SALO' O LE 120 GIORNATE DI SODOMA
(Pier Paolo PASOLINI)

Italia - 1975
con Paolo Bonacelli; Giorgio Cataldi; Umberto Paolo Quintavalle; Aldo Valletti; Hélène Surgère; Sonia Savange; Caterina Boratto; Elsa De Giorgi; Ines Pellegrini

 

Repubblica di Salò: quattro fascisisti e quattro meretrici rapiscono sedici giovani, fra maschi e femmine, e abusano di loro sessualmente.

Abuso di potere, abuso sessuale del potere: immondo, turpe, disgustoso, squallido, ultimo atto di Pasolini, ucciso prima dell’uscita del film. L’autore fa scandalo della crudeltà di un microcosmo aberrante, rappresentandolo con (troppa) dovizia di particolari e, prendendo le mosse da "Le 120 giornate di Sodoma" di De Sade, finisce con fare scandalo fine a se stesso. Indignato dal conformismo e dal torpore imperante nel presente, Pasolini voleva colpire il pubblico allo stomaco: il porno cinematografico d’autore confonde, così, l’etica e l’estetica per rappresentarla. Adottando uno sguardo distaccato (prevalgono i campi lunghi, i prigionieri non hanno volto), lucido e maniacale (compiaciuto? Pasolini non era certo un moralista in fatto di costumi sessuali aberranti), l’allegoria rappresenta e non commenta, in una soggettiva che soffre di sdoppiamento di personalità: è quella grottesca dei porci fascisti, quella dell’osservatore neutro, del provocatore, del censore ipocrita solleticato dalla lascivia bestiale? Tale ambiguità umilia senza fare indignare, lo spettatore subisce la stessa mercificazione e mortificazione delle vittime sulla scena, senza il moto consolatorio di un processo d’identificazione compassionevole, impaurito (altro che senso di rabbia!), disgustato, soffocato dalle depravazioni, dalle feci, dal sangue, dai banchetti di merda, dai corpi ignudi al guinzaglio e frustati, sodomizzati, torturati, costretti a deglutire polenta infarcita di chiodi. La magistratura accusò il produttore Alberto Grimaldi di "Corruzione ai minori e atti osceni in luogo pubblico": c’è da chiedersi quanto sia morale far recitare dei ragazzi in quelle condizioni. Se lo chiesero gli attori stessi che, sul set, si ribellarono. Il vero stupratore è Pasolini, a buon o mal fine che sia. Il crudo antinferno dei sodomiti, ambientato nella Villa Mazzacurati di Bologna, fa qualche allusione politica (chi si ribella ha il pugno chiuso, chi soccombe invoca Dio) e alla lunga diventa monotono. Viva l’autoironia di EL TOPO.

Niccolò Rangoni

 

 

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