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In
un paese straniero in cui si parla una lingua incomprensibile, due
sorelle, Ester e Anna, sono in treno, con Johan, il figlio di
quest'ultima. Costrette a fermarsi in una città per un improvviso
malore di Ester, raggiungono un albergo.
Terzo
capitolo della trilogia del Silenzio di Dio (mai riconosciuta
esplicitamente dal regista), IL SILENZIO ne rappresenta l'apocalittica
chiusa (anche se PERSONA se ne può considerare la sontuosissima
postilla). Tutto dominato da un'atmosfera di oscura minaccia (il caldo
opprimente, i carri armati che girano per la città, l'ostacolo
dell'idioma straniero che crea un dstacco tangibile tra i tre personaggi
e il luogo in cui agiscono), TYSTNADEN vive di momenti enigmatici e
sospesi, alternati ad altri di bruciante espressionismo. Le due
protagoniste, che si mettono in gioco in modo impensabile per l'epoca
(il film è del 1964) e ne pagheranno il fio (*),
danno vita a un angoscioso gioco al massacro in cui rimpianti e
recriminazioni giocano a rimpiattino: la comunicazione tra le due è
ridotta al lumicino e riflette quella con l'ambiente, anche se Anna è
una traduttrice e cerca invano di avvicinarsi alla lingua del luogo; in
un mondo in cui di Dio non c'è traccia alcuna, la musica è il solo
trait d'union (sul giornale che Anna sfoglia al bar, nel nugolo di
parole incomprensibili, è l'annuncio di un concerto di musica di Bach
l'unico riquadro intelleggibile; e saranno ancora le note di Bach a
rappresentare un momento di comunicazione non solo tra Ester e il
cameriere dell'albergo ma anche tra le due sorelle). Mentre Ester,
l'Istinto, si abbandona a un sesso cercato e clandestinamente consumato,
l'altra, la granitica Ragionevolezza che ha visto atrofizzarsi qualsiasi
slancio, si dibatte su un letto di sofferenza indefinita. Il conflitto
tra le due, testimone il piccolo Johan che esplora i corridoi di un
albergo in odore di Marienbad, raggiunge il parossismo: Anna e il
piccolo abbandonano Ester al suo destino, ripartono verso casa.
Stilisticamente altissimo (la prima parte in treno è uno dei massimi
momenti della filmografia bergmaniana), rigoroso come mai (i movimenti
di macchina sono centellinati - Ingmar, why don't you move your
camera anymore? chiese al regista un agente di distribuzione
americano -), di morbosità imitatissima (e non solo per il cupo
erotismo che lo pervade, al quale non è estranea una nota di lesbismo),
non appesantito affatto da un sottotesto simbolico evidente, IL SILENZIO
ha un'edizione italiana vergognosamente manipolata. Ad essere invisibile
è dunque la sua versione originale: sono tagliate tutte le nudità; la
masturbazione di Ester, esplicita nell'originale, viene solo intuita in
quella italiana; della scena di sesso nel palchetto del teatro (che si
pregia di un gioco di luci e ombre - la fotografia è del fido Nykvist -
di miracolosa efficacia) si vede solo l'inizio (l'amplesso è furioso e
invendibile per quegli anni); abbondantemente potata anche la scena del
coito more ferarum tra Anna e lo sconosciuto nella camera
d'albergo.
Per quanto concerne il dialogo, a parte un "E pensare che ero
preoccupata per te", rivolto da Anna ad Ester, reso in italiano
con un inspiegabile e alquanto gratuito "Se potessi capire perché
mi facevi tanta paura", muta del tutto il racconto che Anna fa
del rapporto sessuale consumato tra le colonne di una chiesa e che nella
versione italiana diventa: "siamo finiti in uno scantinato, ci
siamo sdraiati per terra tra mucchi di carbone e vecchi stracci";
il passaggio in cui la Thulin recita "è solo questione di
tessuto erettile e secrezioni" viene tradotto con "è
solo questione di uomini e ormoni"; il riferimento alla puzza
di sperma viene risolto con la repulsione per "gli uomini e i
loro corpi sudati"; questo per limitarsi agli esempi di
elusione dialogale più clamorosi. La scena dei burattini Punch e Judy,
poi, è recitata dal bambino in un linguaggio inventato cosa che si
riconnette coerentemente con la prosecuzione del dialogo con la zia,
connessione del tutto saltata nella versione italiana.
Ma il culmine viene raggiunto nel finale, completamente diverso: mentre
nell'originale il bimbo leggendo la lettera che la zia gli ha
consegnato, lettera che contiene la trascrizione delle parole della
lingua straniera, non ne pronuncia la traduzione, lasciando indefinito
il loro significato e perpetuando il senso di angoscia legato
all'incomunicabilità, vero leit motiv del film, nella versione
italiana il bimbo legge una parola e ne aggiunge un'inopinata traduzione
("anima"): ad essere stravolto non è solo il senso
della scena ma quello dell'intera trilogia, tenendo conto che questo è
il momento che chiude il ciclo, facendo risuonare una nota di speranza
completamente assente nelle intenzioni dell'autore. Nell'edizione
italiana il film si chiude qui, in quella originale va avanti proponendo
la scena in cui Anna si affaccia al finestrino e accoglie su di sé le
gocce di pioggia che le bagnano il vestito, in volto un'espressione di
lascivo piacere (nella versione italiana questa scena precede il finale:
ecco un grande esempio di ri-montaggio creativo...).
(*)
Così
il regista: C'era una lussuria
cinematografica che ancora ricordo con gioia. Era semplicemente
divertente, in modo pazzesco, fare IL SILENZIO. Inoltre le attrici
erano dotate, disciplinate e quasi sempre di buon umore. Che IL
SILENZIO, in certo qual senso, sia diventato la loro disgrazia, questa
è un'altra storia. Il film fece sì che i loro nomi divenissero
internazionalmente noti. E l'estero, come al solito, si degnò di
fraintendere la peculiarità del loro talento.
Luca Pacilio
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