|
"Copulare è una faccenda molto seria, i risultati sono pochi
a parte le malattie e la tristezza" su queste stentoree
affermazioni si apre una rappresentazione teatrale (siamo nel 1659) alla
presenza di Cosimo De' Medici: si narra di un miracoloso bambino nato a
Macon, città in ginocchio per la carestia e per un'epidemia di peste (e
la prima evocata frase, assieme a un'altra - "ricordate quando
giacere con il compagno era un piacere" faranno parlare molti
di AIDS), da una vecchia repellente. L'avvenimento sembra avere del
sovrannaturale. La sorella del neonato pensa di sfruttare l'evento e si
fa passare per la madre vergine del bambino che diviene presto oggetto
di culto e di adorazione, fino all'estremo atto della spartizione del
suo corpo, una volta che questi sarà ucciso.
Quello
che apparentemente è il più nero, truce, violento e repellente film di
Greenaway è in realtà il suo gioco più ironico, costruito e complesso.
Sfrondiamo il campo dalle apparenze e liquidiamo subito la questione
"scene scomode" (due su tutte) ancora oggi alla base del tacito
ostracismo televisivo del film (film che, sia detto, ha un visto
censura - n.89202 del 15\12\1993 - "PER TUTTI" che reputo del
tutto ingiustificato ma che, paradossalmente, potrebbe consentirne una
visione in prima serata - quante teste cadrebbero?-): la prima è quella
della vergine che si dichiara madre della creatura miracolosa (ne è la la
sorella, in realtà) di azzurro vestita in una stalla con tanto di bambino
nella mangiatoia, bue ed asinello, che sta per concedersi carnalmente al
"Giuseppe" della situazione e che viene fermata da un sortilegio
del bimbo che vuole preservare la sua millantata nascita miracolosa,
aizzando il bue e facendo sì che incorni il quasi defloratore (è sì la scena
più iconoclasta degli ultimi anni ma, se riusciamo un attimo a
distaccarci dalla visione deferente del devoto, non si può negare la
sottile arguzia nel reinventare un topos dell'immaginario religioso
usandone, con giocosa perversione, tutti i suoi elementi; in questo senso
si comprende la risposta di Greenaway alle accuse di blasfemia:
"visto che sono ateo non credo di poter essere blasfemo"); la
seconda è quella dei 208 stupri (13+13+13+13X13) di fila, un magnifico
piano sequenza, il più lungo mai girato dal regista, in cui non si vede
nulla (e questo è il guaio, ché l'immaginazione fa molti più danni) e
che fece sobbalzare la sempre sensibile Bignardi ("un film
incontestabilmente odioso... Confesso di non aver retto..."), portò
il pubblico di Amburgo a insorgere bollando il regista come
"pornografo" e a Gerusalemme a considerare la pellicola il
"Versetti satanici" cristiano. Messo da parte anche il coté
tematico (un ritratto della voracità della Chiesa, la critica al
consumismo contemporaneo che mercifica tutto, bambini compresi, e usa
immagini accattivanti per imporsi - ricordiamo che l'idea centrale del
film nasce dall'osservazione di due immagini pubblicitarie, tutt'altro che
rassicuranti, di Oliviero Toscani che Greenaway molto apprezzò -, l'abuso
della fede e della superstizione) e quello rappresentativo (il film è
ambientato in epoca barocca, costituendo il secondo capitolo, dopo
PROSPERO'S BOOKS, di una mai completata trilogia, e del barocco - che
affascina Greenaway per i suoi impasti di ombre e luce, per la sua
tendenza alle illusioni visive, alle magie dell'artificio che molto si
avvicinano alle caratteristiche del cinema e per essere uno stile
enfatico, postclassico e "multimediale" - mutua i meccanismi
teatrali, i riferimenti figurativi - Carpaccio, Bellini, Crevalcore - e
musicali - Corelli, Monteverdi, Frescobaldi, Purcell: il film è il primo
del regista dopo il divorzio da Michael Nyman che doveva farne un'opera
lirica -), sottolineata la fiammeggiante e sontuosa messinscena, i
simbolismi (a cominciare, come ne IL CUOCO, dai colori: il rosso del
Sangue e dell'Uomo, il nero della Morte, l'oro del Potere e della Chiesa),
la propensione, tutta studiata, per i quadri
d'insieme e i piani lunghi (i primi piani sono ridotti al minimo, ancora
più del solito) nei quali il regista muove la macchina da presa come mai
prima di allora (non solo le collaudate e riconoscibili carrellate
laterali de IL CUOCO o PROSPERO ma anche splendidi e aerei dolly), messo
tutto ciò in rilievo, quello che realmente mi preme è esporre il
complicato disegno dell'opera che si snoda su cinque livelli, come
mirabilmente illustrato da Domenico De Gaetano. A un primo livello vi è
la rappresentazione teatrale, il dramma in tre atti, due intervalli, un
prologo e un epilogo, rappresentato di fronte a Cosimo De' Medici in una
città dell'Italia Settentrionale. A un secondo livello vi è un
"reale" (ma quanto? Lo vedremo) retroscena con gli attori che
parlano dei ruoli da ricoprire e la cui apoteosi si raggiunge con
l'attrice che viene "realmente" (ma quanto? Lo vedremo) stuprata
e uccisa sul palco, approfittando della "finzione" scenica
(quale? Lo vedremo). A un terzo livello vi è il pubblico aristocratico ed
ecclesiastico e, tra questi, soprattutto, Cosimo che entra nella stessa
rappresentazione, non solo commentando quanto vi avviene, ma determinando
anche alcune, non certo minori, svolte tramiche. Proprio Cosimo si pone
come elemento chiave della sciarada greenawayana ponendosi all'esatto
confine tra "realtà" e "finzione" (quali? Lo
vedremo). A un quarto livello vi è il pubblico "vero" (quanto?
Lo vedremo) di trecento persone che assiste al masque e che, col
mutare degli spazi della rappresentazione si muove con essa e che,
intervenendo alla stessa spartizione del corpo del bambino e comunque
partecipando attivamente alla performance, insinua il dubbio di
un'ulteriore "finzione" che si perpetua. Tale dubbio si
scioglierà alla fine del film con la rivelazione di un quinto livello: il
dramma finisce, il pubblico applaude; quel pubblico d'un tratto si volta
per salutare a sua volta: anche la corte di Cosimo e i trecento spettatori
sono attori, attori che interpretano, nel dramma, il ruolo del pubblico.
La camera di Greenaway con un'ulteriore carrellata all'indietro scopre
infine un'ulteriore fascia di pubblico, mai vista fino ad allora, che ha
assistito allo spettacolo (Il dramma all'interno del teatro, con tutte
le sue inverosimiglianze e incongruenze è stato dunque allestito per
loro. Gli interventi apparentemente spontanei di Cosimo sono dunque
previsti dallo stesso dramma, il pubblico è parte integrante della
recitazione e gli avvenimenti "reali" risultano inclusi nel
processo di finzione collettiva. D. De Gaetano): tutto ciò a cui
abbiamo assistito, dal primo al quarto livello, era parte di una
rappresentazione a uso e consumo dell'ultima fascia di pubblico. Tutto era
fittizio, nessun attore è realmente morto, nulla di quello che
abbiamo visto era "reale" in assoluto, ma solo nel suo
particolare livello comunque meramente (e dunque finzionalmente)
rappresentativo. Anche quel pubblico si volterà a sua volta a ricevere
l'applauso del pubblico della sala cinematografica, ultimo anello di una
catena potenzialmente infinita.
Molto altro ci sarebbe da dire, a cominciare dalla riconsiderazione,
destrutturazione e ricostruzione degli elementi della rappresentazione
teatrale come punto di partenza per giungere al cinema come "spazio
cubista" o ancora riguardo al ruolo del pubblico (parallelamente al
film uscì un volume fotografico del regista, THE AUDIENCE OF MACON, in
cui Greenaway narrava sinteticamente le vite di 100 spettatori della
rappresentazione) che evidentemente conosce a memoria l'opera alla quale
assiste e che ne anticipa le battute o ne recita all'unisono gli
ossessionanti ritornelli (evidente riferimento a una pratica rituale
odierna su film culto come THE ROCKY HORROR PICTURE SHOW) e che è
inglobato nella messinscena come parte integrante della stessa innescando
il sofisticato gioco di specchi cui abbiamo fatto cenno, ma rimando, per
questi ed altri temi, alle molte trattazioni di cui il film, in questi
anni, è stato fatto oggetto. Certo che con queste premesse (blasfemie,
violenze, complessità strutturali, disgusti vari ed eventuali) il
risultato non poteva che essere quello che di fatto è stato: un suicidio
commerciale e critico (ma il film è stato in seguito, come dicevo,
ampiamente rivalutato), un meraviglioso fallimento, l'ennesimo del
pervicace regista gallese che al sogno hollywoodiano continua ad opporre i
suoi personalissimi incubi che, in questo caso (lo dico con
l'inflessibilità che mi deriva da una delle poche certezze che ho
raggiunto in questi anni a livello cinematografico), assumono la forma e
la sostanza del capolavoro.
Luca Pacilio |