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Ferito in un incidente d’auto mortale, incontra
la moglie del deceduto e, con la sua compagna "scambista", fa
conoscenza di Vaughan, profeta di una setta adoratrice della carne
martoriata nei sinistri.
Lontano dal gore allegorico di BROOD e IL DEMONE SOTTO LA PELLE (di cui
ritorna il luogo-ospedale), Cronenberg revisiona il cinema
macabro-intellettuale degli esordi amatoriali (STEREO, CRIMES OF THE
FUTURE): l’estrema, scioccante morbosità concettuale e figurativa
colonizza la materia grigia dello spettatore, turba morale e coscienza
attraverso le pareti rettali, la carne e gli attributi fisici. Prendendo
le mosse dal romanzo di J.G. Ballard (il personaggio di James Spader
porta il suo cognome), il regista riconsidera l’Ordine della Nuova
Carne, modellata dalla tecnologia e dalla fusione con il metallo,
allevata nella dolorosa richiesta di piacere (sessuale): la ricerca di
infortuni, morte e supplizio, in quanto pratica "illecita", è
intimamente legata al godimento erotico, al fascino del proibito, alla
perversione più aberrante di una fantasia/fantasma tipica dell’essere
umano. Il WEEKEND (Godard) di Cronenberg inscena un congresso carnale
dietro l’altro, speso di preferenza in macchina (estensione genitale
per eccellenza), lungo superstrade come flussi di spermatozoi o
termostati del desiderio (il traffico che aumenta, diminuisce) e
all’apice eiaculatorio durante la "penetrazione", cioè
l’incidente, il "crash" (il "metallo" di due
individui si fonde; le auto sono "personalizzate", hanno una
storia, un’anima).Non esistono frontiere, la stessa omosessualità fa
parte di un gioco ancor più sadico, attirato dagli ematomi, dalle
cicatrici (a forma di vulva), dalle malformazioni (la povera Arquette
senza un seno e con le gambe di metallo), dalle mortificazioni della
"polpa" (vedi l’"amplesso" fra Spader e Vaughan,
che fanno combaciare le due metà del tatuaggio con il marchio della
Chrysler), dalla lascivia orgiastica, dal voyeurismo patologico (foto e
video sugli incidenti mortali), dal feticismo più assurdo (reinscenare
i più grandi incidenti d’auto della storia: quello di James Dean, di
Jane Mansfield). La fotografia è algida, i piani sequenza conducono un
intenso ritmo statico sottolineato dalla chitarra psichedelica di Howard
Shore, i punti di inquadratura sono allucinati. Cronenberg non fa morale
né provocazione fine a se stessa: il suo è uno schietto quanto
parossistico apologo sul torbido sesso o, meglio, su ciò che per noi è
torbido del sesso e per lui è un oggetto di studio scientifico come un
altro. Nel binomio sensualità/orrore, veniamo posti a confronto con le
nostre perversioni più recondite, con i limiti/non limiti che la nostra
mente crea attorno al piacere ed i suoi tabù. Maledetto, beatamente
indecente come L’IMPERO DEI SENSI di Oshima, il cinema di Cronenberg
dona catarsi violentando la mente nelle sue preconcette definizioni di
Bene e di Male.
Niccolò Rangoni |