|
Dalle lontane latitudini – Mizoguchi:
rigore ed eclettismo
|
Yo no naka ya
chō no kurashi mo
isogashiki
[Nel nostro
mondo, anche
le farfalle sono stanche
di vivere]
Issa |
L’écriture
e(s)t la différence
La recente edizione francese in dvd
di alcune pellicole dell’opus filmografico del regista giapponese
Mizoguchi Kenji sembra aver raccolto l’eco dispersa di un appello
lontano. Una voce non propriamente identificata né adeguatamente
riconosciuta che forse si era adagiata sull’indistinto di una richiesta
appartenente alla coscienza critica (/cinefila) collettiva, chiedeva di
essere ascoltata; e parallelamente un vuoto reclamava un riempimento. Una
imbarazzante lacuna all’interno del nostro (presunto) sapere è stata in
qualche modo colmata, i nostri occhi hanno finalmente visto.
Succede inevitabilmente quando vediamo un film di un autore giapponese (da
Kurosawa Akira a Ozu ai più “contemporanei” Kurosawa Kyioshi, Miike,
Kitano etc.) che ciò a cui assistiamo è un evento di linguaggio che (ci)
si dischiude nella sua iniziale (originaria) refrattarietà. Quel qualcosa
che avviene sullo schermo (il cinema, probabilmente) preserva una distanza
nel suo manifestarsi, nello stesso tempo si mostra e si nega allo sguardo
anelante dello spettatore calato in una sorta di unheimlichkeit
linguistica. La distanza che intercorre tra l’occhio che vede e
l’oggetto della visione riproduce il fenomeno psichico del perturbante,
dello spaesamento estetico/estesico per cui non ci sentiamo a casa a
livello di linguaggio. Evidentemente c’è un ammanco di senso, o meglio
di riconoscibilità del senso. Ciò che riusciamo a cogliere è invece il
senso di un’alterità, di una distanza, di una differenza. Il
suggerimento allo spettatore è quello di dimenticarsi di essere
spettatore in senso greco (théoros), di evitare di gettare il suo
sguardo appropriante e di mettersi invece in ascolto delle immagini,
consci del fatto che comunque, nonostante possiamo recuperare il senso
della visione di un film giapponese affidandoci alla techne utilizzata
(l’arte, ma anche la tecnica e, per estensione, la sintassi
cinematografica che si misura su un lessico generalmente condiviso),
rimarranno ampie zone d’ombra, un quid irriducibilmente opporrà strenua
resistenza. Del senso di un testo giapponese (non solo cinematografico)
non potremmo mai disporre integralmente. In tale scrittura cinematografica
non giungeremo mai al cuore dell’impero dei segni, tantomeno mediante la
traduzione en parole francese (che tradisce piuttosto che tra-ducere).
Occorre forse riconoscere i limina appropinquandosi ai confini di tale
impero, pensando al nostro tentativo di comprensione del senso come a un
percorso di avvicinamento (mai di penetrazione) piuttosto che a un assedio
espugnante.
Impressions: soleil lévant
Dopo l’estenuante premessa, quasi una condizione
(tutt’altro che rinunciataria), un primo interrogativo sul cinema di
Mizoguchi ci viene subito incontro riguardante, per così dire, i suoi
contenuti. L’arte di questo importante cineasta nipponico rivela un
amore incondizionato per il suolo natio, per la propria cultura e per la
propria gente. Il cinema di Mizoguchi ci parla del Giappone, del suo
Giappone (persino quando si trova ad illustrare una tradizione dal sapore
cinese, e dunque straniero, come in L’imperatrice Yang Kwei-Fei,
Mizoguchi ci parla del Giappone attraverso la musicalità, ci informa del
sentimento giapponese nei confronti della musica).
Mediante un’attenta e accurata descrizione dei luoghi e dei tempi, delle
ambientazioni, dei contesti storici e geografici (le varie epoche della
cronologia giapponese colte attraverso il milieu
socio-antropologico, di volta in volta cangiante), di fronte alla quale
non possiamo non avvertire un divario culturale forte tra oriente e
occidente (la solita discrepanza tra i diversi modi del sentire, certo, ma
che ci sorprende sempre e ci attende sistematicamente ad un inequiparabile
confronto), Mizoguchi restituisce lo spirito di una terra e di un popolo.
Dipingendo gli scenari di una geografia esistenziale, descrivendo le
dinamiche dell’umano agire e sentire attraverso una contestualizzazione
irrinunciabilmente storica (le lotte feudali in La vendetta dei
quarantasette ronin, l’ambizione e l’aspirazione dei ceti
medio-bassi a una prospettiva di maggior stabilità economico-sociale nel
medio evo in I racconti della luna pallida d’agosto, le difficoltà
ad emergere nel mondo dell’arte e del teatro dopo il rapido processo di
occidentalizzazione in L’ultimo crisantemo, la condizione della
donna nel passaggio dal vecchio al nuovo e specificamente dal periodo
Meiji al Giappone degli anni post-bellici in La strada della vergogna,
etc.) Mizoguchi offre un’idea abbastanza precisa (fermo restando il
discorso sull’impenetrabilità parziale della cultura giapponese) circa
la sensibilità del popolo del sol levante. Esiste anzi nel suo cinema un
transito continuo tra la dimensione particolare e il piano generale, uno
scambio percettibile e costante tra superficie semantiche, tra dimensione
singolare e pluralità, tra condizione antropologica dell’individuo e
status socio-politico di una nazione. Le informazioni sul Giappone tout
court vengono raccolte ed elaborate a partire da una narrazione
individuale, e viceversa (cosa che accade per altri versi anche con
Kurosawa e Ozu).
Il punto di partenza che però interessa Mizoguchi è sempre la
condizione umana, la dimensione esistenziale nell’ambito della quale si
consumano i drammi dell’interiorità. Non è un caso dunque che
l’animo umano divenga teatro antropologico in cui si mette in scena
tutto un corredo di tragiche situazioni psicologiche che scaturiscono
dall’interrelazione sociale. Motivo evidente per cui il Giappone
raccontato da Mizoguchi risulta sempre filtrato da un diaframma
letterario. Il suo indissolubile legame con la letteratura, l’arte e il
teatro tradizionale (qualsiasi lavoro mizoguchiano proviene direttamente o
indirettamente da un’opera letteraria giapponese) si rende quanto mai
efficace e funzionale nell’esemplarizzare l’intenzione affabulante del
nostro autore in esame. La storia del Giappone ovvero della “giapponesità”,
della cultura giapponese, è raccontata attraverso una sorta di melodramma
destinalmente già scritto. La rappresentazione cinematografica è già
sempre, in qualche maniera, una riscrittura di una traccia letteraria.
L’universo (al) femminile
L’affidarsi a certa tradizione
letteraria da parte di Mizoguchi lo ricollega in certo qual modo al suo
periodo di formazione (anche e soprattutto culturale) alla casa di
produzione Nikkatsu in cui il giovane Kenji viene influenzato
preponderantemente dal teatro shinpa (lo shinpa è un
movimento culturale nipponico nato sul finire dell’ 800 e sviluppatosi a
partire dal primo ‘900 particolarmente attento alle rivendicazioni dei
ceti più bassi della stratificazione sociale, che molto spesso spostava
il baricentro dell’azione drammatica sulla figura della donna). Gli
assunti dello shinpa come quello del rispetto nei confronti della
donna (essere sociale da sempre collocato ontologicamente in secondo
piano) e come quello del principio femminile come motore delle vicende
umane (per non dire della storia) vengono mutuati e metabolizzati dalla
sensibilità del giovane regista. L’universo narrativo mizoguchiano
viene irrimediabilmente declinato al femminile sulla scorta di quella che
fu una vera e propria rivoluzione socio-culturale nel Giappone fin de siècle.
La donna diviene elemento cardine del cinema di Mizoguchi (tutti,
indistintamente, i film di Mizoguchi prevedono un canovaccio incentrato su
uno o più personaggi femminili e chi si trova ad aver a che fare con la
sterminata filmografia mizoguchiana si scoverà proiettato in una
inestricabile selva di titoli che pongono la donna come figura centrale
dell’opera e come fulcro della diegesi, da O-Sen delle cicogne di
carta a Vita di O-Haru, donna galante, fino ad arrivare al suo
lascito testamentario costituito da La strada della vergogna). La
struttura sociale d’impronta massicciamente patriarcale fondata
sull’immobilismo etico-sociale di matrice confuciana viene ribaltata
(recuperando il coté audacemente femminile dello shintoismo) dalla
visione ginocentrica di Mizoguchi in cui la donna come sorella, madre,
amante (la dea Amaterasu della religione Shinto racchiude in sé queste
tre varianti della femminilità) funge da guida spirituale lungo
l’impervio sentiero esperienziale ricco d’insidie della vita di un
uomo. E’ grazie all’intervento femminile, nel bene o nel male, che
l’uomo si sente spinto a compiere una scelta o a prendere una decisione
(bellissimo il lungo piano sequenza de L’ultimo crisantemo in cui
Mizoguchi coglie tutti gli indugi e le incertezze dell’attore di teatro
Kikunosuke nel dialogo con la premurosa Otoku che lo esorta a riconoscere
l’enormità dei suoi limiti e a migliorare la propria arte scenica per
continuare il tipo di vita alla quale la sua aspirazione lo chiama). Molto
spesso è alla figura femminile che viene demandato lo scioglimento del
nodo etico tra la sfera delle costrizioni morali (giri) e
l’avvampare del sentimento (ninjō) che contraddice qualsiasi
vincolo etico. Una condizione schizofrenica tipica del dramma giapponese
in cui alla donna era affidata, come da consuetudine, il ruolo più
marginale di tale meccanismo. Uno degli esempi più felici ed emblematici
è costituito da L’imperatrice Yang Kwei-Fei dove è proprio
l’imperatrice Yu-Huan a sacrificare il suo amore e il suo regno per il
bene di un popolo. Mizoguchi inoltre insiste notevolmente sulle dinamiche
sacrificali affrontate dalle figure femminili che si immolano per un bene
supremo e cioè collettivo, non semplicisticamente per la causa maschile a
testimoniare che l’androcentrismo della cultura giapponese necessita di
una più matura e consapevole ricollocazione.
Trasparenze traslucide
Come si accennava
nell’incipit di questa divagazione sul cinema di Mizoguchi, è nella
tecnica cinematografica, e più precisamente nelle figure del linguaggio
cinematografico che vanno rintracciati gli elementi di riconoscibilità
per comprendere le linee estetiche (quantomeno i tratti più salienti) di
questo tipo di cinema, e renderle discorso. Ciò che emerge dall’opera
di Mizoguchi imponendosi con una certa inequivocabilità e ci consente di
esprimere qualche opinione entro margini di stentata sicurezza è la
vicinanza alla storia e alla letteratura del suo paese, la sua attenzione
al discorso sociologico in cui si mostra divorato da una robusta
attrazione per l’eterno femminino, tanto che se fossimo in cerca di modi
per definire il suo cinema non ci periteremmo di designarlo come una
poetica dell’universo femminile. Designazione che ovviamente non può
accontentare il nostro pur rapido approfondimento, o meglio avvicinamento.
Quello di Mizoguchi è un cinema che presenta un
quadro formale limpido e rigoroso: la ricerca della soluzione formale
perfetta nel rendere conto della bellezza dell’esistente sembra poter
essere una delle cifre stilistiche mirate a catartizzare il senso
drammatico dei suoi racconti per immagini (pensiamo a quanto l’estetica
di Kitano Takeshi, per citare uno degli autori più noti all’emisfero
occidentale, sia prossima a e in qualche modo debitrice di questa
concezione del cinema). Tuttavia il rigore formale di Mizoguchi non si
risolve nella sola prospettiva catartica. Sembra piuttosto che questa
precisione nella costruzione d’immagine (il senso dell’inquadratura in
Mizoguchi oltre alla decantata pulizia formale ci appare come inserita in
un discorso più ampio sul senso di perfezione come, etimologicamente,
percorso attraverso il quale qualcosa deve compiersi, deve dunque
esprimersi pervenendo alla forma) sia finalizzata ad una puntuale urgenza
espressiva. Nello straordinario I racconti della luna pallida
d’agosto (incursione inevitabile di Mizoguchi nel kaidan eiga
classico) il cineasta nipponico utilizza una varietà infinita di toni
chiaroscurali (anche in senso musicale) per creare un’atmosfera onirica
di lugubre spettralità (specialmente nell’incontro tra Genjuro e Wakasa,
la donna fantasma) evitando la sicumera antifrastica dei p.p. piani. Gli
espedienti tecnico-linguistici a cui ricorre sono i carrelli laterali (che
rendono la fluidità quasi ectoplasmica dei movimenti, in particolar modo
nel caso di Wakasa) e i totali, anche in campo medio. La tragicità del
famigerato episodio del seppuku collettivo dei quarantasette ronin
è affidata al fuoricampo, così come la drammaticità del suicidio di
Yu-Huan in L’imperatrice Yang Kwei-Fei è consegnata alla
sequenza della sua spoliazione, sempre fuoricampo, antecedente
all’impiccagione, e al dettaglio dolorosissimo di un vestito che cade a
terra e nella deposizione di una collana. Ancora: il diverbio tra le due
amiche-geishe nel film La musica di Gion è ripreso in un
significativo e dialettico campo/contro campo (premettendo che fino ad
allora l’affiatamento delle due ragazze aveva previsto l’uso delle
campiture totali che comprendevano sempre entrambe le figure), ma quando
le posizioni delle due protagoniste si irrigidiscono divenendo principio
di incomunicabilità, il regista scompone i piani dividendo
irrimediabilmente le due figure. La lista degli esempi di funzionalità
espressiva potrebbe allungarsi a dismisura per attestare una sorta di
eclettismo delle forme linguistiche utilizzato in funzione dell’urgenza
espressiva dell’autore.
E’ in definitiva quello di Mizoguchi un cinema che gode di una certa
classicheggiante linearità e il suo in fin dei conti è un ragionare
teleologico, per scopi e obiettivi, con esiti comunque imprevedibilmente
fruttuosi sul piano estetico. E tuttavia se azzardassimo a fidarci di
questa trasparenza apparentemente scevra di sovrainvestimenti semantici
e/o simbolici correremmo l’infausto rischio di distogliere l’occhio, o
per meglio dire l’orecchio, dagli effetti di senso di questo cinema che
reclama zone di costitutiva impenetrabilità. E’ in questi termini che
il cinema di Mizoguchi risente, forse solo attraverso traslucidi riflessi,
dell’estetica di quell’autentico “grande Altro” del cinema
giapponese, Ozu, per il quale l’estrema trasparenza coincide con la
nebulosità semantica più insondabile, fatta di impalpabile
inesplicitezza, di non detti che ne sospendono (almeno per noi
occidentali) il senso. Questo è il motivo più cogente per cui Ozu è
definito il più giapponese dei registi. Esiste infatti, a ben
osservare(/ascoltare), una peculiare simbologia della gestualità, un
linguaggio del corpo e dello sguardo che, fortemente legato alla cultura
del teatro nō, il teatro più autenticamente giapponese (al di
là dei tradizionali kabuki e bunraku), anticipa
l’intenzionalità espressiva della messa in scena attraverso
coreografie, scenografie, dialoghi e armamentario filmico in genere. Il
cinema di Mizoguchi, anche se in maniera meno programmatica ed evidente di
quanto faccia Ozu, è intriso di questi momenti di impercettibile
“vuoto”. Uno per tutti è nella sequenza di un film a torto
sottostimato, La signora Oyu (tratto da un romanzo di Tanizaki
Jun’ichirō), in cui dopo la scena di dialogo tra i due possibili
amanti, Oshizu e Shinnosuke, si vede la giovane fanciulla in primo piano
con uno sguardo che da solo fa capire la triste verità sul fatto che
Shinnosuke le preferisce la sorella maggiore Oyu. Un altro esempio non
trascurabile è dato dal finale delicatissimo e struggente di La strada
della vergogna in cui la gestualità ammiccante della giovanissima e
inesperta geisha Shizuko è un misto di candore virginale, esitazione
muliebre, sensualità femminile, ritrosia adolescenziale, tutto in un
“semplice” cenno (ciò che il galateo giapponese chiama fūga).
Certo, consapevoli del fatto che il differire tra culture, contrariamente
a quanto sosteneva il linguista Roman Jakobson, impone una intraducibilità
invalicabile, per cui di alcune espressioni culturali non ne sapremo mai
abbastanza, forse non coglieremmo nel segno (visto che nel caso del
Giappone si suole parlare addirittura di imperi) se in merito alla
questione mizoguchiana facessimo esclusivo riferimento a una trasparente
linearità dove regnano rigore ed eclettismo, disconoscendo quegli angoli
“invisibili”, quelle zone più ascondite ed oscure in cui saremmo più
sorpresi dall’annidarsi di un altrove del senso 1.
Mauro F. Giorgio
1. Occorrerebbe
meditare sul concetto di yūgen cui fa riferimento la forma
letteraria dello haiku. Rimando alle suggestioni raccolte nel
saggio introduttivo di Leonardo V. Arena L’Haiku – Considerazioni
estetiche contenuto in Haiku, BUR, Milano 1995, curato dallo
stesso autore.
|