| Recensione
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Viandanti
Tratto dal
romanzo “Aschikari” di Junichiro Tanizaki, “Oyo-Sama” è una
trasposizione visiva affascinante e coinvolgente, che rapisce lentamente
lo spettatore afferrandolo per mano e conducendolo lungo un abisso
d’incomunicabilità e frustrazione senza mai andare sopra le righe, ma
riuscendo ad esprimere una quantità di sensazioni stupefacente, creando
delle stratificazioni di significato di grande interesse. La sinossi della
storia è molto semplice, e presenta elementi comuni a molti racconti
occidentali, benché l’ambientazione orientale doni all’intera opera
una specificità unica e meravigliosa; dalla cerimonia del tè agli
interni delle case, dal trucco delle donne al loro portamento
inconfondibile, per tutta la visione si è immersi in un’atmosfera che
ci parla del Giappone, dei suoi mutamenti, delle contraddittorie e
rigidissime convenzioni sociali che lo governano. Shinnosuke, rimasto
presto orfano, incontra la giovane e bella Oshizu, ma s’innamora di sua
sorella Oyu che, essendo più matura, risveglia in lui una sorta di
complesso di Edipo, sostituendo nel suo immaginario quella figura materna
di cui ha sempre sofferto l’assenza, vedendo in Oshizu una sorella e non
una moglie. I protagonisti del dramma sono incatenati ai loro ruoli
sociali, e i tentativi di scrollarsi di dosso i loro personaggi sono
destinati a fallire miseramente; quando Oyu giace nel suo futon, in
seguito ad un mancamento, Shinnosuke può solo guardarla, desiderarla,
ardere della sua stessa passione, ma non può in alcun modo esternare
fisicamente il suo amore, congelato nella sua educazione, retaggio di una
cultura millenaria, e lei, ripresasi e resasi conto della situazione, lo
invita a sposare sua sorella, perché lei è madre prima che donna, e
quindi suo figlio deve rappresentare la sua unica ragione di vita. Da
questo momento in poi gli eventi precipitano, perché ognuno di loro si
muove verso direzioni opposte alla propria volontà, costretti a calcare
strade impervie invece di seguire il percorso lineare che solo le ragioni
del cuore riescono a tracciare con limpidezza e forza. Ogni passo li
conduce verso un vicolo cieco fatto di sofferenza e d’abbandono,
nonostante i loro sforzi di vivere serenamente uno stato di cattività
insopportabile e frustrante, che non produrrà altro che solitudine e
sofferenza. Kenjii Mizoguchi riesce a tratteggiare un affresco di un
Giappone incantato che sta scomparendo (i treni che passano sullo sfondo
nel finale sembrano voler portar via una società che sta mutando forma),
scolpendo, con la sola forza delle sue mani, gli attori in uno scenario
credibile e reale, ma allo stesso tempo metafisico e romantico. Un
romanticismo che non si coglie nella manifestazione dei sentimenti,
attraverso l’espressione diretta di parole o azioni, restando latente,
sotterraneo, invisibile eppure tangibile; una presenza ingombrante che
leviga lentamente il cuore dello spettatore, come l’azione costante di
una goccia d’acqua su una dura pietra. In questo scenario la capacità
recitativa degli attori si esalta, sia grazie alla loro bravura, sia per
merito del regista capace di dirigerli senza tentennamenti nella loro
parabola emotiva, rendendoli fragili e forti allo stesso tempo, in grado
di reagire alle congiunture che l’esistenza gli riserva, e allo stesso
tempo di soccombere al mutamento delle situazioni, donandogli un pathos
che non potendo esternarsi all’esterno li anima dall’interno fino a
consumarli. Mizoguchi si dimostra un maestro nel rendere “tempo” ogni
sequenza, “luogo” ogni gesto, “spazio” ogni parola, e di fuggire
da questa rigida impostazione con un finale lirico, romantico, incredibile
nella sua inarrivabile semplicità; un uomo che rimane solo davanti al
nulla, come il “Viandante sulle nuvole” di Friedrich,
emblema del Romanticismo europeo, quasi a voler inconsciamente
testimoniare che l’arte, quand’è autentica, travalica i metodi
dell’espressione, le lontananze geografiche, il trascorrere dei secoli,
ponendo l’uomo davanti al suo essere, costretto a confrontarsi con il
tutto e di conseguenza con se stesso.
Matteo
Catoni
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