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Dopo
la visione del film FRANKENSTEIN, una bimba di un villaggio della
Castiglia del 1940 si fa convincere dalla sorella che il mostro vive in
una casa abbandonata, e va a cercarlo.
Applaudito
esordio di un autore avaro di opere e a rischio di oblio. E'
un'affascinante ed ermetica soggettiva del mondo incantato dell'infanzia
(il treno, come il mostro, strega perché riassume in sé maestosità e
pericolo) che prende le mosse dal FRANKENSTEIN di James Whale, ne
ripropone lo spezzone dell'incontro del mostro con la bambina e
s'interroga sull'enigma dell'opera (perché lei viene uccisa? E perché
uccidono il mostro?): il prologo, senza soluzione di continuità, dal
film nel film sposta lo sguardo nel tempo sospeso di una campagna di
provincia e canta il "C'era una volta" del cinema, quando, da
piccoli, le pellicole incantavano di più (le espressioni degli
spettatori al cinematografo!). Il laconico Erice preferisce evocare,
sbiadire le chiavi di lettura, tradurre in modo (anche troppo)
enigmatico la drammaturgia per ripopolare la visione di fantasmi e
ostiche suggestioni, riprodurre il senso perduto di mistero, negare la
presunta maturità che crea il "mostro" nel momento in cui
spiega agli alunni l'anatomia sui banchi di scuola, uccidendo le
fantasie dei sognatori (i bambini), il cinema (vedi la figura del
disertore, scambiato per il mostro dalla bambina) al cinema (il suo
corpo è tenuto nel municipio, di fronte allo schermo per le
proiezioni). I tre piani allegorici dell'alveare (api intrappolate?),
del mito di Frankenstein e dell'infanzia s'intersecano fino a procedere
più per associazioni surreali(ste) che con senso compiuto, peccando,
per assurdo, di pretenziosa complessità (adulta) e non di purezza di
sguardo (infantile). Erice, però, ha il raro dono di saper cogliere la
magia delle espressioni della piccola protagonista, entra nei suoi occhi
colmi di stupore, timore e tristezza per (ri)scoprire le dimensioni
oltre il possibile e il sogno al cinema più oscuro e meraviglioso.
Niccolò Rangoni
Machiavelli
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