La
carriera di George Romero raggiunge quasi i quarant’anni: era il 1968
quando uno strano piccolo film quasi amatoriale venne distribuito in
alcuni drive in. La notte dei morti viventi ha segnato la fine
degli horror classici e anche di quelli cormaniani, i morti che camminano
sono divenuti un paradigma imprescindibile per il nuovo horror. Certo non
erano mancati gli antecedenti, il morto che torna per far fuori i vivi
ricorre da Dracula fino a Tourneur ma qui, da allora, il retaggio di
gotico romantico chiaramente poe-iano è completamente assente. Ci si
riferisce piuttosto alla fantascienza, agli amati fumetti della E.C.
(Educational comics) e, da non sottovalutare, al contesto
socio-storico e politico. Come non dimentica di sottolineare la critica
americana, per la quale Romero ha fatto solo LA NOTTE e nulla più (quasi
come Welles solo CITIZEN KANE), la guerra del Vietnam e la lotta per i
diritti civili nel sud degli USA lasciano tracce ben evidenti nel tessuto
tematico di questa opera prima. Al contempo si sottovaluta la capacità
del regista di non limitarsi all’exploitation, allo sfruttamento del
filone: vengono nel giro di qualche anno Dawn of the Dead e Day
of The Dead, Martin ma pure un gioiello privo di etichette come
Nightriders che spesso, non a torto, funge da chiave di lettura del
cinema dell’autore, sia per le tematiche che per il modus
realizzativo.
Dopo
l’infanzia trascorsa a New York, tra le lotte delle gang (da cui
riusciva a sfuggire grazie al cognome che gli italiani non attribuivano ad
un cubano) ed i primi approcci con il cinema - grazie ad uno zio che gli
regala un piccola 8mm e lo porta nei grandi teatri Loew in cui vede anche I
Racconti di Hoffman - per il college si trasferisce a Pittsburg,
cittadina del mid-East che dopo i fasti dell’industria pesante conosce i
primi segni di declino ma anche una inusuale vivacità nella televisione,
soprattutto nella realizzazione di corti pubblicitari. E’ in uno degli
studi di montaggio che George inizia a sperimentare la tecnica che amerà
sempre: il lavoro alla moviola (ben al di sopra di quello con AVID
utilizzato per Bruiser).
Insieme
ad alcuni amici riesce a fondare una piccola società e, con pochissimi
soldi, nel giro di qualche weekend, gira in 16mm Night
of the Living Dead che porterà a New York in cerca di una
distribuzione: racconta il regista nel documentario di Adam Simon “The
American Nightmare” che proprio mentre era in macchina con i rulli di
pellicola nel bagagliaio sentì la notizia della morte di M.L. King. Le
vicissitudini dell’opera sono ben note: i problemi infiniti con i
diritti, la produzione di un remake affidato al fedelissimo Tom Savini
(addetto al trucco ed agli effetti speciali meccanici), la distribuzione
di una versione del trentennale ad opera di John Russo al fine di
accaparrarsi qualche soldo. E’ dei giorni in cui scriviamo la notizia
della possibilità di scaricare in torrent
l’intero film del ’68, ormai svincolato.
Vicissitudini
dalle quali il regista non si libererà mai, persa la lotta con le major e
con il sistema hollywoodiano che tormentano La metà oscura e
Monkey Shines con la partecipazione alla picchiata della Golan Globus,
fino al già citato Bruiser.
Dicevamo
di Pittsburg in cui, dopo tre anni di college (pittura e design) ed un
primissimo filmino in 16 mm (con una Bolex regalata dallo zio), Expostulations,
con la compagnia Latent Image inizia a produrre filmati
pubblicitari: l’atmosfera è estremamente creativa e Romero ricorderà
sempre con affetto questo periodo che finirà, più o meno, con Day of
the Dead. Il tema di una comunità affiatata e votata al proprio
lavoro/passione, di una microsocietà insomma, trova in Nightriders –con le vicende dei cavalieri motociclisti fuori dal
mondo ma molto uniti- un elogio appassionato ma non molto lontano da
quell’orrore crudo e ormai tipico che segna tutta la sua filmografia, di
pari passo con uno stile di grande riconoscibilità nonostante i semplici
espedienti (di montaggio e messa in scena) fin da The Crazies – la
città verrà distrutta all’alba (scopiazzato ad Hollywood con
risultati pessimi ma anche vicino a quella serie culto che è I
sopravvissuti) e Jack’s Wife.
La
filmografia di Romero, da questo breve percorso, risulta variegata e anche
quando un film può essere ascritto ad un genere ci si ritrova con un
oggetto difficile da maneggiare: viene in mente Martin – Wampyr,
dramma gelido ed intimista di un adolescente vampiro (??) ma, ed è ben
evidente a tutti, si ricordano soprattutto quei tre, ora quattro (il
quarto di dieci dice Romero in un’intervista,
tra il serio e il faceto) con Land of the Dead, film con gli
zombi. Definizione assai riduttiva ma incontrovertibile: “per me la
cosa fondamentale è che il mostro è fuori, ma è sempre lì: è il
vicino di casa. La vera minaccia sono i vicini.” E quale vicino peggiore
di un ghoul? “Una forza che si può facilmente sconfiggere, ma
che se non ti dai da fare sconfiggerà te. Mi sembra il mostro perfetto.
Ed è anche un mostro operaio. Non una lucertola alta sei metri.” E la
Terra si sta riempiendo di questi esseri, destinati ad aumentare con
indolenza e scorrazzare in cerca di qualcosa che ancora sia vivo, una
Nemesi che, strascicando i piedi, porta a considerare lo stato delle
cose, “le implicazioni socio-politiche di persone a confronto con un
problema che avrebbero potuto risolvere facilmente se solo avessero
collaborato” (citato da Conversazione con George Romero, Giulia
d’Agnolo Vallan, Torino film festival, 2001).
Indagare
il confine tra umano ed inumano, tra la socialità e la sua aberrazione
assume i connotati dell’orrore più puro in cui il gore non fa
altro che annichilire e, con grandi dosi di senso dell’umorismo,
condurre all’astrazione.
Luigi
Garella
Not(t)e sulla trilogia – Il corpo, la morte, la metafora
They’re coming to get you Barbara!
Che
il cinema horror fin dai suoi epocali albori espressionisti sia stato
un’eminente espressione artistica per dire altro (o per dire
l’“altro”), ferma restando l’esistenza di un filone orrorifico più
giocosamente “disinteressato” che va dall’exploitation di un
William Castle a La casa raimiana alla sequela ininterrotta dei
cosiddetti teen-horror degli anni ’90 e oltre dedita al mero
intrattenimento, è cosa irreversibilmente acquisita. Il dato interessante
dell’horror è vedere, di volta in volta, come questo “altro” è stato
pensato, che tipo di relazione ha instaurato con l’ipotetico “noi”,
quali sono i meccanismi che hanno regolato questo genere di rapporto e quali
modi della rappresentazione si sono escogitati per raccontarlo attraverso una
narrazione per immagini.
Nel 1968 (anno decisamente
significativo in fatto di epocalità) appaiono sugli schermi di tutto il mondo
due pellicole che costringeranno i cartografi del genere horror a ridefinire i
confini di ogni mappatura fino ad allora disponibile: Rosemary’s Baby
di Roman Polansky e Night of the Living Dead di George A. Romero. Da
una parte un film hollywoodiano di un autore universalmente riconosciuto e
apprezzato, dall’altra un b-movie casereccio di un giovane arrabbiato
della periferia cinematografica statunitense, da una parte un film che
tematizza la paranoia di una civiltà indagando le paure e le angosce che si
annidano nella psiche quando si parla di anima in termini religiosi,
dall’altra un racconto visivamente allucinato che innesca un discorso assai
lucido sulla paura (della dissoluzione) del corpo (inteso in tutte le sue
accezioni).
Concentrandosi per esigenze
tematiche sull’opera di Romero che ha poi dato luogo ad altri tre capitoli
sui morti viventi (l’ultimo di imminente uscita, intitolato Land of the
Dead) va subito rilevato che il cineasta newyorchese, pittsburghiano
d’adozione, consegnandoci la sua visione necrologica del revenant,
nonostante la sua dichiarata cinefilia votata al grande cinema horror delle
origini e degli anni ’50 (vedi Creepshow), non si inserisce nella
solita tradizione cinematografica mistico-necromantica percorsa dai suoi
autorevoli predecessori Halperin, Tourneur, Robson etc., preferendo
scaraventarci brutalmente in medias res piuttosto che giocare sul senso
del mistero. Il factum è più importante della causa che l’ha
prodotto, la spiegazione sul ritorno in vita dei morti arriva tardi e non ha
rilevanza diegetica (anche se è una motivazione che mostra indirettamente la
passione di Romero
e il co-sceneggiatore John A. Russo per la fantascienza americana dei fifties).
In tutta la trilogia i living dead romeriani hanno poco o nulla a che
fare con gli zombi delle superstizioni voodoo haitiane (non fosse per alcune
note folkloriche inserite nel secondo episodio del trittico sui morti viventi:
le frasi alquanto sibilline pronunciate dal prete tra cui quella più famosa:
“Quando i morti cominciano a camminare bisogna smettere di uccidere […]
Ora voi siete più forti di noi, ma presto loro saranno
più forti di voi”.). Il titolo italiano di Dawn of the Dead, Zombi,
che fece peraltro la fortuna del film e che generò pure un folgorante
apocrifo fulciano (Zombi 2, triste motivo di querelle tra i due registi
romani del fantastico), fu ideato da Dario Argento, il quale produsse e rimontò
(con grande efficacia ritmica epurandola delle sue parti più prolisse e
“difficoltose”) la pellicola di Romero per la versione italica. Strano ma
vero, e con notevole effetto spiazzante: si parla di morte e non vengono
minimamente sfiorate le questioni preter-naturali, ovvero metafisiche,
religiose etc. che da sempre hanno accompagnato uno degli argomenti più
cruciali della storia del pensiero umano, se non per essere ribaltate e/o
nullificate (l’appello di uno scienziato in Dawn of the Dead è
proprio quello di sbarazzarsi senza troppi ritualismi delle putrescenti
carcasse cadaveriche che infestano le città e i villaggi, invitando la
popolazione ad avere un approccio biologico-scientifico, e dunque avalutativo
in senso weberiano, al fenomeno).
Il viaggio (poiché di questo
effettivamente si tratta) come percorso (filmico) attraverso il territorio
semiotico e simbolico della morte che ritorna inizia al crepuscolo (The
Twilight Zone!) in prossimità di un sentiero di campagna, ripreso nella
desolata e inquieta fissità della m.d.p., che arrampicandosi su un
promontorio si apre su una distesa riconoscibilmente cimiteriale in cui
campeggia sbiadita e sventolante una bandiera americana. L’umanità (Johnnie
e Barbara) traghettatavi mediante un automobile (il simbolo più eminente
della nuova mitologia post-moderna) giunge al suo punto di non ritorno, se non
come trasformazione significante. L’incipit (tragoedia) ci informa e
nello stesso tempo ci folgora sulle manifeste intenzioni romeriane di
costruire un discorso metaforico partendo dal concetto di morte.
Se la morte, come si è detto, è
affrontata da Romero in maniera a-filosofica (il ché non significa che nel dis-currere
filmico non dia luogo a derive di portata filosofica, anzi), come
disfacimento, l’interrogativo (ris)posto da Night of the Living Dead
e dall’intera trilogia è “disfacimento di che cosa?”. L’opus
romeriano incentrato sui morti viventi si annuncia nei termini di una mise
en scènedella morte al
lavoro come disfacimento del corpo, inteso nel suo plesso più debordantemente
polisemico. Il vigore allegorico dei corpi in totale decadimento che invadono
terrificamente la scena come metafora del disfacimento è garantito
dall’orrore della rappresentazione: la lividezza e la glacialità delle
atmosfere che avvolgono
le allucinate dinamiche tra i vivi e i morti, ma anche (e forse soprattutto)
solo tra i vivi, contribuiscono a creare quella dimensione psicologica di
autentica angoscia che costituisce poi l’elemento precipuo di cui Romero si
serve per decostruire l’abituale senso di paura fondato sui meccanismi della
suspense dell’horror tradizionale, oltrepassando dunque i confini della pura
e semplice condizione fobica. La morte oscura, terribile e strisciante che
pervade lo schermo come un quid dolorosamente palpabile, oltre a un
inevitabile, psicanalitico, ritorno (ri)vendicativo di una rimozione sociale,
è la morte biologica, si potrebbe dire, di un corpo che sta conoscendo una
fase di metamorfosi in chiave sociologica e che sta di conseguenza
trasvalutando in maniera violenta i suoi valori. Nuove spinte
anarco-insurrezionaliste, fermenti di istanze rivoluzionarie o semplicemente
giovani idee di mutamento sociale stanno assediando il Fort Apache reazionario
di un’America in stato di evidente confusione da anacronismo (il tema
dell’assedio, caro in seguito ad autori del calibro di Carpenter, rimane una
ferrea costante della trilogia) . La nazione è un corpo nuovo che vuole
energicamente, brutalmente, orrendamente massacrare il vecchio nutrendosi e
pascendosi della sua viva carne e del suo sangue. Il tabù antropofagico si
dissolve finalmente in un tripudio prolungato e protervo di pasti nudi: i
morti cercano i vivi (?), i figli divorano i padri (e le madri) nella
terrificante eloquenza delle immagini in soggettiva (alternate da inquadrature
più sghembe e angolate a testimonianza del fatto che Romero è lì, come
tutti noi, vittime e carnefici contemporaneamente, ad assistere alla
apocalisse di carne che si va compiendo. “Gloria e vita alla nuova
carne”annuncerà Cronenberg, illustre figlio romeriano, più di un decennio
dopo), i fratelli le sorelle, mentre l’orgoglio nero assurge a protagonista
anche nel (e nonostante il) tragico vuoto dell’insensatezza bianca del
finale di La notte dei morti viventi.
Nessuna metafisica della luce può
esserci ed ergersi a salvifico rischiaramento nelle tenebre di
un’interminabile notte della (s)ragione, dal tramonto all’alba (Dawn of
the Dead), dalla notte al giorno (Day of the Dead) prosegue il
programmatico attacco romeriano al corpo della società americana (e
occidentale lato sensu), dopo averlo portato al suo cuore (la
famiglia). Cambiano le estetiche avventurandosi in inedite decadi di sangue e
lo splatter saviniano prende il posto del gore di matrice
gordonlewisiana ma continua la poetica dei morti viventi tradotta
dall’inesorabile minaccia testuale che si configura sempre più come
teatralizzazione del corpo disgregato e decomposto nello spettacolo della
morte. La delimitazione dello spazio si restringe divenendo luogo
claustrofobico del movimento impossibile e dell’azione negata: il centro
commerciale (o Mall, nell’accezione anglosassone) e la base militare
sotterranea. La metaforizzazione (de)flagrante di secondo grado (il cinema
come luogo in cui una morte è già sempre avvenuta) si rifrange nella
specularità dei cristalli delle vetrine imbrattati di emoglobinica euforia
dello smembramento del centro commerciale, altro grande totem prefigurativo
dell’era post-moderna. L’orgia cannibalica che si va consumando nel suo
interno, con i suoi mirabolanti totali frantumati efficacemente dal richiamo
“individualistico” dei primi piani, è lo stesso corpus sociale improntato
ai dettami del capitalismo che fa scempio di sé producendosi in un delirio
collettivo di fagocitazione della merce. Le innumerevoli superfici speculari
presenti nel centro commerciale che separano ed uniscono i vivi e i morti in
un caotico e avviluppante unicum indistinctum generano un perverso e
anomico gioco labirintico che produce un effetto di indifferenziazione, dal
quale chi entra (come la banda di motorbikers) non ne esce più (vivo) (?).
Nel terzo inconclusivo capitolo
della saga assistiamo poi a un problematico ribaltamento topologico nel quale
i morti oramai dilagano nella superficie del pianeta come nel più
agghiacciante degli scenari mathesoniani (dove si celebra peraltro
definitivamente la dipartita di ogni sistema comunicativo mediatico,
l’informazione mancata nei primi episodi con la tv malfunzionante di Night
of the Living Dead e impazzita e infarcita di personaggi quanto mai
bizzarri che popolano le sue trasmissioni di Zombi, risulta
irrimediabilmente smarrita nella sua assenza in Il giorno dei morti viventi),
e i sopravvissuti abitano le zone infere
e sotterranee di una vecchia base militare in cui si tenta in vano di
contrastare la disfatta del genere umano e l’ineluttabile destino di
cancellazione delle tracce (la cultura, i saperi etc.) attraverso la memoria
(la figura dell’antropologa) e di rieducare pavlovianamente la nuova
inattesa specie per una soluzione di pacifica convivenza (il Mad Doctor Logan,
chiamato non senza motivo Dr. Frankenstein e la creatura zombesca, golemiana,
maryshelliana (etc. etc.) Bub). Il morto è ancora l’“altro”, ma l’alterità
si è tramutata nel frattempo nel nemico invasore da fronteggiare ed eliminare
(corsi e ricorsi storici si direbbe, in virtù dei quali Romero si produce in
un impasto fantapolitico di reaganismo belligerante, anticipazione più
profeticamente evidente del guerrafondismo attuato della progenie bushana, e
di rinnovata caccia alle streghe comuniste di maccartiana memoria, e si
potrebbe riattualizzare ulteriormente il contesto diegetico).
Fortunatamente
la trilogia romeriana (anzi tetralogia, poiché il viaggio, come accennato, è
ben lungi dall’aver trovato una conclusione) è molto più di un’asettica
(benché nitidissima) radiografia che analizza il punto (o meglio più punti)
di crisi sociologico di una nazione e del relativo sfaldamento nella struttura
del tessuto etico-politico, e anche molto meno. Fortunatamente è a partire
dall’emergenza di un dolore e di un’angoscia esistenziali che appartengono
al suo sguardo e ai suoi modi di rappresentazione che si costruisce un
dispositivo di immagini in grado di esprimere visivamente tutto il suo
personale nichilismo e che dunque ci consente di essere immersi nel piacere
libidico/scopico del testo cinematografico piuttosto che nell’aridità delle
secche di un trattatello di sociologia.
Mauro
F. Giorgio
Filmografia
1968 -
NIGHT OF THE LIVING DEAD - La Notte dei Morti Viventi 1971 - THERE'S ALWAYS VANILLA 1973 - THE WINNERS (TV series)
1973 - THE CRAZIES - La
Città verra distrutta all'Alba 1973 - JACK'S WIFE - HUNGRY WIVES - La
Stagione delle Streghe
1974 - O.J. SIMPSON: JUICE ON THE LOOSE 1977 - MARTIN - Wampyr 1978 - DAWN OF THE DEAD - Zombi 1981 - NIGHTRIDERS - I Cavalieri
1982 - CREEPSHOW 1985
-DAY OF THE DEAD - Il
Giorno degli Zombi 1988 - MONKEY SHINES 1990
-DUE OCCHI DIABOLICI - ep.
THE FACT IN THE CASE OF MR. VALDEMAR 1993
-THE DARK HALF - La Metà Oscura
2000 - BRUISER 2005 - THE LAND OF THE DEAD - La Terra dei Morti Viventi