George A. Romero

 

 

INTRO

 

 

 

LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI
(Night of the Living Dead)
(1968)

INTERPRETI: Duane Jones, Judith O'Dea, Karl Hardman, Marilyn Eastman, Keith Wayne, Judith Ridley, Kyra Schon, Charles Craig
SCENEGGIATURA: George A. Romero - John Russo
FOTOGRAFIA: George A. Romero
SCENOGRAFIA: K
MONTAGGIO: George A. Romero - John A. Russo
MAKE-UP: Vincent J. Guastini
EFFETTI SPECIALI: Tony Pantanello - Regis Survinski
MUSICA: Scott Vladimir Licina
GENERE: Horror
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 96'

Una casa di campagna diviene rifugio e gabbia per un gruppo eterogeno di persone, assediate dagli zombie (ghouls)

Senza spiegazioni il pericolo c'è ed insegue la povera Barbara in un cimitero, da qui alla casetta isolata. Un gruppetto di uomini e donne s'affanna per trovare una fuga, si aggrappa alle notizie di radio e televisione, gruppi capitanati dallo sceriffo si sono mobilitati per fare fuori questi morti che sono tornati a camminare, inseguire, mangiare i vivi. Ma non v'è salvezza, il potere, meglio chi se ne fa portatore, una costante romeriana non da poco, è idiota: lo sceriffo ed i suoi scagnozzi, altrove l'esercito ed i politici sono evidenti emanazioni di una dimensione decerebrata in cui azione ed inazione si specchiano nella semplice stupidità. Non un istinto individualista ma la condensazione dell'umanità in un gruppo (la trilogia degli zombi, the Crazies, Knightriders) anche non coeso ma che si dimena, tenta, il tentativo appunto è la possibilità di salvezza. Se "Night of the living Dead" abbozza appena queste tematiche, rimanendo un caposaldo dell'horror che si libera del gotico/romantico per farsi dimensione civile moderna, è nella (per ora) trilogia che le strutture si stringono limando suture che conducono ai finali magnifici delle opere di Romero. Alla fine della notte le speranze si sbriciolano: se ancora non c'è lo stile marcato, di certo, è il concetto a dominare il primo capitolo, in semplici quanto improvvise innovazioni nel genere e nella politica d'approcio ad esso. L'eroe nero, il borghese bianco viscido e timoroso, le prime figure femminili che si stagliano, l'orrore che si spalanca perché la paura ha la nostra stessa forma, i tratti dell'uomo: si muovono lentamente, con insicurezza, deboli singolarmente ma pervicaci, si moltiplicano e come l'acqua rompono la roccia delle certezze, lo sgretolamento d'un mondo che si crede stabile, vittorios ma si rivela null'altro che gabbia, sempre più stretta, sempre più chiara è l'utopia, la bianca spiaggia da raggiungere cancellato ogni segno dell'umanità (Fuga da LosAngeles?). Gli ambienti nella trilogia si faranno più significativi, cubicolari: il gruppo in difesa ci si muove separato, incerto chiuso nelle ortogonali schiacciate dal cinemascope, gli zombi (parola che in originale compare solo un paio di volte) invece riempono, divengono a loro volta mura di distruzione.
Night of the Living Dead dunque è lo strappo che permetterà la progressione di "dawn of the Dead" e "day of the Dead": la tensione politica, antropologica esploderanno con sarcastica evidenza, qui un minor livello di formalizzazione scuce ogni certezza e, per paradosso ridicolo, apre un futuro, seppure di distruzione.

Luigi Garella

 

 

La Città verrà distrutta all'Alba
(The Crazies)
(1973)

INTERPRETI: Lane Carroll, Will MacMillan, Harold Wayne Jones, Lloyd Hollar, Lynn Lowry, Richard Liberty, Richard France
SCENEGGIATURA: George A. Romero
FOTOGRAFIA: S. William Hinzman
EFFETTI SPECIALI: Tony Pantanello - Regis Survinski
MONTAGGIO: George A. Romero
MUSICA: Bruce Roberts
GENERE: Horror
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 103'

Un incidente aereo in campagna provoca l'arrivo dei militari che dispongono un cordone sanitario attorno ad Evan's City. Un gruppo di uomini e donne tentano di fuggire perché non si tratta solo di precazioni.

Il nemico è il nostro simile, od almeno, quello che sembra esserlo: il virus che infetta progressivamente la popolazione causa un progressivo deterioramento del comportamento umano che si fa via via violento ed imprevedibile. Nella normalità di una cittadina della Pennsylvania improvviso è il panico, le autorità, così cercano di far credere, stanno per mettere tutto a posto. 
L'orchestrazione di Romero raggiunge una prima maturità nel sottomettere con rigido stile monolitico (raccordi di montaggio - come sempre curato dal regista - e scene d'azione) una materia dai molti piani: i militari che assediano la città, lo scienziato che cerca la cura, i fuggiaschi, i politici con le loro remote voci via radio e, di spalle, in schermi televisivi.
Un'eccessiva lunghezza frena la potenza del film retto però da una stringente e pulita visione d'insieme, impietosa ed al contempo lucidamente politica: i temi ricorrenti nella filmografia romeriana, il gruppo che si stringe e sfilaccia, l'assedio, la mostruosità del quotidiano deviante (Jack's Wife/Season of the Witch) si cristallizzano per la prima volta in forme che nella trasparenza della messa in scena riescono, sovrapponendosi, a strutturare un mondo in disfacimento così palpabile da assumere i connotati del teorema.

Luigi Garella

 

 

La Stagione delle Streghe
(Jack's Wife - Hungry Wives)
(1973)

INTERPRETI: Jan White, Raymond Laine, Ann Muffly, Joedda McClain, Bill Thunhurst, Neil Fisher
SCENEGGIATURA: George A. Romero
FOTOGRAFIA: George A. Romero
EFFETTI SPECIALI: Regis Survinski
MONTAGGIO: George A. Romero
MUSICA: Steve Gorn
GENERE: Horror
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 130'

Joan, casalinga borghese che vive in un piccolo centro della Pennsylvania, trascurata dal marito, con una figlia che sente sempre più lontana, vuole una vita diversa. L'incontro con una donna che dice di essere una strega la porterà verso la magia nera. Divenuta una vera esperta e sempre più sicura di sé, perde il controllo e si scaglia contro i suoi stessi familiari.


Ritratto di donna d’ innegabile profondità, analisi lucidissima di una condizione,  HUNGRY WIVES (JACK'S WIFE nella versione per il mercato britannico) mette in scena una moglie insoddisfatta che fa oscillare il pendolo della vita tra una realtà sempre più grigia e una dimensione onirica densa di incubi e presagi - sogni che le dicono (con spunti a tratti bunealiani, di inquietudine perfetta) quanto vicino sia la vecchiaia, quanto il fallimento esistenziale sia prossimo a dilagare – e che, incapace di dominare i suoi tormenti, si avvicina alla stregoneria prima con timore, poi con sempre maggiore partecipazione e convinzione. Il regista gioca bene sull'equivocità degli eventi, non ci dice quanto il richiamo rituale all'alcova induca il ragazzo della figlia a concedersi, quanto invece la sua liason con la protagonista sia frutto solo di un più fermo proposito della donna di dare spazio alle sue passioni sopite; l'autore, dunque, rimane sul confine di due letture possibili degli eventi (la magia, del resto, diviene anche l’alibi di Joan per giustificare la sua libidine), tutto proteso, come sempre nel suo cinema, a usare le paurose visioni e gli assilli notturni per dirci altro: dell'inferno borghese e familiare, delle ipocrisie di una classe, del suicidio rassegnato delle aspirazioni di una vita. L'assassinio finale del marito, accidentale e voluto nello stesso tempo, frutto di un complotto ordito dal proprio interiore, è terribile e liberatorio sigillo all’ambiguità dell’intreccio.
La versione finale del film subì dei tagli, quella integrale non ha mai visto la luce. Immesso sul mercato homevideo, dopo il successo di DAWN OF DEAD, col titolo THE SEASON OF THE WITCH (il main theme omonimo è cantato da Donovan).

Luca Pacilio

 

 

WAMPYR
(Martin)
(1977)

INTERPRETI: John Amplas, Lincoln Maazel, Christine Forrest, Elyane Nadeau, Tom Savini, Sara Venable, George A. Romero
SCENEGGIATURA: George A. Romero
FOTOGRAFIA: Michael Gornick
MONTAGGIO: George A. Romero
EFFETTI SPECIALI: Tom Savini
SUONO: Tony Buba
MUSICA: Donald Rubinstein (Goblin)
GENERE: Horror
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 95'

Il giovane Martin è ospite di un anziano cugino che lo ritiene un vampiro. In effetti il ragazzo ha impulsi irresistibili che lo portano a aggredire e dissanguare giovani donne.


MARTIN, film tra i più belli del regista (il suo preferito), come in JACK'S WIFE, si muove sul filo di un’ambiguità: Martin è ritenuto un vampiro dal vecchio cugino che lo ospita ed è vessato dall'uomo a causa di credenze assurde, figlie di un pregiudizio familiare; nello stesso tempo il giovane si comporta esattamente come un provetto Dracula (la prima, splendida scena in treno); gli inquietanti inserti in bianco e nero, che riportano a un tempo passato, non sappiamo se attribuirli a un'effettiva esperienza di vita del giovane, il che avvalorerebbe la sua natura prodigiosa, o alle morbose fantasie di uno schizofrenico. Tutto giocato sulle atmosfere, MARTIN profana una mitologia, quella del vampiro, laicizzandola nel più puro Romero-style; l’autore, come al solito, usa il genere senza concedersi ad esso neanche per un attimo e anzi contraddicendolo con una scelta di ritmi lenti, toni meditativi, dialoghi scarni, ambientazioni moderne. Martin rappresenta l'orrido che si annida nella natura umana e quello che si ritiene essere il suo lato vampiresco è semplicemente ciò che legittima e giustifica un atteggiamento di rifiuto e distruzione nei suoi confronti, l'alibi della bestialità altra da noi per non riconoscerci bestie noi stessi. Il paletto piantato dal vecchio nel cuore del ragazzo ricuce tutto: autentico o meno, Martin muore come un vampiro, vittima mostruosa di un ulteriore mostruoso carnefice, l'Ignoranza.
Denso, vischioso, MARTIN resta appiccicato al nostro inconscio, i tentativi di sbarazzarcene sono tuttora vani. 
Così il regista: Abbiamo concepito questi esseri, attribuendo loro poteri mistici, solo per non ammettere che fanno parte della nostra stessa razza? Li abbiamo resi straordinari per colpa di ciò che istintivamente ricordiamo del nostro passato primitivo? Abbiamo bisogno di un mitico capro espiatorio da punire brutalmente per i nostri peccati originari?
Decisamente preferibile nella versione americana (già tagliuzzata di suo) di 95 minuti: quella italiana (col titolo WAMPYR) reca manipolazioni e un ulteriore potatura di 10 minuti oltre alle musiche aggiunte dei Goblin.

Luca Pacilio

 

 

ZOMBI
(Dawn of the Dead)

(1978)

INTERPRETI: David Emge, Ken Foree, Scott H. Reiniger, Gaylen Ross, David Crawford, David Early, Richard France
SCENEGGIATURA: George A. Romero
FOTOGRAFIA: Michael Gornick
COSTUMI: Josie Caruso
MONTAGGIO: George A. Romero
EFFETTI SPECIALI: Tom Savini
MUSICA: Goblin (G. A. Romero)
GENERE: Horror/Azione
NAZIONE: Ita/U.S.A.
DURATA: 118'  (137')

Un gruppo di sopravissuti si barrica in un centro commerciale assediato dai morti viventi. Gran brutta situazione.


Zombi: The Movie

“Il” film sui morti viventi, quello che ne fissa definitivamente iconografia, abitudini alimentari, sostrato filosofico/politico, usi e costumi. Rispetto al basilare The Night of the Living Dead, Romero alza un po’ il tiro delle ambizioni e spinge forte su tutti gli acceleratori a sua disposizione. Intanto abbandona spiegazioni (pseudo)razionali del fenomeno zombi per lanciarsi in filosofeggiamenti (pseudo)biblici. Così, se in The Night si accennava a una sonda spaziale mandata su Venere e poi distrutta dalla NASA perché fonte di strane radiazioni, in Dawn la frase di lancio “when there’s no more room in hell the dead will walk the earth” parla già chiaro, giocando la carta millenarista, mentre la figura del sacerdote portoricano fa il resto apostrofando i nostri eroi col suo monito apocalittico “when the dead walk, señores, we must stop the killing or lose the war”. Punizione divina, dunque, della quale Romero sembra aver identificato con certezza la causa scatenante; la lettura politica di The Night, più eterodiretta (dopo tutto era il ’68…) che esplicita, trova infatti in Dawn una sua lapalissiana conferma: la società capitalista in piena deriva consumistica inizia ad “autoconsumarsi” (si autodivora, letteralmente…) e gli zombi, l’ultimo capitolo della biologia umana, assediano in massa i centri commerciali per mera coazione a ripetere[1]. Anche l’Assedio, vero Leitmotiv tramico della saga, inizia con Dawn il suo progressivo “ampliamento di orizzonti” che dalla casa (The night of the Living Dead) porta al centro commerciale (Dawn of the Dead), poi alla base militare (Day of the Dead) per finire con la città dell’imminente Land of the Dead. Come se il microcosmo in cui i protagonisti di turno interagiscono diventasse un’immagine vieppiù onnicomprensiva, e dunque realistica, della civiltà in declino autodistruttivo. La fine del genere umano è filmata da Romero con un taglio che si potrebbe definire classico, nel senso di una regia asciutta, senza fronzoli ma al contempo “scaltra” e abile nell’ottenere gli effetti perseguiti: Dawn of the Dead è un film angosciante e claustrofobico, dove la lotta per la sopravvivenza dei personaggi è seguita con distacco e rassegnazione ed ogni guizzo eroico è venato di disperata malinconia. La Fine è comunque imminente e non si scappa: è così che anche i (rari) momenti in cui la tensione sembra calare e lascia spazio allo humour (la famosa sequenza dei bikers che prendono gli zombi a torte in faccia) sono comunque venati di misantropico pessimismo (è al contempo in atto una lotta territoriale tra umani che si uccidono a vicenda) e sono seguiti da sani pugni nello stomaco (il gore che si impenna all’improvviso). Contributo fondamentale alla riuscita del film è fornito dal fido Tom Savini, maghetto degli effetti speciali old skool, che aiuta Dawn a dotarsi della giusta dose di crudezza: morsi, smembramenti, pasti ferini, tutto avviene “in diretta”, sotto l’occhio impassibile della cinepresa, con una buona dose di realismo se si considera il quarto di secolo che il film si porta sulle spalle. Ancora, quello che in The Night era più suggerito che mostrato, in Dawn è amplificato, esplicitato e sbattuto in faccia allo spettatore. Del film esistono tre diverse versioni: l’originale americana (128’), con delle musiche spesso stranianti al limite del parodico (si veda il finale, in cui la “riscossa” del coloured hero è accompagnata da una pazzesca musichetta à la A-Team), quella uscita per il mercato italiano (118’), supervisionata da Dario Argento, che differisce dall’originale per le musiche dei Goblin e per alcuni tagli e ritocchi al montaggio che rendono il film più action oriented e ne smorzano il lato umoristico, e una extended version (137’) con una manciata di minuti in più che nulla aggiungono e nulla tolgono al capolavoro di Gorge A. Romero. 

Gianluca Pelleschi


[1] Molti di voi troveranno l’espressione coazione a ripetere davvero logora. Avete ragione.

 

 

I CAVALIERI
(Knightriders)
(1981)

INTERPRETI: Ed Harris, Gary Lahti, Tom Savini, Amy Ingersoll, Patricia Tallman, Christine Forrest
SCENEGGIATURA: George A. Romero
FOTOGRAFIA: Michael Gornick
SCENOGRAFIA: Cletus Anderson
MONTAGGIO: Pasquale Buba - George A. Romero
EFFETTI VISIVI: Larry Roberts
MUSICA: Donald Rubinstein
GENERE: Azione/Avventura
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 102'

Un gruppo di artisti girovaghi mette in scena tornei medievali in cui, al posto dei cavalli, si usano motociclette. I membri di questa compagnia, tra mille avversità, cercano di vivere rispettando un rigoroso codice morale.


E' sicuramente il più anomalo e il meno visto tra i film di Romero (in Italia non è mai uscito) ma costituisce un capitolo importante della sua opera: il centauro come eroe puro, l'integrità come valore primario. Un inizio folgorante (una foresta che sembra uscita da EXCALIBUR) ci presenta una compagnia girovaga - con una morale antica, un rigoroso codice comportamentale, un'orgogliosa ingenuità - che vende le proprie sfide al pubblico per continuare a coltivare lo splendore di un’illusione. Ma la malsana tentazione del Mercato, il diabolico Business, contro il quale neanche mago Merlino sembra avere incantesimi, rischia di incrinare i rapporti tra i membri della compagnia: il Re vede vacillare il suo trono e lo metterà in gioco nel torneo più bello e appassionante, che si svolgerà lontano dalla folla, in una privatezza sacrale. 
Film sincero e sfaccettato, bizzarro e commovente, KNIGHTRIDERS si pone a cavallo di vari generi non riconoscendosi in nessuno: in esso Romero, attraverso il lirismo hippie di cui la vicenda trasuda, canta un inno autoreferenziale per una Camelot indipendente contro la prepotenza della ricchissima Hollywood.

Luca Pacilio

 

 

CREEPSHOW
(Creepshow)

(1982)

INTERPRETI: Hal Holbrook, Adrienne Barbeau, Fritz Weaver, Leslie Nielsen, Carrie Nye, E. G. Marshall, Viveca Linfors, Ed Harris, Stephen King
SCENEGGIATURA: Stephen King
FOTOGRAFIA: Michael Gornick
SCENOGRAFIA: Cletus Anderson
MONTAGGIO: Pasquale Buba - Paul Hirsch - George A. Romero - Michael Spolan
COSTUMI: Barbara Anderson
EFFETTI SPECIALI: Tom Savini
MUSICA: Michele Dibucci - John Harrison
GENERE: Fantasy
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 120'

Il film è composto da 5 “storielle” precedute da un prologo e seguite da un epilogo.
Nella prima,
The Father’s Day, i rampolli della famiglia Grantham si riuniscono per celebrare la festa di papà Nathan che morto per l’assassinio della figlia Bedelia risorge dalla tomba per vendicarsi dell’intero nucleo familiare.
La seconda,
The lonesome Death of Jordy Verrill narra di un giovane fattore che venendo a contatto con del liquido di un meteorite caduto in giardino inizia a ricoprirsi di uno strano muschio verde.
Something to tide You over
è invece la storia di un marito che in seguito ad un tradimento decide di uccidere la moglie fedigraga e l’amante in una maniera piuttosto singolare: li seppellisce in una spiaggia privata fino alla testa per poi farli annegare con l’alta marea mentre lui assiste allo spettacolo comodamente a casa sua grazie a un sistema di telecamere; ma non calcola che i cadaveri torneranno per perseguitarlo.
Il quarto episodio,
The Crate, riguarda il ritrovamento di una misteriosa cassa nel laboratorio dell’università del Maine contenente un mostruoso animale non meglio identificato che divora sbranando una serie di vittime. Mostruosità di cui qualcuno finirà per servirsene.
Nel quinto e ultimo capitolo,
They’re creeping up on You, il perfido riccastro Upson Pratt si isola in un avveniristico attico di un grattacielo per evitare il contatto con la sporcizia in genere e con gli scarafaggi in particolare, dai quali verrà però letteralmente invaso.


La genesi di Creepshow è tanto semplice quanto avvincente poiché erompe dal proficuo incontro tra Stephen King e George Romero, lo scrittore e il regista che forse più di tutti hanno influenzato la storia della cultura horror degli ultimi 30 anni senza per questo mai giungere a rigide codifiche estetiche e sclerotizza(n)ti cliché testuali. Il progetto comune è quello di trasporre cinematograficamente il romanzo Salem’s Lot, ma King ha ceduto i diritti alla Warner che a sua volta li ha girati alla CBS, la quale chiama Tobe Hooper a dirigere il tv movie di 4 ore che tutti conosciamo. Il fantastico duo, trovati i finanziamenti grazie al solito Richard Rubinstein della Laurel Entertainment, decide così di veicolare la divorante passione viscerale per i fumetti (almeno un certo tipo di fumetti) convogliandola nell’omaggio esplicito all’universo degli E. C. comics, le famigerate strisce che la Entertaining Comics di William M. Gaines fece circolare per qualche anno in pieno periodo maccartista (celeberrimi i Tales from the Crypt), fino a che non ne interruppe bruscamente le edizioni in seguito all’oscurantismo delle commissioni di censura dell’epoca.
Creepshow
, nelle esplicite intenzioni degli autori, ricalca proprio quel tipo di estetica da fumetto, nello stile e nel decor. Viene assunta anche una licenza poetica nell’inserire (per contaminatio, visto che il personaggio apparteneva ad un’altra casa editrice, precisamente la Warren Publishing Co.) la figura di Uncle Creepy (tradotto da noi in un ignobile Zio Tibia, apparso alla fine degli anni ’60 per i tipi di Mondadori) che funge da narratore delle varie storie.
Il film, date queste premesse, va inevitabilmente letto in chiave di sperimentazione linguistica in cui per l’appunto Romero e King ricostruiscono nostalgicamente un contesto culturale, un universo poetico, che non esiste più, intersecando in maniera sorprendente e con felici effetti di contiguità, l’eterogeneità dei due registri espressivi. Le storie di King, sceneggiate dallo stesso Romero in perfetta armonia con le atmosfere dei racconti E. C. comics, , vengono fumettizzate mediante espedienti linguistici semplici (finanche ingenui) ma efficaci quali lo split screen (che restituisce l’effetto quadro dei box fumettistici), il cartoon, le debordanze cromatiche atte ad aumentare il sensazionalismo proprie dei giornaletti degli anni ’50.
Il succo narrativo delle vicende risiede nel principio moralistico della punizione per il male commesso. Ogni azione morale deve avere, quasi per una sorta di giustizia inappellabile fondata su leggi fisiche, una conseguenza. La conseguenza per un’azione moralmente abietta è la punizione nemesica che, non propriamente vindice, ristabilisce presunti equilibri etici. Il fascino tutto visivo di questo meccanismo pseudo-morale è annunciato nelle soluzioni registiche di Romero in cui nuove erinni del truculento (zombi che riemergono da sotterra reclamando torte votive, revenant marini che tornano per perseguitare l’esistenza dei vivi, bestie mostruose dalla ferocia belluina, vegetali provenienti dall’ignoto, etc. etc.) sono preposte al ristabilimento di tale giustizia. D’altronde Creep- Show è il novello spettacolino da fiera del grand-guignol finalizzato a provocare etimologicamente sani e adrenalinici brividi di paura attraverso l’esibizione del raccapriccio, nel quale è racchiusa tutta l’intrigante sinistra filosofia dell’orrore spicciolo del mondo E. C. comics, anche se poi la “baracconata” non risparmia inattese sferzate al(le recrudescenze del) bigottismo stelle e strisce (in perfetto Romero-style) bersagliando in lungo e in largo il concetto di famiglia in tutte le macabre storielle “ai confini della realtà” (tranne nello straordinario episodio “entomologico” finale, They’re creeping up on You, con E. G. Marshall nei panni dell’ennesimo Ebenezer Scrooge dickensiano rivisitato in salsa kinghiano-kafkiana) a partire dal promettentissimo prologo.

Operazione malinconicamente giocosa e gustosa purtroppo non replicata dalla modestia immaginativa di Creepshow 2 ad opera di Michael Gornick (insostituibile ed inscindibile direttore della fotografia del nostro) in combutta con il caro George Andrew.

Mauro F. Giorgio

 

 

IL GIORNO DEGLI ZOMBI
(Day of the Dead)
(1985)

INTERPRETI: Lori Cardille, Terry Alexander, Joe Pilato, Jarlath Conroy, Anthony DiLeo Jr., Richard Liberty
SCENEGGIATURA: George A. Romero
FOTOGRAFIA: Michael Gornick
SCENOGRAFIA: Cletus Anderson
MONTAGGIO: Pasquale Buba
COSTUMI: Barbara Anderson
EFFETTI SPECIALI: Tom Savini
MUSICA: John Harrison
GENERE: Horror
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 102'

La terra è nelle protese mani dei morti viventi, come al solito affamati di carne umana. Un manipolo di sopravvissuti, all’interno di una base militare sotterranea, cerca di resistere, resistere, resistere.               


The Day After

Terzo capitolo della saga dei Morti di Romero, Day of the Dead è, in attesa di Land of the Dead, l’anello debole della catena: smarrita la forza della novità (The Night of the Living Dead) e archiviata la messa a fuoco di tutti i punti nodali della cosmogonia zombica (Dawn of the Dead), a Day non rimane che riproporre il tutto, con pochi aggiornamenti, in un horror che appare così più convenzionale dei suoi due predecessori. L’inizio suggestivo e molto citato[1] (la città apparentemente deserta in mano ai morti viventi), chiarisce subito il legame coi precedenti capitoli del ciclo: se The Night mostrava la vera dawn dei morti viventi e Dawn presupponeva invece un’apocalisse in corso d’opera, il Day of the Dead è in realtà il day after, ossia la post apocalisse, della quale Romero non sente più il bisogno di esplicitare le cause. Rispetto ai primi due capitoli, dunque, nel terzo si sente la mancanza di un valido sottotesto (neanche tanto sotto-) sociopolitico a nobilitare l’operazione, di quella chiave di lettura seria ma non seriosa che, senza appesantirlo, dotava il ciclo dei morti di un fascino aggiuntivo e assolutamente non trascurabile. Questo lato critico, “di denuncia” del film, che pure è presente[2], lascia stavolta indifferenti se non peggio ed è limitato alla descrizione delle difficili interazioni umane all’interno dell’eterogeneo manipolo di sopravvissuti; trattasi del parto naturale della solita struttura “assedio a luogo chiuso in cui esplodono le tensioni”, dove il luogo stavolta è una base militare con tanto di militari (ovviamente) ottusi, caricature dall’impatto emotivo/riflessivo nullo e comunque insufficienti, da sole, a giustificare credibili letture di stampo pacifista o anti-reaganiano . Gli unici elementi “nuovi” (ma spesso pleonastici) del film si riferiscono propriamente all’universo zombi e sono collegati alla grottesca (e riuscita) figura del Mad Doctor e alle sue strampalate sperimentazioni. I (non) morti, viene chiarito una volta per tutte, agiscono in assenza di reali motivazioni fisiologiche perché una volta privati degli organi interni, apparato digerente compreso, continuano ad avere fame di carne umana, il che ci riporta alla (già) nota metafora anticonsumista: gli zombi come “consumatori finali”, definitivi, spinti dall’ossessivo impulso di soddisfare bisogni inesistenti. Elemento realmente inedito è invece la presenza dello zombi pensante Bub, amante della buona musica, relativamente disciplinato ed emotivamente “umanoide”, tanto da piangere (e poi vendicarsi) per la morte del suo dottore-scienziato-pigmalione. Dove invece Day non delude affatto è dal punto di vista registico, col solito Romero essenziale e quasi “spartano” ma abilissimo nella gestione degli spazi e nella scansione dei tempi, nonché capace di confezionare tensioni e ansie come pochi altri. Tom Savini è forse ai massimi storici, ma il suo accurato lavoro splatter solleva più di una perplessità sulle reali capacità fisico/atletiche degli zombi: deboli catorci ambulanti o belve feroci capaci di smembrare un uomo a mani nude? Prendiamo comunque atto, al di là di tutto, che Day of the Dead è figlio di un compromesso: l’ambizioso progetto iniziale prevedeva una durata maggiore e un budget di 7 milioni di dollari per quello che doveva essere una sorta di “Ben Hur with zombies” (Tom Savini). La produzione chiese però un film più soft di quello scritto dal regista, con l’obiettivo di evitare il divieto ai minori. Romero rifiutò e decise per una maggiore libertà, al costo di un budget ridotto (3 milioni di dollari) e di un ridimensionamento generale che lo costrinse a riscrivere, semplificare e comprimere la sceneggiatura originale.

Gianluca Pelleschi

 

[1] Non solo al cinema: un campionamento audio della sequenza in questione lo si ascolta nella canzone m1a1 del primo disco dei Gorillaz.

[2] Per molti, Day of the Dead è anzi il capitolo più esplicitamente politico della trilogia (si veda a titolo di esempio la minischeda che “il MORANDINI dizionario dei film” dedica alla pellicola.

 

 

MONKEY SHINES
(Monkey Shines)
(1988)

INTERPRETI: Jason Beghe, John Pankow, Kate McNeil, Joyce Van Patten, Christine Forrest, Stephen Root, Stanley Tucci
SCENEGGIATURA: George A. Romero (Michael Stewart)
FOTOGRAFIA: James A. Contner
SCENOGRAFIA: Cletus Anderson
MONTAGGIO: Pasquale Buba
COSTUMI: Barbara Anderson
EFFETTI SPECIALI: Tom Savini - David M. Garber
MUSICA: David Shire
GENERE: Horror/Fantasc.
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 113'

Allan Mann viene costretto su una sedia a rotelle da un incidente automobilistico. Lasciato dalla fidanzata, depresso per la sua condizione tenta il suicidio. La sua vita cambia quando un amico ricercatore, Geoffry, gli regala Ella, una scimmia che lo aiuta nelle incombenze quotidiane. Ma Geoffry ha usato in precedenza l’animale come cavia per un esperimento…

Con LA META’ OSCURA, questo lavoro rappresenta il tentativo (fallito) di Romero di arrivare a una larga distribuzione mantenendo indipendenza e libertà creativa. Tratto dal romanzo di Michael Stewart, MONKEY SHINES è un’opera cupa in cui l’autore riesce ancora a mischiare le carte con arguzia: se l’animale si umanizza, l’uomo vira verso la bestialità anche se è quella umana la natura evidentemente malvagia e selvaggiamente distruttrice.
Il film, pur esponendo in maniera adeguata il tema centrale - l’uomo che forza le leggi naturali (non a caso abbondano le gabbie, le scene di addestramento, i riferimenti alla vivisezione etc) e viene punito per la sua tracotanza - lamenta una pesantezza di tratto e una prolissità che, soprattutto nella lunga parte finale (rigirata per espressa volontà della Orion, la casa distributrice) squilibra molto un’opera peraltro ben girata, e che, soprattutto nella prima tranche, dosa bene gli elementi, misurando gli effetti e rendendo pregevolmente il rapporto simbiotico e quasi amoroso tra il protagonista e l’animale.
Per inciso: la scimmia factotum che aiuta un paraplegico (il professore interpretato da Donald Pleasence) si era già vista qualche anno prima, nell’ultimo grande film di Argento, PHENOMENA.

Luca Pacilio

 

 

DUE OCCHI DIABOLICI
- ep. I FATTI NEL CASO DI MISTER VALDEMAR -
(Two Evil Eyes: The Fact in the Case of Mr. Valdemar)
(1990)

INTERPRETI: Adrianne Barbeau, Ramy Zada, Bingo O' Malley, Jeff Howell, E.G. Marshall, Tom Atkins
SCENEGGIATURA: G. A. Romero
FOTOGRAFIA: Peter Reniers
SCENOGRAFIA: Cletus Anderson
MONTAGGIO: Pat Buba
EFFETTI SPECIALI: Tom Savini
MUSICA: Pino Donaggio
GENERE: Horror
NAZIONE: U.S.A./Ita
DURATA: 120'

Approfittando della malattia del danaroso e decrepito consorte, una donna di pochi scrupoli e il suo amante (nonché medico del marito) ipnotizzano l’infermo per estorcergli firme con cui incassare lauti anticipi sull’eredità. Le cose si complicano quando il vecchio, ancora sotto ipnosi, muore…


Money Makes the World Go Crazy

Romero muove dall’omonimo racconto di Edgar Allan Poe trattenendone il fulcro (gli effetti del mesmerismo su un cadavere) e portando alle estreme conseguenze lo spirito della pagina gotica: Valdemar, non più vivo, non del tutto morto, è il campo di battaglia su cui si scontrano l’avidità umana e la furia distruttiva di misteriose creature ultraterrene. La figura del triangolo domina la scena, in questo teorema filmico di depistante semplicità: tre personaggi (isolati e inguaribilmente estranei l’uno all’altro, paralizzati nelle rispettive maschere dalle circostanze e più ancora dalla diffidenza), tre regni (quello dei vivi, dipinto con toni da commedia grottesca ai limiti della soap; un misterioso aldilà, un occhio traslucido spalancato alle soglie dell’impossibile; la desolata e gelida landa che imprigiona quel che resta di Valdemar), il metronomo piramidale che induce l’ipnosi e obbedisce fino in fondo alla propria natura di corpus delicti. THE FACTS IN THE CASE OF MR. VALDEMAR fonde con sufficiente disinvoltura thriller e horror, azzeccando più di uno spunto ironico (la ripetizione di Jessica in taxi, la fulminea emersione dalla piscina) e garantendo al piccolo apologo di sapore egizio (la mummia Valdemar, i sommessi echi massonici) una confezione lineare ma non piatta, fredda quanto basta a preservare l’impianto clinico della fonte letteraria. Il finale grandguignolesco e ridondante (fiacca l’apparizione delle creature) appanna non insensibilmente il risultato complessivo.
VALDEMAR costituisce la prima parte di TWO EVIL EYES (DUE OCCHI DIABOLICI), film a episodi realizzato da Romero e Dario Argento (inizialmente anche John Carpenter e Wes Craven dovevano essere della partita) in onore di Poe, colui che sognò sogni che nessuno aveva mai osato sognare. Sul contributo di Argento (THE BLACK CAT), rimasticatura di stilemi d’autore (l’eroe si chiama Usher, nientemeno) afflitta da dialoghi allucinanti e una conclamata incapacità di trattare il grottesco senza scadere nel ridicolo, non è il caso d’indugiare in questa sede.

Stefano Selleri

 

 

LA META' OSCURA
(The Dark Half)
(1993)

INTERPRETI: Timothy Hutton, Amy Madigan, Michael Rooker, Julie Harris, Robert Joy, Kent Broadhurst
SCENEGGIATURA: George A. Romero (Stephen King)
FOTOGRAFIA: Tony Pierce-Roberts
SCENOGRAFIA: Cletus Anderson
MONTAGGIO: Pasquale Buba
COSTUMI: Barbara Anderson
MUSICA: Christopher Young
GENERE: Mystery
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 122'

Thad Beaumont ha una doppia vita artistica: pubblica con il vero nome i suoi romanzi più importanti mentre affida all’alter-ego George Stark la paternità di redditizi best-seller horror. Quando, ricattato, deciderà di inscenare in un’intervista la simbolica sepoltura di George Stark, questo gli si rivolterà contro...

Il gore portato alla luce

La metà oscura è un film che torna alle radici della tradizione horror, alle radici della creazione artistica. Non è un caso che la storia prenda le mosse dal 1968, l’anno in cui inizia la carriera su grande schermo del regista del Bronx, ma soprattutto non a caso ritornano gli uccelli assassini del capolavoro di Alfred Hitchcock, film che per molti versi ha inaugurato nel 1962 il cinema horror moderno. E’ anche l’opera che doveva rilanciare Romero sul mercato e invece ne ha confermato lo stallo produttivo. Dal punto di vista tecnico il film mostra tutte le difficoltà nelle quali il regista si stava muovendo in quegli anni (problemi economici, incomprensioni con le major, disaffezione del pubblico). Il progetto infatti è pensato per il mercato delle videocassette e confezionato su standard televisivi.
Se dal punto di vista tecnico quindi non è un film da cui aspettarsi gli straordinari, la mostarda abbonda invece sotto il profilo artistico. Un grande Timothy Hutton, ex enfant prodige in cerca di rilancio, in un doppio ruolo che rappresenta una delle sue più gustose interpretazioni. Ma soprattutto una grande padronanza della messa in scena e una capacità di dare corpo all’orrore che Romero dimostra di non aver ancora perso. Se nella trilogia degli zombi il regista si soffermava sui  mali della società dei consumi, ne “La metà oscura” punta il dito sull’individuo, rigirando nella piaga del rimosso il proprio occhio implacabile fino a riportare alla luce il lato oscuro e represso dell’essere umano. La storia (tratta dall’omonimo romanzo di King) narra il tema del doppio malvagio tipico della tradizione fantastica attraverso le figure e i procedimenti del genere horror: ovvero centralità della messa in scena ed esibizione del gore. La messa in scena di Romero riesce ancora a dare il meglio di sé, sia nella costruzione della tensione attraverso l’uso espressivo della fotografia (dominata dai rossi e blu elettrici), sia nell’uso degli effetti speciali. Il make-up infatti, nonostante le limitazioni del budget (che colpiscono soprattutto le immagini al computer) risulta ancora efficace e regala buone dosi di sangue e squartamenti (soprattutto nel finale).
In definitiva “La metà oscura” rimane un film a sé rispetto alla produzione romeriana. L’orrore vi è avvicinato in virtù delle sue qualità plastiche: non c’è ricerca delle sue cause,  non ci sono ambiguità percettive, non vi è alcun messaggio sociale. È un orrore che appartiene alla messa in scena viscerale e alla sfera del soprannaturale accettato (per usare le categorie analitiche di Todorov1) senza alcun discorso o significato ulteriore. È un opera interessante per il futuro del regista, soprattutto in questo momento che precede l’uscita del quarto capitolo della saga degli zombi. Romero tornerà a riflettere in profondità sui mali della società moderna o si limiterà a calcare la mano sugli effetti speciali gore, magari con l’aiuto della computer grafica (“ho continuato a lavorare con i miei metodi, quello che si vede sullo schermo è stato realizzato sul set, ci sono solo un paio di scene in CGI che erano necessarie”2)?

 Massimiliano Troni


[1] T. TODOROV, Introduzione alla letteratura fantastica, Milano Garzanti 1977
[2]
http://www.ihmagazine.it/articoli/no1611.html

 

 

BRUISER
(Bruiser)
(2000)

INTERPRETI: Jason Flemyng, Peter Stormare, Leslie Hope, Nina Garbiras, Andrew Tarbet, Tom Atkins
SCENEGGIATURA: George A. Romero
FOTOGRAFIA: Laurent Basset - Adam Swica
SCENOGRAFIA: Sandra Kybartas
MONTAGGIO: Miume Jan Eramo
COSTUMI: Alina Panova
MUSICA: Donald Rubinstein
GENERE: Horror
NAZIONE: Fra/Can/U.S.A.
DURATA: 99'

Una vita vissuta nel rispetto delle regole dona ad Henry solo un illusorio benessere: in realtà egli  non possiede nulla. Un giorno si sveglia e lo specchio gli rivela che non ha più neanche un volto


Dopo sei anni di silenzio Romero torna con questa produzione televisiva: BRUISER è un lavoro ingiustamente ignorato, poco amato persino dai romeriani, forse perchè lontano dalla consueta poetica horror del suo autore che qui pare preferire la forma dell’apologo, seppur travestito da thriller. Il protagonista, sfruttato dalla moglie fedifraga, umiliato dal suo capufficio (uno Stormare mattatoriale), derubato dalla domestica, raggirato dal suo migliore amico, si ritrova una mattina senza volto: la sua faccia è ridotta a una maschera bianca totalmente inespressiva. Il lavoro, dietro la patina gialla (l'uomo senza volto, diventato un implacabile assassino, viene ricercato dalla polizia), nasconde dunque una favola nera, un'amara riflessione sull'America odierna e sulla perdita della sua identità. Come in THE HOLLOW MAN di Verhoeven anche qui il protagonista è di fatto invisibile, oggetto dell'indifferenza generale, ignorato fino al momento della feroce vendetta. Romero suggerisce la sua condizione attraverso pochi significativi elementi: una casa in lavorazione, senza porte e quasi vuota, l'impossibile ricerca della polizia (come si può identificare un assassino senza identità?), il ricorso alle maschere (soprattutto nella scena finale della festa in costume, in cui la confusione nell'attribuzione dei ruoli raggiunge il suo apice). Pessimista, quasi kafkiano, l'ultimo film di Romero è, al di là degli esiti, la conferma del credo artistico di questo maverick irriducibile, che ha fatto dell'indipendenza la sua bandiera e la sua personalissima croce.

Luca Pacilio

 

 

LA TERRA DEI MORTI VIVENTI
(Land of the Dead)
(2005)

INTERPRETI: Simon Baker, John Leguizamo, Dennis Hopper, Asia Argento, Robert Joy, Eugene Clark
SCENEGGIATURA: George A. Romero
FOTOGRAFIA: Miroslaw Baszak
SCENOGRAFIA: Arvinder Grewal
MONTAGGIO: Michael Doherty
COSTUMI: Alex Kavanagh
MUSICA: Reinhold Heil - Johnny Klimek
GENERE: Horror
NAZIONE: U.S.A./Can/Fra
DURATA: 93'

La terra è ormai invasa dai morti viventi. I pochi umani sopravissuti si sono barricati in una città in cui i ricchi vivono ai piani alti, i poveri nei bassifondi… ma intanto i morti si organizzano… 


Gli altri siamo noi

Il problema maggiore dell’ultimo capitolo della tetra tetralogia dei morti è forse la sua “convenzionalità”. Romero, infatti, che non ha mai scritto sceneggiature memorabili né è mai stato un gran dialoghista, è sempre stato però un abilissimo creatore di atmosfere che esulano un po’ dagli stereotipi horror più classici (e vieti); i tre precedenti film della saga zombica, così come il concetto stesso di “zombi”, generano più angoscia che paura, ossia un malessere meditato e profondo che affonda le sue radici in un solido substrato allegorico e metaforico. Il regista ha sempre visto bene di ripetere, a mo’ di “marchio di fabbrica”, una struttura all’angoscia molto congeniale, quella dell’Assedio: i sopravissuti in trappola in un luogo chiuso, i morti che vogliono entrare e mangiarseli. Già questo primo locus tipico del ciclo dei morti è in gran parte disatteso da Land of the Dead che solo teoricamente si configura come quarto capitolo della serie “i morti assediano…”; nella pratica infatti il tentativo di ingresso degli zombi nella città non costituisce il fulcro emotivo/emozionale del film che invece si perde in sottotrame, giochi di potere e vendette di scarso interesse. La conseguenza più immediata di questo impianto narrativo in qualche modo più complesso, ma anche più “diluito” rispetto ai precedenti capitoli, è la perdita della inquietante, diretta semplicità di questi ultimi in favore di una nuova convenzionalità. Ecco che in luogo dell’inquietudine e dell’angoscia Romero si trova costretto a giocare la carta dello spavento e degli “scossoni”, ricorrendo spesso a vecchi trucchetti horror, vuoti e vagamente tristi (il falso allarme seguito dall’effetto “sobbalzo sulla sedia”, la sparata audio improvvisa), che un tempo avrebbe usato con molta più parsimonia e senso della misura. Tale banalizzazione registica di Land rispetto ai suoi predecessori la si riscontra, purtroppo, anche a livello “contenutistico”, verrebbe da dire “di idee”; Romero ha infatti tentato di rinnovare il consueto portato socio-politico della saga finendo quasi per snaturarlo. Il fascino dello zombi come immagine deteriorata del “consumatore finale” cede qui il passo a una critica alla società diretta quanto scontata (nella nuova città ri-organizzata pochi ricchi sfruttano molti poveri) ma soprattutto a una (ambigua) evoluzione degli stessi zombi che lascia un po’ perplessi: c’era davvero bisogno di dotare i claudicanti morti viventi di un barlume di intelligenza per ricordarci che “gli zombi siamo noi”? Non bastava il già esplicito scambio di battute iniziale (“sono morti che fingono di essere vivi, come noi…”) a puntualizzare l’ovvio? Certo, la trovata (autoreferenziale) che stavolta l’eroe di colore è dall’altra parte della barricata è simpatica, peccato rientri comunque nell’ambito di una banalizzazione che rischia di intaccare la primigenia forza allegorica dei morti viventi (nel film chiamati per la prima volta “appestati”, pessima non-traduzione dell’originale walkers).
Gli attori sono tutti da 6 politico (Dennis Hopper compreso, che pure sulla carta era una figura attoriale e umana perfetta per il ritorno in grande stile di Romero), tranne Asia Argento che si becca il solito debito formativo (ma la sceneggiatura le mette in bocca un sacco stupidaggini); Tom Savini fa la consueta comparsata, stavolta nella parte di uno zombi (un po’ come in From Dusk Till Dawn), ma non cura gli effetti speciali, che comunque non deludono nel reparto gore e fanno un buon uso-non-abuso della CG.

Gianluca Pelleschi

 

 

 

Gli Spietati ©16/07/2005

 

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