IL SILENZIO
(versione originale)

di Ingmar Bergman

(1963)

 

In un paese straniero in cui si parla una lingua incomprensibile, due sorelle, Ester e Anna, sono in treno, con Johan, il figlio di quest'ultima. Costrette a fermarsi in una città per un improvviso malore di Ester, raggiungono un albergo.

 

Terzo capitolo della trilogia del Silenzio di Dio (mai riconosciuta esplicitamente dal regista), IL SILENZIO ne rappresenta l'apocalittica chiusa (anche se PERSONA se ne può considerare la sontuosissima postilla). Tutto dominato da un'atmosfera di oscura minaccia (il caldo opprimente, i carri armati che girano per la città, l'ostacolo dell'idioma straniero che crea un dstacco tangibile tra i tre personaggi e il luogo in cui agiscono), TYSTNADEN vive di momenti enigmatici e sospesi, alternati ad altri di bruciante espressionismo. Le due protagoniste, che si mettono in gioco in modo impensabile per l'epoca (il film è del 1964) e ne pagheranno il fio (*), danno vita a un angoscioso gioco al massacro in cui rimpianti e recriminazioni giocano a rimpiattino: la comunicazione tra le due è ridotta al lumicino e riflette quella con l'ambiente, anche se Anna è una traduttrice e cerca invano di avvicinarsi alla lingua del luogo; in un mondo in cui di Dio non c'è traccia alcuna, la musica è il solo trait d'union (sul giornale che Anna sfoglia al bar, nel nugolo di parole incomprensibili, è l'annuncio di un concerto di musica di Bach l'unico riquadro intelleggibile; e saranno ancora le note di Bach a rappresentare un momento di comunicazione non solo tra Ester e il cameriere dell'albergo ma anche tra le due sorelle). Mentre Ester, l'Istinto, si abbandona a un sesso cercato e clandestinamente consumato, l'altra, la granitica Ragionevolezza che ha visto atrofizzarsi qualsiasi slancio, si dibatte su un letto di sofferenza indefinita. Il conflitto tra le due, testimone il piccolo Johan che esplora i corridoi di un albergo in odore di Marienbad, raggiunge il parossismo: Anna e il piccolo abbandonano Ester al suo destino, ripartono verso casa.
Stilisticamente altissimo (la prima parte in treno è uno dei massimi momenti della filmografia bergmaniana), rigoroso come mai (i movimenti di macchina sono centellinati - Ingmar, why don't you move your camera anymore? chiese al regista un agente di distribuzione americano -), di morbosità imitatissima (e non solo per il cupo erotismo che lo pervade, al quale non è estranea una nota di lesbismo), non appesantito affatto da un sottotesto simbolico evidente, IL SILENZIO ha un'edizione italiana vergognosamente manipolata. Ad essere invisibile è dunque la sua versione originale: sono tagliate tutte le nudità; la masturbazione di Ester, esplicita nell'originale, viene solo intuita in quella italiana; della scena di sesso nel palchetto del teatro (che si pregia di un gioco di luci e ombre - la fotografia è del fido Nykvist - di miracolosa efficacia) si vede solo l'inizio (l'amplesso è furioso e invendibile per quegli anni); abbondantemente potata anche la scena del coito more ferarum tra Anna e lo sconosciuto nella camera d'albergo.
Per quanto concerne il dialogo, a parte un "E pensare che ero preoccupata per te", rivolto da Anna ad Ester, reso in italiano con un inspiegabile e alquanto gratuito "Se potessi capire perché mi facevi tanta paura", muta del tutto il racconto che Anna fa del rapporto sessuale consumato tra le colonne di una chiesa e che nella versione italiana diventa: "siamo finiti in uno scantinato, ci siamo sdraiati per terra tra mucchi di carbone e vecchi stracci"; il passaggio in cui la Thulin recita "è solo questione di tessuto erettile e secrezioni" viene tradotto con "è solo questione di uomini e ormoni"; il riferimento alla puzza di sperma viene risolto con la repulsione per "gli uomini e i loro corpi sudati"; questo per limitarsi agli esempi di elusione dialogale più clamorosi. La scena dei burattini Punch e Judy, poi, è recitata dal bambino in un linguaggio inventato cosa che si riconnette coerentemente con la prosecuzione del dialogo con la zia, connessione del tutto saltata nella versione italiana.
Ma il culmine viene raggiunto nel finale, completamente diverso: mentre nell'originale il bimbo leggendo la lettera che la zia gli ha consegnato, lettera che contiene la trascrizione delle parole della lingua straniera, non ne pronuncia la traduzione, lasciando indefinito il loro significato e perpetuando il senso di angoscia legato all'incomunicabilità, vero leit motiv del film, nella versione italiana il bimbo legge una parola e ne aggiunge un'inopinata traduzione ("anima"): ad essere stravolto non è solo il senso della scena ma quello dell'intera trilogia, tenendo conto che questo è il momento che chiude il ciclo, facendo risuonare una nota di speranza completamente assente nelle intenzioni dell'autore. Nell'edizione italiana il film si chiude qui, in quella originale va avanti proponendo la scena in cui Anna si affaccia al finestrino e accoglie su di sé le gocce di pioggia che le bagnano il vestito, in volto un'espressione di lascivo piacere (nella versione italiana questa scena precede il finale: ecco un grande esempio di ri-montaggio creativo...).

(*)
Così il regista: C'era una lussuria cinematografica che ancora ricordo con gioia. Era semplicemente divertente, in modo pazzesco, fare  IL SILENZIO. Inoltre le attrici erano dotate, disciplinate e quasi sempre di buon umore. Che IL SILENZIO, in certo qual senso, sia diventato la loro disgrazia, questa è un'altra storia. Il film fece sì che i loro nomi divenissero internazionalmente noti. E l'estero, come al solito, si degnò di fraintendere la peculiarità del loro talento.

 

Luca Pacilio

 

 

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