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La
Bellezza tra i rifiuti
Questo
straordinario dittico newyorkese è forse il frutto cinematografico
migliore prodotto dall'eccentrica "Factory" di Wahrol.
Concepito dal talentuoso ed anarchico Morrissey, scritta sul corpo del
suo attore feticcio Joe Dallesandro e popolata di folli personaggi più
veri del vero, ripresi senza mediazione da una cinepresa che non arretra
davanti a nulla e che mostra senza remore il brutto, lo sporco, il
cattivo accanto alle forme adamitiche del protagonista, l'opera
rappresenta uno dei più acuti, illuminanti esempi di quella che fu la
"controcultura" americana della fine degli anni 60, quella che
il cinema aveva descritto e "addomesticato" in film comunque
dignitosi tipo "Fragole e sangue". Sono film volutamente,
politicamente sgradevoli, al di fuori delle regole, contro le regole.
"Flesh" è del fatidico 1968. I titoli di testa scorrono come
insegne: inizia lo spettacolo della "carne". La prima
inquadratura ci mostra, in primo piano, il modello/corpo senz'anima Joe
Dallesandro: tutti i film di Morrissey saranno una commovente e spietata
ricognizione del suo corpo perfetto come una scultura di Fidia. La
macchina da presa procede con zoom in avanti, quasi degli "schiaffi
ottici", provocatorio rifiuto dei canoni della messa in scena
hollywoodiana. Non si tira indietro davanti a nulla, non dissolve, non
oscura, persiste ostinatamente nella sua assoluta aderenza al vero, al
reale, secondo le scelte estetiche del cinema di Warhol (si ricordino
"Nude restaurant", "Lonesome Cowboys" ma anche il
teorico "lavoro sul tempo nel cinema" "Empire"). E'
mattina, Joe è letteralmente buttato giù dal letto dalla compagna
bisessuale che lo prende a cucinate per mandarlo a "battere" i
marciapiedi della grande mela. Joe è completamente nudo e la macchina
da presa mostra tutto, sesso ed erezioni incluse. Dopo il prologo del
letto, una scena inaspettata: Joe gioca con un bambino, suo figlio. Le
sue mani robuste porgono all'infante piccoli pezzi di dolce. E' una
scena semplice e bellissima, un lampo di umanità nel generale
squallore. Joe, con bandana rossa e jeans attillati, percorre le strade
di New York alla ricerca di uomini e donne disposti a pagare per una
prestazione sessuale. Nella città il sesso è una prestazione
come tante, è merce da vendere al miglior acquirente. Tra i clienti Joe
incontra un artista omosessuale attempato (quasi un doppio
somigliantissimo di Warhol) che lo paga per fotografarlo in pose che
richiamano la grande scultura greca (il discobolo su tutti). La voce
dell'artista nel film è forse la voce dell'artista del film:
"Siamo nel mondo dell'immaginazione...tu sai che tra i grandi
uomini molti erano dei magnifici atleti...non so se nell'arte tu
preferisci Michelangelo che ha appiccicato sulla volta della cappella
Sistina l'umanità intera...con quel maschio che sembra amorale, che
sembra un dio; ma quello è un dio, tiene un bambino sul braccio ed ha
un viso stupendo...quante le statue antiche che sembrano fatte per
somigliare a te...sono apparizioni. Hai presente il discobolo, è da
questi atleti che derivano tutti i grandi artisti". E' facile
riconoscere nel corsivo e non solo, in questa whitmaniana celebrazione
della bellezza e dello splendore del corpo, una chiave di lettura
dell'intero film (anche Joe è un dio, è un maschio amorale, "con
un bambino sul braccio"). Joe guarda l'artista perplesso, non
capisce, è una bellezza "inconsapevole", ingenua e crede di
star perdendo tempo. "Voglio vederti come discobolo...devi dar
l'idea della continuità della linea." prosegue l'uomo che poi,
illuminato dalla visione sublime del corpo di Joe, continua: "E'
quello che si dice il culto del corpo. Io credo che questa sia la grande
forza che sta dietro le grandi arti di questo mondo...se abbassi la
guardia, perdi il meglio della vita...il culto del corpo è innato
nell'uomo ma se l'edonismo si massifica e uccide l'entità di ognuno
succede che vanno tutti in palestra e si fanno delle gran pippe...prima
il corpo, sempre prima il corpo...è il culto pagano che poi diventa
rituale dei morti...che mondo di merda!". Sembra il delirio di un
povero vecchio ma nelle sue parole, apparentemente "in
libertà", risiede il senso del film. Joe è un capolavoro di carne
e di sangue, è una statua che parla alla faccia di Michelangelo,
un'opera d'arte sublime come un dio pagano, amorale come un personaggio
di Camus, incarnazione inconsapevole dell'Idea di Bellezza, struggente
ed oggi sfruttata, violentata, mercificata esattamente come l'arte
figurativa nella società dei consumi. Questo "Flesh" è un
whitmaniano inno alla Bellezza sfuggente, colta dal cinema, morte al
lavoro, sfida al tempo che tutto distrugge, nel suo momento di massimo
fulgore. Scrive Withman : "The love of the body of man and woman
balks account/ the body itself balks account/ that of the male is
perfect, and that of the female is/ perfect./ The expression of the face
balks account,/ but the expression of a well-made man appears not only/
in his face,/ it is in his limbs and joints also, it is curiosly in the/
joints of his hips and wrists,/ it is in his walk the carriage of his
neck, the flex of his/ waist and knees, dress does not hide him,/ the
strong sweet quality he has strikes through the/ cotton and broadcloth/
to see him pass conveys as much as the best poem,/ perhaps more,/ you
linger to see his back and the back of his neck and/ shoulder-side."
("I Sing the Body Electric"). Gli insistiti primi piani e la
macchina da presa che carezza voluttuosamente il corpo perfetto hanno
l'ambizione di restituire allo spettatore, uomo o donna, l'idea di una
perfezione offesa dall'imperfezione corruttrice del mondo moderno, che
il potere del cinema ha eternizzato prelevandola dal naturale fluire
delle cose e, citando l'artista, "appiccicandola sulla volta della
cappella Sistina" ovvero fissandola su pellicola. La carne,
occultata dal cinema, diventa, nel 1968, la materia dell'arte di un
nuovo cinema non allineato, fuori degli schemi, "composto" per
i posteri come gli ultimi quartetti di Beethoven. Joe incontrerà,
nell'arco di una giornata, figure amabili e ai margini della società:
transessuali o travestiti che vivono nel culto dell'Ava Gardner della
"Contessa scalza"; donne che vorrebbero rifarsi le tette e che
adorano la fellatio ("non si fanno queste cose davanti a Joan
Crowford" le dice il travestito doppiato in italiano da Vladimir
Luxuria). L'espressione del viso di Joe rimane la stessa,
imperturbabile, immobile come una statua. "Sono belle le cose in
movimento" dice un personaggio del film e proprio sulle forme pure
e impure in movimento Morrissey ha edificato la sua poetica. Il film,
dalla struttura circolare, si chiude così come era iniziato: un corpo
nudo, un ragazzo stanco in un primo piano che, per verità e bellezza,
toglie il fiato.
Anche i titoli di testa di "Trash", uscito in Italia con un
doppiaggio eccellente curato da Pier Paolo Pasolini e Dacia Maraini,
sono scritte oblique al neon che scorrono sullo schermo (chiaro
l'intento di giocare con gli stereotipi del cinema-spettacolo di
Hollywood). Se "Flesh" era un inno alla bellezza,
"Trash" è un'elegia funebre sulla decadenza fisica e morale.
La prima immagine del film mostra il fondoschiena foruncoloso di Joe. La
sua bellezza è meno abbagliante che in "Flesh" e il
personaggio sembra alla ricerca della morte e dell'autodistruzione.
"Peccato che non sei più come prima" gli dice la stessa donna
che in "Flesh" sognava di rifarsi il seno. La ragazza ha modo
di sfoggiare tette siliconate ma Joe, reso impotente dalla eroina,
sembra non farci caso. I continui zoom ci mostrano corpi sporchi,
sfatti, rifatti o in cerca di disfacimento. "Ti eccita la politica?
Le notizie sono sempre brutte" dice la donna. La volontà di fuga,
da una città spietata così come da un paese coinvolto in sanguinose
guerre imperialiste - il regista fa cenno direttamente alla guerra in
Vietnam una sola volta nel film, facendo dire ad una mogliettina di
porcellana: "Mio fratello australiano non
andrà più in Vietnam, ci manderà un canguro con un apribottiglie
avvitato sulla testa"- è chiara ma impossibile. Joe, stanca
presenza spettrale, è come uno dei tanti rifiuti raccolti ai margini
delle strade. Il film del 1970 è più "beat" del precedente,
più burroughsiano, quasi un crudo spaccato sullo squallore che precede
e segue lo "sballo", sulla fallacità delle facili fughe,
sulla falsa apparenza delle scimmie che danzano sulla schiena (immagine
tipica nel mondo allucinato dell'autore del "Pasto nudo"). I
dialoghi sono elementari e diretti e le numerose scene della
somministrazione di eroina per endovena sono "oggettive"
(senza facili effetti psichedelici) e terribilmente efficaci (quanto
siamo lontani dal compiacimento di "Christiane F"!). La prima
di esse non è accompagnata dalla solita musica dei Doors ma dai versi
di Allen Ginsberg che le fanno da controcanto amaro e disperato, grido
di dolore di un poeta che vedeva morire tra le proprie braccia gli amici
di un tempo ("Spazzatura della mente, spazzatura del mondo. L'uomo
è mezza spazzatura.Tutta la spazzatura nella tomba.Vogliono sapere che
cosa accade quando sono marcito perché sto già marcendo: mi cadono i
capelli, mi è venuta la pancia, non ho più voglia di sesso, il mio
cazzo si trascina nell'universo che conosco troppo"). "Serve
proprio sapere come si è da morti?" recita la donna proprio nel
momento in cui l'ago entra nelle vene. "Le vere libertà dell'uomo
sono la droga e l'omosessualità. Drogatevi e amate le persone del
vostro stesso sesso" disse provocatoriamente, con ironia, il poeta
di "Kaddish". Il culto della materia e del corpo in perenne
fase di decomposizione nel progressivo avvicinarsi alla morte è proprio
della poesia di Ginsberg e Morrissey la traduce in immagini "nude e
crude". La sporcizia ("puzzi come un cesso"), le zecche
(come nel film italiano che più assomiglia agli esperimenti
morrisseiani: "Anna" di Alberto Grifi e Massimo Sarchielli ),
il nudo assoluto (fisico e morale), il sesso, l'impotenza,
l'autodistruzione, la morte ("La tua pelle è un po' marcia. Cosa
me ne faccio di questo cadavere?): su questo Morrissey ha realizzato il
suo film più sconvolgente e "scandaloso". L'opera, ma
idealmente l'intero dittico, si chiude con una trappola ordita ad un
assistente sociale feticista: per ottenere il sussidio la compagna di
Joe si finge incinta. Nella casa arredata con i rifiuti della città, un
capolavoro di "arte povera", il valente assistente rimane
allibito, affascinato ("Ma quelle scarpe sono MAGNIFICHE!...Voi
siete due figli dei fiori, no?) al punto da ricattare la coppia
("Se vi concedo il sussidio, lei mi regala le scarpe?"). La
scoperta della falsa gravidanza fa saltare l'accordo ("Morirete
nella miseria!"). L'ultimo, rassegnato scambio di battute tra Joe e
la compagna è quasi commovente e rivela l'amore che il regista nutre
per i suoi personaggi: "Ora che facciamo, Joe?" chiede la
donna; "Facciamo quello che abbiamo sempre fatto" risponde Joe;
"Ho visto dei bellissimi rifiuti nella ventesima strada...".
Fine.
Manuel Billi |