| Recensione
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Secondo
film a colori di Mizoguchi, L’EROE SACRILEGO (aka THE TAIRA CLAN),
penultimo film del regista, inquadra un preciso e delicato periodo
(l’epoca Meiji) in cui la minaccia di guerre intestine incombe sul
Giappone. In un contesto storico già critico e incerto, i samurai –
professionisti della guerra, tenuti a debita distanza dalla ricchezza e
dalla corte, nella convinzione che solo nella povertà un guerriero possa
continuare ad essere valoroso – sono pedine inquiete nel conflitto che
serpeggia tra gli avidi dignitari e i monaci che, alimentando nel popolo
la superstizione, mantengono su di esso ascendente e potere. In questo
stratificato scenario Mizoguchi pone la sua lente muovendosi, da superbo
maestro della macchina da presa, da un contesto all’altro, esplorando
con occhio mobile gli ambienti, affidando la narrazione a una progressione
regolare che alterna lunghi confronti dialettici a sontuose scene di
azione o di massa (il mercato, la festa, la splendida fiaccolata dei
monaci, il combattimento che culmina nel sacrilegio cui fa riferimento il
titolo etc).
L’EROE SACRILEGO è un film
di netti contrasti (alla povertà del mestiere delle armi fa riscontro lo
sfarzo della corte imperiale) in cui il conflitto di classe (i malumori
dei samurai, vere e proprie vittime sacrificali puntualmente escluse dai
privilegi e dagli onori civili) costituisce il nodo tematico centrale ben
rappresentato dalla condizione del
protagonista: figlio di un samurai, samurai anch’esso ma di nobili
origini (la madre era la cortigiana dell’ex Imperatore di cui scopre
essere figlio biologico), di fronte all’uccisione del padre putativo da
parte dei dignitari si scaglia contro di essi e, preferendo raggiungere il
potere da umile combattente, senza rivendicazioni di stirpe, opera una
scelta di campo che è personale,
sociale e politica: in un mondo in cui tutti, in un modo o nell’altro,
si vendono per guadagnare qualche gradino nella scala sociale, la sua
condotta ribelle (“meglio bandito o pirata che al servizio
dell’Imperatore o dei monaci”) ha una purezza che conquista il
rispetto e il consenso di altri guerrieri e che conduce alle parole del
finale in cui riposa il presagio della futura emancipazione e
dell’ascesa dei samurai al potere (“Nobili e cortigiani divertitevi.
La fine del vostro regime si avvicina. Il futuro appartiene a noi”.).
Nella regolare scansione drammaturgica si inserisce – come variante,
costituendo mirabile brano a parte – il doppio flashback – legato a
due differenti racconti e a due diverse versioni dei fatti - che pone la
possibile alternativa sulle origini del protagonista: il primo (che si
scoprirà veritiero) descrive la visita notturna dell’Imperatore alla
madre cortigiana, il secondo il convegno sessuale
con un monaco, evidente metafora sulla coesistenza, all’epoca, di una
diversa ma assimilabile tirannia. Sarà poi il padre putativo che in punto
di morte scioglierà il nodo: sul ventaglio che si rinviene tra le sue
mani risiede la prova della nobile schiatta del protagonista (lo stesso
ventaglio che accompagna gli elegantissimi titoli iniziali).
Costruito come una tragedia scespiriana, e come questa densa di temi e
contenuti, senza fare dell’impianto teatrale una gabbia costrittiva,
variando toni e impostazioni, non perdendosi nelle pastoie dell’opera
meramente storica o politica ma dando ampio spazio alla dimensione più
intima e quotidiana dei personaggi (se l’attenzione narrativa pare
concentrata su un universo prettamente virile, non manca la consueta
rilevanza data alla condizione femminile, qui rappresentata dalla madre
del protagonista – la ex cortigiana che rimasta incinta viene destinata
in sposa a un samurai, donna capricciosa ma straordinariamente
indipendente che abbandona la casa del marito esasperata dall’indigenza
familiare – e dalla figlia del maestro d’armi che Taira chiede in
moglie), facendo un uso parsimonioso della musica (che non sottolinea i
passaggi più intensi, limitandosi ad accompagnare i raccordi e i
mutamenti di scenario) il film è costruito
da Mizoguchi come uno straordinario affresco in cui, alla solida struttura
narrativa si associa la consueta cura del coté figurativo: costumi e
scenografie sono elementi su cui il regista gioca infatti con impagabile
gusto pittorico, complice l’impeccabile direzione della fotografia di Kazuo
Miyagawa.
Luca
Pacilio
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