LA NOTTE DEI MORTI
VIVENTI
(Night of the Living Dead)
(1968)
INTERPRETI:
Duane Jones, Judith O'Dea, Karl Hardman, Marilyn Eastman,
Keith Wayne, Judith Ridley, Kyra Schon, Charles Craig
SCENEGGIATURA: George A. Romero - John Russo
FOTOGRAFIA: George A. Romero
SCENOGRAFIA: K
MONTAGGIO: George A. Romero - John A. Russo MAKE-UP: Vincent J. Guastini EFFETTI SPECIALI: Tony Pantanello - Regis Survinski
MUSICA: Scott Vladimir Licina
GENERE: Horror
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 96'
Una casa di campagna diviene rifugio e gabbia per un
gruppo eterogeno di persone, assediate dagli zombie (ghouls)
Senza spiegazioni il pericolo c'è ed insegue la povera Barbara in un
cimitero, da qui alla casetta isolata. Un gruppetto di uomini e donne
s'affanna per trovare una fuga, si aggrappa alle notizie di radio e
televisione, gruppi capitanati dallo sceriffo si sono mobilitati per fare
fuori questi morti che sono tornati a camminare, inseguire, mangiare i
vivi. Ma non v'è salvezza, il potere, meglio chi se ne fa portatore, una
costante romeriana non da poco, è idiota: lo sceriffo ed i suoi
scagnozzi, altrove l'esercito ed i politici sono evidenti emanazioni di
una dimensione decerebrata in cui azione ed inazione si specchiano nella
semplice stupidità. Non un istinto individualista ma la condensazione
dell'umanità in un gruppo (la trilogia degli zombi, the Crazies,
Knightriders) anche non coeso ma che si dimena, tenta, il tentativo
appunto è la possibilità di salvezza. Se "Night of the living
Dead" abbozza appena queste tematiche, rimanendo un caposaldo
dell'horror che si libera del gotico/romantico per farsi dimensione civile
moderna, è nella (per ora) trilogia che le strutture si stringono limando
suture che conducono ai finali magnifici delle opere di Romero. Alla fine
della notte le speranze si sbriciolano: se ancora non c'è lo stile
marcato, di certo, è il concetto a dominare il primo capitolo, in
semplici quanto improvvise innovazioni nel genere
e nella politica d'approcio ad esso. L'eroe nero, il borghese bianco
viscido e timoroso, le prime figure femminili che si stagliano, l'orrore
che si spalanca perché la paura ha la nostra stessa forma, i tratti
dell'uomo: si muovono lentamente, con insicurezza, deboli singolarmente ma
pervicaci, si moltiplicano e come l'acqua rompono la roccia delle
certezze, lo sgretolamento d'un mondo che si crede stabile, vittorios ma
si rivela null'altro che gabbia, sempre più stretta, sempre più chiara
è l'utopia, la bianca spiaggia da raggiungere cancellato ogni segno
dell'umanità (Fuga da LosAngeles?).
Gli ambienti nella trilogia si faranno più significativi, cubicolari: il
gruppo in difesa ci si muove separato, incerto chiuso nelle ortogonali
schiacciate dal cinemascope, gli zombi (parola che in originale compare
solo un paio di volte) invece riempono, divengono a loro volta mura di
distruzione. Night of the Living Dead dunque
è lo strappo che permetterà la progressione di "dawn of the
Dead" e "day of the Dead": la tensione politica,
antropologica esploderanno con sarcastica evidenza, qui un minor livello
di formalizzazione scuce ogni certezza e, per paradosso ridicolo, apre un
futuro, seppure di distruzione.
Luigi
Garella
La Città verrà
distrutta all'Alba
(The Crazies)
(1973)
INTERPRETI:
Lane Carroll, Will MacMillan, Harold Wayne Jones, Lloyd
Hollar, Lynn Lowry, Richard Liberty, Richard France
SCENEGGIATURA: George A. Romero
FOTOGRAFIA: S. William Hinzman
EFFETTI SPECIALI: Tony Pantanello - Regis Survinski
MONTAGGIO: George A. Romero
MUSICA: Bruce Roberts
GENERE: Horror
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 103'
Un incidente
aereo in campagna provoca l'arrivo dei militari che dispongono un cordone
sanitario attorno ad Evan's City. Un gruppo di uomini e donne tentano di
fuggire perché non si tratta solo di precazioni.
Il nemico è il nostro simile, od almeno, quello che sembra esserlo: il
virus che infetta progressivamente la popolazione causa un progressivo
deterioramento del comportamento umano che si fa via via violento ed
imprevedibile. Nella normalità di una cittadina della Pennsylvania
improvviso è il panico, le autorità, così cercano di far credere,
stanno per mettere tutto a posto.
L'orchestrazione di Romero raggiunge una prima maturità nel sottomettere
con rigido stile monolitico (raccordi di montaggio - come sempre curato
dal regista - e scene d'azione) una materia dai molti piani: i militari
che assediano la città, lo scienziato che cerca la cura, i fuggiaschi, i
politici con le loro remote voci via radio e, di spalle, in schermi
televisivi.
Un'eccessiva
lunghezza frena la potenza del film retto però da una stringente e pulita
visione d'insieme, impietosa ed al contempo lucidamente politica: i temi
ricorrenti nella filmografia romeriana, il gruppo che si stringe e
sfilaccia, l'assedio, la mostruosità del quotidiano deviante (Jack's Wife/Season
of the Witch) si cristallizzano per la prima volta in forme che nella
trasparenza della messa in scena riescono, sovrapponendosi, a strutturare
un mondo in disfacimento così palpabile da assumere i connotati del
teorema.
Luigi
Garella
La Stagione delle
Streghe
(Jack's Wife - Hungry Wives)
(1973)
INTERPRETI:
Jan White, Raymond Laine, Ann Muffly, Joedda McClain, Bill
Thunhurst, Neil Fisher
SCENEGGIATURA: George A. Romero
FOTOGRAFIA: George A. Romero EFFETTI SPECIALI: Regis Survinski
MONTAGGIO: George A. Romero
MUSICA: Steve Gorn
GENERE: Horror
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 130'
Joan, casalinga borghese che vive in un piccolo centro
della Pennsylvania, trascurata dal marito, con una figlia che sente sempre
più lontana, vuole una vita diversa. L'incontro con una donna che dice di
essere una strega la porterà verso la magia nera. Divenuta una vera
esperta e sempre più sicura di sé, perde il controllo e si scaglia
contro i suoi stessi familiari.
Ritratto di donna d’ innegabile
profondità, analisi lucidissima di una condizione,HUNGRY
WIVES (JACK'S WIFE nella versione per il mercato britannico) mette in
scena una moglie insoddisfatta che fa oscillare il pendolo della vita tra
una realtà sempre più grigia e una dimensione onirica densa di incubi e
presagi - sogni che le dicono (con spunti a tratti bunealiani, di
inquietudine perfetta) quanto vicino sia la vecchiaia, quanto il
fallimento esistenziale sia prossimo a dilagare – e che, incapace di
dominare i suoi tormenti, si avvicina alla stregoneria prima con timore,
poi con sempre maggiore partecipazione e convinzione. Il regista gioca
bene sull'equivocità degli eventi, non ci dice quanto il richiamo rituale
all'alcova induca il ragazzo della figlia a concedersi, quanto invece la
sua liason con la protagonista
sia frutto solo di un più fermo proposito della donna di dare spazio alle
sue passioni sopite; l'autore, dunque, rimane sul confine di due letture
possibili degli eventi (la magia, del resto, diviene anche l’alibi di
Joan per giustificare la sua libidine), tutto proteso, come sempre nel suo
cinema, a usare le paurose visioni e gli assilli notturni per dirci altro:
dell'inferno borghese e familiare, delle ipocrisie di una classe, del
suicidio rassegnato delle aspirazioni di una vita. L'assassinio finale del
marito, accidentale e voluto nello stesso tempo, frutto di un complotto
ordito dal proprio interiore, è terribile e liberatorio sigillo all’ambiguità
dell’intreccio.
La versione finale del film subì dei tagli, quella integrale non ha mai
visto la luce. Immesso sul mercato homevideo, dopo il successo di DAWN OF
DEAD, col titolo THE SEASON OF THE WITCH (il main
theme omonimo è cantato da Donovan).
Luca
Pacilio
WAMPYR
(Martin)
(1977)
INTERPRETI: John
Amplas, Lincoln Maazel, Christine Forrest, Elyane Nadeau, Tom
Savini, Sara Venable, George A. Romero
SCENEGGIATURA: George A. Romero
FOTOGRAFIA: Michael Gornick
MONTAGGIO: George A. Romero EFFETTI SPECIALI: Tom Savini SUONO: Tony Buba
MUSICA: Donald Rubinstein (Goblin)
GENERE: Horror
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 95'
Il giovane Martin è ospite di
un anziano cugino che lo ritiene un vampiro. In effetti il ragazzo ha
impulsi irresistibili che lo portano a aggredire e dissanguare giovani
donne.
MARTIN, film tra i più belli del regista (il suo
preferito), come in JACK'S WIFE, si muove sul filo di un’ambiguità:
Martin è ritenuto un vampiro dal vecchio cugino che lo ospita ed è
vessato dall'uomo a causa di credenze assurde, figlie di un pregiudizio
familiare; nello stesso tempo il giovane si comporta esattamente come un
provetto Dracula (la prima, splendida scena in treno); gli inquietanti
inserti in bianco e nero, che riportano a un tempo passato, non sappiamo
se attribuirli a un'effettiva esperienza di vita del giovane, il che
avvalorerebbe la sua natura prodigiosa, o alle morbose fantasie di uno
schizofrenico. Tutto giocato sulle atmosfere, MARTIN profana una
mitologia, quella del vampiro, laicizzandola nel più puro Romero-style;
l’autore, come al solito, usa il genere senza concedersi ad esso neanche
per un attimo e anzi contraddicendolo con una scelta di ritmi lenti, toni
meditativi, dialoghi scarni, ambientazioni moderne. Martin rappresenta
l'orrido che si annida nella natura umana e quello che si ritiene essere
il suo lato vampiresco è semplicemente ciò che legittima e giustifica un
atteggiamento di rifiuto e distruzione nei suoi confronti, l'alibi della
bestialità altra da noi per non riconoscerci bestie noi stessi. Il
paletto piantato dal vecchio nel cuore del ragazzo ricuce tutto: autentico
o meno, Martin muore come un vampiro, vittima mostruosa di un ulteriore
mostruoso carnefice, l'Ignoranza.
Denso, vischioso, MARTIN resta
appiccicato al nostro inconscio, i tentativi di sbarazzarcene sono tuttora
vani. Così il regista: Abbiamo
concepito questi esseri, attribuendo loro poteri mistici, solo per non
ammettere che fanno parte della nostra stessa razza? Li abbiamo resi
straordinari per colpa di ciò che istintivamente ricordiamo del nostro
passato primitivo? Abbiamo bisogno di un mitico capro espiatorio da punire
brutalmente per i nostri peccati originari?
Decisamente preferibile nella versione americana (già tagliuzzata di suo)
di 95 minuti: quella italiana (col titolo WAMPYR) reca manipolazioni e un
ulteriore potatura di 10 minuti oltre alle musiche aggiunte dei Goblin.
Luca
Pacilio
ZOMBI
(Dawn of the Dead)
(1978)
INTERPRETI:
David Emge, Ken Foree, Scott H. Reiniger, Gaylen Ross, David
Crawford, David Early, Richard France
SCENEGGIATURA: George A. Romero
FOTOGRAFIA: Michael Gornick
COSTUMI: Josie Caruso
MONTAGGIO: George A. Romero EFFETTI SPECIALI: Tom Savini
MUSICA: Goblin (G. A. Romero)
GENERE: Horror/Azione
NAZIONE: Ita/U.S.A.
DURATA: 118' (137')
Un gruppo di sopravissuti si barrica in un centro commerciale assediato
dai morti viventi. Gran brutta situazione.
Zombi: The Movie
“Il” film sui morti viventi,
quello che ne fissa definitivamente iconografia, abitudini alimentari,
sostrato filosofico/politico, usi e costumi. Rispetto al basilare The Night of the Living Dead,
Romero alza un po’ il tiro delle ambizioni e spinge forte su tutti gli
acceleratori a sua disposizione. Intanto abbandona spiegazioni (pseudo)razionali
del fenomeno zombi per lanciarsi in filosofeggiamenti (pseudo)biblici. Così,
se in The
Night si accennava a una sonda spaziale mandata su Venere e poi
distrutta dalla NASA perché fonte di strane radiazioni, in Dawn la frase di lancio “when there’s no more room in hell
the dead will walk the earth” parla già chiaro, giocando la carta
millenarista, mentre la figura del sacerdote portoricano fa il resto
apostrofando i nostri eroi col suo monito apocalittico “when the dead
walk, señores, we must stop the killing or lose the war”. Punizione
divina, dunque, della quale Romero sembra aver identificato con certezza
la causa scatenante; la lettura politica di The
Night, più eterodiretta (dopo tutto era il ’68…) che
esplicita, trova infatti in Dawn
una sua lapalissiana conferma: la società capitalista in piena deriva
consumistica inizia ad “autoconsumarsi” (si autodivora,
letteralmente…) e gli zombi, l’ultimo capitolo della biologia umana,
assediano in massa i centri commerciali per mera coazione a ripetere[1].
Anche l’Assedio, vero Leitmotiv tramico
della saga, inizia con Dawn
il suo progressivo “ampliamento di orizzonti” che dalla casa (The
night of the Living Dead) porta al centro commerciale (Dawn
of the Dead), poi alla base militare (Day of the Dead) per finire con la città dell’imminente Land
of the Dead. Come se il microcosmo in cui i protagonisti di turno
interagiscono diventasse un’immagine vieppiù onnicomprensiva, e dunque
realistica, della civiltà in declino autodistruttivo. La fine del genere
umano è filmata da Romero con un taglio che si potrebbe definire
classico, nel senso di una regia asciutta, senza fronzoli ma al contempo
“scaltra” e abile nell’ottenere gli effetti perseguiti: Dawn
of the Deadè un film angosciante e claustrofobico, dove la lotta per la
sopravvivenza dei personaggi è seguita con distacco e rassegnazione ed
ogni guizzo eroico è venato di disperata malinconia. La Fine è comunque
imminente e non si scappa: è così che anche i (rari) momenti in cui la
tensione sembra calare e lascia spazio allo humour (la famosa sequenza dei
bikers che prendono gli zombi a torte in faccia) sono comunque
venati di misantropico pessimismo (è al contempo in atto una lotta
territoriale tra umani che si uccidono a vicenda) e sono seguiti da sani
pugni nello stomaco (il gore che
si impenna all’improvviso). Contributo fondamentale alla riuscita del
film è fornito dal fido Tom Savini, maghetto degli effetti speciali old skool, che aiuta Dawna dotarsi della giusta dose di crudezza: morsi, smembramenti, pasti
ferini, tutto avviene “in diretta”, sotto l’occhio impassibile della
cinepresa, con una buona dose di realismo se si considera il quarto di
secolo che il film si porta sulle spalle. Ancora, quello che in The Nightera più suggerito che mostrato, in Dawnè amplificato, esplicitato e sbattuto in faccia allo spettatore. Del
film esistono tre diverse versioni: l’originale americana (128’), con
delle musiche spesso stranianti al limite del parodico (si veda il finale,
in cui la “riscossa” del coloured hero è accompagnata da una pazzesca musichetta à la A-Team),
quella uscita per il mercato italiano (118’), supervisionata da Dario
Argento, che differisce dall’originale per le musiche dei Goblin e per
alcuni tagli e ritocchi al montaggio che rendono il film più action
oriented e ne smorzano il lato umoristico, e una extended
version (137’) con una manciata di minuti in più che nulla
aggiungono e nulla tolgono al capolavoro di Gorge A. Romero.
Gianluca
Pelleschi
[1]
Molti di voi troveranno l’espressione coazione
a ripetere davvero logora. Avete ragione.
I CAVALIERI
(Knightriders)
(1981)
INTERPRETI:
Ed Harris, Gary Lahti, Tom Savini, Amy Ingersoll, Patricia
Tallman, Christine Forrest
SCENEGGIATURA: George A. Romero
FOTOGRAFIA: Michael Gornick
SCENOGRAFIA: Cletus Anderson
MONTAGGIO: Pasquale Buba - George A. Romero EFFETTI VISIVI: Larry Roberts
MUSICA: Donald Rubinstein
GENERE: Azione/Avventura
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 102'
Un gruppo di artisti girovaghi mette in scena tornei medievali in cui, al
posto dei cavalli, si usano motociclette. I membri di questa compagnia,
tra mille avversità, cercano di vivere rispettando un rigoroso codice
morale.
E' sicuramente il più anomalo e il meno visto tra i film di Romero (in
Italia non è mai uscito) ma costituisce un capitolo importante della sua
opera: il centauro come eroe puro, l'integrità come valore primario. Un
inizio folgorante (una foresta che sembra uscita da EXCALIBUR) ci presenta
una compagnia girovaga - con una morale antica, un rigoroso codice
comportamentale, un'orgogliosa ingenuità - che vende le proprie sfide al
pubblico per continuare a coltivare lo splendore di un’illusione. Ma la
malsana tentazione del Mercato, il diabolico Business, contro il quale
neanche mago Merlino sembra avere incantesimi, rischia di incrinare i
rapporti tra i membri della compagnia: il Re vede vacillare il suo trono e
lo metterà in gioco nel torneo più bello e appassionante, che si svolgerà
lontano dalla folla, in una privatezza sacrale. Film sincero e sfaccettato, bizzarro e commovente, KNIGHTRIDERS si
pone a cavallo di vari generi non riconoscendosi in nessuno: in esso
Romero, attraverso il lirismo hippie di cui la vicenda trasuda, canta un
inno autoreferenziale per una Camelot indipendente contro la prepotenza
della ricchissima Hollywood.
Luca
Pacilio
CREEPSHOW
(Creepshow)
(1982)
INTERPRETI:
Hal Holbrook, Adrienne Barbeau, Fritz Weaver, Leslie Nielsen,
Carrie Nye, E. G. Marshall, Viveca Linfors, Ed Harris, Stephen
King
SCENEGGIATURA: Stephen King
FOTOGRAFIA: Michael Gornick
SCENOGRAFIA: Cletus Anderson
MONTAGGIO: Pasquale Buba - Paul Hirsch - George A. Romero -
Michael Spolan COSTUMI: Barbara Anderson EFFETTI SPECIALI: Tom Savini
MUSICA: Michele Dibucci - John Harrison
GENERE: Fantasy
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 120'
Il film è composto da 5
“storielle” precedute da un prologo e seguite da un epilogo.
Nella prima, The Father’s Day, i rampolli della famiglia
Grantham si riuniscono per celebrare la festa di papà Nathan che morto
per l’assassinio della figlia Bedelia risorge dalla tomba per vendicarsi
dell’intero nucleo familiare.
La seconda, The lonesome Death of Jordy Verrill narra di un
giovane fattore che venendo a contatto con del liquido di un meteorite
caduto in giardino inizia a ricoprirsi di uno strano muschio verde. Something to tide You over
è invece la storia di un marito che in seguito ad un tradimento decide di
uccidere la moglie fedigraga e l’amante in una maniera piuttosto
singolare: li seppellisce in una spiaggia privata fino alla testa per poi
farli annegare con l’alta marea mentre lui assiste allo spettacolo
comodamente a casa sua grazie a un sistema di telecamere; ma non calcola
che i cadaveri torneranno per perseguitarlo. Il quarto episodio, The
Crate, riguarda il ritrovamento di una misteriosa cassa nel
laboratorio dell’università del Maine contenente un mostruoso animale
non meglio identificato che divora sbranando una serie di vittime.
Mostruosità di cui qualcuno finirà per servirsene.
Nel quinto e ultimo capitolo, They’re creeping up on You, il
perfido riccastro Upson Pratt si isola in un avveniristico attico di un
grattacielo per evitare il contatto con la sporcizia in genere e con gli
scarafaggi in particolare, dai quali verrà però letteralmente invaso.
La genesi di Creepshow è
tanto semplice quanto avvincente poiché erompe dal proficuo incontro tra
Stephen King e George Romero, lo scrittore e il regista che forse più di
tutti hanno influenzato la storia della cultura horror degli ultimi 30
anni senza per questo mai giungere a rigide codifiche estetiche e
sclerotizza(n)ti cliché testuali. Il progetto comune è quello di
trasporre cinematograficamente il romanzo Salem’s Lot, ma King ha
ceduto i diritti alla Warner che a sua volta li ha girati alla CBS, la
quale chiama Tobe Hooper a dirigere il tv movie di 4 ore che tutti
conosciamo. Il fantastico duo, trovati i finanziamenti grazie al solito
Richard Rubinstein della Laurel Entertainment, decide così di veicolare
la divorante passione viscerale per i fumetti (almeno un certo tipo di
fumetti) convogliandola nell’omaggio esplicito all’universo degli E.
C. comics, le famigerate strisce che la Entertaining Comics di William M.
Gaines fece circolare per qualche anno in pieno periodo maccartista
(celeberrimi i Tales from the Crypt), fino a che non ne interruppe
bruscamente le edizioni in seguito all’oscurantismo delle commissioni di
censura dell’epoca.
Creepshow,
nelle esplicite intenzioni degli autori, ricalca proprio quel tipo di
estetica da fumetto, nello stile e nel decor. Viene assunta anche una
licenza poetica nell’inserire (per contaminatio, visto che il
personaggio apparteneva ad un’altra casa editrice, precisamente la
Warren Publishing Co.) la figura di Uncle Creepy (tradotto da noi in un
ignobile Zio Tibia, apparso alla fine degli anni ’60 per i tipi di
Mondadori) che funge da narratore delle varie storie. Il film, date queste premesse, va
inevitabilmente letto in chiave di sperimentazione linguistica in cui per
l’appunto Romero e King ricostruiscono nostalgicamente un contesto
culturale, un universo poetico, che non esiste più, intersecando in
maniera sorprendente e con felici effetti di contiguità, l’eterogeneità
dei due registri espressivi. Le storie di King, sceneggiate dallo stesso
Romero in perfetta armonia con le atmosfere dei racconti E. C. comics, ,
vengono fumettizzate mediante espedienti linguistici semplici (finanche
ingenui) ma efficaci quali lo split screen (che restituisce
l’effetto quadro dei box fumettistici), il cartoon, le debordanze
cromatiche atte ad aumentare il sensazionalismo proprie dei giornaletti
degli anni ’50.
Il succo narrativo delle vicende risiede nel principio moralistico della
punizione per il male commesso. Ogni azione morale deve avere, quasi per
una sorta di giustizia inappellabile fondata su leggi fisiche, una
conseguenza. La conseguenza per un’azione moralmente abietta è la
punizione nemesica che, non propriamente vindice, ristabilisce presunti
equilibri etici. Il fascino tutto visivo di questo meccanismo
pseudo-morale è annunciato nelle soluzioni registiche di Romero in cui
nuove erinni del truculento (zombi che riemergono da sotterra reclamando
torte votive, revenant marini che tornano per perseguitare l’esistenza
dei vivi, bestie mostruose dalla ferocia belluina, vegetali provenienti
dall’ignoto, etc. etc.) sono preposte al ristabilimento di tale
giustizia. D’altronde Creep- Show è il novello
spettacolino da fiera del grand-guignol finalizzato a provocare
etimologicamente sani e adrenalinici brividi di paura attraverso
l’esibizione del raccapriccio, nel quale è racchiusa tutta
l’intrigante sinistra filosofia dell’orrore spicciolo del mondo E. C.
comics, anche se poi la “baracconata” non risparmia inattese sferzate
al(le recrudescenze del) bigottismo stelle e strisce (in perfetto
Romero-style) bersagliando in lungo e in largo il concetto di famiglia in
tutte le macabre storielle “ai confini della realtà” (tranne nello
straordinario episodio “entomologico” finale, They’re creeping up
on You, con E. G. Marshall nei panni dell’ennesimo Ebenezer Scrooge
dickensiano rivisitato in salsa kinghiano-kafkiana) a partire dal
promettentissimo prologo.
Operazione malinconicamente giocosa e gustosa purtroppo non replicata
dalla modestia immaginativa di Creepshow 2 ad opera di Michael Gornick
(insostituibile ed inscindibile direttore della fotografia del nostro) in
combutta con il caro George Andrew.
Mauro
F. Giorgio
IL GIORNO DEGLI ZOMBI
(Day of the Dead)
(1985)
INTERPRETI:
Lori Cardille, Terry Alexander, Joe Pilato, Jarlath Conroy,
Anthony DiLeo Jr., Richard Liberty
SCENEGGIATURA: George A. Romero
FOTOGRAFIA: Michael Gornick
SCENOGRAFIA: Cletus Anderson
MONTAGGIO: Pasquale Buba COSTUMI: Barbara Anderson EFFETTI SPECIALI: Tom Savini
MUSICA: John Harrison
GENERE: Horror
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 102'
La terra è nelle protese mani dei morti viventi, come al solito affamati
di carne umana. Un manipolo di sopravvissuti, all’interno di una base
militare sotterranea, cerca di resistere, resistere, resistere.
The
Day After
Terzo capitolo della saga dei
Morti di Romero, Day of the Dead è, in attesa di Land of the Dead,
l’anello debole della catena: smarrita la forza della novità (The
Night of the Living Dead) e archiviata la messa a fuoco di tutti i
punti nodali della cosmogonia zombica (Dawn
of the Dead), a Day
non rimane che riproporre il tutto, con pochi aggiornamenti, in un horror
che appare così più convenzionale dei suoi due predecessori. L’inizio
suggestivo e molto citato[1] (la città apparentemente
deserta in mano ai morti viventi), chiarisce subito il legame coi
precedenti capitoli del ciclo: se The
Night mostrava la vera dawn
dei morti viventi e Dawn
presupponeva invece un’apocalisse in corso d’opera, il Day of the Dead è in
realtà il day after, ossia la
post apocalisse, della quale Romero non sente più il bisogno di
esplicitare le cause. Rispetto ai primi due capitoli, dunque, nel terzo si
sente la mancanza di un valido sottotesto (neanche tanto sotto-)
sociopolitico a nobilitare l’operazione, di quella chiave di lettura
seria ma non seriosa che, senza appesantirlo, dotava il ciclo dei morti di
un fascino aggiuntivo e assolutamente non trascurabile. Questo lato
critico, “di denuncia” del film, che pure è presente[2], lascia stavolta
indifferenti se non peggio ed è limitato alla descrizione delle difficili
interazioni umane all’interno dell’eterogeneo manipolo di
sopravvissuti; trattasi del parto naturale della solita struttura
“assedio a luogo chiuso in cui esplodono le tensioni”, dove il luogo
stavolta è una base militare con tanto di militari (ovviamente) ottusi,
caricature dall’impatto emotivo/riflessivo nullo e comunque
insufficienti, da sole, a giustificare credibili letture di stampo
pacifista o anti-reaganiano . Gli unici elementi “nuovi” (ma spesso
pleonastici) del film si riferiscono propriamente all’universo zombi e
sono collegati alla grottesca (e riuscita) figura del Mad
Doctor e alle sue strampalate sperimentazioni. I (non) morti, viene
chiarito una volta per tutte, agiscono in assenza di reali motivazioni
fisiologiche perché una volta privati degli organi interni, apparato
digerente compreso, continuano ad avere fame di carne umana, il che ci
riporta alla (già) nota metafora anticonsumista: gli zombi come
“consumatori finali”, definitivi, spinti dall’ossessivo impulso di
soddisfare bisogni inesistenti. Elemento realmente inedito è invece la
presenza dello zombi pensante Bub, amante della buona musica,
relativamente disciplinato ed emotivamente “umanoide”, tanto da
piangere (e poi vendicarsi) per la morte del suo
dottore-scienziato-pigmalione. Dove invece Day non delude affatto è
dal punto di vista registico, col solito Romero essenziale e quasi
“spartano” ma abilissimo nella gestione degli spazi e nella scansione
dei tempi, nonché capace di confezionare tensioni e ansie come pochi
altri. Tom Savini è forse ai massimi storici, ma il suo accurato lavoro splatter
solleva più di una perplessità sulle reali capacità fisico/atletiche
degli zombi: deboli catorci ambulanti o belve feroci capaci di smembrare
un uomo a mani nude? Prendiamo comunque atto, al di là di tutto, che Day of the Dead è figlio
di un compromesso: l’ambizioso progetto iniziale prevedeva una durata
maggiore e un budget di 7 milioni di dollari per quello che doveva essere
una sorta di “Ben Hur with zombies”
(Tom Savini). La produzione chiese però un film più soft
di quello scritto dal regista, con l’obiettivo di evitare il divieto ai
minori. Romero rifiutò e decise per una maggiore libertà, al costo di un
budget ridotto (3 milioni di dollari) e di un ridimensionamento generale
che lo costrinse a riscrivere, semplificare e comprimere la sceneggiatura
originale.
Gianluca
Pelleschi
[1]
Non solo al cinema: un campionamento
audio della sequenza in questione lo si ascolta nella canzone m1a1
del primo disco dei Gorillaz.
[2]
Per molti, Day of the Dead è anzi il capitolo più esplicitamente politico
della trilogia (si veda a titolo di esempio la minischeda che “il
MORANDINI dizionario dei film” dedica alla pellicola.
MONKEY SHINES
(Monkey
Shines)
(1988)
INTERPRETI:
Jason Beghe, John Pankow, Kate McNeil, Joyce Van Patten,
Christine Forrest, Stephen Root, Stanley Tucci
SCENEGGIATURA: George A. Romero (Michael Stewart)
FOTOGRAFIA: James A. Contner
SCENOGRAFIA: Cletus Anderson
MONTAGGIO: Pasquale Buba COSTUMI: Barbara Anderson EFFETTI SPECIALI: Tom Savini - David M. Garber
MUSICA: David Shire
GENERE: Horror/Fantasc.
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 113'
Allan Mann
viene costretto su una sedia a rotelle da un incidente automobilistico.
Lasciato dalla fidanzata, depresso per la sua condizione tenta il
suicidio. La sua vita cambia quando un amico ricercatore, Geoffry, gli
regala Ella, una scimmia che lo aiuta nelle incombenze quotidiane. Ma
Geoffry ha usato in precedenza l’animale come cavia per un
esperimento…
Con
LA META’ OSCURA, questo lavoro rappresenta il tentativo (fallito) di
Romero di arrivare a una larga distribuzione mantenendo indipendenza e
libertà creativa. Tratto dal romanzo di Michael Stewart, MONKEY SHINES è
un’opera cupa in cui l’autore riesce ancora a mischiare le carte con
arguzia: se l’animale si umanizza, l’uomo vira verso la bestialità
anche se è quella umana la natura evidentemente
malvagia e selvaggiamente
distruttrice.
Il film, pur esponendo in maniera adeguata il tema centrale - l’uomo che
forza le leggi naturali (non a caso abbondano le gabbie, le scene di
addestramento, i riferimenti alla vivisezione etc) e viene punito per la
sua tracotanza - lamenta una pesantezza di tratto e una prolissità che,
soprattutto nella lunga parte finale (rigirata per espressa volontà della
Orion, la casa distributrice) squilibra molto un’opera peraltro ben
girata, e che, soprattutto nella prima tranche,
dosa bene gli elementi, misurando gli effetti e rendendo pregevolmente il
rapporto simbiotico e quasi amoroso tra il protagonista e l’animale. Per
inciso: la scimmia factotum che aiuta un paraplegico (il professore
interpretato da Donald Pleasence) si era già vista qualche anno prima,
nell’ultimo grande film di Argento, PHENOMENA.
Luca
Pacilio
DUE OCCHI DIABOLICI
- ep.
I FATTI NEL CASO DI MISTER VALDEMAR
-
(Two
Evil Eyes: The Fact in the Case of Mr. Valdemar)
(1990)
INTERPRETI:
Adrianne Barbeau, Ramy Zada, Bingo O' Malley, Jeff Howell,
E.G. Marshall, Tom Atkins
SCENEGGIATURA: G. A. Romero
FOTOGRAFIA: Peter Reniers
SCENOGRAFIA: Cletus Anderson
MONTAGGIO: Pat Buba EFFETTI SPECIALI: Tom Savini
MUSICA: Pino Donaggio
GENERE: Horror
NAZIONE: U.S.A./Ita
DURATA: 120'
Approfittando della malattia del danaroso e
decrepito consorte, una donna di pochi scrupoli e il suo amante (nonché
medico del marito) ipnotizzano l’infermo per estorcergli firme con cui
incassare lauti anticipi sull’eredità. Le cose si complicano quando il
vecchio, ancora sotto ipnosi, muore…
Money Makes the World Go Crazy
Romero muove dall’omonimo racconto di Edgar Allan Poe
trattenendone il fulcro (gli effetti del mesmerismo su un cadavere) e
portando alle estreme conseguenze lo spirito della pagina gotica:
Valdemar, non più vivo, non del tutto morto, è il campo di battaglia su
cui si scontrano l’avidità umana e la furia distruttiva di misteriose
creature ultraterrene. La figura del triangolo domina la scena, in questo
teorema filmico di depistante semplicità: tre personaggi (isolati
e inguaribilmente estranei l’uno all’altro, paralizzati nelle
rispettive maschere dalle circostanze e più ancora dalla diffidenza), tre
regni (quello dei vivi, dipinto con toni da commedia grottesca ai limiti
della soap; un misterioso aldilà, un occhio traslucido spalancato alle
soglie dell’impossibile; la desolata e gelida landa che imprigiona quel
che resta di Valdemar), il metronomo piramidale che induce l’ipnosi e
obbedisce fino in fondo alla propria natura di corpus delicti. THE FACTS IN THE CASE OF MR. VALDEMAR
fonde con sufficiente disinvoltura thriller e horror, azzeccando più di
uno spunto ironico (la ripetizione di Jessica in taxi, la fulminea
emersione dalla piscina) e garantendo al piccolo apologo di sapore egizio
(la mummia Valdemar, i sommessi echi massonici) una confezione lineare ma
non piatta, fredda quanto basta a preservare l’impianto clinico
della fonte letteraria. Il finale grandguignolesco e ridondante (fiacca
l’apparizione delle creature) appanna non insensibilmente il risultato
complessivo.
VALDEMAR costituisce la prima parte di TWO EVIL EYES (DUE OCCHI
DIABOLICI), film a episodi realizzato da Romero e Dario Argento
(inizialmente anche John Carpenter e Wes Craven dovevano essere della
partita) in onore di Poe, colui che sognò sogni che nessuno aveva mai
osato sognare. Sul contributo di Argento (THE BLACK CAT),
rimasticatura di stilemi d’autore (l’eroe si chiama Usher, nientemeno)
afflitta da dialoghi allucinanti e una conclamata incapacità di trattare
il grottesco senza scadere nel ridicolo, non è il caso d’indugiare in
questa sede.
Stefano
Selleri
LA META' OSCURA
(The Dark Half)
(1993)
INTERPRETI:
Timothy Hutton, Amy Madigan, Michael Rooker, Julie Harris,
Robert Joy, Kent Broadhurst
SCENEGGIATURA: George A. Romero (Stephen King)
FOTOGRAFIA: Tony Pierce-Roberts
SCENOGRAFIA: Cletus Anderson
MONTAGGIO: Pasquale Buba COSTUMI: Barbara Anderson
MUSICA: Christopher Young
GENERE: Mystery
NAZIONE: U.S.A.
DURATA: 122'
Thad Beaumont ha una doppia
vita artistica: pubblica con il vero nome i suoi romanzi più importanti
mentre affida all’alter-ego George Stark la paternità di redditizi
best-seller horror. Quando, ricattato, deciderà di inscenare in
un’intervista la simbolica sepoltura di George Stark, questo gli si
rivolterà contro...
Il gore
portato alla luce
La
metà oscura è un film che torna alle radici della tradizione horror,
alle radici della creazione artistica. Non è un caso che la storia prenda
le mosse dal 1968, l’anno in cui inizia la carriera su grande schermo
del regista del Bronx, ma soprattutto non a caso ritornano gli uccelli
assassini del capolavoro di Alfred Hitchcock, film che per molti versi ha
inaugurato nel 1962 il cinema horror moderno. E’ anche l’opera che
doveva rilanciare Romero sul mercato e invece ne ha confermato lo stallo
produttivo. Dal punto di vista tecnico il film mostra tutte le difficoltà
nelle quali il regista si stava muovendo in quegli anni (problemi
economici, incomprensioni con le major, disaffezione del pubblico). Il
progetto infatti è pensato per il mercato delle videocassette e
confezionato su standard televisivi.
Se dal punto di vista tecnico quindi non è un film da cui aspettarsi gli
straordinari, la mostarda abbonda invece sotto il profilo artistico. Un
grande Timothy Hutton, ex enfant prodige in cerca di rilancio, in un
doppio ruolo che rappresenta una delle sue più gustose interpretazioni.
Ma soprattutto una grande padronanza della messa in scena e una capacità
di dare corpo all’orrore che Romero dimostra di non aver ancora perso.
Se nella trilogia
degli zombi il regista si soffermava suimali della società dei consumi, ne “La metà oscura”
punta il dito sull’individuo, rigirando nella piaga del rimosso il
proprio occhio implacabile fino a riportare alla luce il lato oscuro e
represso dell’essere umano. La storia (tratta dall’omonimo romanzo di
King) narra il tema del doppio malvagio tipico della tradizione fantastica
attraverso le figure e i procedimenti del genere horror: ovvero centralità
della messa in scena ed esibizione del gore. La messa in scena di Romero
riesce ancora a dare il meglio di sé, sia nella costruzione della
tensione attraverso l’uso espressivo della fotografia (dominata dai
rossi e blu elettrici), sia nell’uso degli effetti speciali. Il make-up
infatti, nonostante le limitazioni del budget (che colpiscono soprattutto
le immagini al computer) risulta ancora efficace e regala buone dosi di
sangue e squartamenti (soprattutto nel finale).
In definitiva “La metà oscura” rimane un film a sé rispetto alla
produzione romeriana. L’orrore vi è avvicinato in virtù delle sue
qualità plastiche: non c’è ricerca delle sue cause,non ci sono ambiguità percettive, non vi è alcun messaggio
sociale. È un orrore che appartiene alla messa in scena viscerale e alla
sfera del soprannaturale accettato (per usare le categorie analitiche di
Todorov1) senza
alcun discorso o significato ulteriore. È un opera interessante per il
futuro del regista, soprattutto in questo momento che precede l’uscita
del quarto capitolo della saga degli zombi. Romero tornerà a riflettere
in profondità sui mali della società moderna o si limiterà a calcare la
mano sugli effetti speciali gore, magari con l’aiuto della computer
grafica (“ho continuato a lavorare con i miei metodi, quello che si vede
sullo schermo è stato realizzato sul set, ci sono solo un paio di scene
in CGI che erano necessarie”2)?
INTERPRETI:
Jason Flemyng, Peter Stormare, Leslie Hope, Nina Garbiras,
Andrew Tarbet, Tom Atkins
SCENEGGIATURA: George A. Romero
FOTOGRAFIA: Laurent Basset - Adam Swica
SCENOGRAFIA: Sandra Kybartas
MONTAGGIO: Miume Jan Eramo COSTUMI: Alina Panova
MUSICA: Donald Rubinstein
GENERE: Horror
NAZIONE: Fra/Can/U.S.A.
DURATA: 99'
Una vita vissuta nel rispetto delle regole dona ad
Henry solo un illusorio benessere: in realtà eglinon possiede nulla. Un giorno si sveglia e lo specchio gli
rivela che non ha più neanche un volto
Dopo sei anni di silenzio Romero
torna con questa produzione televisiva: BRUISER è un lavoro
ingiustamente ignorato, poco amato persino dai romeriani, forse perchè
lontano dalla consueta poetica horror del suo autore che qui pare
preferire la forma dell’apologo, seppur travestito da thriller. Il
protagonista, sfruttato dalla moglie fedifraga, umiliato dal suo
capufficio (uno Stormare mattatoriale), derubato dalla domestica,
raggirato dal suo migliore amico, si ritrova una mattina senza volto: la
sua faccia è ridotta a una maschera bianca totalmente inespressiva. Il
lavoro, dietro la patina gialla (l'uomo senza volto, diventato un
implacabile assassino, viene ricercato dalla polizia), nasconde dunque
una favola nera, un'amara riflessione sull'America odierna e sulla
perdita della sua identità. Come in THE HOLLOW MAN di Verhoeven anche
qui il protagonista è di fatto invisibile, oggetto dell'indifferenza
generale, ignorato fino al momento della feroce vendetta. Romero
suggerisce la sua condizione attraverso pochi significativi elementi:
una casa in lavorazione, senza porte e quasi vuota, l'impossibile
ricerca della polizia (come si può identificare un assassino senza
identità?), il ricorso alle maschere (soprattutto nella scena finale
della festa in costume, in cui la confusione nell'attribuzione dei ruoli
raggiunge il suo apice). Pessimista, quasi kafkiano, l'ultimo film di
Romero è, al di là degli esiti, la conferma del credo artistico di
questo maverick irriducibile, che ha fatto dell'indipendenza la sua
bandiera e la sua personalissima croce.
Luca
Pacilio
LA TERRA DEI MORTI
VIVENTI
(Land of the Dead)
(2005)
INTERPRETI:
Simon Baker, John Leguizamo, Dennis Hopper, Asia Argento,
Robert Joy, Eugene Clark
SCENEGGIATURA: George A. Romero
FOTOGRAFIA: Miroslaw Baszak
SCENOGRAFIA: Arvinder Grewal
MONTAGGIO: Michael Doherty COSTUMI: Alex Kavanagh
MUSICA: Reinhold Heil - Johnny Klimek
GENERE: Horror
NAZIONE: U.S.A./Can/Fra
DURATA: 93'
La terra è ormai invasa dai morti viventi. I pochi umani sopravissuti si
sono barricati in una città in cui i ricchi vivono ai piani alti, i
poveri nei bassifondi… ma intanto i morti si organizzano…
Gli altri siamo noi
Il problema maggiore
dell’ultimo capitolo della tetra tetralogia dei morti è forse la sua
“convenzionalità”. Romero, infatti, che non ha mai scritto
sceneggiature memorabili né è mai stato un gran dialoghista, è sempre
stato però un abilissimo creatore di atmosfere che esulano un po’
dagli stereotipi horror più
classici (e vieti); i tre precedenti film della saga zombica, così come
il concetto stesso di “zombi”, generano più angoscia che paura,
ossia un malessere meditato e profondo che affonda le sue radici in un
solido substrato allegorico e metaforico. Il regista ha sempre visto
bene di ripetere, a mo’ di “marchio di fabbrica”, una struttura
all’angoscia molto congeniale, quella dell’Assedio: i sopravissuti
in trappola in un luogo chiuso, i morti che vogliono entrare e
mangiarseli. Già questo primo locus
tipico del ciclo dei morti è in gran parte disatteso da Land of the Dead che solo
teoricamente si configura come quarto capitolo della serie “i morti
assediano…”; nella pratica infatti il tentativo di ingresso degli
zombi nella città non costituisce il fulcro emotivo/emozionale del film
che invece si perde in sottotrame, giochi di potere e vendette di scarso
interesse. La conseguenza più immediata di questo impianto narrativo in
qualche modo più complesso, ma anche più “diluito” rispetto ai
precedenti capitoli, è la perdita della inquietante, diretta semplicità
di questi ultimi in favore di una nuova convenzionalità. Ecco che
in luogo dell’inquietudine e dell’angoscia Romero si trova costretto
a giocare la carta dello spavento e degli “scossoni”, ricorrendo
spesso a vecchi trucchetti horror, vuoti e vagamente tristi (il falso
allarme seguito dall’effetto “sobbalzo sulla sedia”, la sparata
audio improvvisa), che un tempo avrebbe usato con molta più parsimonia
e senso della misura. Tale banalizzazione registica di Land
rispetto ai suoi predecessori la si riscontra, purtroppo, anche a
livello “contenutistico”, verrebbe da dire “di idee”; Romero ha
infatti tentato di rinnovare il consueto portato socio-politico della
saga finendo quasi per snaturarlo. Il fascino dello zombi come immagine
deteriorata del “consumatore finale” cede qui il passo a una critica
alla società diretta quanto scontata (nella nuova città ri-organizzata
pochi ricchi sfruttano molti poveri) ma soprattutto a una (ambigua)
evoluzione degli stessi zombi che lascia un po’ perplessi: c’era
davvero bisogno di dotare i claudicanti morti viventi di un barlume di
intelligenza per ricordarci che “gli zombi siamo noi”? Non bastava
il già esplicito scambio di battute iniziale (“sono morti che fingono
di essere vivi, come noi…”) a puntualizzare l’ovvio? Certo, la
trovata (autoreferenziale) che stavolta l’eroe di colore è
dall’altra parte della barricata è simpatica, peccato rientri
comunque nell’ambito di una banalizzazione che rischia di intaccare la
primigenia forza allegorica dei morti viventi (nel film chiamati per la
prima volta “appestati”, pessima non-traduzione dell’originale walkers).
Gli attori sono tutti da 6 politico (Dennis Hopper compreso, che pure
sulla carta era una figura attoriale e umana perfetta per il ritorno in
grande stile di Romero), tranne Asia Argento che si becca il solito
debito formativo (ma la sceneggiatura le mette in bocca un sacco
stupidaggini); Tom Savini fa la consueta comparsata, stavolta nella
parte di uno zombi (un po’ come in From
Dusk Till Dawn), ma non cura gli effetti speciali, che comunque
non deludono nel reparto gore
e fanno un buon uso-non-abuso della CG.