| Recensione
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Nel
1953 grazie al successo ottenuto con il precedente lavoro (Vita di Oharu)
Mizoguchi ottiene da Masiachi Nagata il via libera per un progetto meditato
e rielaborato negli ultimi tre anni. Ugetsu Monogatari, liberamente
ispirato ai racconti contenuti nella omonima raccolta del 1776 di Ueda
Akinari, storie di fantasmi, avidità e disgrazia ambientate in epoche
differenti del Giappone feudale, ed ai racconti sovrannaturali
di Maupassant, è certamente il più famoso dei lavori di Mizoguchi, assieme
a Sanshō ed al già citato
viat di Oharu.
Con i lavori di Kurosawa e Ozū, Mizoguchi a lungo è stato emblema
del cinema orientale in occidente, all'epoca della prima infatuazione
(a parte una brevissima negli anni 20) da parte dei festival internazionali
per una cinematografia che appariva radicalmente altra rispetto ai canoni
diffusisi via Hollywood anche se, a ben vedere, non lo era così tanto;
le pendenze di Kurosawa sono ovvie, meno ma assai ben documentate quelle
di Ozu e M. (cfr. i castori dedicati a questi ultimi, e almeno
N. burch “To the distant observer”).
Ambientato all'epoca degli scontri feudali, quando armate legate a questo
o quel potente scorazzavano nelle campagne e nelle città di un Giappone
quasi medievale, Ugetsu Monogatari si svolge, nelle parole del
regista, come un rotolo di dipinti. Un movimento questo rintracciabile
in tutto il film, dalla circolarità generale impressa dalla
prima e dal'ultima sequenza e da quelle fondamentali delle allucinazioni
di Genjuro; impressione acuita dai rari e determinanti movimenti di
macchina (panoramiche a 180° ed articolazioni di dolly).
Nella povera campagna del villaggio gli uomini non sono affatto differenti
da quelli di città, ognuno culla sogni bizzari od infantili ed affetti:
anche in questa piccolissima comunità però le relazioni umane sono il
nerbo che struttura la vita di ogni giorno, un fardello questo che poggia
sulle figure femminili capaci di una forza volitiva -ed una lucidità
di sguardo- di cui i loro compagni paiono totalmente sprovvisti.
E' proprio questa distinzione basilare a condurre l'evoluzione delle
due vicende al centro di Ugetsu: da una parte Genjuro vittima
di un sortilegio con la moglie ed il figloletto che, così crede, lo
attendono a casa, dall'altra lo sciocco Tobei che diviene samurai senza
merito, dimentico della compagna che incontrerà in una casa di piacere.
La figura femminile, da sempre centrale nella filmografia
di Mizoguchi oltre che, come abbiamo visto, nella sua biografia, domina
la luce, fino ad essere sinonimo del focolare domestico, pronta a rinunciare
a sè stessa ed alla resistenza fin chè si trova in vita; ancor più risoluta
da morta quando è il suo spettro ad attirare la luce (il tornio, il
viso e la casa della dama Wakasa) ed a perseguire il proprio
obiettivo contro ogni regola cui vincoli la materia. Non si tratta solamente
del consueto aspetto del fantasma occidentale costretto ad agire come
in vita ma di un essere sovrumano in cui la necessità di agire ha sconfitto
il vincolo inerziale della terra cui era legato. Il fantasmatico in
questo senso è oltretutto una proiezione del desiderio recondito dell'uomo:
la donna adorante che aspetta a casa (la moglie) o l'amante capace di
piaceri inimmaginabili. Inevitabile è la sfasatura nell'istante in cui
ciò si rivela per quello che è, illusione: si prendano l'incontro nella
casa di piacere e la liberazione dall'incantesimo ambedue scioccanti
incroci di sguardi d'incredulità. Tobei come Genjuro tirano in ballo
l'amore, un affetto molto differente per i due uomini, per spiegare
le loro azioni alle donne della loro vita ma q ueste
non oppongono altro che
loro stesse e la loro presenza come non si trattasse di esseri mortali
ma presenze indelebili, e il voice over finale lascia ben poco
al dubbio.
Queste brevi astrazioni che è possibile desumere dal complesso tessuto
narrativo narrativo e visivo che Mizoguchi costruisce, inesorabile fino
alla disperazione: se "nessuno soffre quanto O Haru", protagonista
di una irreale quanto folle biografia imperniata sulla frustrazione
ed il dolore, I Racconti della Luna Pallida d'Agosto completa,
in un certo modo, la medesima visione dell'universo costruendo questa
piccola ma stranamente esemplare comunità di esseri umani.
L'incredibile minuziosità della messa in scena alla ricerca di un'autenticità
completa, fino all'astrazione, del periodo storico come dell'emozioni
umane ha portato i critici occidentali fin dagli anni '50 a vedere nei
Jidaigeki dell'ultimo periodo del regista (almeno a partire dal magnifico
"La vendetta dei 47 ronin", opera su commissione in piena
Guerra) come feroci accuse allo sviluppo della società giapponese, contro
l'asservimento della donna: "la fusione del fantastico e del reale
ricordò alcune diavolerie medievali e, come queste, servì da pretesto
per condannare il feudalesimo e la guerra" (G. Sadoul, Storia
del cinema mondiale, 1964, pag. 506).
A
distanza di anni la maestosa perfezione stilistica di Ugetsu
mostra forse con maggiore chiarezza la molteplicità semantica di cui
è portatore, non solo l'oppressione della donna, non solo le radici
violente della società ma una visione articolata della vita umana e
delle ambiguità cui il reale si presta agli occhi degli uomini. Così
la maestria tecnica della sequenza del ritorno a casa di Genjuro (una
panoramica da destra a sinistra a destra in cui l'uomo entra nella sua
catapecchia, non trova nessuno ad attenderlo, esce a sinistra per ripetere
l'entrata e trovare l'immagine dei suoi desideri: la moglie che prepara
la cena) anticipa solo la chiusura che, con un lento movimento a salire
dal bimbo sulla tomba della madre, inquadra la vallata con gli uomini
al lavoro, in contrasto con la desolazione della medesima immagine che
apre il film, evitando ogni semplicistica morale
ed al contempo esaltando la "duplicità dell'essere umano
teso tra il mondo fisico e quello spirituale" (Acquarello,
Strictly
Film School).

Luigi
Garella
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