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PRODUZIONE: Francia/Italia (Corona, Fono Roma) - 1969 - Drammatico/Bellico DURATA: 145' INTERPRETI: Lino Ventura, Paul Meurisse, Simone Signoret, Jean-Pierre Cassel, Serge Reggiani, Claude Mann, Nathalie Delon. SCENEGGIATURA: Jean-Pierre Melville PRODUZIONE: Jacques Dorfmann FOTOGRAFIA: Pierre Lhomme, Walter Wottitz SCENOGRAFIA: Théobald Meurisse COSTUMI: Colette Baudot MONTAGGIO: Françoise Bonnot MUSICHE: Éric Demarsan

TRAMA: 1942, Francia occupata: le dure prove cui è sottoposta “L’Armata delle Ombre”, manipolo di uomini che guida clandestinamente la partigianeria francese.

Dolente, cupo omaggio ai partigiani francesi all’opera nell’ombra durante l’occupazione nazista. Melville, come sempre, non cerca la sintesi diretta all’eclatante del film di genere, è affascinato dal “dietro le quinte”, dove epiche sono le scelte e gli eroi sono tanto coraggiosi quanto travagliati. Allo stesso tempo, non cerca l’approccio intellettualistico/autorale che trasfiguri la materia senza lasciare che il rappresentato parli da sé. In questo senso, quest’opera sulla Resistenza è assolutamente inedita, difficilmente ascrivibile in un filone, se non proprio della poetica del regista, che militò nei partigiani e che richiama quel periodo come “implacabile sentire”, per quanto (come recita la frase in incipit) i tristi ricordi sono i benvenuti se rappresentano la giovinezza. Il tema delle difficili decisioni etiche dei combattenti per la Libertà, su cui ruota tutto il film, è un’altra costante del suo cinema (vedi anche Léon Morin, quando Belmondo intima alla donna di non interferire con l’esecuzione di una giovane spia), come il sobrio utilizzo dell’Io narrante e di figure principali le cui angustie traspaiano sempre (troppo?) poco: sono uomini tutti d’un pezzo, induriti (Ventura) o sicuri di sé (Belmondo). La voluta astensione, sia dalla retorica con sproloquio del Sé (quando lo stile sopravanza il messaggio), sia dalle lusinghe spettacolari (ma non mancano sequenze “forti”, come quella dell’esecuzione con “caccia alla lepre” nel bunker) a tratti rischia l’inespressività, ma la disorientante mancanza di psicologismo, per quanto precisa scelta estetica, è impraticabile nella versione italiana (ridotta a 97’ rispetto ai 145’ originali!) con tagli che “Colpiscono soprattutto la prima parte, trasformando la prigionia di Philippe nel campo di Vichy in una ridicola e inessenziale pausa narrativa. Ma l'intervento più assurdo e offensivo è quello che fa sparire dal testo la visita di Jean François al fratello Luc, incontro determinante nella definizione del rapporto tra i due” (Alessandro Baratti). Tratto da un romanzo di Joseph Kessel, è aperto e chiuso dall’immagine dell’Arco di Trionfo.

Niccolò Rangoni Machiavelli