LA SIGNORA OYU
(Oyu-Sama)


REGIA:    
Kenji MIZOGUCHI

PRODUZIONE:  Giappone   -   1951   -   Drammatico

DURATA:  96'

INTERPRETI:
Kinuyo Tanaka, Nobuko Otowa, Yuji Hori, Kiyoko Hirai, Reiko Kongo, Eijiro Yanagi, Eitaro Shindo

SCENEGGIATURA: Yoshikata Yoda
(dal romanzo Ashihari di Junichiro Tanizaki)

FOTOGRAFIA:
Kazuo Miyagawa

SCENOGRAFIA: 
Hiroshi Mizutani

MONTAGGIO: 
Mitsuzo Miyata

MUSICHE: 
Fumio Hayasaka

Trama

Oyu accompagna sua sorella Oshizu all’incontro con Shinnosuke che dovrà diventare il suo futuro marito, ma lui si innamora perdutamente di Oyu, vedova e costretta, secondo le usanze del tempo, a non risposarsi e ad occuparsi dell’educazione di suo figlio. Il matrimonio tra Shinnosuke e Oshizu avrà luogo, ma sarà soltanto l’inizio della fine.

Recensione

 

 

 

Viandanti

Tratto dal romanzo “Aschikari” di Junichiro Tanizaki, “Oyo-Sama” è una trasposizione visiva affascinante e coinvolgente, che rapisce lentamente lo spettatore afferrandolo per mano e conducendolo lungo un abisso d’incomunicabilità e frustrazione senza mai andare sopra le righe, ma riuscendo ad esprimere una quantità di sensazioni stupefacente, creando delle stratificazioni di significato di grande interesse. La sinossi della storia è molto semplice, e presenta elementi comuni a molti racconti occidentali, benché l’ambientazione orientale doni all’intera opera una specificità unica e meravigliosa; dalla cerimonia del tè agli interni delle case, dal trucco delle donne al loro portamento inconfondibile, per tutta la visione si è immersi in un’atmosfera che ci parla del Giappone, dei suoi mutamenti, delle contraddittorie e rigidissime convenzioni sociali che lo governano. Shinnosuke, rimasto presto orfano, incontra la giovane e bella Oshizu, ma s’innamora di sua sorella Oyu che, essendo più matura, risveglia in lui una sorta di complesso di Edipo, sostituendo nel suo immaginario quella figura materna di cui ha sempre sofferto l’assenza, vedendo in Oshizu una sorella e non una moglie. I protagonisti del dramma sono incatenati ai loro ruoli sociali, e i tentativi di scrollarsi di dosso i loro personaggi sono destinati a fallire miseramente; quando Oyu giace nel suo futon, in seguito ad un mancamento, Shinnosuke può solo guardarla, desiderarla, ardere della sua stessa passione, ma non può in alcun modo esternare fisicamente il suo amore, congelato nella sua educazione, retaggio di una cultura millenaria, e lei, ripresasi e resasi conto della situazione, lo invita a sposare sua sorella, perché lei è madre prima che donna, e quindi suo figlio deve rappresentare la sua unica ragione di vita. Da questo momento in poi gli eventi precipitano, perché ognuno di loro si muove verso direzioni opposte alla propria volontà, costretti a calcare strade impervie invece di seguire il percorso lineare che solo le ragioni del cuore riescono a tracciare con limpidezza e forza. Ogni passo li conduce verso un vicolo cieco fatto di sofferenza e d’abbandono, nonostante i loro sforzi di vivere serenamente uno stato di cattività insopportabile e frustrante, che non produrrà altro che solitudine e sofferenza. Kenjii Mizoguchi riesce a tratteggiare un affresco di un Giappone incantato che sta scomparendo (i treni che passano sullo sfondo nel finale sembrano voler portar via una società che sta mutando forma), scolpendo, con la sola forza delle sue mani, gli attori in uno scenario credibile e reale, ma allo stesso tempo metafisico e romantico. Un romanticismo che non si coglie nella manifestazione dei sentimenti, attraverso l’espressione diretta di parole o azioni, restando latente, sotterraneo, invisibile eppure tangibile; una presenza ingombrante che leviga lentamente il cuore dello spettatore, come l’azione costante di una goccia d’acqua su una dura pietra. In questo scenario la capacità recitativa degli attori si esalta, sia grazie alla loro bravura, sia per merito del regista capace di dirigerli senza tentennamenti nella loro parabola emotiva, rendendoli fragili e forti allo stesso tempo, in grado di reagire alle congiunture che l’esistenza gli riserva, e allo stesso tempo di soccombere al mutamento delle situazioni, donandogli un pathos che non potendo esternarsi all’esterno li anima dall’interno fino a consumarli. Mizoguchi si dimostra un maestro nel rendere “tempo” ogni sequenza, “luogo” ogni gesto, “spazio” ogni parola, e di fuggire da questa rigida impostazione con un finale lirico, romantico, incredibile nella sua inarrivabile semplicità; un uomo che rimane solo davanti al nulla, come il “Viandante sulle nuvole” di Friedrich, emblema del Romanticismo europeo, quasi a voler inconsciamente testimoniare che l’arte, quand’è autentica, travalica i metodi dell’espressione, le lontananze geografiche, il trascorrere dei secoli, ponendo l’uomo davanti al suo essere, costretto a confrontarsi con il tutto e di conseguenza con se stesso.

Matteo Catoni

 

 

Indice Mizoguchi