeroen Krabbé (Bizzlebeck),
Armin Mueller-Stahl (Grubach), Alec Guinness, Brian Glover, Keith Allen,
Simon McBurney, Robert Flemyng, Matyelok Gibbs, Ion Caramitru, Hilde Van
Mieghem, Jan Nemejovsky, Toon Agterberg, Maria Miles (Anna), Vladimir
Gut (Edward), Emil Wolk, Josef Abrhàm, Guy Fithen, Ondrej Havelka,
Lenka Korìnkovà, Petr Lepsa, Leon Silver, Debora Weston, Jan Slovàk,
David Shaw Parker, Jerome Flynn, Ewan Stewart, James McPhee, Lubos
Rychvalsky, Pavel Myslik, Frantisek Stufka, Petr Jakl, Karel Belohradsky,
Josef Sebek, Robert Krejcik, David Jensen sceneggiatura
Lem Dobbs produzione Harry
Benn, Stuart Cornfeld produzione
esecutiva Mark Johnson, Barry Levinson, Paul Rassam musica
Cliff Martinez fotografia Walt
Lloyd montaggio S. Soderbergh
scenografia Gavin Bocquet direzione
artistica Les Tomkins (decorazione set: Joanne Woollard) costumi
Michael Jeffery aiuto registi
Steve Harding, Jirì Ostry, Guy Travers montaggio
suono Larry Blake, effetti
speciali Philip Elton, Terry Glass, Ian Wingrove, operatore
Eddi Collins.
Praga, 1919. L'impiegato
assicurativo Kafka indaga sulla morte di un collega. Lo avvicinano dei
sovversivi (gli "anarchici") che combattono contro il
“Castello”, centralina della burocrazia e di misteriose
soverchierie.
La
vita di Kafka e l'aggettivo "kafkiano" si fondono e confondono
in un affascinante stile espressionista,
incubale, oppressivo ed angosciante, complici l'esacerbata fotografia on
location a Praga di Walt Lloyd e il visionario design. Girato con stili
espressivi differenti, che possono essere ricondotti al
barocco/decadente della vita quotidiana, all'espressionismo per ritrarre
gli anarchici e ad una sorta di costruttivismo russo nelle scene
ambientate nel castello, folgora nel bianco e nero e nei virtuosismi
gigantisti wellesiani (vedi l'occhio ingigantito dalla lente che
richiama RAPPORTO CONFIDENZIALE). Il
formalismo e la cura per il dettaglio iconografico sovrastano la
sostanza del contenuto tematico ed il ricamo drammaturgico ai fini del
senso. Ancora una volta Soderbergh preferisce operare a livello subliminale,
sulle sensazioni epidermiche, con due piani di lettura che faticano ad
entrare in simbiosi: quello "lineare", con il giallo che
sfocia nel fantahorror (citando il BRAZIL di Terry Gilliam) e delude nel
momento in cui l'orrore viene materializzato; quello simbolico, alla
ricerca della claustrofobia socio/politica/esistenziale appartenente
Kafka. Nonostante il brusco cambio di stilemi rispetto alla propria
opera d’esordio, resta centrale in
Soderbergh il tema della confusione emotiva del singolo di fronte ad una
rete di menzogne che annichilisce il proprio bagaglio conoscitivo.
7
1/2
PICCOLO GRANDE AARON
king of the hill
(USA
1993) Drammatico, 109', colore. Interpreti:
Jesse Bradford (Aaron Kurlander), Jeroen Krabbé (Mr. Kurlander), Lisa
Eichhorn (Mrs. Kurlander), Karen Allen (Miss Mathey), Spalding Gray (Mr.
Mungo), Elizabeth McGovern (Lydia), Cameron Boyd (Sullivan), Adrein
Brody (Lester), Joseph Chrest (Ben), John McConneell (Burns), Amber
Benson (Ella), Kristin Griffith (Mrs. McShane), Chris Samples (Brilly
Thomspon), Peggy Freisen (Mrs. Thompson), Katherine Heigl (Christina
Sebastian), John Durbin (Mr. Sandoz), Lauryn Hill (Arletta), Jesse
Zeigler, Remak Ramsay, Fred Cherrick, Joseph Patrick Moynihan, Don
Richard (Mr. Farley), Craig Hawksley, Aelred Rosser, Jason Feiner, Jared
Joplin, David Jensen, Harry Governick, Sarah Mermelstein, Kimberly
Jenkins, Gabriel Levinson, Ron Yerxa (Donald Miller), Ron Vawter (Mr.
Desot), Mak Takano (Mr. Yano) sceneggiatura
Soderbergh, dalle memorie di A.E. Hotchner
produzione Albert Berger, Barbara Maltby, Ron Yerxa produzione esecutiva John Hardy musica Cliff Martinez fotografia
Elliot Davis montaggio S.
Soderbergh scenografia Gary
Frutkoff direzione artistica Bill
Rea costumi Susan Lyall aiuto
regia Lynn K. D'Angona, Gregory Jacobs effetti
speciali J. D. Streett steadicam
John Nuler.
1930: dopo la Grande Depressione, la famiglia di Aaron passa brutti
momenti. Con la madre in sanatorio, il padre via per lavoro, il
fratellino spedito dagli zii, il dodicenne Aaron si ritrova solo ad
affrontare la vita.
Su
quest'ispirato quadro infantile aleggia il fantasma nouvelle
vaguiano di Truffaut. Soderbergh, stavolta, piega la tecnica, la
cura nei particolari e la sagacia nelle descrizioni, ad un afflato
lirico e profondamente umano che tocca il cuore, evitando quel
solipsismo algido, consolato dalla sola forma che DELITTI
E SEGRETI faceva temere. Riesce a
far esprimere dai soli sguardi degli universi significanti, rende
paradigmatici i piccoli grandi gesti che popolano l'età della
fanciullezza. E' un romanzo di formazione, un viaggio iniziatico
costellato di personaggi pittoreschi (l'epilettica, la maestra materna,
Lester il buon delinquente, il poliziotto razzista, il crudele
fattorino), perfettamente incastonati a mosaico in una serie di
quadretti tragici o spiritosi, amari o affettuosi, dove l'inventiva
(tecnica) e la classe colta (il contenuto e la sua comunicazione) si
sposano a meraviglia. L'allegoria associa il superamento della crisi da
parte di un ragazzo coraggioso, ricco di calore e fantasia (incantevoli
i giochi di marionette con le scarpe bucate, la sua pietanza a base di
fotostatiche di cibo), al sorpasso delle difficoltà insite in un
preciso periodo storico americano.
7
1/2
THE QUIET ROOM
ep.
di serie tv Fallen Angels,
(USA 1993) Thriller, 30', colore/bianco e nero. Interpreti:
Joe Mantegna (Carl Streeter), Bonnie Bedelia (Sally Creighton), Vanessa
Shaw (Jeannie Streeter), Patrick Breen (Doc), J. E. Freeman (Johnny Cabe),
Peter Gallagher (Dr. Yorgrau), Wayne Grace (sergente), Kathy Kinney (Mrs.
Sullivan), Genia Michaela (Helen), Hank Stone, Norman Large soggetto J. Craig sceneggiatura
Howard A. Rodman produzione
Lindsay Doran, Louis G. Friedman, Steve Golin, William Horberg produzione
esecutiva Sydney Pollack musica
Peter Bernstein fotografia Emmanuel
Lubezki montaggio Stan Salfas,
David Siegel scenografia Gary
Frutkoff, Armin Ganz costumi Shay
Cunliffe, Katherine Dover effetti
speciali Frank Ceglia steadycam
Dan Kneece.
Due poliziotti hanno
abbozzato un business redditizio: lei costringe le prostitute minorenni
a rivelarle i nomi dei clienti e lui li ricatta.
Preziosa
la libertà artistica che il produttore esecutivo Sydney Pollack ha
lasciato ai registi della sua serie “noir”, aperta
da un intro in bianco e nero (molto patinato, con una musa/modella che
introduce all'episodio della serata), basata su soggetti di noti
scrittori del genere e girata con mezzi e metodi più cinematografici
che televisivi. Altri nomi autorevoli coinvolti nella cabina di regia
sono: Peter Bogdanovich, Tom Cruise, Alfonso Cuarón, Tom Hanks,
Agnieszka Holland, Phil Joanou, Jonathan Kaplan, Michael Lehmann, Jim
McBride e Kiefer Sutherland.
Anche
in un prodotto evidentemente su commissione, Soderbergh
riesce a suggerire le sensazioni sotto una patina formale: i suoi
"angeli caduti" si muovono in
un esistere malsano e ipocrita, dominato dalla finta quiete delle
"pause" sessuali (nella stanza d'albergo) fra un
"business" sporco e l'altro. In un'atmosfera perversa (la
Bedelia nel ruolo di femme fatale sadica), il male si morde la coda
avidamente, si ritorce contro se stesso in modo progressivo, è
introdotto da una "calata all'inferno" (è il nome del bar di
uno dei ricattati) e presagito dall'incuria per gli oggetti di valore
dell'esistenza (le mancate attenzioni di Mantegna per la figlia).
L'opera potrebbe essere letta come l'ideale estensione nel noir di SESSO,
BUGIE E VIDEOTAPE (il cui protagonista, Peter Gallagher,
compare nel ruolo del dentista): l'aspetto
ingannevole del rito sessuale quando si sposta dalla sfera privata al
dominio pubblico, "mediato"; la corruzione vicendevole fra
sesso e potere; il malessere della classe medio-borghese; il fallimento
inevitabile di ogni relazione per mancanza di comunicazione.
Peccato che il colpo di scena finale sia troppo telefonato.
7
IL
PROFESSIONISTA professional
man
ep.
di serie tv Fallen Angels,
(USA 1995) Thriller, 30', colore. Interpreti:
Brendan Fraser (Johnny Lamb), B. Ramsey, Peter Coyote soggetto
David Goodis sceneggiatura Howard
A. Rodman produttore Lindsay
Doran, Louis G. Friedman, Steve Golin, William Horberg produzione esecutiva Sydney Pollack musica Peter Bernstein fotografia
Robert Stevens montaggio Stan
Salfas, David Siegel scenogrfia Gary
Frutkoff, Armin Ganz costumi Shay
Cunliffe, Katherine Dover effetti
speciali Frank Ceglia steadicam
Dan Kneece.
L’addetto all’ascensore di un albergo è molto professionale sia sul
lavoro sia di notte…quando si trasforma in un killer.
La
"donna fatale" di turno è un barista, conteso fra "il
professionista" ed il suo boss, in questo racconto torbidissimo,
dove Soderbergh ripropone a Peter Coyote un ruolo polanskiano (LUNA DI
FIELE). Il legame omosessuale e gli affetti in
generale, sono posti in secondo piano dal senso di professionalità
del protagonista, un personaggio all'apparenza
freddo/impassibile/efficiente, in realtà soggetto a vacillamenti,
proprio come l'ascensore su cui lavora. Cambia l'autore di riferimento
(David Goodis) ma ritorna il tema preferito dal regista: nelle
atmosfere perverse, dominate da sensazioni malefiche, si
"sveglia" all'improvviso la coscienza individuale, senza
plateali e retorici entr'acte. Infatti, il finale è sospeso, fin
troppo enigmatico ed aperto. La cura formale è da
"professionista": la fotografia di Robert Stevens acquerella
colori accesi ed insieme sbiaditi; l'ombra sul muro dell'assassino che
si allontana è un superbo brano di cinema "espressionista".
Soderbergh inizia a proiettare sui suoi protagonisti il dilemma
etico/linguistico che lo riguarda: professionalità o passione?
7
TORBIDE
OSSESSIONI
the
underneath
(USA
1994) Thriller, 99', colore. Interpreti:
Peter Gallagher (Michael Chambers), Alison Elliott (Rachel), Elisabeth
Shue (Susan), Joe Don Baker (Clay Hinkle), Paul Dooley (Ed Dutton),
Shelley Duvall (infermiera), William Fichtner (Tommy Dundee), Anjanette
Comer (Mrs. Chambers), Joseph Chrest (Ben), John McConneell (Burns),
Amber Benson (Ella), Kristin Griffith (Mrs. McShane), Dennis Hill (Tom),
Harry Goaz (Casey), Mark Feltch (George), Jules Sharp, Kenneth D. Harris,
Vincent Gaskins, Cliff Haby, Tonie Perensky, Randall Brady, Richard
Linklater, Helen Cates, Kevin Crutchfield, Brad Leland, John Martin,
Rick Perkins, Paul Wright, David Jensen, Jordy Hultberg, Steve Shearer,
Fred Ellis, Joseph Chrest, Steven Soderbergh (uomo che fuma al concerto)
romanzo Don Tracy ("Criss
Cross") sceneggiatura
Soderbergh (pseud. Sam Lowry), Daniel Fuchs
produzione John Hardy produzione
esecutiva Joshua Donen, William Reid, Lionel Wigram musica Cliff Martinez fotografia
Elliot Davis montaggio Stan
Salfas scenografia Howard
Cummings direzione artistica John
Frick costumi Kathryn Wagner aiuto
regia Gregory Jacobs effetti
speciali Jack Bennett.
Torna al paese natio
nell’occasione del matrimonio della madre con un nuovo compagno. Ha un
ritorno di fiamma con l'ex fidanzata e ottiene un impiego da
portavalori. Medita un colpo criminale.
Il
rifacimento da parte di Soderbergh del classico noir di Robert Siodmak
del 1949 (DOPPIO GIOCO, in originale "Criss Cross") non poteva
che essere stilizzato. L'autore trascura oltremodo il torbido intrigo (latitano
la verosimiglianza dell'intreccio e il delineamento psicologico che
dovrebbe rendere plausibili le azioni e i colpi di scena) per
focalizzarsi sulle atmosfere, sugli arabeschi estetici che, però, non
si esauriscono in un mero compiacimento formale. E'
proprio sulle suggestioni, sulle allusioni suggerite dalla struttura
delle immagini che il senso si gioca magistralmente: se il
passato determina il presente, la confusione
dei piani temporali è quanto mai pertinente in un liquido
amniotico totalizzante, in tonalità di colore dominanti come il blu e
il verde, in cui sono immersi caratteri e tematiche. La prima parte
incastra i flashbacks uno sull'altro senza perderne le fila: l'apologo
si fa morale nel momento in cui diventa chiaro che il protagonista pagherà
l'irresponsabilità nel gestire la propria relazione affettiva.
Il secondo tempo è dominato da una potente soggettiva del protagonista
in ospedale, con la macchina da presa stordita e fluttuante che osserva
i volti sovrimprimersi. I punti di vista si sdoppiano anche nel
montaggio parallelo consequenziale (Gallagher a letto con l'ex fidanzata
e con l'impiegata di banca). Peccato che racconto e sensazioni non
riescano a fondersi in modo emblematico per dimostrare, magari,
l'assioma della pellicola che il giusto e il buono non s'incontrano mai.
Curiosa e ri/rivoluzionaria (dopo Godard) l'organizzazione spaziale dei
campo/controcampo durante i dialoghi: Soderbergh s'inventa punti
d'inquadratura in cui il montaggio non è necessario, oppure tradisce i
codici linguistici.
7
GRAY'S
ANATOMY
(USA/GB
1996) Commedia, 80', bianco e nero.
Con: Spalding Gray Intervistati:
Buddy Carr, Alyne Hargroder, Alvin Henry, Mike McLaughlin, Kirk A.
Patrick jr, Melissa Robertson, Chris Simms, Tommy Staub, Gerry Urso, Fat
L. Woo sceneggiatura Spalding
Gray, Renée Shafransky (monologo) produzione
John Hardy produzione esecutiva Caroline
Kaplan, John Re, Kathleen Russo, Jonathan Sehring musica Cliff Martinez fotografia
Elliot Davis montaggio Susan
Littenberg scenografia Adele
Plauche montaggio suono Paul
Ledford, Mark A. Mangini effetti
speciali Mike Malone regista
della produzione originale Renée Shafransky
Gray's
Anatomy è una sorta di documentario, girato in bianco e nero ed inedito
in Italia, in cui Spalding Gray, replicando un suo monologo teatrale di
successo, descrive le proprie vicissitudini con la medicina
(istituzionale e non) dopo che gli è stata diagnosticata una rara
malattia dell’occhio (Soderbergh ha forse visto CARO DIARIO di Nanni
Moretti?) e ha provato tutti i rimedi e le pozioni, spaventato
dall’idea di eseguire una semplice operazione. Vengono intervistati
anche altri personaggi sull’argomento.
Un
soggetto potenzialmente tedioso, poco propenso a scatenare il
“cinema” in luogo del documento, ma Soderbergh a dispetto della
malattia oggetto dell’opera, potenzia il proprio occhio, non asseconda
le sole parole di Gray, scava nella sua psiche con la macchina da presa
e con giochi figurativi astratti.
SCHIZOPOLIS
the underneath
(USA
1997) Grottesco, 96', colore. Interpreti:
Steven Soderbergh (Fletcher Munson/Dr. Jeffrey Korchek), Betsy Brentley
(Mrs. Munson), David Jensen (Elmo Oxygen), Mike Malone (T. Azximuth
Scwitters), Edward Jemison, Silas Cooper, Linda Nitsch, L. Christian
Mixon sceneggiatura Soderbergh
produzione John Hardy produzione
esecutiva John Re fotografia Soderbergh
montaggio Sarah Flack montaggio
suono Mark A. Mangini
Il mondo è in ovazione per un nuovo filosofo comportamentale, creatore
dell’ “Eventualismo”. Il suo ghost-writer di discorsi ha la moglie
che lo tradisce con un dentista identico a lui. Intanto un
disinfestatore scorrazza nel quartiere portandosi a letto le mogli degli
altri.
Schizzato.
Schizofrenico. Labirintico. Demenziale. Intricato. Satirico. Grottesco.
Sdoppiato. Circolare. Masturbatorio. Solipsistico..."Eventualistico".
Soderbergh si rinnova e sorprende presentandosi come attore principale
"woody alleniano" in un racconto immerso nel caos ma non
gratuito (fatta eccezione per qualche "insert" comico, fra
spot e notiziari assurdi), forse fin troppo pretenzioso
(intellettualistico?) e simbolista. Il fulcro tematico è costituito
dalle crisi dei sentimenti, dei rapporti di
coppia (SESSO,
BUGIE E VIDEOTAPE), d'identità, esistenziali, collettive (il
bisogno americano di un guru filosofale) o individuali (l'alienazione
nel lavoro, in famiglia). Anche le gag più folli hanno carattere
allegorico: vedi la figura del disinfestatore dedito prima al sesso poi
alla violenza, che attenta alla vita del simbolo-fantoccio curatore di
anime. All'insegna dei doppi (non
appena fanno la loro comparsa i numeri 1,2,3, si segue da vicino
l'esistenza di un "alter ego", oppure "il dietro le
quinte", un altro punto di vista di ciò che già si è visto), di
vite parallele, dell'inutilità del verbo
(dialoghi assurdi, che esprimono il significato prima di proferire la
parola; colloqui in giapponese, francese, italiano). E' un'opera
ermetica e bifronte: se da un lato dà l'impressione di rincorrere, in
modo esibito, la complessità, dall'altro ha l'umiltà (e la simpatia)
di immergersi completamente nella farsa demenziale, ricordando molto, in
questo binomio, il buon Godard (con
tanto di metacinema: Soderbergh che presenta il film; interviste ai
protagonisti, addirittura una citazione di SENZA VIA DI SCAMPO nel
subplot spionistico). A livello figurativo vige il pastiche fra video,
camera a mano, fast forward e così via. Soderbergh cita anche se
stesso, e si dipinge come un simulatore, capace di creare solo sotto
pressione. Il tutto si trasforma in uno sguardo satirico sulle paranoie
maschili, sulle filosofie da New Age e l'ossessione
tutta americana sulla salute (vedi anche GRAY'S
ANATOMY).
7
OUT OF SIGHT
(USA
1998) Commedia, 123', colore. Interpreti:
George Clooney (Jack Foley), Jennifer Lopez (Karen Sisco), Dennis Farina
(Marshall Sisco), Michael Keaton (Ray Nicolette), Albert Brooks (Richard
Ripley), Jim Robinson, Elgin Marlow, Donna Frenzel (Loretta), Manny Suàrez,
Keith Hudson, Luis Guzmàn (Chino), Paul Soileau (Lulu), Catherine
Keener (Adele), Ving Rhames (Buddy Bragg), Susan Hatfield, Steve Zahn (Glenn
Michaels), Don Cheadle (Maurice Miller), Brad Martin, James Black (Himey),
Wendell B. Harris jr (Daniel Burdon), Chuck Castleberry, Chic Daniel,
Connie Sawyer, Philip Perlman, Keith Loneker, Isaiah Washington (Kenneth),
Paul Calderon (Raymond Cruz), Gregory Alpert (Grant), Viola Davis (Moselle),
Mark Brown, Sandra Ives, Joe Hess, Betsy Monroe, Joseph Chrest (Andy),
Nancy Allen, Samuel L. Jackson (Hejira), Mike Malone romanzo
Elmore Leonard sceneggiatura Scott
Frank produzione Danny De
Vito, Michael Shamberg produzione
esecutiva John Hardy, Barry Sonnenfeld, Joshua Donen, William Reid,
Lionel Wigram musica
David Holmes fotografia Elliot
Davis montaggio Anne V.
Coates scenografia Gary
Frutkoff direzione artistica Philip
Messina costumi Betsy Heimann
aiuto regia Gregory Jacobs effetti
speciali Ryan Arndt, Craig Barnett, Derrick Crane, Don Hasting,
Scott Hastings, Darrell e Eric Roberts, Mike Sasgen, Larry M. Shorts,
Carol e Cliff Wenger effetti visivi Brad Kuehn steadycam
Stephen Collins operatore
Gary Jay
Un “ladro gentiluomo”, rapinatore di banche, evade di prigione e
s’innamora, ricambiato, di una bella sceriffa federale.
Dal
romanziere "pulp" più richiesto a Hollywood, Elmore Leonard,
ancora un progetto Scott Frank-Barry Sonnenfeld-Danny DeVito (quelli di
GET SHORTY, e appare Michael Keaton nello stesso ruolo che aveva in
JACKIE BROWN di Tarantino): l'indipendente Soderbergh lavora su
commissione ma lascia impronte inequivocabili del suo passaggio. Appaga
i produttori e le stars protagoniste organizzando a meraviglia la
commedia rosa e d'azione, diverte il pubblico con delle gags notevoli
(le avance da sfigati dei tre pubblicitari al bar!), fa il verso alla
moda con un'unica scena "trash" (Soderbergh, al cruento
demenziale in voga oggi, preferisce le commedie sentimentali
hollywoodiane classiche), in cui Wide Boy inciampa e si spara in bocca.
Nel suo primo film da studio hollywoodiano a grosso budget, tratta gli
attori come stars della vecchia scuola, idealizzandoli in stretti, caldi
primi piani, legandoli assieme (letteralmente ed in modo figurato) in un
baule della macchina dove è imprescindibile il contatto. L'attrazione
erotica è alle stelle, e le canoniche schermaglie amorose sono
reinventate con il meccanismo del "cane e del gatto",
poliziotta e criminale, lasciando aperto il finale (la Lopez complice o
meno?). Se, nella trama, c'è l'elegia dell'outsider ribelle alle regole
sociali codificate, Soderbergh si accontenta di alcune stilizzazioni
"autorali" in una traccia di genere: l'uso frequente
dello stop-frame, del flashback e di un montaggio tutt'altro che pulito;
l'attenzione particolare riservata al commento sonoro, concentrato su di
un R&B funky-groove che accentua le tonalità sexy. In aggiunta, dei
dettagli inusuali: il gioco di mani fra innamorati al bar che ricorda le
poesie gestuali di Godard, la sequenza in cui i due protagonisti fanno
l'amore con le voci off e le immagini che non seguono il continuum
temporale (il regista dice di essersi ispirato al Nicolas Roeg di A
VENEZIA...UN DICEMBRE ROSSO SHOCKING), l'immancabile momento cinefilo
(GANGSTER STORY, QUINTO POTERE, I TRE GIORNI DEL CONDOR).
7
1/2
L'INGLESE
the
limey
(USA
1999) Drammatico, 90', colore. Interpreti:
Terence Stamp (Wilson), Peter Fonda (Terry Valentine), Lesley Anne
Warren (Elaine), Luis Guzman (Ed), Joe D'Alessandro (zio John), Barry
Newman (Avery), Nicky Katt (Stacy), Amelia Heinle (Adhara), Melissa
George (Jennifer), William Lucking, Matthew Kimbrough (Tom), John
Robotham (Rick), Steve Heinze (Larry), Allan Graf (Gordon), Michaela
Gallo (Jennifer da giovane), Johnny Sanchez, David Ward (Edward Ford)
sceneggiatura Lem Dobbs produzione
John Hardy, Scott Kramer produzione
esecutiva John Hardy, Barry Sonnenfeld, Joshua Donen, William Reid,
Lionel Wigram musica Cliff
Martinez fotografia Edward
Lachman montaggio Sarah Flack
scenografia Gary Frutkoff costumi
Louise Frogley aiuto regia Gregory
Jacobs montaggio suono Mike
Chock, Ezra Dweck, Aaron Glascock, Marvin Walowitz effetti
speciali Kevin Hannigan effetti
visivi Scott Dougherty, Tiffany Smith operatore
Ray De La Motte
Un ladro professionista inglese, uscito di prigione, si reca a Los
Angeles per vendicare la morte della figlia, uccisa da un magnate della
musica pop.
In
una produzione indipendente, quello che Soderbergh solo a sprazzi osò
fare nel precedente hollywoodiano OUT
OF SIGHT con George Clooney (che ha un cameo, in un servizio
alla tv), viene moltiplicato al parossismo, e assurge a vera ragion
d'essere di un film che, come altrove nel suo curriculum, conta più per
la forma subliminale/significativa che per l'intrigo di per sé (è una
banale trama di resa dei conti): il racconto
è spezzato in flashback asincroni, che procedono per
associazione d'idee piuttosto che per cronologia o causa ed effetto. Schegge
sfasate nel montaggio, nel rincorrersi dei ricordi (il grande
Terence Stamp rivede se stesso nel POOR COW di Ken Loach, in cui
interpretava sempre un ladro con figlia: idea geniale) e
l'immaginazione, frantumando il "continuum" dei fotogrammi ma
non quello narrativo, che resta lineare. Può capitare, così, che lo
stesso dialogo si appoggi su tre sequenze differenti con lo stesso
attore o che l'inizio presagisca il termine e, nella chiusura circolare
(splendida), il carnefice si specchi nella vittima, mutando il tema
della vendetta in quello dell'assenza di un padre. Il tutto si trasforma
anche in un omaggio agli anni sessanta della Controcultura, dai modi di
ripresa che citano il cinema-verità,
alle imbrattature ironiche godardiane, dall'uso del commento sonoro (si
parte con gli Who) ai frammenti di Alain
Resnais in un intelligibile gioco di sfasamenti. Senza
dimenticare la presenza di attori-icona del periodo: Terence Stamp,
massiccio come Lee Marvin in SENZA UN ATTIMO DI TREGUA, il Joe
D'Alessandro di Andy Warhol, Barry Newman (PUNTO ZERO) e Peter Fonda, il
cui personaggio che specula sulla musica pop diventa il simbolo del
Mercato che ha fagocitato gli ideali della "rivoluzione
mancata". Vendicando
la morte della figlia, Stamp (ri)vendica una vita (traslati, gli anni
sessanta) rubatagli, l'occasione mancata di
avere una famiglia, oppure cerca il riscatto: non dimentichiamo
che nel TEOREMA di Pasolini interpretava l'essere che distruggeva la
famiglia borghese. Ora, sempre vestito di nero, deve annichilire il
nuovo nemico, il potere costruito sull'inganno
e la corruzione, asserragliato nel castello di Kafka (DELITTI
E SEGRETI).
8
ERIN
BROCKOVICH
(USA
2000) Drammatico, 130', colore. Interpreti:
Julia Roberts (Erin Brockovich), Albert Finney (Ed Masry), Aaron Eckhart
(George), Peter Coyote (Kurt Potter), David Brisbin (Dr. Jaffe), Dawn
Didawick (Rosalind), Valentine Rodriguez (Donald), Conchata Ferrell (Brenda),
Irene Olga Lopez (Mrs. Morales), Scotty Leavenworth (Matthew Brockovich),
Gemmenne De La Pena (Katie Brockovich), Erin Brockovich (cameriera),
Adilah Barnes (Anna), Marg Helgenberger (Donna Jensen), Randy Lowell
(Brian Frankel), Jamie Harrold (Scott), Sarah Ashley (Ashley Jensen),
Scarlett Pomers (Shanna Jensen), T. J. Thyne (David Foil), Joseph Chrest
(Tom Robinson), Meredith Zinner (Mandy Robinson), Michael Harney (Pete
Jensen), William Lucking (Bob Linwood), Mimi Kennedy (Laura Ambrosino),
Scott Sowers (Mike Ambrosino), Cherry Jones (Pamela Duncan), Kristina
Malota (Annabelle Daniels), Wade Williams (Ted Daniels), Cordelia
Richards (Rita Daniels), Tracey Walter (Charles Embry), Tracey Walter (Charles
Embry), Larry Martinez (Nelson Perez), Judge LeRoy A. Simmons (se
stesso), Gina Gallego (Mrs. Sanchez), Veanne Cox (Theresa Dallavalle),
Sheila Shaw (Ruth Linwood), sceneggiatura
Susannah Grant produzione
Danny De Vito, Gail Lyon, Michael Shamberg, Stacey Sher produzione
esecutiva John Hardy, Carla Santos Shamberg musica Thomas Newman fotografia
Edward Lachman montaggio Anne
V. Coates scenografia Philip
Messina direzione artistica Christa
Munro costumi Jeffrey Kurland
aiuto regia Gregory Jacobs effetti
speciali Kevin Hannigan effetti
visivi Carole Cowley, Thomas J. Smith operatore
Ray De La Motte
Erin Brockovich, divorziata e con tre figli sulle spalle, ottiene un
lavoro nello studio d'un avvocato. Si occupa di un caso d'inquinamento
delle acque, che ha causato gravi malattie agli abitanti d'una
cittadina.
Un
Soderbergh insolitamente sobrio si mette al
servizio d'una storia realmente accaduta (la vera Brockovich
compare nel ruolo di una cameriera) e, come in OUT
OF SIGHT, degli interpreti,
cucendo addosso ed insieme con Albert Finney e Julia Roberts due
personaggi notevoli, di stampo classico, impegnati in un duetto
"brillante" impagabile: lei così diretta e interessata alla
sostanza, lui più impacciato e attento all'etichetta. Il regista punta
su di un realismo a tutto tondo (proletario, simil Ken Loach), sulle
prove "vere" degli interpreti (il nume tutelare è John
Cassavetes), sui toni brillanti e la commozione senza pietismi. La trama
ripropone le gesta di Davide (la gente comune) contro Golia (i colossi
che insabbiano lo scandalo), ma evita volutamente i cliché del genere,
ad esempio omettendo, nel finale, il canonico dramma giudiziario. La
Roberts, in un film meno pulito e leccato, ha modo di mettersi in mostra
con un memorabile ritratto femminile, degno della NORMA RAE di Sally
Field o della ROSA SCOMPIGLIO di Laura Dern: madre-coraggio proletaria
contro la superbia e l'inganno dei potenti, dei saccenti e dei
pregiudizi sessisti, alza alta la bandiera della sostanza opposta alla
forma e riesce a guadagnare il rispetto e la fiducia delle persone
comuni come lei, al contrario dell'impettita casta forense. Soderbergh
è come la Brockovich, una personalità forte ed intraprendente con la
sufficiente umiltà (alla faccia di chi l'aveva accusato di formalismo)
per rinunciare all'orgoglio (a mostrare se stesso) quando necessario,
quando in gioco ci sono dei moti umani.
8
TRAFFIC
(USA
2000) Drammatico, 147', colore. Interpreti:
Michael Douglas (Robert Wakefield), Don Cheadle (Montel Gordon), Benicio
Del Toro (Javier Rodriguez Rodriguez), Luis Guzman (Ray Castro), Dennis
Quaid (Arnie Metzger), Catherine Zeta-Jones (Helena Ayala), Steven Bauer
(Carlos Ayala), Jacob Vargas (Manolo Sanchez), Erika Christensen (Caroline
Wakefield), Clifton Collins jr (Francisco Flores), Miguel Ferrer
(Eduardo Ruiz), Topher Grace (Seth Abrahams), Amy Irving (Barbara
Wakefield), Beau Holden, Peter Riegert (Michael Adler), Benjamin Bratt (Juan
Obregon), Tomas Milian (Arturo Salazar), Marisol Padilla Sanchez (Ana
Sanchez), Albert Finney, Joel Torres, D. W. Moffett (Jeff Sheridan),
James Brolin (Ralph Landry), Jesu Garcia (Pablo Obregon), Majandra
Delfino (Vanessa), Alec Roberts (David Ayala), Bill Weld (governatore,
se stesso), Don Nickles (senatore, se stesso), Harry Reid (senatore, se
stesso), Jeff Podolsky, Barbara Boxer (senatore, se stessa), Orrin G.
Hatch (senatore, se stesso), Charles Grassley (senatore, se stesso),
James Pickens jr (Ben Williams), Yul Vazquez (Tigrillo), Jack Conley
(agente Hughes), Eddie Velez (agente Johnson), Stephen J. Rose (Marty),
Salma Hayek sceneggiatura
Stephen Gaghan produzione
Laura Bickford, Marshall Herskovitz, Edward Zwick produzione
esecutiva Cameron Jones, Graham King, Andreas Klein, Mike Newell,
Richard Solomon musica Cliff
Martinez fotografia Steven
Soderbergh (pseud. Peter Andrews) montaggio
Stephen Mirrione scenografia Philip
Messina direzione artistica Keith
P. Cunningham costumi Louise
Frogley aiuto regia Gregory
Jacobs effetti speciali Kevin
Hannigan effetti visivi
Carole Cowley operatore Gary
Jay
Il giudice Wakefield, nuovo "zar dell'antidroga", investiga
sul commercio illegale di stupefacenti fra Messico e Stati Uniti,
sottovalutando il tunnel della droga in cui è entrata la figlia.
Non
esistono né il bianco o il nero né una posizione in cui è contemplata
tutta la gamma dei colori. Soderbergh, prendendo spunto dalla miniserie
tv inglese TRAFFIK, del 1989, (dove il "traffico" era fra
Pakistan e Gran Bretagna), si fa carico di quest'assunto, in modo
letterale e come allegoria della propria scelta estetica ed ideologica:
carica in spalla la macchina da presa (firma la fotografia dietro lo
pseudonimo di Peter Andrews, i due nomi propri del padre) e restituisce
"le" realtà attraverso differenti cromatismi. Il
Messico corrotto e sudato in un giallo ocra che tende (imperfetto in
modo sublime) al monocromatismo, la Washington della legalità in blu,
la San Diego che attende ancora uno sviluppo (il processo, le indagini)
in un arancio con colori più squillanti. Allo stesso modo i tre/quattro
(e più) percorsi narrativi, che s'intersecano in una struttura corale
alla Robert Altman, sondano ognuno un diverso aspetto della problematica
"droga", auspicando una visione onnicomprensiva (dal
produttore al consumatore) e parimenti immersa nel particolaristico,
forte d'esperienze in prima persona (vedi il percorso di presa di
coscienza di Douglas) che non stigmatizzino il fenomeno come un agente
estraneo da debellare, ma come un nemico "interno" da
comprendere alla radice. Con tale sguardo critico, nessuno ne esce
pulito: forse solo il personaggio di Del Toro, un poliziotto messicano
che si sporca le mani per raggiungere un risultato positivo e non
retorico (il baseball per Tijuana!), indica una via d'uscita. Mutatis
mutandis, è la stessa imboccata dalla carriera dell'ex-indipendente
Soderbergh, che usa ed è usato da Hollywood
(cast di stelle, soldi per la promozione, tracce di genere): si
allontana sia dalla posizione troppo rigida del giudice Douglas
(integralismo artistico) sia da quella cinica e disillusa dei poliziotti
corrotti (i mestieranti). I cliché del film poliziesco o d'impegno
civile, alla Z-L'ORGIA DEL POTERE o alla THE INSIDER, sono mezzo e non
fine per sperimentare i codici linguistici (il reportage, il cinema
verità) all'interno della fiction e per veicolare messaggi
politico/etici affatto banali. Conquistata l'attenzione del pubblico grazie ad una puntuale direzione
delle recitazioni, c'è spazio anche per qualche preziosismo
tecnico/espressivo, come la scena rovesciata dell'elicottero (gli
"Stati Uniti" entrano in un mondo "altro", il
Messico, e prendono contatto con la persona sbagliata...).
7
1/2
OCEAN'S ELEVEN
ocean’s eleven
(USA
2001) Drammatico, colore. Interpreti:
Gorge Clooney (Danny Ocean), Brad Pitt (Rusty Ryan), Julia Roberts (Tess
Ocean), Alan Arkin (Saul Bloom), Don Cheadle (Basher Tarr), Mat Damon (Linus
Caldwell), Elliott Gould (Ruben Tischkoff), Bernie Mac (Frank Catton),
Casey Affleck (Virgil Malloy), Scott Caan (Turk Malloy), Carl Reiner
(Saul Bloom/Zerga), Andy Garcia (Terry Benedict), Michael Delano (Frank
Walsh), Jerry Weintraub (High Roller), Henry Silva, Angie Dickinson,
Lennox Lewis, Vladimir Klitschko sceneggiatura
Ted Griffin produzione
Jerry Weintraub, R.J. Louis produzione
esecutiva Bruce Berman, Susan Ekins, John Hardy fotografia
Sodebergh (pseud Peter Andrews) montaggio
Stephen Mirrione scenografia Philip
Messina direzione artistica Keith
P. Cunningham costumi Jeffrey
Kurland
Appena uscito di prigione, Ocean medita un
colpo da 150 milioni di dollari: raccoglie attorno a sé undici
professionisti per svaligiare tre casinò di Las Vegas.
Le
musiche di David Holmes, lo split screen, la fotografia di Pete Andrews
(alias Soderbergh), le facce da poker d'assi sornioni degli interpreti
in un cast all-stars, l'allegoria dello scacco al Sistema, rappresentato
dal "Banco" o dal personaggio di Garcia: vincente, glaciale,
spietato. Tutto riporta all'estetica di certo cinema americano anni
settanta, con un occhio alle sue radici (è il rifacimento del molle
COLPO GROSSO, 1960) e l'altro rivolto alle evoluzioni future (dopo IL
GENIO DELLA RAPINA, LA STANGATA, LA PIETRA CHE SCOTTA e simili, si è
approdati a I SIGNORI DELLA TRUFFA e MISSION: IMPOSSIBLE). Soderbergh
persevera in un cinema di genere di forte richiamo spettacolare in cui
imbrigliare la propria personalità: non dà la sensazione di
"svendersi" ma di voler coscientemente annullarsi nelle
formule impersonali dei codici hollywoodiani che, al contempo, sviscera
brillantemente e sposa pedissequamente. Un gioco pericoloso in cui si
confondono emulazione, simulazione e anonimia. Le sue simpatiche
canaglie, fra reclutamento, tirocinio, meccanici imprevisti e rapina, si
muovono in un meccanismo (quasi) perfetto, in una struttura corale dal
ritmo sostenuto, dove l'azione non adombra lo studio dei caratteri e le
parentesi da commedia rosa. OCEAN'S ELEVEN è un OUT OF
SIGHT
senza guizzi linguistici, un ERIN
BROCKOVICH
senza nerbo civile, un TRAFFIC
senza elaborazione, un piacevole divertissement, un pezzo di bravura da
artigiano manierista. La trama di Ted Griffin "gonfia" e
sconfessa l'originale, incappando in bolle impazzite (lo
"strizza") e crepature (Damon all'oscuro del piano di Clooney/Ocean;
gli Undici solidali nel "colpo grosso per amore"). Il colpo di
scena finale non fa effetto quanto la chiusura con arie soavi e musica
sinfonica: una sequenza insolita imparentata con i flashback delle
tentate rapine e il volto controcorrente di Clooney tra la folla.
Gentili "concessioni" di un autore in vacanza che vuole solo
divertirsi e divertire, magari con una bizzarra gara di fuoristrada o la
pancia "monumentale" di Elliot Gould.
7
FULL
FRONTAL
full
frontal
(USA
2002) Commedia, colore. Interpreti:
David Duchovny (Bill/Gus),
Nicky Katt (Hitler), Catherine Keener (Lee), Mary McCormack (Linda), David Hyde Pierce (Carl), Julia Roberts (Catherine/Francesca),
Blair Underwood (Nicholas/Calvin), Enrico Colantoni (Arty/Ed), Erika
Alexander (Lucy), Tracy Vilar (Heather), Brandon Keener (Francesca's
Assistant), Jeff Garlin (Harvey), David Alan Basche (Nicholas' Agent),
David Fincher (Film Director), Jerry Weintraub (Jerry), Coleman Hough (Partygoer),
Terence Stamp (Man on Man/Himself), Brad Pitt (Brad/Himself) sceneggiatura
Coleman Hough produzione
Gregory Jacobs, Scott Kramer produzione
esecutiva Bob e Harvey Weinstein musica
Jacques Davidovici fotografia
Soderbergh (pseud. Peter Andrews) montaggio
Sarah Flack effetti visivi
Carl S.G. Moore
Si gira "Rendezvous", dove una giornalista
intervista un attore di colore. Dietro le quinte, una coppia scoppiata,
un commediografo e il suo tronfio attore protagonista.
Opera
esibita, quasi "pornografica" se richiamiamo una gag che
contiene. Un esercizio di stile "ostico" come l'erezione di
Duchovny/Gus, il deus-ex-machina (è un produttore!) delle storie che
s'intrecciano per poi soffocare in mancanza di ossigeno, in assenza di
senso, alla ricerca di una (di)mostrazione capricciosa. Il "Full
frontal", più che mettere a nudo il cinema con un film sul
making-of di un film, è il frontale di un cane con un'automobile: la
bestia, barcollando, si rialza e pretende, indifferente, di riprendere a
camminare (una bella allegoria presa a prestito dal canovaccio).
Soderbergh si scontra con i propri miti cinefili e li ripropone in un labirinto
semantico che finge di fingere la leggerezza e l'improvvisazione,
spavaldo ma intellettualistico, sperimentale ma accademico, moderno ma
in ritardo. L'EFFETTO NOTTE (la Roberts con i capelli di Jacqueline
Bisset) rincorre IL DISPREZZO, dimenticando sia la passione di Truffaut
sia il fecondo cerebralismo di Godard: la prima parte s'accontenta di
ostentare il basso budget del digitale in luce naturale,
l'intraprendenza di un autore che trascina le star in un film
indipendente, l'ammiccare compiaciuto al critico snob che va (dovrebbe)
andare in brodo di giuggiole con i dogmi di Lars Von Trier, la
naturalezza delle recitazioni, il montaggio pseudo-amatoriale, le
infinite citazioni, il sottile sottotesto, la (finta) umiltà di chi,
con due o tre spiritosaggini, non si prende sul serio. Nel film del film
nel film, Soderbergh entra in campo nascondendo il proprio volto
(ingegnosa provocazione) e quasi invita il pubblico ad andarsene dopo i
titoli di testa, che non sono quelli di "Full frontal" ma
quelli di "Rendezvous" (abbiamo sbagliato film?):
autolesionista. I più avvezzi al meta-cinema autorale si annoiano, gli
altri sonnecchiano sospesi nella struttura SCHIZOPOLISzata
ed episodica, cercano invano dei personaggi "vivi" invece che
"veri" perché mostrati nella loro finzione: la seconda parte
pare ritrovare SESSO,
BUGIE E VIDEOTAPE ma li (lo) perde in un party alla L'INGLESE
(cameo di Terence Stamp). Dietro i titoli di coda restano,
gratuiti e velleitari, Brad Pitt (assassino?) e l'allegoria dell'attore
hitleriano impegnato in un faulkneriano (?) "The
sound and the Führer". L'arte
di Soderbergh si specchia, volutamente (sarebbe geniale) o meno
(comunque sterile), negli aspetti negativi dei suoi personaggi: come la
responsabile delle risorse umane che imita IL GRANDE DITTATORE, gioca
pesante con un mappamondo troppo leggero perché non gli sfugga di mano;
come il creativo della rivista che viene licenziato, scambia la perdita
di un eccessivo autocontrollo per idee fulminanti. Sbatte, full frontal,
contro se stessa. 6
1/2
SOLARIS
(USA
2002) Fantascienza, colore. Interpreti:
George Clooney (Kelvin), Natascha McElhone (Rheya), Viola Davis (Gordon),
Jeremy Davies (Snow), Ulrich Tukur (Gibarian), Donna Kimball (Mrs.
Gibarian) romanzo Stanislaw Lem sceneggiatura
Soderbergh produzione
Charles V. Bender, James Cameron, John Landau, Rae Sanchini produzione esecutiva Gregory Jacobs musica Cliff Martinez fotografia
Soderbergh (pseud. Peter Andrews) montaggio
Soderbergh scenografia Philip
Messina costumi Milena
Canonero
Lo psicologo Chris Kelvin è invitato sulla stazione
orbitante atta a studiare il fenomeno Solaris: trova tracce di sangue e
uomini in evidente stato confusionale.
La macchina da presa
riprende Clooney di spalle. Il montaggio è sincopato. Il fermo immagine
del video dalla stazione orbitante rompe il mosaico dei pixel, isolando
i frammenti di un riflesso ignoto. (Ri)inizia così la fantascienza
mistica di Stanislaw Lem (autore del romanzo) e Andrej Tarkovskij
(regista della prima versione, anno 1972), secondo Soderbergh: il suo
cinema, fatto di percezioni parziali, sfere affettive frantumate,
continuum temporali spezzati e doppi riprodotti, pare la finestra ideale
su Solaris, misterioso fenomeno astrale, metafisico, soprannaturale,
primordiale (una cellula, il Tutto?). Come le figure “aliene” che
riportano in essere i legami con i propri cari, Soderbergh è un
“visitatore” che accende la speranza in una rivisitazione compiuta e
vitale ma finisce per logorare chi non si accontenta del Paradiso
dell’amore riflesso (i doppioni sulla Terra) e cerca il contatto con
l’Essere Supremo (il bambino e il “vero” Clooney). Se Tarkovskij
spossava con le ellissi, l’astrazione e il cerebralismo, Soderbergh
annulla il senso d’angoscia rendendo tutto oltremodo leggibile, in un
contesto in cui non rinuncia al passo ossessivamente lento ed
introspettivo. Ha più “senso della realtà” e tensione ipnotica
(complici le note “xilofonate” di Cliff Martinez) ma perde il
conflitto di coscienza, inseguendo i riflessi che allontanano dalla
Verità, vale a dire un cinema che trova se stesso fuori (nella forma di
una copia incompleta) e non dentro di sé (pathos, consapevolezza,
evocazioni senza spiegazioni). Come la Scienza che non cerca Mondi
“altri” ma degli specchi di se stessa, Soderbergh s’affida più
alla ragione che al sogno che si nutre di scelte e non di risposte. Come
l’uomo che (ri)conosce l’idea e non la reale essenza dell’altro da
sé, resta vittima dei fantasmi che evoca, li intrappola in pallidi
riflessi delle sensazioni “vive”, esaustive se stimolate
nell’ambiguità. Concepisce l’enigma in modo affascinante ma
suggerisce la soluzione senza suggestionare. Della poesia di Dylan
Thomas (“La morte non avrà più dominio e gli amanti si saranno persi
ma non si sarà perso l’amore”) resta il senso, non la sensazione. 6 1/2
EQUILIBRIUM
(ep. EROS)
equilibrium
(USA
2003) Commedia, b/n ecolore. Interpreti:
Robert Downey jr (Nick Penrose), Alan Arkin (Dr. Pearl/Hal), Ele Keats
(Donna del sogno/Cecilia) sceneggiatura
Soderbergh produzione e aiuto
regia Gregory Jacobs musica Chico
O’Farrill fotografia Soderbergh
(pseud. Peter Andrews) montaggio
Soderbergh (pseud. Mary Ann Bernard) scenografia
Philip Messina costumi Milena
Canonero
1955: un pubblicitario racconta allo psicanalista di una donna che sogna
sempre, mentre il dottore distratto cerca di comunicare con un’altra
persona fuori della finestra.
L’erotismo di Soderbergh è
sempre e solo cerebrale: si masturba con un sogno voyeuristico virato in
blu, ripreso con una macchina da presa dondolante, senza “equilibrium”,
per poi immergersi in cinefili giochi d’ombre in bianco e nero (la
luce filtrata dalle tapparelle), in una divertente seduta psichiatrica
dove è arduo diagnosticare se sia più schizzato il paziente o il suo
analista. Nelle intenzioni dell’autore il sogno nel sogno dovrebbe
diventare terapeutico per il protagonista (e comprensibile per lo
spettatore) nel momento in cui si riesce ad interpretare allegoricamente
i gesti simbolici in atto. Il protagonista comprende e “guarisce”,
lo spettatore si perde nel reiterato montaggio finale dell’aeroplanino
di carta che, ad ogni passaggio, guadagna porzioni di cielo.
S’intuisce che il binocolo, ingrandendo, è uno strumento più
efficace per guardare dentro la mente del paziente (con il medico suo
“voyeur”), che lo specchiarsi nella borsetta è atto del
“riflettersi”, che c’entra la frustrazione per la sveglia la
mattina, ma il tutto è più faticosamente complicato ed ellittico che
intrigantemente complesso, seppur curioso e seducente (per il cervello).
6
OCEAN'S
TWELVE
ocean’s
twelve
(USA
2004) Commedia, colore. Interpreti:
Gorge Clooney (Danny Ocean), Brad Pitt (Rusty Ryan), Catherine
Zeta-Jones (Isabel Lahiri), Julia Roberts (Tess Ocean), Vincent Cassel (François
Toulour), Don Cheadle (Basher Tarr), Mat Damon (Linus Caldwell), Elliott
Gould (Ruben Tischkoff), Casey Affleck (Virgil Malloy), Scott Caan (Turk
Malloy), Carl Reiner (Saul Bloom/Zerga), Andy Garcia (Terry Benedict),
Robbie Coltrane (Matsui), Jeroen Krabbé (van der Woude), Martina
Stella, Bruce Willis, Adriano Giannini, Albert Finney, Bruce Willis sceneggiatura
George Nolfi produzione
Jerry Weintraub, Gregory Jacobs, Frederic W. Brost produzione
esecutiva Bruce Berman, Susan Ekins, John Hardy musica David Holmes fotografia
Sodebergh (pseud Peter Andrews) montaggio
Stephen Mirrione scenografia Philip
Messina direzione artistica Tony
Fanning costumi Milena
Canonero
aiuto regia Gregory
Jacobs
Benedict
rintraccia e minaccia gli undici che gli hanno rubato i soldi. Per
ripagarlo, gli uomini di Ocean organizzano un colpo, ma tale Nightfox li
sfida e soffia loro il bottino.
Gruppo
affiatato di attori si diverte per divertirci: l’inizio è
canagliesco, fra VACANZE ROMANE e la Vanoni (!), ma è come se
Soderbergh volesse destrutturare godardianamente la perfezione tecnica
del capitolo precedente con punti d’inquadratura iconoclasti, la
macchina da presa a mano, un montaggio elaboratissimo e poco
conciliante, improvvisazioni varie, gag “straniate” come quella del
“Bip!” sulle parolacce. E’ OCEAN’S
ELEVEN filtrato dal caos organizzato di FULL
FRONTAL e dagli stilemi (vestiario compreso) del cinema di
genere anni settanta: Soderbergh non ha alcuna intenzione di dare un
seguito commerciale, si diverte a smontare il giocattolo, mostrando(si)
le matrici del linguaggio Cinema,
ingarbugliandolo senza appesantirlo fra flashback, montaggi paralleli,
frequenti cambi di set, insert in bianco/e/nero, trame drammaturgiche
complicate, fermi immagine e, soprattutto, uno strepitoso, diegetico
soundtrack 70’s. La simpatica metacinematografia è spesso geniale:
Julia Roberts che finge di essere Julia Roberts (!) sfruttando la
popolarità della diva (i fans a Roma) e l’accompagnatore Bruce Willis
(nel ruolo di se stesso: un perfetto, ignaro complice per “rubare
cinema al cinema”); altrove l'autoreferenzialità è talmente confusa
da far rimpiangere il meccanismo rigoroso del film predecessore: vedere
il (potenzialmente bello, peccato) colpo di scena della madre del
personaggio di Matt Damon. I ladri aggiunti sono la seducente Zeta-Jones
e un Vincent Cassel-LUPIN III, protagonista di un sinuoso e magnetico
balletto a suon di musica araba con i raggi infrarossi. Chiudono la
partita fra ladri due flashback (con una non ben motivata complicità
del maestro di Cassel). 6
½
BUBBLE
Bubble
(USA
2005) Drammatico, colore. Interpreti:
Debbie Dobereiner (Martha), Dustin James Ashley (Kyle), Mist Dawn
Wilkins (Rose), Omar Cowan (padre di Martha), Kyle Smith (Jake), Laurie
Lee (madre di Kyle), Decker Moody (detective Don Taylor), David Hubbard
(pastore), sceneggiatura Coleman
Hough musica Robert Pollard fotografia
Sodebergh (pseud Peter Andrews) montaggio
Soderbergh (pseud Mary Ann Bernard)
aiuto regia Gregory Jacobs
In
una provincia depressa dell’Ohio un giovane, una signora
“abbondante” con padre a carico e una ragazza madre lavorano insieme
in una fabbrica di bambole. I due giovani escono insieme provocando il
disappunto della signora.
L’anticonformista
Soderbergh, forte dell’esperienza “docu-drama” delle serie Tv
“K-street” e “Unscripted”, decide di lasciare alle spalle i
big-budget-movie carichi di star per girare un’opera minimalista, a
bassissimo costo e con attori non professionisti. Ri-affitta la
sceneggiatrice di FULL FRONTAL e persegue il progetto di destrutturazione delle
codificazioni cinematografiche, sia linguistiche (alla Godard) sia di
“status”, dove, raggiunto il successo, solo un flop al botteghino
costringe a ricominciare da capo. Per Soderbergh i modi di produzione
devono piegarsi allo stile che il racconto da filmare esige, non importa
in quale alto gradino della scala sociale della Mecca del Cinema il
regista è riuscito ad arrivare. Ecco allora un piccolo squarcio sulla
provincia americana mai vista (sofferente di povertà e solitudine: un
sottotesto senza urla loachiane), girato in tre settimane, in digitale
(e con quali meravigliosi risultati di fotografia), più vero del vero
(gli interpreti prestano le loro dimore come set), improvvisato (anche
troppo: qualche dialogo risacca, qualche reazione emotiva sbava) ma,
sempre per non cadere in uno schema da film (neo)realistico (a
Soderbergh non piacciono i percorsi obbligati), accompagnato anche da
sprazzi surreali (gli spot sul volto della protagonista) e (r)accordi
lirici (la chitarra permeativa di Robert Pollard) e/o incuriositi (dalla
lavorazione delle bambole), amplificati (i rumori di fondo). Si sconfina
nel thriller (prevedibile nel “giallo” perché a Soderbergh
interessa rimarcare il fattore di cosciente innocenza e incosciente
violenza) dove criminale è l’implosione, la mentalità tutta
americana che si santifica (l’areola) mentre nega d’essere capace di
fare del male. Sempre nell’ottica di rivoluzionare il sistema
produttivo, Soderbergh ha fatto uscire la sua “bolla” (la provincia)
di ribellione (al Sistema-Cinema) contemporaneamente al cinema, su
Pay-Tv e in Dvd. 7
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