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SITCOM
PRODUZIONE: Francia - 1998 - Grottesco
DURATA: 80'
INTERPRETI: Evelyne Dandry, François Marthouret, Marina et Adrien De Van, Stéphane Rideau, Lucía Sánchez, Jules-Emmanuel Eyoum Deido
SCENEGGIATURA: François Ozon
FOTOGRAFIA: Yorick Le Saux
SCENOGRAFIA: Angélique Puron
MONTAGGIO: Dominique Petrot
SUONO: Benoît Hillebrant
MUSICHE: Eric Neveux |
Un grazioso topolino bianco sconvolge gli equilibri di una famiglia alto-borghese.
Figli e Amanti
Nello spirito, questi film [i primi cortometraggi] assomigliavano già un po’ a
Sitcom. In uno [cfr. Une photo de famille] ammazzavo persino i miei genitori! Hanno accettato di fare la parte dei morti dicendomi: “È un’ottima terapia. Così non sarai obbligato a farla nella realtà”.
Il Teorema del giovane Ozon: la famiglia è un aggregato di figure prematuramente spente e rabbiosamente ripiegate su se stesse, ma basta un intervento dall’esterno (per quanto, in apparenza, insignificante) e le carte si rimescolano, le ombre si intrecciano, le ossessioni e le fobie più inconfessabili (non per questo impresentabili) toccano la superficie, trasformando un pantano discretamente fascinoso in una torbida Piscina nella quale i conflitti più sanguinari assumono una rosata sfumatura terapeutica. E la risoluzione dei complessi prevede una catarsi al fiele. Di solito letto (e deriso) come un esercizio grottesco borioso e incontrollato, Sitcom è, come indica il titolo, una commedia di situazioni (tragiche, in senso attico) che gioca spensieratamente (e senza pietà) con stereotipi e tabù di origine teatrale/cine/televisiva (dalla domestica esotica alla paralitica sadomaso) e non ha paura di schizzare i suoi Parenti terribili (il sipario rosso, i tre colpi sulle tavole di un invisibile palcoscenico) servendosi delle armi di un racconto filosofico denso di sfondi onirici e scatti surrealisti, oltre la porta (soc)chiusa del gore più soffocante. Tetra e luminosa Marina De Van (interprete di Regarde la mer e futura cosceneggiatrice di Sotto la sabbia e 8 donne e un mistero). 
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AMANTI CRIMINALI
PRODUZIONE: Francia - 1998 - Drammatico
DURATA: 90'
INTERPRETI: Natacha Régnier, Jérémie Renier, Miki Manojlovic, Salim
Kechiouche, Yasmine Belmadi
SCENEGGIATURA: François Ozon
FOTOGRAFIA: Pierre Stoeber
SCENOGRAFIA: Arnaud de Mauleron
MONTAGGIO: Dominique Petrot
SUONO: François Guillaume
MUSICHE: Philippe Rombi |
La bella Alice convince il suo giovane amico Luc ad aiutarla a uccidere un coetaneo. Fuggono insieme e si perdono nel bosco…
Fuga e sesso con i mostri
L'idea per questa storia deriva da una mia vecchia passione per la cronaca nera e le fiabe. Volevo mescolare questi due generi. [...] A priori, tutto li separa... eppure sono ugualmente cupi. Spesso, i temi sono gli stessi: omicidio, abbandono, incesto, suicidio... ed esercitano lo stesso fascino su adulti e bambini.
Giochetti sessuali da
Vogue impubere, corpi carezzati dall’acqua, sguardi (e) omicidi. Il regista avvia con brio stralunato e tagliente un noir adolescenziale e suburbano che scivola, attraverso un bosco di matrice disneyana (Biancaneve e i sette nani), in un horror squisitamente stilizzato, in imperturbabile (e a volte irritante) equilibrio tra fiero raccapriccio e sghignazzata complice; le bestiali pulsioni presenti nel prefinale di Sitcom sono esasperate, raffinate, approfondite. Un doppio legame triangolare e (a)simmetrico, riprodotto (contraffatto?) nelle sue linee essenziali, anni luce da tutto quello che è abitualmente ritenuto visibile/accettabile: dialoghi surreali, dettagli tanto “perversi” da suonare kitsch (ma non per questo innocui), geometrie visive patinate e floreali, imbevute di lacrime e sangue. Il crimine è l’unico sentiero verso (la finzione del)l’amore? Sarà il tempo (8 donne e un mistero) a dirlo.
Nel 2001, l'autore ha rimontato l'opera (Nella sceneggiatura originale, il racconto si sviluppava in ordine cronologico; al montaggio avevamo destrutturato questa cronologia. Tre anni dopo, ho avuto voglia d’immergermi nuovamente nel montaggio del film e di provare a raccontare questa storia in un modo diverso: così recita il cartello posto all'inizio della nuova versione), cambiando l'ordine di alcune scene e operando piccoli ma importanti tagli. La nuova versione elimina gli elementi più violentemente grotteschi (uno per tutti: l'uccisione accidentale del coniglio e la conseguente crisi isterica di Alice) e accentua l'importanza del personaggio femminile, descritto fin dalla prima scena nei termini di un protagonismo assoluto. Alice è il primo personaggio a comparire in scena, e dalle sue visioni (la mano che disegna il profilo di Saïd, lo sguardo che inquadra Luc nel vano di una finestra) nascono le altre figure del gioco filmico. Non appare casuale che, nello stesso periodo, Ozon stesse preparando 8 donne e un mistero, altra vicenda dominata da un'adolescente manipolatrice.

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GOCCE D'ACQUA SU PIETRE ROVENTI
PRODUZIONE: Francia - 1999 - Drammatico
DURATA: 90'
INTERPRETI: Bernard Giraudeau, Malik Zidi, Anna Thomson, Ludivine Sagnier
SCENEGGIATURA: François Ozon, dalla pièce di Rainer W. Fassbinder "Tröpfen auf Heisse Steine"
FOTOGRAFIA: Jeanne Lapoirie
SCENOGRAFIA: Arnaud de Mauleron
COSTUMI: Pascaline Chavanne
MONTAGGIO: Laurence Bawedin
SUONO: Eric Devulder |
Il maturo Leopold seduce il giovane Franz. Il ragazzo si trasferisce nell’appartamento dell’uomo…
Interiors
Come ha detto spesso Fassbinder: “non esiste l’amore, ma solo la possibilità di un amore”.
Sussurri insinuanti e grida falsamente liberatorie in rarefatta e dilaniante mescolanza: l’amore è una Ronde in cui fuoco solipsistico, avversione reciproca, orrore riflesso, muta disperazione si (con)fondono con insensata, inevitabile, rigorosa crudeltà. Come una musica misteriosamente sbocciata dalla commedia di Fassbinder (resa ancora più corrosiva dal regista), Gocce d'acqua su pietre roventi inizia con levità, cresce impercettibilmente e irrefrenabilmente a ogni inquadratura, affila il rasoio di una crudeltà esacerbata e struggente su corpi e pensieri stritolati da incubi rivelatori e occulta (ir)realtà, tronca (con bruciante, segreta, etimologica compassione) l’illusione costituita dal fantasma di una libertà in grado di condurre fuori dello schermo, oltre la nitida, stritolante griglia del testo filmico. L’astratto furore di Sitcom e i molteplici labirinti di Amanti criminali trovano un’espressione di perfetta eleganza e sussurrata devastazione, presagio del claustrale esperimento di 8 donne e un mistero.

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SOTTO LA SABBIA
PRODUZIONE: Francia - 2000 - Drammatico
DURATA: 95'
INTERPRETI: Charlotte Rampling, Bruno Cremer, Jacques Nolot, Alexandra Stewart, Pierre Vernier, Andrée Tainsy
SCENEGGIATURA: François Ozon, Emmanuèle Bernheim, Marina De Van, Marcia Romano
FOTOGRAFIA: Jeanne Lapoirie, Antoine Heberlé
SCENOGRAFIA: Sandrine Canaux
COSTUMI: Pascaline Chavanne
MONTAGGIO: Laurence Bawedin
SUONO: Jean-Luc Audy, Benoît Hillebrant, Jean-Pierre Laforce
MUSICA: Philippe Rombi |
Estate. Marie e Jean giungono nella loro casa al mare. Il giorno dopo, Jean svanisce.
Mesi dopo. Di nuovo a Parigi, Marie si comporta come se Jean fosse ancora con lei.
Film blu
L’assenza del cadavere […] restituisce alla morte quello che il cadavere, nella sua brutale evidenza, tende a sottrarle: il carattere enigmatico.
Il quarto lungometraggio di Ozon è un enigma su pellicola, nitido e sfuggente al pari del soggetto che affronta: l’elaborazione del lutto, ovvero l’impossibilità di definire il reale. La vita non è adesione alla realtà fisica (e pur sempre apparente) delle cose, dei “fatti”, e neppure delirio solipsistico, ma una mediazione fra carne e spirito, sangue e respiro, una visione i cui contorni sfumati inquadrano l’anima delle cose, fondendosi – a volte – con uno dei risvolti possibili dell’apparenza. L’acqua, elemento ambiguo e mercuriale, opaca trasparenza, fonte di vita e virtuale morte, scorre in ogni sequenza, dall’incipit allo straordinario finale: la natura “com’è” (esaltata dalla fotografia curata da Jeanne Lapoirie e Antoine Heberlé) è percorsa da rintocchi surrealisti (le formiche, le mani
à la Cocteau) e lo spirito, cercando di ritrovare(/creare) una coerenza interna alle immagini, finisce per smarrirsi (forse). Sotto la sabbia è, a oggi, il lavoro più sconcertante del regista, tanto classico da risultare compresso, irreprensibile (fin troppo), comunque [come sempre (anzi, come non mai)] bellissimo a vedersi, come il volto sibillino di Charlotte Rampling. 
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8 DONNE E UN MISTERO
PRODUZIONE: Francia - 2002 - Commedia/Giallo
DURATA: 103'
INTERPRETI: Catherine Deneuve, Isabelle Huppert, Emmanuelle Béart, Fanny Ardant, Virginie Ledoyen, Danielle Darrieux, Ludivine Sagnier, Firmine Richard
SCENEGGIATURA: François Ozon, Marina De Van, dall'omonima pièce di Robert Thomas
FOTOGRAFIA: Jeanne Lapoirie
SCENOGRAFIA: Arnaud de Moleron
COSTUMI: Pascaline Chavanne
MONTAGGIO: Laurence Bawedin
SUONO: Pierre Gamet, Jean-Pierre Laforce
MUSICA: Krishna Lévy |
Un facoltoso industriale viene trovato morto. Chi è la colpevole?
Opéra Comique
Tutte le attrici dovevano essere belle e fare sognare gli spettatori: le crudeltà e gli orrori che si rivolgono reciprocamente acquistano in tal modo più clamore, valore e stranezza.
Capolavoro assoluto in cui il teatro e la musica creano un cinema insieme neoclassico e postmoderno (echi lussuosi spietatamente decostruiti), 8 donne e un mistero è la congiunzione perfetta e irresistibile di due aspetti basilari del cinema di Ozon, lo scandalo (mai così viperino e velatamente catartico) e la cinefilia (mai così necessaria e strutturale). I fiori del male, rinchiusi in un giardino d’inverno di cui s’intravedono le ferree pareti di cartapesta, racchiudono nelle proprie elegantissime corolle il ricordo di un secolo di cinema, il profumo di una seduzione letale, la forza di un legame rappresentativo (l’ultima inquadratura, tableau di trasparente gusto operistico) che sconfigge (in modo effimero) anche la morte non (dis)simulata. Un melodramma pervaso d’ironia grottesca, in cui il maniacale rispetto delle convenzioni (l’equilibrio divistico delle parti, il cocktail di glamour e cianuro, la cura impeccabile con cui è disegnato e, più ancora, ritagliato lo spazio scenico, vocale, cinematografico) svela il funzionamento della macchina infernale ed esalta i fasti letali dell’inganno (in)felice. È imperativa la visione della preziosa versione originale (anche se il doppiaggio, per una volta, non è da buttare).

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SWIMMING POOL
PRODUZIONE: Francia - 2003 - Thriller
DURATA: 102'
INTERPRETI: Charlotte Rampling, Ludivine Sagnier, Charles Dance, Marc Fayolle, Jean-Marie Lamour, Mireille Mossé, Michel Fau, Jean-Claude Lecas, Lauren Farrow
SCENEGGIATURA: François Ozon, Emmanuèle Bernheim
FOTOGRAFIA: Yorick Le Saux
SCENOGRAFIA: Wouter Zoon
COSTUMI: Pascaline Chavanne
MONTAGGIO: Monica Coleman
SUONO: Lucien Balibar
MUSICA: Philippe Rombi |
Francia meridionale. Sarah Morton, scrittrice in panne, sta trascorrendo un periodo di relax in una villa di proprietà del suo editore. L’incontro con Julie, figlia del padrone di casa, produrrà un cambiamento decisivo nella vita e nell’opera della donna…
Nell'abisso
Mi chiedevano spesso: "Come fa a fare un film dietro l'altro? Dove trova l'ispirazione?". Ho avuto l'idea, per rispondere a questa domanda, di proiettarmi in un personaggio di scrittrice inglese, invece di parlare di me in quanto cineasta. Come uno scrittore trova l'ispirazione? Come inventa una storia? Che cosa lega questa storia alla realtà?
Da uno schermo nero, scalfito da titoli blu elettrico, emerge la superficie melmosa del Tamigi: assecondando il moto ascendente della macchina da presa, prendono forma e autunnale consistenza i tetri edifici della City. L’acqua viscida e il cielo pietrificato si dissolvono nell’azzurro di un orizzonte campestre, riflesso dal quadro sontuosamente blu di una piscina screziata di foglie morte e batteri vivificatori. La villa silenziosa e parzialmente arredata, la vegetazione – un prato deliziosamente uniforme (destinato a farsi più frastagliato) su cui spicca un fiore rosso, una goccia di sangue (più gocce di sangue?) – che sprofonda nel liquido abbraccio della piscina, celata da un telo grigio che potrebbe anche nascondere cose molto cattive, un surreale materassino (rosso) e una sobria sedia a sdraio, echi sadiani (Julie come Juliette?), mosse incompiute, vitree sovrapposizioni. Hitchcock, Buñuel e Resnais sono gli invitati d’onore al party in pieno sole, ma il regista possiede una tale maturità di sguardo e un potere ipnotico tanto suggestivo e personale che è possibile definire Swimming pool un Sotto la sabbia immerso nel grottesco proteiforme di Sitcom e nella sinuosa claustrofobia di Gocce d'acqua su pietre roventi: l’en plein air è appena un miraggio (l’enigmatico teatro delle ombre conclusivo), alimentato dai lampi di un eros umorale, unione estrema di desiderio e minaccia (Amanti criminali). Allucinazione irresistibile, che flirta con i manierismi e, senza lasciarsi soffocare, li fa a pezzi per ricostruirli collocandoli nel proprio squisito arabesco di tensioni furtive e orrori (in)sospettabili. I fan della storia, della logicità, dell’immediato riconoscimento referenziale (“non sono la persona che lei crede”) faranno meglio a rivolgersi ad altri autori e/o editori. 
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CINQUEPERDUE
- FRAMMENTI DI VITA AMOROSA
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PRODUZIONE: Francia - 2004 - Drammatico
DURATA: 90'
INTERPRETI: Valeria Bruni-Tedeschi, Stephane Freiss, Françoise Fabian, Michael Lonsdale, Geraldine Pailhas
SCENEGGIATURA: François Ozon
FOTOGRAFIA: Yorick Le Saux
SCENOGRAFIA: Katia Wyskop
COSTUMI: Pascaline Chavanne
MONTAGGIO: Monica Coleman
MUSICA: Philippe Rombi |
Marion e Gilles, una storia d'amore in cinque tappe: il divorzio, una cena fra amici, la nascita del figlio, il matrimonio, l'innamoramento.
Solo
Ho l'impressione che sia troppo facile dire che è il quotidiano che uccide una coppia: può contribuire ma spesso non è che una vernice, per mascherare le vere divergenze fra due persone. Le ragioni sono più profonde, ed è questo che mi interessava: filmare dei momenti forti nella vita di una coppia senza dare solo questo quotidiano da seguire.
Cinque istanti per due persone che non diventano mai una coppia. Numeri che nessuna matematica riesce a sommare, Gilles e Marion divorziano ma sono separati da sempre. I momenti che il film percorre non vedono mai Gilles e Marion uniti, nel vincolo del matrimonio o in altri: Gilles scopa Marion e lei è altrove come durante la prima notte di nozze, la cena con Mathieu e Christophe li vede violentemente contrapposti (in seguito, Gilles rifiuta di dormire con Marion), la nascita di Nicolas li avvicina solo telefonicamente, l’incontro in vacanza assume le forme di una ritorsione nei confronti di Valérie, Marion essendo per Gilles solo una fantasia per (dapprima) rinvigorire un rapporto in via di estinzione e (poi) umiliare la partner, che in seguito vediamo (i)sola(ta), intenta a osservare il mare da una scogliera [nell’epilogo del matrimonio di Gilles e Marion, lei immagina (si augura?) la morte di lui, in un'eco di Mes parents un jour d'été].
In cinque quadri privi di istruzioni spazio-temporali nettamente definite, collegati da una fitta trama di echi e inversioni, il regista esplora frammenti esistenziali ellittici e risolti in sé immergendoli in una messinscena severa e morbida, con le note di canzoni italiane (e non solo: c’è anche
Smoke gets in your eyes) a guidare il gioco (cfr. 8 donne e un mistero) azionando la macchina del tempo. 
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IL TEMPO CHE
RESTA
PRODUZIONE: Francia - 2005 - Drammatico
DURATA: 125'
INTERPRETI: Melvil Poupaud, Valeria Bruni-Tedeschi, Jeanne Moreau, Daniel Duval, Marie Riviere, Christian Sengewald, Louise-Anne Hippeau, Ugo Soussan Trabelsi
SCENEGGIATURA: François Ozon
FOTOGRAFIA: Jeanne Lapoirie
SCENOGRAFIA: Katia Wyszkop
MONTAGGIO: Monica Coleman
COSTUMI: Pascaline Chavanne
MUSICHE: Valentin Silvestrov |
Al trentunenne Romain viene diagnosticato un cancro incurabile. Ne avrà per poco.
A rebours
Lo sguardo "inverso" di Cinqueperdue ritorna in un'opera con cui Ozon sembra sfogliare l'album della propria carriera, evocando in particolare la stagione dei cortometraggi: Pacilio nota le affinità con La petite mort, ma le citazioni coinvolgono anche altri film, da Victor (la scena di sesso a tre) a Une rose entre nous (l'incursione nella dark room), a Regarde la mer (la Natura calma, opulenta e crudele che popola i ricordi del fotografo). Come tutti i protagonisti di Ozon, Romain è un solitario, un osservatore della vita che non smette di pianificare la propria esistenza (o quel che ne resta) ed è al tempo stesso perfettamente consapevole della sostanziale inutilità dei propri sforzi, ma la certezza del fallimento non lo rende meno determinato nel suo (agli occhi degli altri) incomprensibile agire. Se per la Marie di Sotto la sabbia l'assenza del cadavere del marito rende possibile un misurato abbandono alla follia della rinascita, la certezza della morte imminente permette a Romain di ricostruire il passato, scoprendovi i germi di un futuro immaginato.
Nessuna illusione è possibile, la rosa è già appassita (vedi la prima/estrema scena di Cinqueperdue) ma il suo profumo rimane nell'aria e pervade gli ultimi istanti di vita (il sole, compiuto il proprio apparente corso, svanisce raccogliendo il respiro di un Romain definitivamente solo: non da oggi ci è nota la commovente sintesi dei finali ozoniani). Indietro non si torna, non si può andare avanti: la consueta gabbia, invisibile e inesorabile, si chiude attorno a Romain. La sua morte, come per il Franz di Gocce d'acqua su pietre roventi e il Marcel di Otto donne e un mistero, è una liberazione, ma, a differenza degli altri due, Romain muore felice. Come l'Alice di Amanti criminali, non muore per amore, ma con amore, un sorriso sulle labbra. 
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ANGEL
PRODUZIONE: Francia/Belgio/Gran Bretagna - 2007 - Drammatico
DURATA: 132'
INTERPRETI: Romola Garai, Lucy Russell, Michael Fassbender, Sam Neill, Charlotte Rampling, Jacqueline Tong, Janine Duvitski, Christopher Benjamin
SCENEGGIATURA: François Ozon - Martin Crimp
(da un racconto di Elizabeth Taylor)
FOTOGRAFIA: Denis Lenoir
SCENOGRAFIA: Katia Wyszkop
MONTAGGIO: Muriel Breton
COSTUMI: Pascaline Chavanne
MUSICHE: Philippe Rombi |
Successo,
amore, fallimento e morte della scrittrice Angel Deverell
nell’Inghilterra di inizio secolo.
Angel Heart
You’re just a
frustrated Englishwoman
who writes about dirty things
but never does them.
Swimming Pool
Angel
Deverell come giovane Sarah Morton (benché Romola Garai assomigli più
a una Sagnier versione damigella fin de siècle che alla solita,
stupenda Rampling, che ha qui il ruolo di acido e acutissimo Coro), ma
anche suo esatto contrario: non vampiro che alimenta le proprie
creazioni fantasticando sulla vita altrui, ma abile maquilleuse che
trova in un’ispirazione torrenziale e meccanica il veicolo e il
modello di una metamorfosi (la vita come specchio del sogno) che rivela
ben presto la propria fragilità. Da ragazza ingenua quanto sicura di sé
(capace di “uscire dal branco” per inseguire le proprie
allucinazioni) a Diva da copertina (geniale la sequenza composta dai
ritratti pubblicitari, che come in un calendario scandiscono il passare
delle stagioni e il consolidarsi della fama dell’autrice), a
prigioniera (in)volontaria di una gabbia dorata (la casa del Paradiso,
ma anche un matrimonio che sembra più il frutto di un capriccio astioso
che una passione da romanzo) in cui inevitabilmente (vedi 8
Femmes) si manifesta l’Angelo della morte (l’inquadratura
che ci svela il suicidio di Esmé), la scrittrice chiude gli occhi e
lascia che la vita le scorra addosso, finendo per essere una cosa sola
con la propria effimera opera (i capelli neri sciolti sul corpo nudo
come tratti di penna su un foglio: immagine greenawayana nella sua
essenziale crudeltà). Finché, nel confronto conclusivo con l’Altra,
Angel scopre di essere stata, nel romanzo della vita di suo marito, un
personaggio secondario. Ed è in questa scena che il regista, messi da
parte i vezzi stucchevolmente deliziosi (e viceversa) disseminati nel
corso del film (pacchiani trasparenti in primis), trova una secchezza
che spiazza e ferisce in pari misura, passando dal macabro incanto di un
Harlequin pervertito (simile a quello scritto dalla madre di Julie in Swimming
Pool?) a un felpato orrore alla Henry James: non più fata,
Angel si rivela orrida strega (eloquente la reazione del bambino), larva
su cui il Tempo lascia d’un tratto la propria traccia (ed è questo il
punto in cui più intensamente si manifesta il Dorian Gray evocato da
Manuel Billi nella sua recensione),
mostro ridotto in polvere dalla pallida luce che finalmente filtra
attraverso le pesanti cortine di broccato, mentre le vittime (la
segretaria e l'editore) ritrovano un'amara libertà solo davanti alla
sua tomba.

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