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Repubblica di Salò: quattro fascisisti e quattro
meretrici rapiscono sedici giovani, fra maschi e femmine, e abusano di
loro sessualmente.
Abuso di potere, abuso sessuale del
potere: immondo, turpe, disgustoso, squallido, ultimo atto di Pasolini,
ucciso prima dell’uscita del film. L’autore fa scandalo della
crudeltà di un microcosmo aberrante, rappresentandolo con (troppa)
dovizia di particolari e, prendendo le mosse da "Le 120 giornate di
Sodoma" di De Sade, finisce con fare scandalo fine a se stesso.
Indignato dal conformismo e dal torpore imperante nel presente, Pasolini
voleva colpire il pubblico allo stomaco: il porno cinematografico
d’autore confonde, così, l’etica e l’estetica per rappresentarla.
Adottando uno sguardo distaccato (prevalgono i campi lunghi, i
prigionieri non hanno volto), lucido e maniacale (compiaciuto? Pasolini
non era certo un moralista in fatto di costumi sessuali aberranti),
l’allegoria rappresenta e non commenta, in una soggettiva che soffre
di sdoppiamento di personalità: è quella grottesca dei porci fascisti,
quella dell’osservatore neutro, del provocatore, del censore ipocrita
solleticato dalla lascivia bestiale? Tale ambiguità umilia senza fare
indignare, lo spettatore subisce la stessa mercificazione e
mortificazione delle vittime sulla scena, senza il moto consolatorio di
un processo d’identificazione compassionevole, impaurito (altro che
senso di rabbia!), disgustato, soffocato dalle depravazioni, dalle feci,
dal sangue, dai banchetti di merda, dai corpi ignudi al guinzaglio e
frustati, sodomizzati, torturati, costretti a deglutire polenta
infarcita di chiodi. La magistratura accusò il produttore Alberto
Grimaldi di "Corruzione ai minori e atti osceni in luogo
pubblico": c’è da chiedersi quanto sia morale far recitare dei
ragazzi in quelle condizioni. Se lo chiesero gli attori stessi che, sul
set, si ribellarono. Il vero stupratore è Pasolini, a buon o mal fine
che sia. Il crudo antinferno dei sodomiti, ambientato nella Villa
Mazzacurati di Bologna, fa qualche allusione politica (chi si ribella ha
il pugno chiuso, chi soccombe invoca Dio) e alla lunga diventa monotono.
Viva l’autoironia di EL TOPO.
Niccolò Rangoni |