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Nella
breve (un cinquantennio, più o meno: da Visconti in poi) storia della
regia lirica i décoratori si sprecano [e sfiniscono a furia di
ninnoli camp (un altro indizio? iniziali FZ)], i provocatori si
spintonano [e tediano con trovate incomprensibili e chiarissime
sciatterie (pessimo ultimo Walter Pagliaro, responsabile di una nefanda
FAVORITE vista a Bologna e – si spera – in pochi altri siti)] e i
registi scarseggiano. Fra questi ultimi, Jean-Pierre Ponnelle rimane uno
dei più rappresentati(vi) (scomparso ormai da quindici anni, i suoi
allestimenti continuano a essere riproposti in molte occasioni) e
l’unico ad avere realizzato una reale (e sottovalutata) mediazione fra
teatro e cinema (attraverso lo schermo televisivo, prima destinazione di
gran parte dei suoi lavori).
Il regista ha saputo creare non opere filmate ma veri film, oggetti
audiovisivi in grado di superare i confini della testimonianza
discografica accessoriata di scene e costumi. Artista completo (anche
scenografo e costumista), di lussuosa e misurata eleganza, Ponnelle
colloca la musica sopra ogni altra cosa: i movimenti di macchina e
quelli dei cantanti-attori raramente rispettano la lettera dei libretti
operistici (spesso rielaborati nel profondo, non solo nella definizione
spazio-temporale) ma trovano infallibilmente la propria giustificazione
nelle partiture. I lavori migliori di Ponnelle sono trasparenti e
solidissimi meccanismi in cui apparenti errori tecnici (lo scollamento
ghezziano di movimenti labiali ed emissioni vocali, in alcuni passi de
LE NOZZE DI FIGARO e COSì FAN TUTTE) sono riconducibili a precise esigenze espressive
(rispettivamente il ritratto dei sentimenti ineffabili e l’invisibile
denuncia degli inganni occultati).
Ponnelle
è insuperato e insuperabile nel campo dell’opera del ‘700 e del
primo ‘800, soprattutto in ambito comico. La musica classica (che,
alla lettera, è quella di Rossini e Mozart, per citare gli autori
affrontati dal regista) possiede “una concezione artistica e […] una
prassi musicale divinamente equilibrate nei loro fattori”
e al tempo stesso la capacità di ribaltare di segno(/senso) tale
perfetta grazia, ri/costruendo lucidamente gli abissi dell’animo
umano. Alle prese con partiture dai toni fortemente drammatici (RIGOLETTO,
MADAMA BUTTERFLY), Ponnelle scivola talvolta in una maniera di segno
stridulo: esaminando al microscopio filmico i crudeli e millimetrici
cristalli del dramma giocoso mozartiano e rossiniano, sa sondare i
superbi ingranaggi testuali con un limpido distacco la cui apparente
freddezza è indice non di banale cinismo ma di profondo, religioso
(cfr. PROVA D’ORCHESTRA) rispetto per una drammaturgia ostinatamente
“aliena”, d’insopprimibile fascino.
Il Barbiere
di Siviglia
La Cenerentola
Così fan tutte
Il Barbiere di Siviglia
(1974)
Il
conte d’Almaviva ama Rosina e vuole sposarla, ma rischia di essere
preceduto dal tutore della ragazza, il medico Don Bartolo. Il barbiere
Figaro risolverà la situazione.
(arche)tipi
L’Ur
– BARBIERE, stella polare nella storia degli allestimenti dell’opera
rossiniana, soffocante pietra del paragone e fonte d’innumerevoli
plagi: questa, in immiserente sintesi, la produzione di Ponnelle, un
classico della regia d’opera (più di trent’anni di vita, finora)
cristallizzato in un film d’inestimabile valenza documentaria e
rilevanza filmica inevitabilmente secondaria. Dal prologo (che mostra,
cosa rara nei lavori del regista, l’orchestra e il direttore durante
la sinfonia d’apertura) l’autore si (ri)colloca dietro le quinte
disegnate, lasciando agli interpreti (perfetti in tutto quanto) il
compito di giocare (con) il testo di Sterbini (ampiamente sforbiciato
come da tradizione pre – Rossini Renaissance) e di scatenarsi
in (silenziosamente e accuratamente sorvegliata) libertà.
Divertissement spesso impagabile (il finale primo, ai confini del
cubismo… e oltre), in grado di sviluppare spunti abitualmente
trascurati (l’amore della governante Berta per Don Bartolo) e di
ribaltare con burlona insolenza molti passi del libretto (la paradossale
avarizia del Conte). In una compagnia di magica armonia spicca la grazia
inconfondibile di Teresa Berganza (abbonata ai film-opera prestigiosi,
come dimostra la sua Zerlina nel DON GIOVANNI di Losey).
La
Cenerentola
(1981)
Il
principe Ramiro deve prendere moglie in tempi brevi: per sondare il
carattere delle aspiranti, si traveste da scudiero (mentre il suo
cameriere Dandini si finge il principe). Nel palazzo di un nobile
spiantato vive una giovane d’umile e misteriosa condizione: Ramiro se
ne innamora all’istante…
Un
lampo, un sogno, un gioco
Risuonano
le prime note dell’ouverture: ecco le neoclassiche architetture della
Scala, i corridoi modellati nel marmo e nel velluto, i volti delle
statue musicalmente divine. Rossini, come sempre sornione e insondabile,
lascia il rigido isolamento dei Grandi per intervenire, demiurgo
pirandelliano al pari del Prosdocimo del Turco in Italia (più
ancora, dio creatore e risolutore), nella propria opera. Ponnelle opta
per l’astrazione più spudorata e squisita (pareti che scorrono,
fondali sollevabili, ombre cinesi, mobili da casa delle bambole, gesti
stilizzati, ripetuti, frantumati da commedia musicale anni ‘50) in
questa CENERENTOLA che, malgrado l’incantevole scintillio, non
trascura il versante buffo (le gag caricaturali che deridono patrigno e
sorellastre, i rozzi modi del falso principe) e sa unire con arguzia i
melanconici abbandoni e gli umori grotteschi, cesellando un delirio
geometrico all’altezza della smagliante partitura. Ottimi attori, i
solisti non sempre sono cantanti adeguati: se Margherita Guglielmi,
Laura Zannini e Paolo Montarsolo danno vita al migliore terzetto
patrigno/sorellastre della discografia e Francisco Araiza disegna un
Ramiro decente sebbene senza guizzi, Claudio Desderi appare sfocato,
Paul Plishka naufraga quasi a ogni nota, Frederica Von Stade è molto
fotogenica ma troppo lagnosa(/legnosa) persino come vittima sacrificale.
Superlativo – al solito – Claudio Abbado, alla testa degli
efficienti complessi scaligeri.
Così
fan tutte
(1988)
Guglielmo
e Ferrando, pronti a giurare sulla fedeltà delle rispettive fidanzate, si
fanno coinvolgere dall’anziano filosofo Don Alfonso in una scommessa
dagli esiti per nulla piacevoli.
Il
gioco delle coppie
L’amore
è un mazzo di carte mescolate con noncuranza, fra cristalli ricolmi di
vino e piacevoli BACI RUBATI, ma la posta in gioco non è il denaro: a
rischio sono il cuore e la mente, in/evitabili vittime di un esperimento
fatto di maschilistica e masochistica sicumera (“oh pazzo desire,/
cercar di scoprire/ quel mal che trovato/ meschini ci fa!”, nota
impietosamente l’alchimista Alfonso). Ponnelle rimuove dalla formidabile
commedia di Lorenzo Da Ponte ogni sovrapposta traccia di grazia rococò e
fasullo libertinaggio leggero e, assecondando la musica mozartiana,
affonda il bisturi nelle anime e nei corpi di sei larve recluse in
un’Arcadia di malcelata precarietà. Nessun inganno visibile (il
travestimento da nobili albanesi imposto dal filosofo agli
ufficiali è appena accennato e presto rimosso dalle stesse corteggiate):
la realtà è soltanto una proiezione mentale di desideri e rimorsi, ma
non per questo le conseguenze risultano meno dolorose. Il regista esplora
le contraddittorie passioni tramite lunghi, impietosi piani sequenza,
sancendo nell’ultima inquadratura il fallimento della duplice sfida
erotico-cognitiva: il disumano (in realtà profondamente umano) nichilismo
della fiaba (im)mor(t)ale suona come una beffa, una dichiarazione
d’impotenza, una chimera che svanisce nel nulla mentre si chiude il
sipario rosso sangue. Paolo Montarsolo è il solo capace di conciliare
appieno musica e scena; nella (poco) aurea mediocrità generale (non
esclusivamente vocale: Nikolaus Harnoncourt dirige con mano greve i Wiener
Philharmoniker) spiccano il leggiadro virtuosismo di Edita Gruberova
(desolatamente imbambolata, purtroppo) e il fuoco interpretativo di Luis
Lima (non di rado alquanto stridulo nel canto).
Stefano Selleri
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