|
Mario Cioni è un ragazzo povero e ossessionato dalle donne. Ama
Berlinguer, non crede in Dio, ha una madre possessiva.
E’ l’ARANCIA MECCANICA becera
nostrana, VM 18 per i turpiloqui che la contraddistinguono, insieme a
bestemmie, squallore sessuale e dissacrazioni varie. Come nel film di
Kubrick, l’oscenità non è gratuita ma sintomo di una condizione di
malessere, espressione viva di un sottoproletariato
contadino/provinciale senza soldo e fica, incazzato e messo alle corde,
abbandonato dal cinema dopo Pasolini (padre putativo della pellicola).
Il fratello minore di Bernardo e il comico toscano Benigni esordiscono
al cinema con un feroce ciclone nella stantia produzione italiana e
l’alchimia è memorabile: irrefrenabile, volgarissimo, sconclusionato
Benigni; più lirico, portato a dare senso Bertolucci, abile
nell’incanalare questa forza della natura senza erigere argini troppo
alti, lasciandola libera di esprimere la sua geniale trivialità. A
Bertolucci si deve il merito di aver valorizzato per primo quella che
diventerà una gloria nazionale (più edulcorata): per lui scrisse, nel
1975, il monologo "Cioni Mario fu Gaspare di Giulia" con il
personaggio che approdò in Tv ("Onda Libera", 1976) e qui al
cinema. La giustapposizione stravagante di due personalità opposte
diventa anche stilema cinematografico: in apertura, Bertolucci parte con
un carrello in avanti e osserva divertito i manifesti cinematografici di
una provincia innamorata dei soft-core, gioca di classe con l’equivoco
di un vecchietto che spara, compone una raffinata comicità surreale,
osserva gli astanti con passo ponderoso ed illuminante; poi irrompe
Roberto, squarcia la tela con "Cacca, piscia e merda". I due
si riconciliano con il carrello, stavolta all’indietro, che vede
uscire il protagonista e poi, lateralmente, lo segue in un infinito
sproloquio di sozzerie incredibili che chiosano l’amara poesia
dell’opera. Mentre Cioni continua a parlare di seghe, alle prese con
una mamma asfissiante, ammiratore del Berlinguer-spaventapasseri
(celebre il vero incontro fra Benigni e Berlinguer al festival
dell’Unità, quando il primo tentò di prendere il secondo in
braccio), imitatore assatanato di Charlot (la sequenza muta in cui
canzona la zoppa), il regista sciorina allusioni politiche, sociali e
religiose con la Casa del Popolo, il femminismo, il parallelo fra prima
masturbazione spontanea e Comunismo (entrambi indicano la via, poi c’è
da godere!), l’asserzione che Dio esiste solo per i felici e il
romanticismo è impossibile nei bassifondi (la poesia d’amore
declamata alla madre con il sottofondo di un latrato di cani).
Encomiabile il coraggio di Alida Valli nell’aver accettato il ruolo:
Bertolucci e Benigni non si preoccupano certo di trombare anche la
mamma: se il cazzo chiama!
Niccolò Rangoni |