KILL
BILL E GIARRETTIERA COLT:
memoria/memorie di Nicoletta
Machiavelli
di Niccolò
Rangoni Machiavelli
Introduzione
L’omonimia non mente: Nicoletta è mia
sorella, sorellastra per la precisione. Quest’articolo le rende
omaggio prendendo spunto dalla citazione che Quentin Tarantino le ha
riservato in KILL BILL (uno degli pseudonimi di Uma Thurman è Arlene
Machiavelli; nella prima sceneggiatura doveva costituire omaggio
letterale: Nicoletta Machiavelli) ma non cela alcuna malizia nepotistica
od opportunistica: c’è sempre stata una tale distanza d’età e
chilometrica fra lei e me (vive a Seattle) che non possediamo un vissuto
comune e, solo grazie alle e-mail, abbiamo incominciato, da qualche
anno, a conoscerci. Nicoletta Machiavelli attrice è, per me, un oggetto
totalmente sconosciuto, anche perché la maggior parte dei film che ha
interpretato sono proprio Invisibili (per ricostruirne la filmografia
esatta ho torturato i sassi che erano sui set): lei non ne parla
(scrive) più volentieri (le testimonianze che troverete qui sono uno
scoopissimo, e la loro natura di gossip anticonformista farebbe invidia
alla “Hollywood Babilonia” di Kenneth Anger!), parenti amici e tanti
guai sembrano aver rimosso. Per un cinefilo come me, dimenticare set e
incontri cinematografici equivarrebbe a bestemmiare Dio, ma dai dettagli
(che Nicoletta, per sua natura, non omette né edulcora di certo: che
mito!) che saltano fuori in queste testimonianze, ci si rende conto che
il cinema forse è meglio sognarlo in sala che farlo, come forse arrivò
a convincersi Nicoletta. Oggi lei non ha più alcun contatto con le
mecche del cinema, è, in una parola, dimenticata.
LA CARRIERA: volume 1
Non è nata a Firenze, come
tutte le fonti riportano, bensì a Stuffione (Modena), nel 1944.
Discendente dalla famiglia cui appartenne Niccolò Machiavelli (ecco
perché i suoi abili creatori d’immagine vollero nascesse a
Firenze…), di madre americana (conosceva perfettamente l’inglese e
questo le permise un lancio cinematografico all’estero), a Firenze
studiò pittura all’Accademia di Belle Arti. Il nostro fratello
maggiore, Brandino, abitava a Roma nella stessa pensione vicino Piazza
del Popolo dove soggiornava il costumista Piero Gherardi: venne a sapere
da quest’ultimo che Dino De Laurentiis stava cercando un volto nuovo
per fare Eva ne LA BIBBIA di John Huston. Nicoletta venne a Roma, le
furono fatti dei provini e De Laurentiis le fece firmare un contratto
settennale. Non interpretò Eva perché Huston voleva una bionda
americaneggiante (Ulla Bergryd).
Esordì comunque come protagonista femminile, al fianco di Ugo
Tognazzi, nel film UNA QUESTIONE D’ONORE, ”Mostrando ottime doti di
fotogenia, piena di padronanza scenica e un promettente temperamento
drammatico, in un ruolo non facile né consueto” (Carlo Alberto Peano,
Filmlexicon, 1974). Diretta da Luigi Zampa nel 1965, è una pellicola
divertente, macchiettista, finanche tragica e ricca di folklore
inusitatamente feroce (frasi del tipo “Fino a sei anni sono bambini
poi diventano sardi…”; “Non c’era bisogno che diventasse una
regione autonoma perché è già uno stato a sé”; “Il Far West non
è niente a confronto”), a tal punto che qualche magistrato sequestrò
la pellicola. Si trasforma nella storia di un amore impossibile per
colpa di assurde convenzioni tribali, dove conta più l’apparenza che
la sostanza. A seguire, Nicoletta partecipò a due film ad episodi con
Alberto Sordi: THRILLING (l’episodio diretto da Lizzani,
“L’autostrada del sole”) e I NOSTRI MARITI (1966: episodio di
Luigi Filippo D’Amico “Il marito di Roberta”), “Nei quali
mostrava anche una discreta verve comico-caricaturale” (Peano,
ibidem).
“Divenne una star, molta pubblicità sfruttava il suo nome
nobile, e i rotocalchi raccontavano le storie più folli sulla sua
vita” (Brandino dixit). Nel 1966 girò SE TUTTE LE DONNE DEL MONDO
(conosciuto anche come OPERAZIONE PARADISO), di Arduino Maiuri e Henry
Levin, con Mike Connors, Terry-Thomas e Raf Vallone, commerciale
spy-story ambientata a Rio de Janeiro e destinata anche al mercato
estero.
NAVAJO
JOE
Dello stesso anno NAVAJO JOE, il suo primo
spaghetti western, genere che fece la sua fortuna (conducendola fino
alla videoteca di Tarantino). Diretto da Sergio Corbucci in Spagna
(Almeria), con la molto acrobatica (la sua controfigura) guest star Burt
Reynolds è, oggi, oggetto di culto (sebbene o in quanto il plot è
demente), con un magnifico commento sonoro di Ennio Morricone. La
produzione, purtroppo, abbandona Nicoletta a fare solo la bella
(bellissima) statuina. Dino De Laurentiis stava rispondendo al successo
di PER UN PUGNO DI DOLLARI e l’aveva battezzata come esportabile icona
femminile western.
Prima
NicoTestimonianza:
“Burt Reynolds oggi è famosissimo, ma all’epoca ero più
famosa io: è l’unico film che esiste in video qui negli Stati Uniti,
grazie a lui. Che vergogna! Perché bisogna aspettare 45 minuti per
sentirmi parlare in quel film, e poi…quando apro bocca la voce non é
la mia. Magari ci fossero i film che ho amato fare e di cui sono
orgogliosa...che figura d’attricetta scemotta (anche se carina),
all’italiana proprio. Anche se NAVAJO JOE non è uno dei film di cui
mi pregio, sono obbligata a pensare com’è buffo il destino: allora
recitavo la parte di un’indiana Navajo e quindici anni dopo facevo la
guida tra i veri Navajo nella Riserva indiana più grande d’America,
con il paesaggio più bello del mondo, tra rocce di tutte le sfumature
del rosso, di forme eccezionali, innamorandomi mentre m’istruivo sulle
abitudini, usi e costumi di questo popolo affascinante. Ancora oggi
porto solo gioielli argento e turchese dei Navajo, e ho nel cuore ancora
un tremolio se sento parlare di loro, o sento una canzone nella loro
lingua gutturale o se mi passa davanti agli occhi una foto del paesaggio
di quei posti.”
LA CARRIERA: volume 2
Lizzani la rivuole per UN FIUME DI DOLLARI
(1966), spaghetti-western che riesuma Dan Duryea e Henry Silva. Ne dice
il Cinérevue: ”Un western della stessa forza-violenza di PER UN PUGNO
DI DOLLARI…un clima di autenticità…regia vivace e pittoresca che
rende il tono giusto”. Nel 1967 esce MATCHLESS di Alberto Lattuada
(dove ritrova Henry Silva): un anomalo spionistico con fantasy (il
protagonista diventa invisibile!). Altro spaghetti-western, FACCIA A
FACCIA (1967) di Sergio Sollima, è oggi un cult per gli appassionati,
con Gian Maria Volonté e Tomas Milian, crudo e insolitamente colto nei
riferimenti, con un punto di vista “autorale” sul significato della
violenza.
GIARRETTIERA
COLT
Stufa di fare la stellina
in affitto, Nicoletta creò, col suo fidanzato, una società
cinematografica: primo progetto affidarsi ad uno script del regista Gian
Rocco. Insieme al fratello Brandino (anche produttore e attore nel ruolo
del capitano dei francesi), rilevarono un villaggio messico-western
vicino Cabras, in Sardegna, dove il film fu girato nelle classiche
“sette settimane”, con Marisa Solinas e Yorgo Voyagis. “Gian Rocco
riscriveva le scene la notte, aveva in mente scene surreali che
costavano comunque troppo. Una delle poche scene di quel tipo che
riuscì a girare fu quella dove si vede una foresta di alberi bruciati,
resti di tronchi anneriti. Gherardi fece i costumi. Quando si trattò di
venderlo, dietro ad una richiesta esosa di denaro, la loro società andò
fallita” (Brandino dixit). Nicoletta interpreta una bella pistolera
europea (nipote di Margherita Gauthier!) nel Messico del 1867, durante
la rivoluzione contro i francesi: ha
una mira infallibile e s’innamora d’una spia che contrasta il
traffico di armi d’un bandito cattivo (“Il rosso”). Una pellicola
dimenticata che, sodata l’inettitudine del regista, nella sua
mediocrità merita un ripescaggio per il personaggio di Nicoletta
(servita dai décolleté di Piero Gherardi) e per certe bizzarrie che
potrebbero fare la gioia dei cultori del “trash”. Il racconto non ha
né senso né meta, le scene sono attaccate con lo sputo, eppure è
proprio quel grossolano mix, operato da Rocco, fra pretenziosità
formali e incuria, fra epica e demenziale che, infine, può divertire
con idee strambe come quella del nano/baro, delle bombe a sombrero, del
cattivone di turno con fare animalesco. Gian Andrea Rocco è un
oggetto misterioso: di lui si sa solo che è nato a Rovigno, Istria, nel
1927 e che nel 58/59, a quattro mani con Pino Serpi, diresse due
documentari, BALLATA SPAGNOLA e CAROSELLO SPAGNOLO (o sono due titoli
per lo stesso film?). Sempre con Serpi, nel 1961, esordì nel lungo con
MILANO NERA. GIARRETTIERA COLT fu il suo testamento.
Seconda
NicoTestimonianza:
“GIARRETTIERA COLT fu un’esperienza
incredibile: avevo già girato dei western “normali”, cioè con
storie più o meno classiche, un po’ di violenza, per incassare sul
filone spaghetti-western. Ma come GIARRETTIERA COLT, non ne avevo mai
visti: la storia di questa donna con la colt nella giarrettiera la
quale, tutta vestita e pettinata stile ottocento, con grande scollo e
spacco laterale per, appunto, avere facile accesso alla giarrettiera,
che cavalca tra le praterie e le saline della Sardegna e fa incontri con
personaggi a dir poco strani...in più mio fratello era il produttore,
il mio fetido boyfriend il vice produttore, mia madre era sul set (e
venne da un giornalista scambiata per Shelley Winters). Ero circondata
dai familiari e sapevo di non essere all’altezza. Ero stata
programmata per non sentirmi all’altezza; e come sempre la mia
reazione fu quella di nascondermi, fuggire. Il costumista/scenografo
Piero Gherardi, di fama mondiale, il quale era anche colui che mi aveva
“scoperto” qualche anno prima, si era offerto di creare il mio
costume per Giarrettiera gratuitamente, ed era proprio un costume alla
Gherardi! Uno scollo vastissimo, stoffa setosa di colore rosa/beige,
cappellino appena appoggiato sui boccoli neri, con una veletta
vezzosa...La trama del film era inusuale e non la ricordo tanto bene,
ricordo l’albergo sulla spiaggia in Sardegna nel quale si abitava
praticamente tutti; le note facce di truccatori elettricisti e
maestranze che avevo già conosciuto in altri film; le facce sconosciute
di attori e attrici che andavano e venivano per qualche giorno secondo
la loro partecipazione; gli scrittori del film che erano comici e sempre
agitati; il mio boyfriend fetido che urlava quando andavamo a letto e
scopava con gran diletto giovani attrici in cerca di parti che gli
capitavano sottomano. E poi due personaggi maschili che non dimenticherò
mai: l’istruttore dei cavalli, il “cavallaro” Enzo e l’attore
greco, Yorgo. Ogni mattina, vestita e truccata con ciglia finte e tutto
il resto, avevo qualche oretta per imparare a cavalcare all’amazzone
(cioè di traverso, ahi ahi!). Enzo era l’addetto ai cavalli per il
film, li curava, li faceva muovere a seconda delle esigenze della scena,
e aveva scelto per me il cavallone “Bimbo” : un cavallo mansueto e
bonaccione che galoppava a ridotta velocità in paragone agli altri. Mi
sforzavo ad essere una brava cavallerizza, anche se quella posizione
traversa era scomodissima. Dovetti imparare a tirar fuori la colt dalla
giarrettiera mentre con l’altra tenevo le redini e Bimbo galoppava. Su
quella sella western piena di borchie, le mie calze a rete non
proteggevano le mie povere gambe: quanti lividi la sera, e che dolore!
La velina del mio cappello a volte impediva la vista. Ma grazie ad Enzo,
che m’incoraggiava e con il suo forte accento romano mi diceva tutte
le mattine quanto ero bella e quanto ero brava, le scene a cavallo
riuscivano. Almeno in parte. Mi ricordo la prima mattina in cui dopo che
Bimbo aveva cominciato un lieve trotto, Enzo che cavalcava parallelo a
me, vicinissimo, mi disse di infilare i talloni degli stivaletti nei
fianchi del cavallo, e Bimbo partì al galoppo. Il balzo mi spaventò,
persi il cappellino, ma Enzo era lì che mi spronava: ”Brava, brava,
piegati davanti, lasciati andare, stringi forte le ginocchia...”. Dopo
pochi minuti ero esilarata: il vento in faccia, la sensazione di velocità
e quella di essere tutt’una con l’animale che correva,
l’impressione di aver finalmente imparato. Poco dopo, da ferma, risi
tanto. Una delle poche risate di quel mio periodo buio. Yorgo, invece,
fu l’amore a prima vista: bellissimo, caldo, morbido e affettuoso, era
venuto per un periodo di due settimane e appena conosciuti, ci vedevamo
di nascosto dove potevamo. Alla fine della sua permanenza, abbiamo
girato insieme una scena d’amore, in una stalla adibita a studio
cinematografico, con letto e tutto. Nella troupe, chi lavorò in quella
scena, fra macchinisti, elettricisti e truccatori, senz’altro gustò
il sapore di cosa c’era nella realtà tra noi due. Perfino la mia
mamma mi diceva: “State così bene insieme, dovresti proprio
pensarci”, ben sapendo che il mio trucido e vile boyfriend osservava
tutto e non mi avrebbe mai lasciata. Ero la sua gallina dalle uova
d’oro. Le uova d’oro della gallinella attricetta. Anche Yorgo aveva
una bella ragazza rossa che un bel giorno arrivò da Roma e gli piantò
una di quelle grane...La vita, però, ci rimise insieme qualche anno
dopo, in quel benedetto anno 1969 che cambiò la mia vita insieme quella
di tanti altri…”
LA CARRIERA: volume 3
Nicoletta continuò nel filone che le dava
più fortuna: UN MINUTO PER PREGARE, UN ISTANTE PER MORIRE (1968) è una
raffazzonata, ennesima copia di Sergio Leone, con Alex Cord (cui,
bisogna ammetterlo, fornirono un insolito carattere di ammazzatutti),
Robert Ryan e Arthur Kennedy. Dirige Franco Giraldi. Poi, in un piccolo
ruolo, Nico partecipa a CANDY, coproduzione con la Francia affidata a
Christian Marquand e Giancarlo Zagni, con Marlon Brando e Richard Burton,
Walther Matthau, James Coburn e Ringo Starr (!). La sceneggiatura
portava la prestigiosa firma di Buck Henry, reduce da IL LAUREATO. La
pellicola, basata sul romanzo di Terry Southern, voleva respirare i
tempi fra psichedelia, satira e liberazione sessuale della donna. Il
risultato fu brutto e bizzarro, comunque testimonianza di quella
controcultura che Nicoletta abbracciò appieno. Vietato ai minori di 18,
nel 1968 uscì anche TEMPTATION di Lamberto Benvenuti, dove Nicoletta
interpretava l’amante del protagonista (Mark Damon). Tornò allo
spaghetti western con ODIA IL PROSSIMO TUO dell’ineffabile Ferdinando
Baldi, star maschile: George Eastman. "Il film, pur non
discostandosi dagli schemi propri del genere...risulta abbastanza
apprezzabile su un piano puramente spettacolare" (Segnalazioni
Cinematografiche). LA COPPIA (1968), diretto dallo scrittore Enzo
Siciliano, racconta il triangolo “moglie, marito e terzo
(in)comodo”: un oggetto misterioso (chi l’ha visto?), che denuncia
la nuova piega presa da Nicoletta, intenzionata a girare anche film
anomali, sperimentali, d’autore, azzardati, più consoni al suo
carattere anticonformista. Ecco, infatti, nel 1969, il pluripremiato
SCARABEA di Hans Jurgen Syberberg, girato in Sardegna, tratto dalla
novella di Tolstoj, dove interpreta Bettina: “Un film che non
dimenticherò mai.” (Nicoletta).
L’IPOCRISIA
DELLA COPPIA
Terza NicoTestimonianza:
“TEMPTATION....non mi ricordo molto,
credo di confonderlo con LA COPPIA di Enzo Siciliano, con il quale era
così difficile lavorare, perché era così esigente (avendo scritto il
libro) che niente sembrava soddisfarlo. Ricordo che, per una scena
d’amore tra le lenzuola, il truccatore si fece in quattro per mettere
cerotti color carne sulle parti intime: uno doveva sembrar nudo, ma in
realtà non esserlo…che balle! Forse ero spregiudicata e “poco
seria”, o forse semplicemente innocente, ma dentro di me tutte quelle
ipocrisie mi facevano ridere: le due dita di cerone prima di ogni
ripresa, che all’epoca aveva un odore ingrato e che era spalmato
dappertutto sul corpo degli attori; le luci abbaglianti che illuminavano
la scena; il noiosissimo esercizio che noi due attori dovevamo fare
perché i nostri nasi, nel bacio, non creassero ombre fatali sul viso.
La quindicina di persone e addetti che erano comunque presenti, anche se
considerati ”troupe ridotta”, non potevano, a mio avviso, dare adito
a nessun’emozione sessuale reale, era ovviamente tutta una finta, una
recita. Ma non tutti la pensavano così. Senz’altro fui tacciata dai
benpensanti di qualcosa. Ma è sempre stato il mio destino” .
LA CARRIERA: volume 4
Ha
una particina nella coproduzione internazionale di QUEI TEMERARI SULLE
LORO PAZZE, SCATENATE, SCALCINATE CARRIOLE (Monte
Carlo or bust) di Ken Annakin con, fra gli altri, Tony Curtis,
Walter Chiari, Bourvil, Terry Thomas, Lando Buzzanca, Mireille Darc e
Dudley Moore. Seguito di QUEI TEMERARI SULLE MACCHINE VOLANTI, è uno
slapstick più stupido che divertente, ambientato negli anni venti. FEMMINE
INSAZIABILI (anche BEVERLY HILLS, 1969) di Alberto De Martino è un
sexy-thriller fra sangue e orgie, con un soundtrack “lounge” di
Bruno Nicolai. Immancabile
la sua annuale partecipazione allo spaghetti western: in UNA LUNGA FILA
DI CROCI, di Sergio Garrone, interpreta Maya accanto a William Berger
(nel ruolo di Murdock, detto…Bibbia…tutto un programma).
Partecipa all’episodio “Who’ll bid the million dollar?”
della serie tv “It takes a thief”:
LIBERA
Quarta NicoTestimonianza:
“Se era quello con quel Robert Wagner,
attore di terza e di molteplici serie americane di quegli anni,
ex-marito della Natalie Wood, quasi accusato del suo annegamento...che
ho dovuto baciare con ribrezzo su un motoscafo (di fronte alla macchina
da presa, ovvio) nel mare azzurro di Porto Santo Stefano...ebbene sì
confesso d’averlo fatto: particina minuscola, costume odiato, una
camicia a fiorellini verdi...una scena sola, ma la costumista, amica
mia, mi presentò il mio futuro marito Carmelo, scenografo, proprio lì
a Porto Ercole; quindi il set naturale e bellissimo dell’Argentario.
Anche se il telefilm era assolutamente inutile, divenne l’importante
scena dell’inizio di un mio grande amore. E anche di un cambio di vita
sostanziale. Senz’altro era il ’69, e chi non é cambiato, nel
‘69?! La scusa che ho -che avevo- per fare tanti filmetti senza
importanza è che mi liberai dal contratto settennale con Dino de
Laurentiis, il quale mi aveva fatto causa. De Laurentiis incappò più
avanti in una colossale bancarotta fraudolenta che l’obbligò a
rifugiarsi in USA e lasciò perdere la causa alla sua attricetta.
Liberarsi da un contratto come quello era stato uno dei miei passi verso
la libertà che un po’ tutti cercavano a quei tempi. Io ero salariata
da De Laurentiis, e per una ragazzina prendevo moltissimo, certo, però
lui mi “cedeva” per un film western, ad esempio, e si riprendeva in
due mesi quello che mi pagava in un anno (…).
Era il periodo dell’”alernativa", c'erano tanti e poi tanti
registi che facevano film di ogni genere...a me piaceva, non ero pagata
molto, i film non uscivano nemmeno nelle sale (almeno in Italia), ma ero
LIBERA dal contratto di De Laurentiis, che mi relegava ai filmetti
western dove mi ficcava perché sapevo l'inglese (…). Era una
vendetta, avevo rifiutato di essere la sua amante fin dall'inizio. Il
beffardo. Comunque nel periodo dell'alternativa devo aver fatto anche
qualche film politico; c'era un via vai a Roma di gente di tutto il
mondo, il regista Glauber Rocha, con tutti i suoi accoliti brasiliani,
scrittori, musicisti, attori. Roma era un calderone di artisti, ci
conoscevamo un po’ tutti, gli happennings a P.za Navona e Campo dei
Fiori accadevano dal vinaio e nelle fontane, ma non si trattava di
attricette che si spogliavano, come negli anni 60, era più
un’idealista ode per l'arte cinematografica, per le immagini che
parlano, che potevano arrivare nei posti più oscuri a portare il
messaggio...”.
LA
CATTURA
In un anno particolarmente ricco di
partecipazioni, gira anche LA CATTURA di Paolo Cavara, accanto a David
McCallum: “Il ruolo della partigiana Anja è il più impegnativo che
sia stato finora affidato all’attrice. È stato Cavara a volerla nel
film e, secondo quanto lo stesso regista ha dichiarato, la Machiavelli
ha risposto in pieno alle sue aspettative.” (Morando Morandini). Pare
un remake di DUELLO NEL PACIFICO con Nicoletta, di nuovo, in panni più
maschili che femminili, a significare che le donne, in guerra, erano
coinvolte quanto gli uomini (e quanto ama le donne guerriere Quentin
Tarantino…).
Quinta NicoTestimonianza:
“Tutto
girato in l'allora Yugoslavia, in boschi di betulle, una storia d'amore
di una partigiana col soldato nemico; due soli personaggi e lui era un
americano di nome David McCallum. Io ebbi una storia d'amore col Cavara
(prima o dopo le sue dichiarazioni? N. d. r.), dopo il film, che mi aiutò
a levarmi di torno il malefico boyfriend dei tempi di Giarrettiera. Ma
ci vollero gli avvocati e le guardie del corpo. Girando un film così
intimo, all’aperto, in terra straniera, per un attimo vissi la
meravigliosa favola dell’unione regista-attore, che è stata il
successo di tanti film. Ero curata, stimolata; era come avere un
maestro, nel regista, ed essere un’attrice considerata ed affermata,
per come ero trattata dalla troupe. Un piccolo assaggio che mi rese più
sicura. Per un attimo mi balenò in testa che avrei anche potuto
farcela, come attrice. Una cosa buffa furono gli scarponcini d’epoca
(1935) autentici, di pelle e non foderati, che portai giorno dopo giorno
nella neve alta due metri, anche se non erano sempre una necessità di
scena, i quali nonostante tutti gli sforzi non si asciugavano mai, per
cui dopo il film mi presi una bella broncopolmonite”.
POLICEMAN/NECROPOLIS
Del 1969 è anche POLICEMAN, esordio di
Sergio Rossi, censurato e edito solo nel 1971 con un VM 18. “Sposando
le tesi ideologiche della sinistra più accesa Sergio Rossi ha disegnato
la figura del poliziotto in una non precisata società
capitalistica...L'impostazione del problema è evidentemente viziata da
una visione unilaterale che non può non suscitare perplessità e
riserve, accentuate anche dalle imperfezioni stilistiche che affiorano
qua e là.” (Vice, Il Messaggero 25/06/1971). “Nel complesso la
“carriera di un poliziotto” (che non ha connotati nazionali ma non
per questo è meno precisa) è raccontata con meditata sobrietà
raggiungendo punte di effettiva suggestione...Da segnalare l’ottimo
livello degli interpreti e…la colonna musicale che, sul leit motiv di
una canzone protestataria, riprende i motivi ideali del film: è opera
del già noto e bravo Tito Schipa Jr.”(Vice, Paese Sera 25/06/1971).
Nel 1970 un altro oggetto strano: NECROPOLIS di Franco Brocani, anomalo
documentario con, fra gli altri, Carmelo Bene: “Tenendo conto
dell’ideologia dei frammenti, Necropolis può considerarsi luogo di
eccesso, in senso morale: è la città della morte perché è le città
della vita, e viceversa...Le principali figure del film sono
Frankenstein, Attila, Montezuma, Eliogabalo, le Contessa Sanguinaria, il
Diavolo o situazioni emblematiche scelte nel loro momento di
deflagrazione, di scoppio, come la Magia, la religione, il rapporto di
tipo borghese”…”Il film evoca, in un clima sepolcrale, personaggi
fuori del tempo o della realtà - come Eliogabalo, Attila, King Kong,
Frankenstein, Montezuma e la contessa Sanguinaria - i quali, attraverso
deliranti dialoghi e misteriosi riti, vogliono esprimere le paure e le
illusioni dell'umanità dalle origini ai giorni nostri.” (Rocco
Biondi, Neoavanguardia).
Sesta NicoTestimonianza:
“Me lo ricordo come fosse ieri, era un
periodo molto felice per me, stavo con Carmelo lo scenografo, avevo
chiuso con il cinema “regolare” per un po’ e, anche se non mi
pagavano nulla, amavo fare i film come quello di Sergio Rossi. Piccola
parte, ma mi sembrava un film importante e feci amicizia con Paola
Pitagora, una mia coetanea che mi sembrava stupenda come attrice e
persona. Sergio era un ragazzo col fuoco intesta, i capelli scompigliati
e lo sguardo di chi sa che cosa vuole e lo vuole subito. Aveva un
sorriso incantevole, e sapeva dirigerti molto bene, se lo dico io, che
ero una vera gnocca. Carmelo era anche un po’ geloso”.
“NECROPOLIS era più o meno lo stesso periodo: un periodo in
cui Roma era percorsa e traversata da una miriade di ondate
cinematografiche diverse e varie; i personaggi che giravano in P.za
Navona andavano dalle sorelle Rossellini, allo sdentato Pierre Clementi,
che fu chi mi trovò la particina da zingara che frigge le cartoline
davanti al Colosseo, in Necropolis. Per quell’unica scena, passai più
tempo al trucco di quanto durò la scena stessa”.
PIETRO GERMI
Si affida a Pietro Germi per LE CASTAGNE
SONO BUONE (1970): film romantico nel pieno declino del suo autore, con
Gianni Morandi e lei nel ruolo di Teresa. Insieme con SERAFINO (1968),
tesse improbabili elogi dell’ingenuità e dei buoni sentimenti.
Settima NicoTestimonianza:
“Pietro Germi era un regista molto famoso all’epoca e noto
per la sua bruschezza. La mia agente, prima dell’inizio del film, mi
mise in guardia: “Dovrai lavorare sodo! E’ molto esigente e non fa
complimenti agli attori”.
In realtà, quest’uomo alto, anziano secondo il mio giudizio di
ventiseienne, con gli occhi un po’ strabici e un eterno sigaro toscano
spento in bocca, mi fece immediatamente un’immensa tenerezza. Io
facevo la parte di una hippy nel suo film, scapestrata e con poca
moralità, ero vestita con molti colori e mi sentivo una caricatura di
me stessa. Come sempre, pensavo che fosse una parte che mal mi si
addiceva. Prima di ogni scena, Germi si sedeva con me per “mettermi a
mio agio” e dirmi come vedeva la scena, suggerirmi gli stati d’animo
da esprimere eccetera. Mi ricordo che eravamo seduti al tavolo di cucina
del set e, d’un botto, mi chiese: “Perché sei così? Perché non
t’importa niente di quello che pensano di te gli altri? Perché sembra
che odi tutti e vuoi essere contro il mondo e la società?”. Rimasi
sorpresa dell’intrusione, non era da lui entrare nel personale. Nei
suoi occhi c’era un’immensa tristezza; più tardi qualcuno mi disse
che aveva una moglie molto giovane che era diventata hippy. Qualche anno
dopo, incontrai Olga (la moglie, N.d.R.) in un ashram in India, ai piedi
del santone Osho”.
LA CARRIERA: volume 5
Nel 1971 interpreta il film francese
L’UOMO DAL CERVELLO TRAPIANTATO. Il regista Jacques Doniol-Valcroze
“Si serve delle tematiche della fanta-medicina imperniata sul
trapianto del cervello (filone che, specialmente in America, conta un
buon numero di pellicole di vario valore) per riflettere sulla debole
condizione dell'uomo, perennemente sballottato tra l'ansia di perfezione
e le passioni. La storia ha uno spunto ambizioso che potrebbe risolversi
in un'insolita metafora fantascientifica sui tabù della psiche lacerata
da un irrisolto conflitto tra mente e corpo, ma i suoi sviluppi
conducono, essenzialmente, al dramma sentimentale con larghe concessioni
agli stereotipi cinematografici degli inoltrati anni '60” (dal sito
“Fantafilm”). Dopo il valido L’AMANTE DELL’ORSA MAGGIORE di
Valentino Orsini, tratto dal romanzo di Sergiusz Piasecki, accanto a
Senta Berger e Flavio Bucci, interpreta, nel 1972, due sceneggiati tv:
in Germania è Amalie in LUNGO IL FIUME E SULL’ACQUA (Die Merkwürdige
Lebensgeschichte des Friedrich Freiherrn von der Trenck), di Fritz
Umgelter; in Inghilterra fa parte del cast de L’ALTRO UOMO di Francis
Durbridge (“Vagamente mi ricordo di uno sceneggiato girato a Londra.
Era un giallo e io ero vestita con una minigonna a righe marrone e
bianche che odiavo…”).
MORDI E FUGGI
Ma il 1972 è l’anno di MORDI E
FUGGI di Dino Risi:
Ottava
NicoTestimonianza:
“Un gossip che mi piace è quello in cui,
mentre giravo il film di Risi nel quale facevo la tupamaros che prende
ostaggi Marcello Mastroianni e Carole André, vengo chiamata
nell’ufficio del capo della polizia di Viareggio perché nella mia
camera d’albergo aveva pernottato quattro notti un certo Ron...il
quale a Genova era stato arrestato con 150 Kg di hashish afgano infilato
nelle portiere della sua Ferrari, che era arrivata su una nave Russa
dall’Afganistan. Ron era il padre di mio figlio; la mia e sua storia
era appena cominciata quando lui mi seguì in quest’albergo primi
novecento “il Principe di Viareggio”, dove abitava tutta la troupe
del film, una commedia che ebbe poco successo. Io e Oliver Reed eravamo
due mascalzoni di autostrada, politicamente motivati, che appunto
rapivano per scopi di lucro e politici la coppia in mercedes Mastroianni
/André. Tutto il film è stato girato sull’autostrada Pisa-Genova che
allora era in costruzione. Il mio costume nel film era l’opposto di
Giarrettiera: una camicia da uomo e un paio di jeans, una pistola
infilata nella cintura. I miei capelli erano cortissimi, non portavo
nemmeno un filo di trucco. E proprio vestita così (inclusa la pistola)
andai dal capo della polizia, quel giorno, che mi aveva urgentemente
mandato a chiamare. Ovviamente mi cascò la mandibola quando seppi le
notizie di Ron., quando il capo mi mostrò l’articolo sul giornale di
Genova. Ovviamente per lui io non ero una “complice” di questo
traffico di droga, ma senz’altro fui tenuta d’occhio. Solo che in
quel film non ero la sola ad essere “strana”. Girammo da fine
settembre a fine ottobre, tutti i giorni sull’autostrada, tutte le
notti nell’Albergo Principe e Piemonte. Oliver Reed era famoso
all’epoca, e anche un famoso ubriacone, british-style. Si prese una
cotta per me, che dichiarava in modi strani: per esempio invitava tutti,
il regista, Mastroianni, ecc. nella sua suite all’ultimo piano per un
dopo-cena. C’erano musica, squisiti dolcetti, da bere a volontà e,
quando dopo qualche oretta tutti stavano per andare, Oliver chiudeva
tutte le porte a chiave e spegneva le luci. C’era odore di incenso e
probabilmente anche di spinello. Poi, al lume di una candela che teneva
nelle mani e che lo illuminava in modo sinistro, si metteva a declamare
una poesia sconnessa, o incomprensibile, fissandomi. Una volta divenne
più audace (sua moglie era sempre presente) e alluse a questa ragazza
dall’aria innocente che aveva ospitato un trafficante di cose esotiche
sotto il suo tetto la quale da allora, non aveva volto i suoi occhi su
nessun altro uomo, forse stregata dallo straniero sconosciuto...e via di
seguito. A un certo punto quando i suoi ospiti si stavano innervosendo,
accendeva uno di quegli stecchini che scintillano e poi apriva le porte
e accendeva le luci. A volte, mi prendeva con forza la mano, come per
tenermi indietro, poi la rilasciava. Che tipo! Per via del suo viso
pieno e un po’ quadrato, molti pensarono che mio figlio fosse suo, ma
io non l’ho mai toccato se non per dirgli: “Ma vai a quel paese!”.
Di tutti i paparazzi che mi rompevano e mi giravano intorno all’epoca,
nessuno mai scoprì la storia di Ron...”.
LA CARRIERA: volume 6
Nel 1973 è la volta del pasoliniano STORIE
SCELLERATE di Sergio Citti (ambientato nella Roma papalina) e di TONY
ARZENTA, con Alain Delon. Nel 1974 gira LE MALIN PLAISIR di Bernard Toublanc-Michel e si riunisce a
Delon in ESECUTORE OLTRE LA LEGGE (Le seins de glace) di Georges
Lautner, tratto dal romanzo “Someone is bleeding” di Richard
Matheson:
ALAIN DELON
TONY ARZENTA di Duccio Tessari è la
versione gangster/poliziesca dei suoi spaghetti western: “Tessari
ha narrato senza preoccuparsi di certe ingenuità della sceneggiatura,
coincidenti con l’ingenuità del protagonista, assai più svelto di
mano che di cervello. Ma il dispiego di mezzi è notevole, e non ingenuo
il loro impiego registico: la serie delle violenze si snocciola con il
dovuto crescendo di effetti spettacolari, tra scenografie assai varie in
interni ed esterni. Senza contare che Alain Delon, con la pistola in
mano, funziona comunque, e qui ha intorno una fitta schiera
d’attori.” (Guglielmo Biraghi, Il Messaggero 15/09/1973)
Nona NicoTestimonianza:
“Un
personaggio di nulla, quel Delon, grande libertino, megalomane,
cocainomane. Mi incontrò e firmai il contratto con lui a Roma,
apparentemente aveva visto la mia foto e gli sembravo adatta per il
piccolissimo ruolo in un film di gangster. Girammo a Milano in un
palazzo del centro una scena d’amore focosa tra lenzuola di raso. Ero
incinta e quando mi fu fatto presente che stavo firmando per girare una
settimana a dicembre e una a marzo, nella mia testa si affacciò
l’immagine di me al sesto mese di gravidanza. –Ci penseremo quando
ci arriviamo- pensai tra me e me. Quando fu tempo di marzo, Alain Delon
vide subito il mio stato e ci fu un attimo di pausa. Poi si rivolse al
suo regista e gli disse in francese di prendermi dalla vita in su, nella
scena del treno. Il personaggio che interpretavo comunque moriva
nell’esplosione di quel treno. A giugno, quando nacque mio figlio, ero
in giardino a Firenze che lo allattavo quando la mia vecchia si affacciò
trafelata urlando: “Nicolettaaaa! C’e’ Alain Delon al telefono!”
Era esterrefatta che qualcuno di così famoso potesse abbassarsi a
chiamarmi a casa, per farmi gli auguri per la nascita di mio figlio.
Alain Delon era carino, ma duro; il viso segnato da un cinismo e da una
durezza che andavano oltre la sua età. Il suo gioco, poi, era scoperto:
faceva il signore, il galante in un modo antiquato, per coprire sia un
senso innato d’inferiorità, dovuto a chissà che, e anche per
coprire, secondo me, una crudeltà e cinismo necessari per arrivare dove
voleva lui nel suo lavoro. Era senz’altro arrivato, quando lo
incontrai, era il produttore di questa serie di film, ma ancora gli si
leggeva quell’insicurezza mascherata dal duro. Oh, be’, non era
certo il mio tipo. Pi tardi, mio figlio aveva quasi un anno, lavorai per
lui su un altro film, nella costa Azzurra. La scena era cambiata; io ero
più sicura del mio essere: ribelle, malvestita, hippy, col bambino
mezzo nudo in braccio, e un boyfriend francese -Gabriel- al seguito. Lui
aveva con sé una gelosissima Mireille Darc, e altra gente del suo
entourage, fece una scena quando la costumista, una simpatica signora
rossa di capelli e molto stravagante, mi aveva vestito per una scan in
cui io e Alain andavamo fuori a cena, con un vestitino lungo di una seta
grezza marrone, che io avevo adorato. “Mia moglie deve vestire alla
mia altezza e al mio gusto!”. Fu una frase che rimase tra me e
Michelle (la costumista) come l’apoteosi del comportamento
“borghese” e conformista di Delon. Io me ne fregavo e arrivavo sul
set con Gabriel, che portava in braccio mio figlio e a tracolla una
radiolina accesa. Intuii che Alain e Mireille tiravano. Ma forse per
questo le sue battute uscivano fuori perfette, i suoi movimenti facciali
perfettamente eseguiti, uh-la la”.
LA CARRIERA: volume 7
Nicoletta adotta il cinema francese (come
tutte le nostre attrici stufe di fare le oche): L’IMPORTANTE E’
AMARE, di Andrzej Zulawski, anno 1975, fu tagliato
dalla distribuzione italiana (che belpaese!) per renderlo meno violento
ed erotico. Considerata dall’intellettualistico autore "la sua
unica opera borghese", vede un grandissimo lavoro con gli attori: Romy
Schneider, Fabio Testi, Klaus Kinski e Nico nel ruolo di Luce. Racconta
di tre persone che cercano di vivere, amare e sopravvivere (la Schneider
interpreta una pornostar innamorata di un uomo che le resiste e medita
il suicidio). Poi, gira al fianco di Jean Gabin LA GANG DELL’ANNO SANTO di Jean Girault (1976) e il
poliziottesco di culto IL TRUCIDO E LO SBIRRO di Umberto Lenzi. Dopo un
non ben identificato LA FUITE EN AVANT di Christian Zerbib (con Bernard
Blier e Michel Bouquet), che uscì solo sei anni dopo, è la volta del
suo canto del cigno, AL DI LA’ DEL BENE E DEL MALE (1977) di Liliana
Cavani. Il suo ruolo è quello di Amanda: "Salomé era una donna
che credeva possibile vivere con due uomini, una donna libera nel senso
migliore dell'espressione (...). Accade che uno dei maschi era Nietzsche,
che si trovava
nella teoria e sul piano filosofico completamente d'accordo con
il punto di vista di Lou - lui che aveva scritto "dovete imparare a
dire sì a tutto ciò che è proibito... Dovete in definitiva essere
immorali e dunque liberi" - ma che in realtà ha reagito in questa
situazione come ogni individuo medio, manifestando gelosia, collera e
soffrendo. E di fronte alla gioia di vivere di Lou, Nietzsche comincia a
scrivere la sua teoria del superuomo che descrive con sguardo blu, con
la curiosità, lo slancio vitale della compagna. E ho voluto mostrare
come questa "bestia bionda", che dominò tanto la vita del
filosofo, è giunta ad essere il modello del famoso superuomo! (...)”.
Liliana Cavani intervistata da Guy Braucourt in "Ecran 77, n.56, pag.10“.
UCCIDETE BILL
Scrive Massimo Giraldi nel Filmlexicon:
”I film che interpreta negli anni settanta la confermano attrice
adatta soprattutto ad entrare in storie narrativamente forti, insolite
per ambientazione, per sviluppo metaforico, per lo stile sporco e
arrabbiato tipico di molti registi italiani del periodo. Scegliendo toni
sperimentali e provocatori, autori come Orsini, Brocani e Citti la
utilizzano proficuamente sul piano drammatico, mentre con Dino Risi ha
modo di mettersi in evidenza anche su quello satirico-corrosivo (…).
E’ il 1977, e da questo momento la Machiavelli, avendo perso, sia pure
a soli 33 anni, interesse e stimoli nei confronti dell’attività
cinematografica, decide di abbandonare il set per tentare altre
esperienze.”
Nicoletta: “Io
non ho mai visto quei film, ne ho visti pochissimi dei miei film, in
effetti, non m’interessavano proprio”.
Non le interessavano la carriera, né i soldi. Voleva
l’alternativa ribelle alla società. E il cinema come macchina da
spettacolo, impegnato o meno che fosse, rappresentava quella società.
Sparì dalla circolazione emergendo a Los Angeles dopo una decina
d’anni. Se è paradossale
che il revisionismo spaghettato di Tarantino la ricordi proprio nei
ruoli da cui cercò di scappare lungo tutta la carriera, tutto ciò non
fa che dimostrare che la sua ribellione era fondata e che abbracciare la
controcultura al cinema, infine, non paga. (Scommettiamo? Quanti dei
film da lei interpretati dopo il contratto con De Laurentiis abbiamo
visto?).
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