| Recensione
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L’ultimo
film di Kenji Mizoguchi è un affresco corale sulla condizione della donna
nel Giappone del dopoguerra, un’opera segnata da un profondo e doloroso
realismo nella rappresentazione dei mutamenti che scuotono una società
ancora visibilmente segnata da un passato tragico e timorosa di affidare
la propria speranza al futuro. Mizoguchi percorre le strade dei bassifondi
di Tokyo per addentrarsi tra le mura di un edificio nel quale sono
riprodotti al loro livello più brutale i meccanismi dell’agire
all’interno di una società capitalista: le ragazze che lavorano nella
casa di piacere possono ottenere la libertà soltanto dopo il pagamento
del debito contratto con il padrone, dunque un movimento di denaro governa
le loro vite, o meglio, la mancanza di una determinata somma di denaro è
la condizione per la quale non è loro dato di accedere a una vita
dignitosa. È il padrone stesso a far notare alle ragazze come egli si
sostituisca al governo per provvedere al loro mantenimento, gestendo la
casa di piacere allo stesso tempo come un’attività commerciale e come
un organismo politico in miniatura, un piccolo stato che si situa al di là
dei confini etici di quello vero e proprio. I corpi delle donne si pongono
ai margini della società e ne imitano il funzionamento, costituiscono con
i loro clienti degli effimeri micro-nuclei
famigliari che si sostituiscono a delle famiglie insoddisfacenti e allo
stesso tempo si situano all’interno di un flusso di denaro che dalle
casse delle botteghe dei clienti passa a quelle della casa di piacere per
soddisfare un desiderio sessuale inappagato. Le prostitute si sobbarcano
il sovrapprezzo morale di questa transazione monetaria, facendosi carico
in prima persona della vergogna che le tiene lontane dai loro figli e
dalle loro famiglie. Soltanto Yasumi riesce a risalire di un gradino la
scala sociale, facendo ricorso all’avidità e all’inganno e
soprattutto trascinando verso il basso, nella vergogna e nell’illegalità,
un commerciante al quale si sostituirà, effettuando uno scambio di ruoli
necessario a mantenere un equilibrio all’interno delle due sfere: uno
degli innumerevoli clienti che quotidianamente visitano i bassifondi è
destinato a rimanerci, liberando un posto che garantisce a Yasumi
l’accesso a un attività commerciale più rispettabile. Su questi
personaggi grava una condanna a rimanere schiacciati sul fondo dello
strato sociale e la macchina da presa lo evidenzia ad esempio proprio nel
momento in cui Yasumi e il commerciante di tessuti bevono un
tè: quando si alzano per trasferirsi in camera da letto la telecamera
resta sul pavimento, a inquadrare le gambe come nella sequenza della
mancata impiccagione, nella certezza che gli oggetti dell’inquadratura
verranno inesorabilmente ritrascinati al suolo. Yasumi possiede
l’ambizione e la mancanza di scrupoli per tendere verso l’alto e
dall’alto guarderà le sue ex colleghe una volta rilevato il negozio del
suo amante. Le intensissime e dolorose sequenze finali, con il trucco
della giovane prostituta che poi si rivolgerà alla telecamera invitando
il cliente/spettatore, mostrano un breve rito di mascheramento che con
l’intenzione di abbellire un volto finisce per abbrutire definitivamente
un’esistenza, racchiudendo in sé allo stesso tempo la perdita
dell’innocenza, l’ingresso nell’età adulta e la caduta nei
bassifondi. Alla giovane ragazza viene attribuito un nuovo volto che
coincide con il suo nuovo stato, un segno sul corpo che è allo stesso
tempo un segno indelebile sul suo destino. L’impressione è che
Mizoguchi rinunci ad ogni estetismo con l’intento primario di
documentare una condizione infima dell’esistenza che è prima di tutto
una condizione sociale e lavorativa, ricorrendo anche a sequenze
dall’indubbio sapore neorealista (il
dialogo tra la madre e il figlio fuori dalla fabbrica), evidenziando così
una comunanza di intenti tra il movimento che in quegli anni nasceva in
Europa e quel genere cinematografico giapponese noto con il nome di
“dramma dei bassifondi”.
Stefano
Trinchero
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