| Recensione
|
L’imperatrice che visse due volte
Agli inizi degli anni
cinquanta, in Giappone cominciarono ad uscire i primi film a colori. Dopo
alcuni tentativi non riusciti, il nuovo sistema si affermò anche a
livello estetico con Jigokumon di Teinosuke
Kinugasa, Palma d’Oro a Cannes nel 1955.
Il primo film a colori di Mizoguchi segna un radicale distacco
dall’uso fino a quel momento esclusivamente “patetico” dei
cromatismi: il regista dell’Intendente Sansho non impiega i
colori per commuovere, compiacere o sedurre lo spettatore, bensì per
declinare in macchie compatte ed abbacinanti di rossi, blu e verdi
un’estetica rigorosa già perfezionata, che subisce qui un inevitabile
“adattamento” alle nuove esigenze della fotografia (dolly e carrelli e
più in generale i movimenti di macchina si assottigliano), senza che
tuttavia ne risulti alterato il meccanismo di fondo.
Il nucleo di partenza di questo sublime e scabro melodramma storico è di
matrice latamente scespiriana: la lotta per il potere, lo spodestamento
del vecchio uomo al comando da parte di un figlio senza scrupoli. Come
nella Vita di O-Haru, è un’icona ad innescare un lungo
flashback esplicativo: il vecchio imperatore,
prossimo alla forzata pensione, riattraversa idealmente un passato
fagocitato dall’amore per l’eroina eponima, doppio somigliantissimo
dell’amata prima moglie. Mizoguchi fa entrare lo spettatore nella fiction
cesellata dall’anziano regnante costeggiando prima e penetrando poi
nelle stanze del potere, isolate solo da “cortine” di seta, spazio
intimo dunque costantemente sottoposto a sguardi indiscreti. La fluidità
dei movimenti di macchina sembra rispecchiare la magmaticità dei ricordi.
Spazio e tempo del racconto sono indissolubilmente legati: non c’è
meccanismo narrativo che non nasca da un luogo o da oggetti gravidi di
ricordi, non c’è passaggio temporale che non sia sottolineato da
“aperture” spaziali, da carrelli o dolly in grado di connettere eventi
e personaggi lontani temporalmente o spazialmente, come se lo sguardo
mobile dell’istanza seguisse prima di tutto una temporalità soggettiva,
un itinerario interiore.
Nell’hortus non abbastanza conclusus dove metterà
in scena un crepuscolo appena suggerito nel prologo, ritroviamo
l’imperatore cinquantenne e triste, impossibilitato a suonare melodie
gioiose perché oppresso da una malinconia inibente, non essendo ancora
riuscito ad elaborare il lutto della prima moglie, l’imperatrice Wu-Hui.
La consegna di una statua raffigurante una figura femminile coincide con
l’arrivo di una graziosa fanciulla, giunta ad allietare le tediose
giornate del regnante. Fin da subito, l’associazione icona/amore ideale
è espressa a chiare lettere, quasi a voler prefigurare una successiva
idealizzazione/sacralizzazione di una figura umana umile e pura o quanto
meno “purificabile”. E’ nella povera sguattera di una piccola
stamberga che l’ambizioso generale An Lushan vede una possibile copia
della precedente imperatrice, l’unica in grado di trovare un posto nel
cuore inaridito dell’uomo. Kwei-Fei, questo il suo nome, non verrà
dunque amata se non come rimpiazzo, sostituto, copia? La giovane entra
repentinamente in contatto con le spregiudicatezze del sistema (profittate
del fatto di essere nata bella… le viene suggerito), ma non si fa
illusioni (resterò una vostra schiava, esattamente come quando
lavoravo come lavapiatti replica). Una sorta di maîtresse d’altro
bordo si perita di cancellare il suo passato (Da oggi non ha più un
passato).
Circondato da personaggi ostili che tramano nell’ombra e costretto ad
allontanarsi dalla natura in nome di un’alienante ragion di stato,
l’imperatore parla di sé attraverso la musica che suona, interpreta il
paesaggio traducendolo in note. La brevissima scena della
“trascodificazione in musica” degli alberi di pesco in fiore
costituisce una sublime sintesi della scarnificazione linguistica
mizoguchiana: seduto al centro di un padiglione, l’imperatore non si
degna di voltarsi e guardare l’umana bellezza, abbacinato com’è dallo
splendore dei colori primaverili; impugnando il proprio strumento
musicale, si dirige verso il giardino e, una volta assorbita e codificata
l’“immagine” della primavera, la ricodifica in un linguaggio puro ed
ideale. La macchina da presa prima lo segue con un breve dolly, poi si
allontana rivelando la giovane pretendente trascurata. Con un solo
movimento di macchina a seguire una sola azione, il regista è riuscito a
connotare un momento che,
a livello denotativo, non significherebbe altro che “la passione
dell’imperatore per la musica” e la sua sostanziale “sfiducia nella
possibilità di ritrovare l’amore”. Grazie a quel movimento che
congiunge il “lavoro” artistico dell’imperatore alla bellezza ancora
sottovalutata della fanciulla, ovvero stabilisce un legame tra personaggi
ancora non entrati in relazione, il regista anticipa quello che sarà il
nuovo oggetto di quel processo di “sublimazione” generalizzato senza
il quale il protagonista non sembra in grado di sopravvivere a se stesso e
ai giochi di potere: la futura imperatrice Yang Kwei Fei.
La
“scoperta” della nuova candidata mette in moto nell’imperatore una
sorta di corto circuito tra “ricordo di” (dell’imperatrice defunta),
“immagine di” (il ritratto stilizzato della prima moglie) e “copia
di” (Yang Kwei-Fei). Avendo già compreso che l’unico linguaggio in
grado di comunicare all’uomo qualcosa che non siano cambiamenti nella
formazione di governo o misure contro la carestia è quello musicale, la
donna non proferisce verbo, nonostante le pressioni dell’imperatore, e
delega allo strumento il compito di scalfire il cuore dell’uomo. Riesce
nell’intento. Credevo che Wu-Hui sarebbe rimasta l’unica donna che
avrei amato esclama l’imperatore. Un bagno purificatore libera
Kwei-Fei dalle residue “scorie” del proprio passato. Sarà lei,
tuttavia, a liberare l’uomo dalle proprie catene, facendogli
riassaporare il piacere delle piccole cose durante i festeggiamenti del
primo giorno dell’anno. In quell’occasione, l’imperatore riesce ad
intonare una melodia dolce, prime note serene dopo anni di requiem: ho
dimenticato di essere un imperatore, mi pareva di essere uno del popolo esclama.
La riacquisita felicità comporta la perdita della cognizione del tempo,
dunque del senso di precarietà della vita, del ricordo: Mi pare di
vivere qui da un’eternità.
Tale idillio viene bruscamente interrotto dall’irruzione delle
questioni pubbliche nel privato, aprendo la seconda sezione del racconto,
il cui perno centrale diviene il conflitto tra desiderio e benessere
collettivo, tra ragioni del cuore e ragion di stato. Una congiura di
palazzo ai danni della famiglia Yang spinge Kwei Fei ad abbandonare
l’imperatore e tornare al natio borgo. Non vi riuscirà: sarà
l’imperatore a richiamarla, sfidando così il primo ministro ed il
governatore. L’eliminazione della famiglia Yang diventa la panacea di
tutti i mali. La piazza reclama la testa dell’imperatrice, cui non resta
che sacrificarsi per salvare l’amato compagno: un’ultima preghiera,
l’invio del fermacapelli come oggetto/ricordo del proprio martirio
all’imperatore. Come sempre in Mizoguchi,
il tragico gesto risolutivo resta fuori campo. Dell’esecuzione vengono
mostrati solo la preparazione (sistemazione del cappio), la disposizione
della donna, le sue ultime preghiere, la svestizione: cadono i drappi, un
piano ravvicinato rivela una porzione della veste ricamata appena caduta
sul terreno e le scarpe sempre ricamate e piumate. Un movimento di
macchina, partendo dal dettaglio suddetto, segue lo strascico della veste
della donna fino a rivelare le radici dell’albero al quale sarà appesa.
La caduta dei suoi gioielli suggerisce, nella sua “figuralità” che è
metaforica e metonimica insieme, l’avvenuta impiccagione. FOTO 3 e FOTO
4
Questa morte pacificherà il mio popolo? si domanda
l’imperatore, lacerato dal dolore e come definitivamente smarritosi nei
labirinti di un potere disumano. Il suo pianto pudico che chiude il lungo
flashback sembra dilatarsi a dismisura e coprire l’intero arco di tempo
che separa quell’evento luttuoso dal presente da cui nasce il
racconto/ricordo di quei fatti. Le lacrime riempiono un’ellissi
pluridecennale. Te ne sei andata. Cosa mi resta? Io, detronizzato dal
sangue del mio sangue…Questo mondo è dunque di ghiaccio? Kwei-Fei,
Kwei-Fei…. Pronunciando questo, il vecchio si accascia al suolo
morente e la statua, giusto nel momento del trapasso, risponde: sono
venuta a cercarti...aspetto questo giorno da molti anni. Finalmente,
eccolo arrivato. Dammi la mano, lascia che ti guidi. L’imperatore,
oramai spettro, sussurra: Ero così impaziente. Staremo per sempre
insieme. Non mi lascerai mai… La nostra vera felicità è qua, e non avrà
fine…La macchina da presa torna tra le “cortine” di seta,
seguendo idealmente gli amanti di nuovo riuniti. Solo i fantasmi
consolano, solo gli spiriti ridono.
Manuel
Billi
|