I TASCABILI SPIETATI

 

KIM KI-DUK
- UNA LACRIMA SUL CEMENTO -

di Emanuele Di Nicola

INDICE

 

 

 

 

 

 

IntroDuktion

L’odio di cui parlo non è rivolto specificatamente contro nessuno; è quella sensazione che provo quando vivo la mia vita e vedo cose che non riesco a capire. Per questo faccio film: tentare di comprendere l’incomprensibile.
Kim Ki-Duk

Parlare è superfluo, spiegare volgare; meglio mantenere una componente mistica, un garbo triste e leggiadro, un mistero cristallizzato da osservare con cura. Contro la peregrina ricerca del “motivo”, contro la dimostrazione pedante e scolastica (questa sì, violenza contro lo spettatore), contro l’abbecedario della logica, Kim Ki-Duk: lo sguardo non è mai dottrina e vuole abbandonarsi all’immagine pura, visione nuda e senza imbarazzo. Cresciuto nel giardino dei Festival, esploso in Italia con PRIMAVERA, il coreano è commovente nel trattare pazzi, assassini, barboni e puttane come fossero vecchi amici; ci parla d’amore, morte e solitudine – anche in mezzo a tanta gente: da qui il filo diretto con Tsai Ming-Liang, alla cui vacuità collettiva ed insanabile (le storie parallele di CHE ORA E’ LAGGIU?) Kim spesso oppone la tensione su un’unica figura (sia essa donna o coccodrillo), sfiora il buco nero ma partorisce un brandello di poesia. Una poesia, ben inteso, sempre rigorosamente imbracata in un contesto atticamente tragico, che pure al suo acme lenisce soltanto la pena del vivere; un rigagnolo trasparente che si forma sulla guancia dei suoi personaggi, con leggerezza, per defluire nei rilievi del viso quindi sparire per sempre. La lacrima cade sul cemento.
Ridurre l’attuale infatuazione per Kim Ki-Duk ad una questione di moda cinematografica mi pare fuorviante e generico; da qui la nostra proposta di ripercorrere il Kim invisibile, i primi film ancora (quasi) introvabili, la cui visione è continua sorgente di emozioni. Nell’incredibile CROCODILE – mai esordio tanto folgorante - scopriamo che FERRO 3 covava in potenza dieci anni fa, WILD ANIMALS (al maschile) è fatto per ridimensionare l’autore, riconoscendo in esso quanto sia ancora lontano l’affrancarsi dalla maniera orientale; BIRDCAGE INN (al femminile) racconta che talvolta gli uccellini in gabbia possono forse sorridere; di seguito L’ISOLA (cosa dire ancora?) e il devastante REAL FICTION, tra le opere più malate e sperimentali dell’ultimo decennio; ADDRESS UNKNOWN, in coppia diretta con THE COAST GUARD, ci mostra il volto politico di un autore che non rinuncia alla complessa costruzione visiva. Per inciso, più timido e corale il primo, decisamente folle e stordente il secondo; prima di arrivare ai nostri giorni scivoliamo sul capolavoro BAD GUY, la sorpresa più bella, una storia d’amore intensa e toccante che tanto cinema europeo sogna soltanto. Se il sommo FERRO 3, oltre che vetta etica ed estetica, restituisce un’idea di perfezione è perché anello di congiunzione: l’altissima poetica del vedere si sposa con il sottinteso politico sfuggente, altrove esplicitato ma qui appena tra le righe, sino al miracoloso equilibrio delle parti. Non una parola di più: rimando ai Simboli per ulteriori divagazioni, nell’augurare ai nostri lettori buon viaggio in un mondo (a quanto pare) lungi dall’esaurirsi.
Un ringraziamento particolare al direttore Daniele Bellucci, che ha permesso (in tutti i sensi) la realizzazione di questo approfondimento, ed al collega spietato Luigi Garella distintosi per micidiale efficacia ed imperitura pazienza.

 

 

 

Biografia/Filmografia

Kim Ki-Duk nasce nel 1960 a Bonghwa, nella provincia del Kyonshang della Corea del Nord; compiuti i nove anni si trasferisce a Seul con la sua famiglia, dove frequenta un istituto professionale per l’inserimento nel settore agricolo. Finita la scuola dell’obbligo a 17 anni viene assunto come operaio in fabbrica ma non vi resta molto; appena ventenne si arruola in Marina per un periodo di cinque anni, conoscendo il contatto con la vita militare. In questo momento è colto da una crisi religiosa: la sua strada incrocia quella di una chiesa per non vedenti, con l’intenzione di diventare predicatore. Nel 1990 abbandona la Corea e si trasferisce a Parigi; coltiva la sua passione per la pittura (ma non ho mai avuto un’esposizione ufficiale), si mantiene vendendo i suoi quadri, si avvicina lentamente al cinema. Seppur privo di preparazione accademica muove i primi passi come sceneggiatore; nel 1993 il testo di A PAINTER AND A CRIMINAL CONDEMNED TO DEATH gli vale il premio dell’Educational Institute of Screenwriting. Il debutto alla regia nel 1996 è con CROCODILE, ma il successo internazionale arriva soltanto nel 2000: l’opera quarta SEOM – L’ISOLA partecipa al Festival di Venezia destando un discreto scalpore. Il suo primo film uscito nelle sale italiane è PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO, INVERNO... E ANCORA PRIMAVERA, con notevoli risultati al botteghino nonostante la firma d’autore, seguito da FERRO 3, vincitore del Premio speciale per la Regia (Leone d’Argento) a Venezia 2004; si attende la prossima uscita di SAMARIA, in concorso a Berlino 2004. Attualmente Kim Ki-Duk sta curando la post-produzione del dodicesimo film, THE BOW, che potrebbe essere presentato al Festival di Cannes. Contrassegnato da un particolare furore artistico, il regista negli ultimi anni per la stesura dei suoi lavori ha raramente superato il mese di riprese.


1996 CROCODILE (Ageo)
1997 WILD ANIMALS (Yasaeng dongmul bohoguyeog)
1998 BIRDCAGE INN (Paran daemun)
2000 L’ISOLA (Seom)

2000 REAL FICTION (Shilje sanghwang)
2001 ADDRESS UNKNOWN - INDIRIZZO SCONOSCIUTO (Suchwiin pulmyeong)
2001 BAD GUY (Nappun namja)
2002 THE COAST GUARD (Haeanseon)
2003 PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO, INVERNO... E ANCORA PRIMAVERA (Bom yeoreum gaeul gyeoul geurigo bom)
2004 SAMARITAN GIRL (Samaria)
2004 FERRO 3 – LA CASA VUOTA (Bin jip)
2005 THE BOW (Hwal)


Come vederli:

Crocodile: trasmesso da RaiSat Cinema World (SKY); ne esiste un dvd reg2 realizzato in Francia, dunque con sottotitoli in francese.
Wild Animals: si può trovare solo il dvd Reg3 (o Reg0) in originale con sottotitoli in cinese.
Birdcage Inn: trasmesso anch'esso da Raisat Cinema World; dvd reg2 con sottotitoli in francese (fa coppia con Crocodile anche in un cofanetto).
L'Isola: trasmesso da RaiSat Cinema World ma anche a Fuori Orario su Rai 3. Ne è uscita un'ottima edizione in dvd con sottotitoli italiani allegata alla rivista di cinema Filmaker's Magazine. Se non si riesce a reperire se ne trovano versioni francesi e inglesi.
Real Fiction: dvd coreano con sottotitoli anche inglesi reg0.
Indirizzo Sconosciuto: trasmesso da RaiSat Cinema World e da Ghezzi su Fuori Orario; c'è in circolazione un dvd coreano reg0 con sottotitoli inglesi.
Bad Guy: trasmesso da RaiSat Cinema World. Dvd reg 2 francesi (sott.fr.) e reg.0 con sottotitoli inglesi.
The Coast Guard: Nessuna notizia di dvd leggibili da lettori europei. Unica edizione nota quella coreana reg3 senza sottotitoli inglesi.
Primavera, Estate, Autunno, Inverno... e ancora Primavera: senza problemi il reperimento: trasmesso su Sky, si trova facilmente il dvd italiano in noleggio e vendita, comprensivo di extra (Cecchi Gori Homevideo).
Samaritan Girl: in attesa della prevista (brutte sorprese permettendo) distribuzione sul grande schermo a giugno, bisogna accontentarsi dell'edizione coreana reg3, che comunque presenta i sottotitoli in inglese.
Ferro 3: dvd facilmente reperibile ma anche sorprendentemente economico e ricco di contenuti speciali (Cecchi Gori Homevideo)

 

 

Simboli: una divagazione

Non mi sento punito ma purificato!
Egon Schiele

La Natura, quasi nel senso protestante del termine, può essere intesa nell’opera del coreano come predestinazione; anche se di fondo possiede facoltà di scelta (il protagonista rebel di FERRO 3) la sua materia narrativa sembra immancabilmente mossa da mano fatale, che perlomeno ne influenza il cammino (il percorso degli amanti in BAD GUY). Una visione che trova in PRIMAVERA la massima incarnazione; qui la ciclicità dei fatti si strappa la maschera, incorniciata da una scansione tramica sulla ruota delle stagioni (e, per metafora, dell’uomo) sino a rendere evidente il link inizio/fine – facilmente ricollegabile alla figura mitica dell’uroburos, il serpente che morde la propria coda. 
Così lo spiega Wendy Doniger O’Flaherty: E’ il simbolo dell’infinito spaziale e temporale ma anche del paradosso logico... l’uroburos è il prototipo del circolo vizioso; cos’è più vizioso del mordere sé stessi? Ma questo di fondo è impossibile, la mascella non può divorare la mascella, lo stomaco non può digerire sé stesso.
Dunque inevitabile che le storie di Kim Ki-Duk siano parabole, come una Bibbia scevra da commento morale, dato che il suo universo è un complesso in perenne rotazione destinato a ripetersi n volte; l’impossibilità di “mordere sé stessi”, la ricerca di una catarsi per il dolore intrinseco nell’uomo, è tema portante della sua carriera e principale sorgente della malinconia che permea il narrato.
La Natura è anche contemplazione: ancora una volta in PRIMAVERA - la maggiore “dichiarazione d’intenti”, incarnazione del principio teorico dell’autore – troviamo l’esempio più lampante: attraverso uno sguardo infinito sulla vallata mozzafiato il protagonista ottiene un contatto con l’ambiente. Un ascetismo che si legge in filigrana in altre opere (L’ISOLA), impersonando talvolta la fuga dalla convenzione (il viaggio padre/figlia nel bellissimo finale di SAMARIA); da non dimenticare, infine, che l’uomo per Natura (ancora) è intrinsecamente crudele, condannato a fare il male nonostante lo scampolo di poesia, con almeno un’eccezione significativa (la conciliazione in BIRDCAGE INN). Nella Natura è implicito un secondo apparato simbolico riguardante i suoi abitatori: così il pesce rappresenta la condizione umana in positivo (ancora BIRDCAGE, film salvifico per eccellenza) ma anche in negativo (lo ritroviamo mutilato ne L’ISOLA, speculare alla protagonista); può indicare la vita come il suo rovesciamento, la morte, come viene suggerito dall’esemplare congelato di WILD ANIMALS, o ancora lo scivolamento nella follia (alla stregua dell’acqua) mostrato in THE COAST GUARD. La tartaruga, che attraverso il moto cadenzato richiama alla placidità interiore, viene dipinta da CROCODILE – quando questo conosce una dimensione vagamente umana -, compare nell’incipit di BIRDCAGE e ritorna nell’eremo di PRIMAVERA, dove ogni animale simboleggia una stagione; altre creature bestiali ricorrono nella filmografia di Kim Ki-Duk, dai serpenti assassini di REAL FICTION ai cani di ADDRESS UNKNOWN (emblema di sottile disgrazia: per campare l’uomo uccide il suo miglior amico).
La metropoli è violenta: ma il regista non ripropone affatto il mito del Buon Selvaggio né vuole ricollegarsi ad uno sterile maledettismo letterario. Semplicemente decide di calare nel formicaio urbano la concentrazione del negativo contemporaneo; lo fa attraverso metafore semplici e leggibili, nonché innegabilmente efficaci. Prima scena di REAL FICTION: il pittore è assolutamente silenzioso mentre intorno a lui si svolge un’ininterrotta parlantina. L’accavallamento delle voci, l’inquinamento acustico, il brontolio umano è anch’esso una forma di violenza; se la metropoli è vacua chiacchiera, allora gli uomini di Kim mantengono il silenzio. La borghesia si ritrova perennemente nel mirino, sino alla costruzione di un personaggio estremo che incarna tutte le loro paure: Tae-Suk in FERRO 3 viola i loro santuari, innesca una crisi domestica (il ritorno della famiglia dalle vacanze), suggerisce l’incubo della modella (la scomposizione del corpo), coltiva la fobia del pugile (la sottrazione degli occhi)...
Ogni fragilità e delicatezza del (di questo) mondo trova nella donna il momento più struggente; violata e maltrattata per tutta l’opera del coreano (dal suicidio di CROCODILE alla crudeltà focolare di FERRO 3, passando per la prostituzione di BIRDCAGE e BAD GUY, la mostruosità di ADDRESS UNKNOWN etc.), allo stesso tempo è capace di elargire un sentimento infinito come dolce cucitura delle ferite esistenziali. Talvolta la donna è pazza o vittima di un progressivo impazzimento: L’ISOLA mostra un esemplare già mentalmente compromesso, che introduce ad un amore violento nonché inestinguibile, mentre THE COAST GUARD segue tale processo in fieri. In BAD GUY la follia (da intendersi: deviazione dal binario prestabilito, elaborazione di una nuova forma esistenziale – ed in questo caso amatoria) è progressiva ma inarrestabile come la crescita di una marea; infine si approda in un “nuovo” mo(n)do, dove le categorie di etica e morale sono ormai prosciugate, amare è una faccenda di astrazione onirica. La violenza, pietra dello scandalo per certa critica occidentale che non l’ha mia compresa appieno, è chiaramente ineliminabile (Io preferisco chiamarla un linguaggio del corpo, dice Kim): la cultura orientale la prevede come forza mistica, è così che il coreano la impegna per definire l’animo dei personaggi, il contesto in cui si muovono, disegnare svolte narrative, ultimamente riproponendola a livello interiore (non una goccia di sangue in FERRO 3, film di somma grazia e dolore). Se volutamente esagerata (le mutilazioni de L’ISOLA) o semplicemente assurda (il pretesto di THE COAST GUARD), non è mai accaduto finora che la violenza fosse gratuita. Il silenzio dominante, cifra distintiva del suo cinema, è così spiegato dallo stesso Kim Ki-Duk: I miei personaggi non parlano perché sono feriti nel profondo (...). Spesso gli viene detto: “Ti amo” ma la persona che lo dice non lo pensa mai veramente; a causa di questo dolore smarriscono fiducia e consapevolezza e smettono di comunicare tra loro.
Il pittore preferito dell’autore è Egon Schiele (1890-1918). In BIRDCAGE INN Jin- Ah si riconosce con Nudo femminile con i capelli neri (in piedi) del 1910, un quadro che nel corso della storia porterà sempre con sé; Dun-hwa in BAD GUY sfoglia ripetutamente il catalogo dell’artista, mentre inizialmente in libreria strappava la pagina raffigurante Abbraccio (coppia d’amanti II) del 1917, evidente metafora del rapporto tra i protagonisti. Il tratto nervoso e carnale dell’artista è ispirazione per Kim Ki-Duk anche a livello figurativo: basti vedere la sequenza in cui il protagonista di REAL FICTION (un pittore...) si ricongiunge all’amata, intrigo fisico commovente cui l’aggettivo “schieliano” sembra calzare a perfezione. Anche stavolta, niente di meglio della spiegazione del regista: Ho trascorso due anni come pittore sulle spiagge di Montpellier. Non ho mai avuto un’esposizione ufficiale; dipingevo da solo e mostravo i miei lavori per le strade. Quando ho lavorato a Monaco ho scoperto Egon Schiele; ho scelto i suoi dipinti in BAD GUY perché all’inizio sembrano volgari ed imperniati su soggetti osceni. Ma se li guardi attentamente sono molto onesti: mostrano l’immagine di persone avvolte nel desiderio. All’inizio preferivo Gustav Klimt ma poi, vedendo e rivedendo le opere di Schiele, mi sono diretto su di lui.

 

 

LINK

Dati biografici tratti da: 
IMDB
Cinemacoreano
Rain Dogs: Kim Ki-Duk su Filmaker’s Magazine n.4, Dicembre-Febbraio 2004/5

Sito ufficiale giapponese

Sito ufficiale americano di BAD GUY

Sito ufficiale italiano di FERRO 3

Intervista con Kim Ki-Duk di Volker Kummel (ing)

Cinema Asiatique Coreen: Kim Ki-Duk (fr)

Zoom su Kim Ki-Duk (fr)  

Kim Ki-Duk su CineKorea (ing)  

A Divine Tragedy: recensione di SAMARIA (ing)

Intervista di The Movie Insider (ing)

Il prossimo film di Kim Ki-Duk (ing)

Articolo su Kim Ki-Duk (ing)

 

Risorse

Carrellata coreana

A Short History of Korean Film (ing)

Korea Cinema Edition (ing):

Korea Film Industry under Japanese Occupation (ing)

Early Korean Cinema (ing)

Contemporary Korean Cinema (ing)

The Film Journal (ing)

Im Kwon-Taek: The Making of a Korean National Cinema (ing)

Un’analisi sul cinema coreano (eng)

The New Golden Age of Korean Cinema (ing)

Libri sul cinema coreano (ing)

 

 

 

CROCODILE
(Ag-o)
(1996)

INTERPRETI: Cho Jae-Hyun, Chun Moo-Song, Ahn Jae-Hong, Woo Yoon-Kyung
SCENEGGIATURA: Kim Ki-Duk
FOTOGRAFIA: Lee Dong-Sam
SCENOGRAFIA: Kim Ki-Duk
MONTAGGIO: Park Gok-Ji
MUSICA: Lee Mun-Hee
GENERE: Drammatico
NAZIONE: Corea del Sud
DURATA: 105'

Un senzatetto che vive nei pressi del fiume Hun (Seul) svuota le tasche dei suicidi per guadagnarsi da vivere; ma quando salva una ragazza dalla morte...

Under the Bridge

Esordio di nitido vigore e lucida follia: il coccodrillo è quell’animale salmastro che sguazza tra l’ultimo alito di vita ed il primo istante di morte, il film descrive il (vano) tentativo di camminare sulla terra sino ad arrendersi all’ambiente acquatico, l’unico possibile. Maneggiando la metafora del cosmo sotterraneo (la metropoli e la dignità umana rimangono sopra) appare subito riconoscibile la mano peculiare del coreano: la violenza è uno stato d’animo prima di diventare fisica, quando esplode si riscopre assolutamente funzionale al narrato (dalla sodomia dell’omosessuale all’arresto, un unico filo logico). Se talvolta l’opera è debitrice della vigente estetica orientale (cfr. Kitano: il dolore, raptus improvviso), d’altra parte semina sapientemente i temi che di un’intera filmografia: l’alterità come ricerca della propria condizione (lo sbocciare del sentimento), il volto ciclico degli eventi dove infine si compie ciò che all’inizio fu interrotto (PRIMAVERA...), lo schema tramico che si sfilaccia perché dalla roccia può nascere un fiore – un vezzo fanciullesco o un palloncino rosso sott’acqua come incisi di alta poesia. Il gioco della categorie umane (uomo, donna, vecchio, bambino) è regolato formalmente dalla violenza – le sequenze manesche sono volutamente esagerate – ma nell’intimo si piega alla legge del cuore (il regalo di Crocodile, il pianto luttuoso del bimbo); quando la donna, creatura “diversa” non a caso scintilla del film, comincia a contemplare la chimera della normalità (lo sguardo furtivo alla coppia borghese) nel microcosmo, dissoltosi il proprio codice, si innesca una progressione narrativa perversamente fatale.
Lusinga da appassionati per la sua rete di rimandi, CROCODILE brilla di luce propria sino all’accecamento; lo incornicia la regale eleganza delle corrispondenze interne (i cerchi d’acqua come le lacrime, il palloncino rosso sangue), almeno un momento di violenza pleonastica genialmente costruita (il bicchiere di sangue), la virata verso un umorismo assurdo dunque accattivante (l’evirazione notturna). Una rappresentazione liquida dove il simbolo è già centrale: l’immota statua antica (da quando Crocodile la brandisce contro i compagni sino all’omicidio finale, di cui una fila di marmi è metaforica platea) smorza il vortice dei corpi, la macchia di colore (le barche del fanciullo, la tartaruga blu) serve la beffa straniante contro il grigiore dell’esistenza. La scrittura già si affranca dalla deleteria convenzione (ignoto il passato dei personaggi, azione ripresa in fieri) in un qualsivoglia momento notturno che ne confeziona l’incipit: le cose nel(/i) suo(i) film accadono spoglie da sociologia, ragione o spunto, semplicemente sono. Magnifico il regista nel restituire questa essenza, piegando una novella parabolica a messinscena stellare: gli amanti scolpiti nell’acqua – un filo al finale chapliniano di FERRO 3 – raggiungono finalmente un ordine superiore delle cose, quell’ordine che avrebbero voluto ricreare sulla terra se solo fosse stato possibile.

 

 

WILD ANIMALS
(Yasaeng dongmul bohoguyeog)
(1997)

INTERPRETI: Cho Jae-Hyun, Jang Dong-Jik, Ryun Jang, Sasha Rucavina, Richard Bohringer, Denis Lavant
SCENEGGIATURA: Kim Ki-Duk
FOTOGRAFIA: Suh Jong-Min
SCENOGRAFIA: Kim Ki-Duk
MONTAGGIO: Park Suhn-Duk
MUSICA: Kang In-Gu - Oh Jin-Ha
GENERE: Drammatico
NAZIONE: Corea del Sud
DURATA: 105'

Parigi. Chun-Hae, sud coreano, vive di piccoli furti; Hong-San, esule nord coreano, raggiunge la capitale. Si conoscono, si scontrano, diventano amici, entrano nella malavita; ognuno è innamorato di una donna irraggiungibile.

Brother(s)

L’opera seconda non ripete l’alchimia di CROCODILE, pur bissandone la sequenza subacquea (declinata al maschile);  da un pretesto semi-politico – la dura vita dell’emigrante – l’autore non si abbandona alla mise en scene gratuita e personale ma la appesantisce con personaggi manierati, l’amicizia virile che annega nel consueto affare mafioso, un intrigo di destini che si avvita su sé stesso per finire in tragedia. Kim applica una formula: seppur bisbigliando le amate ossessioni, dalla donna-statua (prima scena di FERRO 3) al voyeurismo da peep-show (BAD GUY), questa storia d’ordinaria violenza è una costola di HANA-BI nel senso che amplifica ogni influenza dell’esordio (l’omicidio della bionda, dalla modalità squisitamente kitanesca, come prova schiacciante). Il film pianta radici nel placido schema (l’amore/odio dei protagonisti), paradossalmente senza sussulti, imbrigliato da un casting controverso: se gli attori coreani sostengono il dualismo dell’opera (un ghigno ironico, una smorfia disperata), i francesi sono materiale da imballaggio, limitandosi la sceneggiatura a riproporre l’archetipo del “capo” e gli “scagnozzi” per una mafia mai tanto fumettistica. Dati i presupposti della stroncatura, l’autore vede sprazzi di luce anche nello stagno melmoso di una prova minore; se WILD non si affranca dalle pastoie di una trama scontata, l’impeto visivo disegna un quadro toccante sin dalla prima scena (l’intreccio delle mani), passando per la rappresentazione cristallizzata della condizione femminile (una statua umana protesa al cielo) sino ad affogare in un rigagnolo d’acqua rossastra. Abbarbicato sulla singola trovata (il pennello di sangue), ostentando spudoratamente l’estro rappresentativo senza porvi giustificazione logica, è un film che vive delle proprie (larghe) imperfezioni, esteriormente frigido ma intimamente stimolante. Una dimessa trasferta francese per il peggiore risultato di Kim Ki-Duk (si fa per dire).

 

 

BIRDCAGE INN
(Paran daemun)
(1998)

INTERPRETI: Yi Ji-Eun, Yi Hye-Eun, Ahn Jae-Mo, Jung Hyung-Gi, Son Min-Suk
SCENEGGIATURA: Kim Ki-Duk - Suh Jong-Min
FOTOGRAFIA: Suh Jong-Min
SCENOGRAFIA: Kim Ki-Duk
MONTAGGIO: Ko Im-Pyo
MUSICA: Yi Moon-Hui
GENERE: Drammatico
NAZIONE: Corea del Sud
DURATA: 101'

Jin-Ah si prostituisce al Birdcage Inn; viene sfruttata dalla perversa clientela e disprezzata dalla figlia della proprietaria.


Venere lesa

Speculare al pesciolino che si dibatte sulla sabbia (lei sul bagnasciuga sorpresa dalla spuma) e poi riprende la propria vita (l’entrata alla locanda) solo per finire in un acquario maggiore (le sbarre del Birdcage – nome ed allusione), così la protagonista: Sei stata in prigione?, le chiederà il suo ragazzo. Molto peggio: l’abuso del corpo/oggetto è ricorrenza di questo film ma in apertura il placido moto di una tartaruga ricorda, con estrema levità, che ogni pena può trovare la sua quiete. Il Kim più ottimista e conciliatorio non risparmia un torvo percorso di desolazione: il contrasto dei caratteri (la santa e la prostituta: una vende il corpo, l’altra sogna le nozze) si incontra con l’ascendente TEOREMA domestico sino allo sconvolgimento di equilibri (sessuali) altrui, immortalato con caustica ironia (uno zip maschile trascurato). E’ la sua figura – una Yi Ji-Eun di sublime intensità – a sorreggere il film con una grazia violata: nonostante il reticolo umano vicino al canovaccio (la galleria di clienti) il dualismo emotivo (l’arte ed il commercio del corpo, conciliatisi in Schiele) è abile a colorare di delicate sfumature lo splendido sorriso; l’uccellino non volerà via dalla gabbia ma conoscerà appena un contatto con i propri simili (prima distanti), ritrovandosi a contemplare un pesce rosso ed essere ricambiata. In contropiede sulla poetica disperazione delle opere precedenti, contro la tendenza che vuole i primi lavori più estremi e cruenti, in BIRDCAGE dal vetro incrinato dell’animo penetra un raggio di sole.

 

 

L'ISOLA
(Seom)
(2000)

INTERPRETI: Jung Suh, Kim Yoo-Suk, Park Sung-Hee, Jang Hahng-Sun, Cho Jae-Hyun
SCENEGGIATURA: Kim Ki-Duk
FOTOGRAFIA: Hwang Suh-Shik
SCENOGRAFIA: Kim Ki-Duk
MONTAGGIO: Kyung Min-Ho
MUSICA: Jun Sang-Yun
GENERE: Drammatico
NAZIONE: Corea del Sud
DURATA: 86'

Hee-Jin vive in una piccola casa su un lago attrezzato con piccole abitazioni galleggianti, vendendo ai pescatori cibo di giorno e il proprio corpo di notte. Un giorno arriva il misterioso e turbato Hyun-Shik e tra i due si creerà un forte legame di passione e dipendenza psicologica.


Il Canto della Sirena

Ostaggio delle case colorate che increspano il cristallo dell’acqua, una torma di pescatori si lancia in scherzi camerateschi sull’obliquo sfondo lunare; il buio cosmico partorisce una sagoma di donna, che racconta in silenzio un normale abuso quotidiano. La figura michelangiolesca di lei, venere lesa abbandonata alla sua isola (l’imbarcazione), introduce il quarto lungometraggio di Kim Ki-Duk, oggi riscoperto dopo l’ascesa del suo autore (nell’augurio di ricomporre presto una filmografia completa), che si presenta nella forma di uno spiazzante depistaggio sentimentale per la platea: nel classico microcosmo del coreano (un eremo, una casa vuota) la poesia si nutre della violenza, la donna sfama l’uccellino del suo amato subito dopo il massacro d’un altro animale. Partendo dall’antico abbraccio tra Eros e Thanatos, il regista segue meticolosamente la propria deviazione tratteggiando un amore veicolato dal dolore: gli amanti sono capaci di struggenti tenerezze (la scultura di latta) e crudeltà impronunciabili (la gabbia nell’acqua), instaurando un rapporto duale di sottomissione/dominazione. L’uomo tenta l’abuso della donna ma verrà “pescato” da lei (letterale), la sofferenza ferina si rigetta nel masochismo (lo sfregio vaginale), unico a rimuovere il groppo di silenzio nell’urlo lancinante. Metafora di una condizione mutilata (l’assenza del verbo) è un pesce deforme, piegato all’umana perfidia, che diventa specchio per il protagonista e lo riduce istantaneamente alle lacrime.
Kim Ki-Duk, prima della presunta svolta nel suo cinema (in verità solo formale), mira dritto allo stomaco con volute sequenze di crudissimo disturbo, volte a sviluppare già pienamente le ossessioni delle opere successive: uno sguardo retroattivo sottolinea sotterranee corrispondenze, dall’umanità ascetica in fuga dal passato come in PRIMAVERA... (il rimando è anche visivo) sino alla maschile arroganza borghese (il ciccione e la prostituta) che umilia l’intimo della donna formando un dittico del silenzio col capolavoro FERRO 3. Pur lontano da tale picco di commovente perfezione, L’ISOLA è un apologo crudele sull’amare e le sue privazioni, nella forma del bacio toccante di due pennelli gialli, di un gioco di visuale attraverso vetri appannati, ora sporco ma tenero ora severo e rivoltante; esplicitare la violenza nel tessuto narrativo, elevarla a vette insopportabili, più che provocazione salottiera è testimonianza della folle depravazione della love story che, per farsi più estrema e toccante, nella scelta della protagonista attinge dal patrimonio mitico (Hee-Jin non è umana, si muove nell’acqua come sulla terra, il suo bacio è l’omicidio). Coerente con la poetica della Natura, volta accuratamente a fondersi in osmosi con l’intreccio, è inevitabile che spunti l’elemento ciclico: il tentato suicidio dell’uomo ritorna nella mutilazione della donna, l’amore violento in campo lungo si appaia al gracile sesso in primo piano. Sullo sfondo la mano del Fato: all’interferenza del ritrovamento dei cadaveri (innescata da un evento puramente “casuale”) si risponde recuperando il tessuto narrativo e biforcandolo in un doppio finale. La vita e la morte, la fuga e la tragedia: l’acqua placida accompagna l’abitazione galleggiante, i protagonisti la dominano, l’acqua immobile ricopre un nudo di sirena sovrastandolo. L’alba tersa si leva nel sangue.

 

 

REAL FICTION
(
Shilje sanghwang)
(2000)

INTERPRETI: Ju Jin-Mo, Kim Jin-Ah, Son Min-Suk, Yi Je-Rak, Kim Ki-Yun, Myung Sun-Mi
SCENEGGIATURA: Kim Ki-Duk
FOTOGRAFIA: Hwang Chul-Hyun
SCENOGRAFIA: Kim Ki-Duk
MONTAGGIO: Kyung Min-Ho
MUSICA: Jun Sang-Yun
GENERE: Drammatico
NAZIONE: Corea del Sud
DURATA: 84'

Un pittore di strada viene sistematicamente maltrattato dai passanti; quando una misteriosa ragazza lo invita all’interno di un teatro inizia la sua terribile vendetta.


L'Occhio che uccide

Tuffandosi nei territori della pura invenzione Kim Ki-Duk firma la sua opera più sperimentale, dalla lavorazione ormai leggendaria (girata in 200 minuti, 10 macchine da presa, 2 videocamere digitali, 11 assistenti alla regia), punto di fusione di temi prediletti: la ferocia antiborghese e la riflessione sul linguaggio cinematografico. La prima non era mai stata tanto esplicita, straziante e disperatamente gore: il giovane protagonista anonimo – è un senza nome -, dopo un siparietto di claustrofobia fisico/psichica quasi lynchiana (un teatro fantasma in cui incontrare lo spettro del proprio rancore), si trasforma in angelo vendicatore deciso a rimettere i peccati della gente perbene: nonostante qualche luminosa dissolvenza (il solare riferimento al denaro) il suo torvo girovagare, occhi bassi senza parole (ché queste non servono più – la comunicazione non esiste), costituisce il motivo del film: (in)seguito da una telecamera digitale – il regista (al) femminile – esaurirà le varie tappe culminanti in un momento d’intensità insopportabile (l’incontro con l’amata, la migliore scena sentimentale mai girata dal coreano) fino ad uccidere il suo filmaker/creatore dissolvendo le maglie della storia. Il tutto sublimato dal consueto estro figurativo (l’omicidio tra i fiori, il reticolo di vicoli) e trovate narrative impregnate di significati (la modella nuda che intasca le banconote); quando il velo onirico appare ormai squarciato e la messinscena tornata alla normalità – dacci oggi il nostro abuso quotidiano – in una manciata di secondi la sequenza finale opera una repentina inversione che costringe alla rilettura della pellicola, insinuando un macabro senso rivisitabile all’infinito. Non esiste (più) distanza tra il creatore e la sua opera (ma la fusione era già avvenuta ad altri livelli: il personaggio di REAL FICTION è pittore di strada come fu lo stesso regista), il giocattolo è nudo sotto gli occhi di tutti. A causa di un processo di rimozione quasi totale di pubblico e critica, questa miniatura insanguinata si è rivelata particolarmente invisibile nella produzione dell’autore; ma la visione è più che mai imprescindibile per godere appieno della sua poetica.
Spero che un giorno il pubblico scopra anche questo film (Kim Ki-Duk).

 

 

INDIRIZZO SCONOSCIUTO
(Suchwiin pulmyeong)
(2001)

INTERPRETI: Yang Dong-Kun, Ban Min-Jung, Kim Young-Min, Cho Jae-Hyun, Bang Eun-Jin, Myung Kye-Nam
SCENEGGIATURA: Kim Ki-Duk
FOTOGRAFIA: Suh Jong-Min
SCENOGRAFIA: Kim Ki-Duk
MONTAGGIO: Hahm Sung-Won
MUSICA: Park Ho-Joon
GENERE: Drammatico
NAZIONE: Corea del Sud
DURATA: 119'

Corea del Sud 1970. Intorno ad una base militare americana si intrecciano diverse storie: una studentessa guercia, il figlio illegittimo di un soldato americano, sua madre che vive su un autobus, un militare, un uccisore di cani.


Dopo il grande splendore

La guerra è ovunque: il regista pudicamente non la mostra ma decide di restituirla attraverso la metafora dello sguardo. L’occhio occupa un posto centrale; dalla prima scena (due fratellini giocano alla guerra, costruendo una pistola con il cartello americano Danger!) all’assenza di vista nella vicenda di Eun-ok, attraverso snodi periferici come le pupille spaurite dei cani (Devi guardarli negli occhi, sostiene il loro aguzzino). Il film parla di uno sguardo ghiaccio, vicino nello spazio ma lontano nell’animo, che non si traduce mai in  collaborazione tra occupanti ed occupati: impossibile la coesistenza dove ognuno divora l’esistenza altrui (il ritorno infinito al mittente è trovata fin troppo paradigmatica in questo senso), la trincea rende folli, la guarigione è solo effimera. In versione smaccatamente pacifista (Perché non torniamo a casa nostra?, si chiede il militare) Kim Ki-Duk sceglie la cifra corale per declinare l’assurdità del conflitto: un’uscita bersagliata di critiche, che piantano radici nei dialoghi stranamente espliciti (il confronto madre/figlio), nell’eccesso schematico (l’affresco speculare del militare yankee ed il reduce dalla guerra di Corea), nell’uso discutibile dell’evidenziatore (i libri di scuola in inglese, la scritta Us Airforce sul lato del bus). Tuttavia lo spaccato di tragedia collettiva (letterale: vedi i molteplici finali) conserva il prezioso dono del grottesco (la morte del canicida come crudele contrappasso), non si cura troppo del politicamente corretto – una didascalia iniziale avverte che nessun animale è stato maltrattato -, finisce bellamente per parare dove vuole: il disegno di un’epoca quasi post-atomica, che contiene in sé una deformità fisico/spirituale (l’erotismo canino di Eun-ok) perpetrata in generazioni, venata da follia generale (il tiro con l’arco) ed impreziosita da rara signorilità narrativa – alfine la lettera è giunta ma cala la nebbia sul contenuto. Tutt’altro che una prova transitoria.

 

 

BAD GUY
(Nappun namja)
(2001)

INTERPRETI: Cho Jae-Hyun, Won Su, Kim Yun-Tae, Choi Duek-Mun, Kim Jung-Young
SCENEGGIATURA: Kim Ki-Duk
FOTOGRAFIA: Hwang Chul-Hyun
SCENOGRAFIA: Kim Sun-Ju
MONTAGGIO: Hahm Sung-Won
MUSICA: Park Ho-Joon
GENERE: Drammatico
NAZIONE: Corea del Sud
DURATA: 100'

Per pagare un debito Dun-hwa è avviata alla prostituzione; Han-ki la osserva, la desidera, segue ogni suo passo.


Belli e misteriosi

Kim Ki-Duk è un poeta romantico: lo conferma definitivamente con un’opera deviata e figurativamente suprema. BAD GUY realizza una storia d’amore marcia dentro: dal bacio violento dell’inizio sino all’ultima parvenza tenera (una spiaggia, di nuovo), costringendo ancora la protagonista sotto vetro, uccello in gabbia (BIRDCAGE) in tonalità calda e carnale virante sul giallo. Un film che vive del contrasto debordante, e per questo particolarmente distruttivo (l’effusione interrotta da un conato) non solo a livello scenico: una doppia svolta narrativa (l’odio e l’amore, la lite ed il contatto) viene scandita da I tuoi fiori di Etta Scollo, ammaliante ugola italiana (cfr. 5X2 di François Ozon), per ricordare l’enigmatica follia di un sentimento lontano dal normale. Per inciso, la pellicola trova il tempo di ricoprire il vetro di un vasto apparato simbolico (prigione e nido d’amore – attraverso di esso i protagonisti si sfiorano in spaccati ineffabili – con esso Han-ki sarà terribilmente ferito), inscenare la sconvolgente violenza poliziesca, stavolta infima e materica (al contrario di FERRO 3), sfiorare garbatamente l’arcaico ciclo della Natura (una panchina come inizio e fine della storia) e disegnare una chiusura forse onirica (L’ISOLA...); Dun-hwa si trasforma kafkianamente in prostituta passando per diverse identità (la varia capigliatura), viene clinicamente osservata come un topolino in gabbia, sconvolge irrimediabilmente i tre corpi che le gravitano intorno finché la violenza, sfinita, si arrende alla possibilità di un amore. Questa prova bagnata (sangue, lacrime, vomito) calata in macabra ironia (il camper finale) incorona una sensibilità con pochi eguali, appena sospesa tra gusto e perversione. Un incanto estremo e commovente.
http://www.ettascollo.com

 

 

THE COAST GUARD
(Haeanseon)
(2002)

INTERPRETI: Jang Dong-Gun, Kim Jung-Hak, Park Ji-A
SCENEGGIATURA: Kim Ki-Duk
FOTOGRAFIA: Baek Dong-Hyun
SCENOGRAFIA: Kim Ki-Duk
MONTAGGIO: Kim Sun-Min
MUSICA: Jang Young-Gyu
GENERE: Drammatico
NAZIONE: Corea del Sud
DURATA: 95'

Zona di confine tra Nord e Sud Corea. Un ragazzo, scambiato per una spia, viene ucciso mentre fa l’amore con la sua fidanzata; la donna ed il soldato che ha sparato scivolano gradualmente nella follia più cieca.


O Fantasma

Riecco il Kim politico con una pioggia di spari che squarcia il buio della notte; meno paradigmatico di ADDRESS UNKNOWN, più furioso e visionario, è una parodia sul filo (spinato) della devianza che lancia uno sguardo obliquo a L’ISOLA – la femmina è ancora folle – innestando, in chiave antimilitarista, di questa infermità la causa scatenante (il grottesco dell’intro) per poi perdersi senza indugio nei buî meandri della psiche umana. Esplicito, urlato, spiazzante, THE COAST GUARD vive del contrasto tra la turbolenza tramica e la parentesi apertamente soave (la camminata nell’acqua) volta a mitigare visivamente tanto dolore; si sviluppa sul parallelo dei protagonisti, nei cui sguardi si innesta una pazzia superiore agli eventi (non casuale ma causale: la guerra è unica ragione) e canta l’assurdità militare scandita dal rituale imbecille. Calandosi in questo angolo ombroso il regista guadagna la sospensione dell’incredulità; se la mossa è concitata e l’attimo amplificato (la gara di pugilato), vi è anche un ripiegamento su sé stesso, solare istinto di (auto)protezione che prevede un ritorno all’amnio materno. L’acqua, di nuovo: le immersioni femminili sono vana protezione, fino al tragico acme nella vasca dei pesci; l’uomo è fenomeno da baraccone, un puntino nella folla pronto a compiere una strage.
Immortalato da una notevole fotografia livida e notturna ed un cast disinvoltamente sopra le righe, nel limbo fisico/psichico si compie una vicenda di depravazione irraccontabile (la carezza della mano mozzata); e se talvolta il regista è rimasto impigliato nell’ambizione politica, qui il contenuto viene appena suggerito (la paranoia verso le spie) all’interno di spunti visivi a tratti miracolosi (tutta la parte iniziale). Dietro la maschera della caricatura si cela il film più disperato di Kim Ki-Duk che, coniugando una minuziosa crudeltà rappresentativa al tenace logorio psicologico, serve un risultato quasi insostenibile; al bando ogni bisbiglio (la scena del fetido aborto), stavolta il coreano urla a pieni polmoni. Chi ha orecchie per intendere...

 

 

PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO, INVERNO... E ANCORA PRIMAVERA
(Bom yeoreum gaeul gyeoul geurigo bom)
(2003)

INTERPRETI: Kim Ki-Duk, Oh Young-Su, Kim Young-Min, Su Jae-Kyun, Ha Yeo-Jin
SCENEGGIATURA: Kim Ki-Duk
FOTOGRAFIA: Baek Dong-Hyun
SCENOGRAFIA: Oh Sang-Man
MONTAGGIO: Kim Ki-Duk
MUSICA: Park Ji-Woong
GENERE: Drammatico
NAZIONE: Corea del Sud
DURATA: 103'

Un eremo galleggiante: qui un monaco buddista alleva il suo discepolo, attraverso il ciclo delle stagioni.


Fearful Simmetry

Opera teorica somma: tutto (la corruzione umana, il ciclo della vita, la violenza, il simbolo) minuziosamente smontato ed esposto sotto il gelido sole. Lo spogliarello di Kim Ki-Duk (anche attore, non a caso) si ramifica nel profondo sulla cultura orientale, toccando un’ascesi (per noi) irraggiungibile, un movimento meditativo che è quello dell’esistenza: animali e donne, alla stessa stregua, spezzano l’esilio come segnali di condizione (solo apparentemente) cangiante nell’infinita rotazione delle stagioni. Dibattito interiore all’uomo, inestinguibile dualità tra ragione e passione, lotta atavica di sentimenti, incendio distruttivo nell’animo (il suicidio del maestro), ed infine ricomposizione dell’idillio, un quadro primitivo dove nulla (forse) è avvenuto: non per questo PRIMAVERA è algido pensiero, anzi la scintilla della vita (il bimbo abbandonato) sconvolge la vetta innevata del cuore.

Colgo un crisantemo sotto il muro di levante.
A sud mi sembra di vedere il monte.
Sento l'aria di montagna
Mentre gli uccelli volano a stormi.
Tutto ha un gusto meraviglioso
Ma ho scordato le parole per dirlo.

(Tao Quien, Il bicchiere di giada)

Link: la scheda spietata dell’opera

 

 

SAMARITAN GIRL
(Samaria)
(2004)

INTERPRETI: Lee Uhl, Kwak Ji-Min, Su Min-Jung, Kwon Hyun-Min, Oh Young
SCENEGGIATURA: Kim Ki-Duk
FOTOGRAFIA: Sun Sang-Jae
SCENOGRAFIA: Kim Ki-Duk
MONTAGGIO: Kim Ki-Duk
MUSICA: Park Ji
GENERE: Drammatico
NAZIONE: Corea del Sud
DURATA: 95'

Jae-yeong e Yeo-Jin sono morbosamente legate tra loro. La prima si prostituisce, la seconda è sua complice; una tragedia sconvolgerà le loro esistenze.


L’amore ermafrodito

Un Samaritano che era in viaggio lo vide e ne ebbe compassione (...). Il giorno seguente estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui, e ciò che spenderai di più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?
(Luca 10, 35)

Ognuno è vegliato dal proprio fantasma: Jae-yeong è un bagliore sessuale per la vita degli altri, Yeo-Jin la sua samaritana che restituisce i danari ai peccatori, il padre un angelo vendicatore che ne segue le tracce, la madre una tomba campestre lucidamente presente sulla scena.
Il decimo film di Kim Ki-Duk (cronologicamente precedente a FERRO 3) è una storia d’amore e violenza. Manipolando il romanzo di formazione sulle proprie frequenze mentali, l’autore coreano ancora una volta si esprime con pudicizia, non urla il dolore ma lo insinua sottovoce, tace la sommossa interiore dei personaggi e quindi la rende sconvolgente. Il testo filmico si articola in tre capitoli (VasumitraSamariaSonata) diversissimi tra loro, che spaziano dal rapporto femminile sino all’on the road ascetico e meditativo, toccando macchie di sangue ed abissale disperazione; la devastante prima parte si sviluppa in un teorema di voyeurismo e sguardi incrociati, attraverso finestre di fronte (la seduta sessuale) o specchi intimamente riflettenti (la posa scultorea di Yeo-Jin nel suo letto), suggerendo uno sguardo indiscreto dolcemente puntato sulla crepa nel muro. L’abuso del corpo come forma di violenza sublimata è pronta ad esplodere in un’agghiacciante scena di raccordo; da qui si innesca il doloroso peregrinare di Yeo-Jin che costituisce il motivo del film. La buona samaritana conoscerà la perversione piccolo-borghese e la sua atavica paura dell’estraneo [l’interruzione della (s)cena famigliare contiene FERRO 3 in potenza] e si poserà nell’eremo a godere degli squarci naturali (PRIMAVERA...), incorniciata dal fogliame autunnale per bisbigliare le stagioni della vita. Come lo spettro che riempiva la casa vuota, di nuovo il cardine dell’intreccio appare giocato sulla linearità dell’antitesi: nell’automatismo della borghesia cittadina sembra insinuarsi un soffio di predestinazione cosmica, essendo il movimento di Yeo-Jin costantemente scandito da episodi biblici e soprannaturali (grazie, apparizioni) introdotti per bocca del padre. Dall’inizio il desiderio di andare in Europa suona chimerico, confermando l’impossibilità del moto cantata dal cinema orientale (ultimo in ordine di tempo: SHIJIE del cinese Jia Zhangke) e, quando svanisce definitivamente, la protagonista intraprende un processo di santificazione: in bilico tra vestale e puttana rimuove miracolosamente gli ostacoli sulla strada (le pietre che bloccano l’auto), ritorna umana attraverso l’atto quotidiano (una lezione di guida), approda infine alla paralisi definitiva. L’indefinibile sequenza finale - che non ho la crudeltà di svelare – rappresenta il culmine artistico dell’opera e la sua brusca interruzione, dissolvendosi ogni rapporto umano: già perdute la madre e l’amica/amante, Yeo-Jin si lancia all’inseguimento...
Il regista coreano, confermando appieno la sua virata verso la violenza sommessa ed interiore – gli oggetti da pesca de L’ISOLA sembrano lontani (ma con significative eccezioni) -, riprende accuratamente la conseguenza dopo l’accadimento (il suicidio fuori campo) e si esibisce nel più crudele logoramento psicologico, mescolando lacrime ad acqua sotto il getto della doccia; la dicotomia amore-morte, ancora scheletro inestinguibile nel cineasta dell’Est, è qui applicata a due creature femminili legate da un cordone indissolubile. Una sequenza, in particolare, si può dire finora la più alta realizzazione dell’artista: le fanciulle affiorano dietro una coppia di statue (uomo/donna), una croce argentea divide lo schermo, discendono assieme nel giardino dell’Eden ed infine si pacificano accanto ai volti fossilizzati di cui condividono la sorte. Kim Ki-Duk continua ad osservare il rapporto umano sconvolto dalla mano fatale e, ricreando la tensione pittorica del miglior Kitano (la parte finale come prova schiacciante), si riconferma oggi tra i maggiori registi in attività perché capace di partorire il proprio universo: un mondo d’amore infinito e violenza irraccontabile, tutto secondo Natura.

 

 

FERRO 3 - La Casa Vuota
(Bin jip)
(2004)

INTERPRETI: Lee Sung-Yu, Jae Hee, Kwon Hyuk-Ho, Joo Jin-Mo, Choi Jung-Ho, Lee Jo-Suk
SCENEGGIATURA: Kim Ki-Duk
FOTOGRAFIA: Jang Sung-Beck
SCENOGRAFIA: Joo Jin-Mo
MONTAGGIO: Kim Ki-Duk
MUSICA: Silvian
GENERE: Drammatico
NAZIONE: Corea del Sud
DURATA: 90'

Siamo tutti case vuote
e aspettiamo qualcuno
che apra la porta e ci renda liberi.

Un giorno il mio desiderio si avvera.
Un uomo arriva come un fantasma
e mi libera dalla mia prigionia.
E io lo seguo, senza dubbi, senza riserve...
Finché incontro il mio nuovo destino

Kim Ki-duk

Invisibile

Il “Ferro 3” del titolo è la mazza da golf meno utilizzata dal giocatore, che impolverata nell’apposito contenitore testimonia la lontananza da casa; ma è anche il simbolo di un primo incontro teneramente folle, trasformato in ripetizione ossessiva come strana dichiarazione d’amore. Un miracolo di spazi e di sguardi, che cala l’asso nella potenza dell’antitesi: il luogo fisico della Casa, fulcro esistenziale di una borghesia panciuta e violenta, è finalmente dominato dall’uomo che al turbine delle vacue parole prodotte da una crisi di coppia oppone il rumore del silenzio, semplicemente. La comprensione tra amanti viene affidata ad un rapporto di complicità restituito attraverso particolari e docili minuzie, in un crescendo filmico presto emozionante; il timido sfiorarsi dei piedi è il simbolo di una cinepresa ostinatamente platonica, l’accoppiamento fisico è regalato all’intuizione (niente sesso, soltanto un briciolo di onanismo) come se fosse anch’esso invisibile. In questo conatus verso il sentimento, da parte di uno spettro forse sfinito dalla solitudine, il regista solo apparentemente rinuncia alle suggestioni predilette; la sua cosmologia della violenza è sotterranea ma egualmente presente, rarefatta ma chiaramente ineludibile. Esplode un cinema tremendo, che esaltando appieno la scelta silenziosa del protagonista ammazza ogni possibile commento: la pallina da golf sulla testa della donna per scalfire la materia cerebrale, il teorema di violenza domestica suggerito e quindi doppiamente doloroso. Di progressiva perfezione l’evoluzione del protagonista: egli, spezzando l’idillio con la Casa nel delinearsi di quello con la Donna, non ha più ragione di proseguire nelle sue occupazioni e si abbandona all’arresto. Sarà la fine del viaggio verso l’invisibilità, il suo pieno compiersi tra le pareti di una cella carceraria; si dissolve il sogno di comporre la violenza (la sepoltura del cadavere) mentre subirla non fa più male (il prigioniero malmenato), l’uomo invisibile è ormai totalmente estraniato mentre lo spettatore non è mai stato così in empatia. Ciò che non si vede (l’occhio...) è più che mai presente: con dolce ironia ed impeccabile eleganza la pellicola approda all’ultima sequenza, un ritorno alla Casa primaria che tradisce netta circolarità. Kim Ki-duk sotto l’ombrello del film minore firma ad oggi il suo capolavoro: infine appoggia delicatamente sul piatto la contrapposizione ultima e devastante. Il pugno e la carezza, come sempre, in profonda antitesi: Lui non è più neanche un personaggio ma pura pantomima, silenzio ma dialogo dei sensi, un bacio fantasma che appiana i lividi del vivere.

Non è dato sapere se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà.

 

 

L'ARCO
(Hwal)
(2005)

INTERPRETI: Han Yeo-Reum, Jeon Sung-Hwan, Seo Ji-Seok, Jeon Gook-Hwan
SCENEGGIATURA: Kim Ki-Duk
FOTOGRAFIA: Jang Sung-Beck
SCENOGRAFIA: Kim Hyun-Ju
MONTAGGIO: Kim Ki-Duk
MUSICA: Kang Eun-Il
GENERE: Drammatico
NAZIONE: Corea del Sud
DURATA: 90'

Un’imbarcazione ospita un vecchio ed una ragazzina che non ha mai visto la terra. Lui la sposerà al compimento del diciassettesimo anno; ma lei incontra un ragazzo di città…


L'Arco della nostra vita

Cos’è l’amore in un mondo a parte? Qual è il confine con la perversione? HWAL attinge dal fondale mitologico, dopo SEOM pescando un’altra creatura marina, e si muove con la crudele levità della fiaba. Il film di Kim Ki-Duk è ormai frastagliato dal sottile vento della parodia: il mago coreano si diletta a seminare richiami alla brillante carriera (la ragazza che ingoia gli ami da pesca) salvo poi rovesciare situazioni, demolire certezze, uccidere il luogo comune. Anche stavolta il punto di origine è una manciata di elementi, oggetti con l’anima: un’imbarcazione fatiscente, un arco, frecce, una corda. Coltivando l’avvincente discorso sul fragore del silenzio (mai una parola tra il vecchio e la ragazza, se non bisbigliata all’orecchio; il grado zero della sceneggiatura, che si concentra sulla posa ripetuta e minimale), ma rompendo l’indugio con sarcasmo tutto orientale (nella seconda parte, l’unica vera battuta per dire che il vecchio è impazzito), HWAL scivola su una prima scena di lancinante bellezza (incastro supremo di elementi discordanti, gesti e colori) e ci introduce in un microcosmo sciamanico (vedi l’eremo di PRIMAVERA...) dolcemente sconvolto dal soffio del soprannaturale (la lettura del futuro, i simboli buddisti, la bufera); in antitesi con l’amore terreno (coatto o ricambiato? Tenero o maligno?) Kim incarta la patata bollente, nei dintorni della pedofilia, con la sua canzone di rimandi e dolci allusioni. Se la ciclicità del suo cinema è qui sconvolta per una dimensione sospesa (il calendario manomesso), se l’enciclopedia di simboli [l’atavico contro la tecnologia – il walkman (un ritorno, dopo SAMARIA) -, il pesce del desiderio e il gallo dell’amore] acquista nuove parvenze incantatorie, se il quadro figurativo al solito avvince e commuove, il regista si conferma soprattutto a livello narrativo: convertito ormai ad una violenza carsica e sepolta, apparentemente ripiegato sulla maniera (critica tanto ricorrente quanto fuorviante) porta il suo film rigorosamente da un’altra parte, il dramma non è mai stato così sofferto (il climax dell’ultimo vaticinio mi pare la miglior sequenza di ‘pura tensione’ degli ultimi anni) e l’amore – tra l’uomo e la bambina, i colori e lo sfondo, la cinepresa ed il mare – tanto travolgente. Adesso è chiaro: l’amatissimo FERRO 3, possibile punto di nonritorno, era soltanto l’inizio. Tante ancora le frecce al suo arco.
Quando la fantasia è ormai completa su HWAL si rovescia la tavolozza dei colori, annega l’ovvio e questo gioiello si avvita su sé stesso per fornire una relazione anatomica sui possibili impieghi di una freccia. Si vorrebbe una scena di sesso ma è pura devianza sublime, che porta a dubitare della sanità mentale del suo autore.
Non è pazzo Kim Ki-Duk, è pazzo chi non lo ama alla follia.

Strength and a beautiful sound like in the tautness of a bow…
I want live like this until the day I die.

 

 

TIME
(Time)
(2006)

INTERPRETI: Jung-woo Ha, Hyeon-a Seong
SCENEGGIATURA: Kim Ki-Duk
FOTOGRAFIA: Sung Jong-Moo
SCENOGRAFIA: Choi Keun-Woo
MONTAGGIO: Kim Ki-Duk
MUSICA: Noh Hyung-Woo
GENERE: Drammatico
NAZIONE: Corea del Sud
DURATA: 97'

Una ragazza ama il suo uomo ma, temendo che il tempo possa ammazzare il sentimento, decide di cambiare volto…


Gli amanti irregolari

Il bisturi come filtro d’amore, nel giardino umano dove la parvenza è unica diva. Kim Ki-Duk al tredicesimo lungometraggio raccoglie una materia atavica e, chiamato a rinnovarsi dopo la fondazione di una poetica peculiare, disegna una delicata variazione sul (suo) tema: il silenzio screziato di Ferro 3 (citato esplicitamente - il film viene montato dal protagonista) è qui un’inquieta parlantina che racconta la fine dell’amore, la malvagità parabolica de La Samaritana scivola verso la pena quotidiana, torna la metropoli tentacolare degli esordi ( Wild Animals è un poster sul muro). Time, piegato ad una scansione lineare eccettuate sporadiche digressioni (il link tra inizio e fine), è pervaso in orizzontale da sadici segnali di follia; il rapporto tra amanti, che parte come pura evocazione romantica, soffre la tara di lampanti ossessioni (routine, gelosia) e si propone come il fosco viaggio di due innamorati psicotici verso l’aperto impazzimento. Nel rapporto uomo/donna il coreano non ripone alcuna fiducia e riconosce, come in Twentynine Palms di Dumont, che sarà il fragile battito del tempo, l’accadere qualcosa o peggio ancora nulla, a porvi la definitiva pietra tombale. Su queste premesse il film, però, sposa raramente lo straordinario rigore cui il cineasta ci ha abituato: basato su un’unica idea che risulta invero parecchio rimestata (le operazioni sono molteplici, così il passaggio da un volto all’altro), popolato da figure irrimediabilmente minori (il detour sullo stereotipo del chirurgo), poco comunicativo, insomma, a livello narrativo - a meno di considerare la critica solare al dato estetico, regnante nella nostra società -, Time pecca inoltre nell’eccessiva esplicitazione di sensazioni altrove sottintese (Voglio solo amarti!, urla Ji-Woo nel metrò).
Un tassello che non si incastra nel percorso artistico del suo autore, riassume lievemente le puntate precedenti - Bad Guy è il diretto referente - senza aggiungere nulla che non siano solo (solo?) sibillini squarci visivi. Una manciata di sequenze (Ji-Woo che calpesta le fotografie, l’amabile ironia erotica delle statue, il doloroso sarcasmo nel bar dei cuori infranti) insieme al gracile cenno pittorico (il gesto magrittiano di coprirsi il volto per celarne l’identità - cfr. soprattutto Gli amanti, 1928) che si imprimono, restano, sono gradini di un’opera imperfetta e stratificata e cancellano il tenue rimpianto di un film aggraziato, lacerante, solamente minore.

 

 

Emanuele Di Nicola & Gli Spietati ©18/04/2005  (ultimo aggiornamento 31/10/2006)

 

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