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Il
pittore Johan Borg e sua moglie Alma vivono su un'isola. L'uomo è
tormentato da incubi che dipinge su un quaderno. Invitati a cena nel
castello del barone Von Merkens, padrone dell'isola, Alma scopre che
i commensali sono gli stessi mostruosi soggetti ritratti dal
marito.
E'
il desaparecido per eccellenza dei titoli forti del maestro svedese,
segue al capolavoro PERSONA, precede l'opaca prova de LA VERGOGNA, nasce
dal canovaccio di un'opera teatrale che Bergman aveva cominciato a
scrivere nel 1962, GLI ANTROPOFAGHI. Come nel prologo del suo
predecessore (la metasequenza con la pellicola che si accortoccia e si
brucia) anche in questo caso il film presenta un inizio autoreferenziale: sui titoli di
testa si ascoltano i rumori del set e la voce di Bergman che dà
consigli alla Ullmann sulla scena che aprirà il film. Si gira...
Motore: si dichiara la finzionalità di ciò che andiamo a vedere,
si crea il distacco emotivo dello spettatore. Il film comincia con il
monologo di Alma che rievoca il suo arrivo nell'isola in compagnia del
marito (un attonito Von Sydow) uomo in lotta coi propri fantasmi,
personaggio nel quale il regista in tutta evidenza si proietta, che
lavora non a caso con le immagini (è un pittore) e che ha una
particolare predilezione per i volti; tale monologo dà avvio al lungo
flashback che costituisce il corpo quasi integrale dell'opera. Dopo la
sperimentazione estrema di un'opera esiziale come PERSONA in questo caso
Bergman sembra tenere più a bada certe arditezze visive preferendo
forzare il lato simbolico del suo cinema, rendendolo quasi criptico, e
operando, sul piano stilistico, una virata energica e spiazzante. Il
film è in effetti ineticchettabile e costituisce un caso a sè nella
filmografia dello svedese (più avanti gli si potrà accomunare IL RITO,
L'IMMAGINE ALLO SPECCHIO o UN MONDO DI MARIONETTE): se l'inizio sembra
premettere al consueto dramma psicologico, ambientato, come tanti in
quegli anni, tra gli scenari naturali della desolata isola di Faro,
quasi subito (la scena in cui Von Sydow mostra alla Ullmann le immagini
dei Mangiatori Di Carne, le fantasmatiche presenze che lo ossessionano)
il film rinuncia a qualsiasi realismo assumendo tinte quasi horror. In
realtà la sua patina dark ricopre alcune delle tematiche chiave della
filmografia bergmaniana: il fallimento esistenziale e amoroso, i traumi
infantili, la solitudine della coppia. E' proprio il tema della coppia
sembra essere quello predominante: il legame matrimoniale dei
protagonisti è talmente forte e simbiotico da permettere a uno dei due
di vedere le immagini della follia dell'altro e la simbiosi diventa
drammatica quando Alma scopre, nei crudeli spettri che ossessionano il
marito, delle forze che tendono a farli allontanare. La prima di queste
figure inviterà la donna a leggere il diario del marito e a entrare di
forza nella sua psiche simboleggiata dal castello parakafkiano nel quale
i due sono invitati e le cui sequenze hanno il tono visionario di un
certo Fellini; in questa magnifica sezione la mobilissima camera del
fido Nykvist fa meraviglie e il rutilante montaggio contribuisce ad
accentuare un registro grottesco già a mille, tra le movenze dei
convitati caricate e eccessive e l'insistenza ossessiva sui volti
sconvolti dei protagonisti: un momento davvero altissimo che culmina
nello spettacolo di marionette sulle musiche de IL FLAUTO MAGICO. Nulla
viene spiegato, tutto rimane fortemente sottinteso e la pesantezza
dell'atmosfera è tale che è difficile, da spettatori, non provare un
senso di oppressione e di fastidio: gesti assurdi, riferimenti a un
passato di cui si raccolgono solo brandelli, ombre come maschere sui
visi, volti che si sfaldano, tetro umorismo, un tanfo mortuario nella
malatissima sequenza di Johan che, nel delirio della sua allucinazione,
ritrova l'amante perduta, distesa nuda su un tavolo da obitorio. Gli
incubi si materializzano nell'ora del lupo e la rievocazione della loro
prima apparizione (la famosa scena del piccolo demonio che assale Von
Sydow mentre pesca cui, a detta dello stesso regista, non sono estranee
valenze erotiche) ha una potenza disturbante che oggi definiremmo, in
scioltezza, lynchiana. Molto del merito va anche ai soliti magnifici
attori: oltre ai due protagonisti, Josephson e Thulin e agli
straordinari comprimari.
Certo l'apparato simbolico è fin troppo carico, il film ha poco della
fluenza e della spontaneità dei capolavori precedenti che, pur nella
loro complessità, risultavano di dolenza più leggibile, ma l'oggetto
filmico che scaturisce da tutti gli eccessi calati sul tavolo è
talmente peculiare e morboso da affascinare inevitabilmente; a livello
stilistico, poi, Bergman non sbaglia davvero nulla e riscatta con il
rigore e la sfrontatezza le molte ridondanze di una sceneggiatura
paranoide e piuttosto masturbatoria.
Luca Pacilio
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