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Cosa succede quando un genio ne incontra un altro?
La comparsa su PREMIERE, nell'ormai lontano 1996, di un saggio di
importanza capitale quale DAVID LYNCH KEEPS HIS HEAD di David Foster
Wallace
di
Luca Pacilio
A volte ciò che serve per entrare appieno in
qualcosa è una prospettiva anomala, anticonvenzionale, del tutto
trasversale che, indicando una via alternativa a quella
analitico-valutativa, permetta di impadronirsi completamente di quel
qualcosa. Nel caso del "weirdworld" di David Lynch tale
visuale ci è offerta
da un saggio scritto per PREMIERE nel 1996 da colui che senza dubbio
alcuno è il più geniale, versatile e esplosivo talento dell'odierna
letteratura americana, quel David Foster Wallace dalle cui mille e passa
pagine di INFINITE JEST - torrenziale, massimalista, divertente,
doloroso, scritto da dio, il romanzo che ti inchioda ed è il peggior
nemico del tuo bisogno di dormire - non riesco e non voglio staccarmi da
un po' di tempo. Il suo DAVID LYNCH KEEPS HIS HEAD non è una disamina
critica sul cinema di David Lynch; ci troviamo di fronte a uno spaccato
intimo-sensazionale che riesce, con la precisione e la lucidità
sbalorditiva che abbiamo imparato essere congeniale allo scrittore in
questione, a cogliere di quel cinema alcuni aspetti salienti. Nel 1995
Wallace è autorizzato a visitare il set di STRADE PERDUTE e vi si
aggira per tre giorni. La visita non è solo l'occasione per la
descrizione del work in progress del regista ma anche per la libera e
fluente digressione di un fan sull'opera del suo cineasta preferito.
Che quello di Wallace non sia un lavoro critico ce lo
riferiscono alcune considerazioni orgogliosamente schierate e che
diremmo quasi ingenue se non sapessimo di stare a leggere una sorta di
(esagero? esagero) novello Proust (ma eterosessuale, americano e
postmoderno) che sa maledettamente il fatto suo. Ecco che se un Enrico
Ghezzi (che di Lynch ha scritto tanto e ne sa come pochi) dice di
DUNE in perfetto "critichese": Lynch proietta la visione
oltre ciò che è dato vedere. Non è più questione di forme comunque
spietate e perfette. La narrazione è una maschera. DUNE viene tagliato
e "funziona" (...). Con emozione assistiamo a un dipanarsi
senza fine, più intricato della saga di GUERRE STELLARI e meno
necessitato, sfogliamento di un volume della visione, scultura più
pittura più movimento, Wallace risponde con un perentorio
DUNE, del 1984, è indiscutibilmente il film peggiore della carriera
di Lynch, ed è bruttarello forte. Questo per capirsi subito:
Wallace è uno che di critica cinematografica ne legge (nel
paragrafo 7 dal titolo PEZZETTO CONCLUSIVO DEL PAR.6, USATO PER
PROSEGUIRE IN UN RAPIDO RITRATTO DELLA GENESI DI LYNCH COME AUTORE
EROICO scrive Che lo riteniate un autore valido o meno, la sua
carriera dimostra che lui è davvero, nel senso letterale dei CAHIERS DU
CINEMA, un "auteur", pronto a fare in nome del pieno controllo
creativo quei sacrifici che i veri "auteurs" devono fare -
scelte che indicano o un furioso egotismo, o una dedizione appassionata,
o un desiderio infantile di essere il capo del cortile, o tutte e tre)
ma se è analisi e digressione ponderata che cercate, questo saggio vi
serve a poco. Per quello c'è l'indispensabile lavoro di Michel Chion,
DAVID LYNCH, vera bibbia di qualunque lynchiano doc (senza dimenticare
l'agile e sintetico Castoro di Riccardo Caccia che è anch'esso
apprezzabile). Ma se volete una volta tanto prescindere da un'indagine
minuziosa di singole sequenze (pensiamo alla scomposizione debitamente
maniacale che Chion attua su THE GRANDMOTHER, vero capolavoro occulto
del cineasta) e penetrare nel mondo del grande regista per osservarlo
con lo sguardo privilegiato di un uomo che sente le cose e ha
l'incredibile dono di saper tradurre quel suo sentire in parole, Wallace
è il vostro uomo e lo scritto in questione è ciò di cui non potete
fare a meno. Certo, lo scrittore si avventura anche nel campo della
trattazione, non lesinando in comparazioni, ma il tutto avviene,
mantenendo il consueto spessore, con grande leggerezza.
Godibilissimo in particolare il raffronto che fa col
cinema di Tarantino nel paragrafo 9 (LA SFERA D'INFLUENZA DEL
LYNCHIANISMO NEL CINEMA CONTEMPORANEO): il cerotto sulla nuca di
Marcellus Wallace in PULP FICTION - inspiegato, visivamente incongruo, e
mostrato in bell'evidenza in tre diverse situazioni - è Lynch allo
stato puro. Anche in questo caso DFW fa una considerazione che
potrebbe apparire quasi scontata ma che scontata non è (anche se
alcuni, e mi ci metto dentro senza modestia, perchè è la verità,
l'hanno avanzata da subito): il fenomeno commerciale
che risponde al nome di Mr. Quentin Tarantino non esisterebbe senza
David Lynch come modello di riferimento, senza l'insieme di codici e
contesti che Lynch ha portato nel profondo del cervello dello
spettatore, concludendo la sua digressione con un finissimo paragone
tra la rappresentazione della violenza nel cinema dell'uno e dell'altro
per poi postillare con la sezione 9a (UN MODO MIGLIORE DI METTERE QUELLO
CHE HO APPENA DETTO): A Quentin Tarantino interessa guardare uno a
cui stanno tagliando un orecchio; a David Lynch interessa l'orecchio. Lasciatemi
applaudire. Nella sezione 8 (CHE SIGNIFICA LYNCHIANO E PERCHE' E'
IMPORTANTE) Wallace scrive "come postmoderno o pornografico,
lynchiano è una di quelle parole (...) che si possono definire
solo ostensivamente, cioè lo capiamo quando lo vediamo (...) Un
recente omicidio avvenuto a Boston, in cui il diacono di una chiesa di
South Shore è partito all'inseguimento di un veicolo che gli aveva
tagliato la strada, lo ha fatto uscire di strada, e ha sparato al
conducente con la balestra a lunga gittata, era al limite del lynchiano.
E più avanti: Per me la decostruzione, come avviene nei film di
Lynch, di questa "ironia del banale" ha influenzato il modo in
cui vedo e strutturo mentalmente il mondo. Dal 1986 ho notato che un
buon 65% della gente che vedi al capolinea degli autobus in città fra
mezzanotte e le sei del mattino tende ad avere i requisiti tipici delle
figure lynchiane. Per concludere con un'impressionante intuizione
(alla luce della scena sul taxi di M.D. della coppia di anziani
che Betty ha conosciuto in aereo e che ne sembra l'esemplificazione
postuma): ho stabilito che un'espressione facciale improvvisa e
grottesca non può essere definita veramente lynchiana se non nel caso
in cui l'espressione sia mantenuta per qualche momento in più di quanto
le circostanze potrebbero giustificare.
Non starò a riferire quanto ameno sia (e ameno è dir poco: siamo a
passeggio nei viali alberati della Letteratura) il suo parlare delle
giornate sul set di un film, LOST HIGHWAY, di cui non sa molto, avendone
solo intravisto il copione, seguito poche scene, visto sprazzi di
giornalieri ma a cui dedica alcune fulminanti considerazioni. Nel
paragrafo 6b, NUMERO APPROSSIMATIVO DI MODI IN CUI SEMBRA CHE
"STRADE PERDUTE" SI POSSA INTERPRETARE (All'incirca 37),
Wallace dice: è impossibile stabilire se STRADE PERDUTE sarà un
fiasco alla DUNE o un capolavoro del calibro di VELLUTO BLU, o una via
di mezzo fra i due, o cosa. L'unica cosa che sento di poter dire con
totale sicurezza è che il film sarà: lynchiano.
Ci sono altri passi (ma, lo ripeto, il saggio dello
scrittore è imperdibile nella sua totalità) che meritano di essere
menzionati. Nel paragrafo 10 (SULLA QUESTIONE DEL SE E IN CHE SENSO I
FILM DI DAVID LYNCH SIANO "MALATI") Wallace tocca alcuni punti
scottanti e riesce a spiegare (non avendone l'intenzione specifica)
perchè i film di Lynch siano così inquietanti e perturbanti. L'esempio
di Jeffrey, il protagonista di VELLUTO BLU interpretato da Kyle Mac
Lachlan, diventa elemento disvelante del perverso, arcano fascino delle
pellicole del regista, sottolineando come non sia affatto il personaggio
di Frank (Dennis Hopper) e la sua malvagità, la sua perversione, la
violenza che usa su Dorothy (la Rossellini) a turbarci, ma il fatto che
lo stesso Jeffrey (voyeur effettivo e metaforico di quelle aberrazioni)
ne sia sostanzialmente attirato e eccitato: niente mi fa sentire male
quanto vedere sullo schermo alcune
delle parti di me che sono andato a cinema per cercare di dimenticare. Lo
scrittore non manca di sottolineare come i film del Nostro,
nell'abbondanza di simboli, figure archetipe e riferimenti
intertestuali, tutti elementi, e questo è il punto, sfrontatamente
palesi, possiedono quella considerevole mancanza di autoanalisi che
è una specie di marchio di fabbrica dell'arte espressionista - nessuno
nei film di Lynch, fa analisi, critiche metatestuali, tentativi
ermeneutici o cose del genere.(...) VELLUTO BLU coglieva qualcosa di
fondamentale che non poteva essere analizzato o ridotto a un sistema di
codici, principi estetici, o tecniche narrative da laboratorio di
scrittura; caratteristica, questa della mancanza di pretenziosità e
del tono diretto e immediato di Lynch e di VELLUTO BLU in particolare,
messa in luce molto bene anche da Chion (la forza di Lynch rispetto a
molti altri cineasti è in primo luogo quella di non aver paura di
essere letterale, e che i suoi eroi passino per quei poveri di spirito
che non sono. Così si spinge molto in là sul piano simbolico) e
che non va mai persa di vista, ingenerandosi altrimenti il ricorrente
equivoco di Lynch-autore-banale laddove banale (ma della banalità del
non sottostimabile ovvio), nei film del regista, può essere senz'altro
il rappresentato ma mai - ciò che importa - la rappresentazione. Ma
quello che è forse il merito maggiore dell'articolo di DFW è il
dissipare un equivoco in cui credo moltissimi siano caduti con quella
come con altre opere di Lynch (la serie TWIN PEAKS e FUOCO CAMMINA CON
ME, tanto per cominciare). Si ritiene generalmente che in questi lavori
Lynch penetri nel cuore lercio di una situazione, svelando il marcio che
si nasconde dietro la patina della tranquilla vita cittadino\borghese.
Wallace, con semplicità commovente ci dimostra che questo è solo un
luogo comune e come le cose stiano in modo diverso (inquietantemente
diverso); leggendo le parole che seguono è davvero difficile non dargli
ragione: L'idea di "segreti" e di "forze malvagie
all'opera al di sotto" ci piace tanto anche perchè ci fa
piacere vedere confermate le nostre fervide speranze nel fatto che la
maggior parte delle cose malvagie e torbide siano per davvero
segrete, "rinchiuse" da qualche parte, o "sotto la
superficie". Speriamo con tutto il cuore che la cosa stia così
perchè abbiamo bisogno di credere che le nostre stesse brutture e
Oscurità siano segrete. Altrimenti restiamo a disagio. E, come membro
del pubblico, se un film è costruito in maniera tale da incasinare la
distinzione tra superficie/Luce/buono e segreto/Oscuro/cattivo - in
altre parole, se non possiede una struttura per cui Oscuri Segreti
vengono portati ex machina in Superficie, alla Luce per essere
purificati dal mio giudizio, ma piuttosto una
struttura in cui Superfici Rispettabili e Profondità Torbide sono
mescolate, integrate fra loro, letteralmente confuse - io verrò
messo intensamente a disagio. E per reazione a questo disagio, farò una
di queste due cose: o troverò un modo per punire il film per avermi
messo a disagio, o troverò un modo per interpretarlo che elimini il più
possibile quel disagio. Avendo passato in rassegna le pubblicazioni sul
cinema di Lynch, posso assicurarvi che praticamente tutti i critici di
riconosciuta professionalità hanno scelto l'una o l'altra di queste
reazioni. E più avanti, a proposito della serie Tv TWIN PEAKS:
La vera insoddisfazione profonda - quella che fece sentire il
pubblico buggerato e tradito, e innescò la reazione violenta dei
critici contro la nozione di Lynch come Autore Geniale - fu, secondo me,
di tipo morale. Io sostengo che il fatto di aver rivelato
esaurientemente i "peccati" di Laura Palmer richiedeva,
secondo la logica morale dell'entertainment americano, che le
circostanze della sua morte risultassero legate a quei peccati da un
nesso causa-effetto (...). Nel momento in cui questo non accadde, e
quando cominciò a diventare sempre più chiaro che non sarebbe mai
accaduto, gli indici di ascolto di TWIN PEAKS precipitarono, e i critici
cominciarono a lamentare il declino nell' "autoreferenzialità"
e nell' "incoerenza manierata" di questa serie tv, un tempo
"audace" e "ricca di immaginazione".
Alla luce di quanto detto risulta quasi superfluo
riferire del tenero panegirico che lo scrittore riserva a
Lynch-artista-senza-compromessi nella sezione 16a (PERCHE' CIO' CHE
DAVID LYNCH VUOLE DA TE POTREBBE ESSERE QUALCOSA DI BUONO) ma ancora una
volta la trasparenza del discorso wallaciano, la sua immediatezza, il
suo sublime entusiasmo risultano avvincenti e inevitabilmente
contagiosi; dopo aver ammesso il disagio che le pellicole del regista
suscitano nel loro mischiare le carte, nel loro orgoglioso solipsismo,
estremo fino all'incomunicabilità assoluta (l'ultima parte di M.D. ne
è solo l'ultima dimostrazione), DWF esprime un argomento (già
anticipato nella citazione ad apertura della mia recensione di M.D.) che
lancia a chi si ostina a non capire che il capire non
c'entra e che il "non mi piace perchè non lo capisco" è una
posizione acritica e quella sì davvero incomprensibile (e mi si scusi
il multiplo gioco di parole): bisogna riconoscere che in
quest'epoca di film hollywoodiani "col messaggio", proiezioni
in anteprima riservate a target specifici, e pernicioso botteghinismo
- un Cinema Plebiscitario, in cui votiamo con i nostri soldi di
spettatori per effetti spettacolari che ci facciano provare emozioni, o
per lallazioni di cliché moralistici che non ci scomodino dal nostro
confortevole torpore - il disinteresse quasi sociopatico che mostra
Lynch verso la nostra approvazione sembra una ventata d'aria fresca. Si
spiega, alla luce di quanto sopra, l'atteggiamento di rispetto che lo
scrittore dimostra per quello che è il più controverso e sottovalutato
film del regista, FUOCO CAMMINA CON ME, generalmente e ingiustamente
massacrato, in realtà opera chiave della sua filmografia; lavoro
suicida, certo, ma proprio per questo di strepitoso coraggio, grande
buco nero che in sé risucchiava dubbi manieristici (WILD AT HEART) e
sospetti commerciali (la serie TWIN PEAKS) avanzati fatuamente da più
parti, per puntare verso tutt'altre direzioni, nuove e, neanche a dirlo,
misteriose. Insomma Wallace non trascurando nulla si tiene lontano
dall'aplomb critico e descrive con verve e sensibilità quello che il
cinema di Lynch scatena nel suo cervello. Perché, come detto nel
paragrafo 11 (...COSA DAVID LYNCH SEMBRA VOLERE DA TE,
ESATTAMENTE): questo potrebbe essere il vero obiettivo di Lynch:
entrarti in testa. Di sicuro sembra che penetrare nella tua testa gli
importi di più di che cosa fare una volta lì dentro.
* La traduzione
del saggio di Wallace è di Martina Testa per Edizioni Minimum Fax.
http://www.geocities.com/~mikehartmann/papers/wallace.html
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