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La
minorenne Silvia, figlia di nobili, è promessa sposa ad un laido
individuo. Una sera si presenta all'uscio di casa un mendicante che, con
un incantesimo, possiede la di lei sorella. Silvia gli tronca la mano
con una spada.
Monteiro
si riaffaccia sul grande schermo con un'opera insieme estrosa,
estraniata, intrigante, improponibile, peccaminosa ed angelica. Chi
conosce l'autore/attore (qui fa una comparsata da...re) sa che, più che
giocare con le perversioni, è un pervertito strohemiano col nulla osta
dell'Arte e una propizia autoironia. Il sale della vita di questa fiaba
(tratta dai racconti di tradizione orale del XV° secolo "A mao do
finado" e "A donzela que vai à guerra") con tanto di
cavaliere nero, malefici, arance incantate e draghi, sono le digressioni
voyeuristiche (le adolescenti intente a lavarsi nel letto del fiume; la
tinozza in cui uno stuolo di fanciulle lava il capofamiglia), le
deviazioni nostalgiche (per un tempo in cui gli anziani impalmavano
acerbe fanciulle), le depravazioni (la sequenza in cui il
"maligno" possiede la sorella mentre tasta la piccola Silvia)
e le malizie (l'apprezzamento per le donne magre: "La carne vicino
all'osso è sempre la più gustosa"; il feroce disegno delle due
mogli insoddisfatte voraci del fanciullino). Lo stile è de oliveiriano,
teatrale (fondali di cartapesta alternati a suadenti riprese in
esterno), incorniciato a camera fissa per interminabili piani sequenza.
La prima, faticosa parte s'accende nei pastelli della fotografia di Acácio
de Almeida, curiosa nel suo utilizzo delle tinte unite e nei vari
richiami pittorici accompagnati dalle musiche di Monteverdi, Mozart,
Scubert e Varèse (splendida la simulazione del cambiamento graduale
della luminosità all'alba). Quando Silvia diventa Silvestre
("uomo" che va in guerra), nella seconda parte, la vena
sperimentale sin lì manifestatasi nel profilmico s'insinua nella
drammaturgia, caustica, provocatoria (l'immobile combattimento che
richiama "San Sebastiano e il Drago"; la fuga dall'azione
della battaglia inquadrando un masso), con soluzioni sempre più
eccentriche (l'obiettivo che si colora di rosso), consapevoli di
possedere nello sguardo l'indimenticabile fisicità dell'androgina
protagonista.
Niccolò Rangoni
Machiavelli
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