ECCO L'IMPERO DEI SENSI
(Nagisa OSHIMA)

Jap/Fra - 1976
con Tatsuya Fuji, Eiko Matsuda, Aoi Nakajima, Melka Seri, Taiji Tonoyama, Kanae Kobayashi


L'IMPERO DELLA PASSIONE
(Nagisa OSHIMA)

Jap/Fra - 1978
con Kazuko Yoshiyuki, Tatsuya Fuji, Takahiro Tamura, Takuzo Kawatani

 

ECCO L’IMPERO DEI SENSI
Giappone, 1936: un uomo intreccia una relazione sessuale con la cameriera. Finirà in estatica tragedia.

L’IMPERO DELLA PASSIONE
Giappone, fine ‘800: una donna tradisce lo sposo con un uomo molto più giovane. Gli amanti decidono di liberarsi del terzo incomodo, ma il crimine non (ap)paga.


A Chi Servendo Impera

Due storie di amori proibiti; due coppie di amanti travolti da una passione totalizzante e autodistruttiva, ignara di vincoli sociali o d’altro tipo; due film girati a due anni di distanza da uno dei più raffinati artefici d’immagini d’origine giapponese; due opere speculari e opposte nei modi e negli esiti, che lottano e si sostengono a vicenda. Nei film in questione è dipinto, con un gusto figurativo in fragile e prezioso equilibrio tra una fulgida tradizione orientale e un impudico shock per occhi occidentali, un legame pericoloso per il corpo e lo spirito, che inizia con un’occhiata, un gesto qualunque, e culmina in una fine che è unione eterna e irreparabile. Più dei rapinosi baratri erotici, al regista interessa l’immagine del desiderio, il riflesso (negli occhi, nelle cose) di un amore che è distruttiva mania di congiungimento e folle timore di separazione: né con te, né senza di te, come un’altra coppia di amanti folli (occidentali). La Morte è frutto dell’Amore, nient’altro che il prodotto di una fatale (in ogni senso) pulsione di vita.
Ne L’IMPERO DEI SENSI (l’ECCO inserito nel titolo italiano è una fanfara ipocrita e del tutto ingiustificata, vedi sotto) la passione devastante che lega la ninfomane Abe Sada e il divertito (almeno all’inizio) Kitzi si risolve in una serie di cerimoniali che si susseguono come brechtiane stazioni lungo la via di un amore doloroso e crudele: gli amanti sono autori, registi, interpreti di un mondo a sé stante, in cui le categorie della vita quotidiana (il matrimonio di lui, ma anche le consuetudini e i limiti delle attività sociali, dal pranzo all’accoppiamento) perdono significato. Nulla esiste più, se non in funzione e in obbedienza alle regole del gioco rappresentat(iv)o, chiuso in un paio di eleganti camere, aperto all’esterno in pochissime occasioni (anche sotto la pioggia gli amanti non smettono di vedersi vivere e di farsi, improvvisando una pantomima). Il teatro (le pareti scorrevoli, chiuse nella prima e nell’ultima inquadratura, il trionfo dei kimono, le parrucche e gli strumenti musicali) si muta in simulazione non-simulata (i tratti hardcore, risolti con una sobrietà consapevolmente al limite del raccapriccio); il destino dell’uomo (e della donna) è segnato da un filo rosso, brillante come una lama nel buio. All’opposto, L’IMPERO DELLA PASSIONE immerge con decisione (non senza forzature) trama e personaggi in un mondo esterno insieme complice e ostile, in una Natura mutevole e occultatrice, abitata da cadaveri ciarlieri e taciturne ossessioni. Infrangere l’equilibrio universale conduce alla morte, che, come in ogni melodramma che si rispetti (dalla Norma in giù), riunisce gli opposti e li porta ad ammettere una sotterranea identità. All’abbacinante rigore del film precedente si sostituisce un tocco sensibile, fin troppo compassato, che perde in lucidità quello che guadagna in pathos e in calligrafia; l’elemento fantastico è lontanissimo dalla raggelante perfezione della visione di morte contenuta nel prefinale de L’IMPERO DEI SENSI.
Nota all’edizione italiana de L’IMPERO DEI SENSI: mancano (almeno) 16 minuti di girato, e quel che resta è conciato male, anche per colpa di un doppiaggio odiatoriale, più che amatoriale. ECCO un pessimo servizio reso al cinema, e una palese derisione dell’intelligenza dello spettatore.

Stefano Selleri

 

 

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