DAVID LYNCH E LA SINTESI AUDIOVISIVA

 

 

L’uscita di Eraserhead (1976), a suo tempo proibito alle gestanti, dovette suscitare non poco rumore fra gli addetti ai lavori: un film bocciato dalla critica ufficiale ed eletto a cult-movie dal pubblico dei midnight-movies (“film di mezzanotte”, proiettati nei circuiti non ufficiali). Fu solamente Mel Brooks, cineasta a suo modo “originale”, ad accorgersi del talento nascosto – o messo in mostra? – dal primo film di David Lynch: “sei pazzo, ma mi piaci” fu il lapidario commento prima di affidargli la regia di The Elephant Man (1980) per la sua Brooksfilm.

Ma quale fu la strada che portò Lynch a dirigere un film come Eraserhead ? Egli si pose fin da subito come “autore” in senso stretto, curando quasi tutti gli aspetti della realizzazione del film (dalla stesura dello screenplay fino alla sonorizzazione); ma l’originalità del suo primo lavoro non nasce dal nulla ed anzi affonda le proprie radici in una serie di “sperimentazioni” precedenti, cioè in film brevi che possono essere considerati esperienze in qualche modo propedeutiche alla realizzazione di Eraserhead. Anzi, le esperienze precedenti al primo lungometraggio di Lynch vanno considerate un tirocinio fondamentale per acquisire quella sicurezza stilistica presente in Eraserhead e divenuta oramai tipica del cinema di David Lynch.

Cerchiamo di ricostruire un percorso sicuramente singolare perché, come vedremo, consta di poche realizzazioni che si offrono alla visione dello spettatore come “arti visive multimediali” (del resto la passione per il suono e per la pittura, in Lynch, sono ben note). Un’elegante edizione americana in DVD, per ora invisibile in Italia, racchiude tutta la produzione breve del regista, da Six Figures fino a tempi più recenti, sotto il titolo The Short Films Of David Lynch. Il “montaggio” delle varie opere viene presentato con un elemento di congiunzione: una divertente intervista al regista che ci racconta di se stesso e di ogni sua singola opera breve. Così il DVD risulta assolutamente impedibile, soprattutto perché ci offre le prime opere di Lynch commentate, in versione integrale ed in ordine cronologico; si tratta di piccoli capolavori che in Italia non vedremo tanto facilmente (ma comunque c’è stato un rapido passaggio su Rai Tre, all’interno di Fuori Orario, qualche anno fa).

I film che a noi interessa menzionare, però, sono solamente tre: Six Figures, The Alphabet e The Grandmother; si tratta di cortometraggi basati sull’utilizzo di una tecnica che definirei “mista” – ripresa, stop-motion, collage, pittura e scultura – aventi in comune la volontà di sperimentare una contaminazione fra le tecniche cinematografiche e quelle appartenenti ad altre forme visive (specie la pittura in bianco e nero) e che si pongono alla base dello “stile” così apprezzato ed originale presente in Eraserhead. Insomma, è proprio il caso di dire che il primo lungometraggio di Lynch, ma anche alcuni elementi della sua produzione successiva, trae linfa vitale dalla sperimentazione precedente; e, sul piano dei risultati, questi “short film” non sono certo classificabili come “minori”.

Se facessimo una breve ricerca in Internet, troveremmo numerosi shorts pubblicitari diretti da Lynch che, oltre ad essere originali e godibilissimi, mostrano quanto egli si trovi a suo agio con la sintesi audiovisiva. Alcuni spot per la Playstation 2, ad esempio, ricordano molto le atmosfere tipiche del cinema di Lynch e soprattutto i suoi primi cortometraggi. Da questo punto di vista, quindi, c’è una continuità impressionante nella carriera del cineasta americano: la sua “lucida follia” gli permette di vedere le cose (cioè la realtà) con occhi ben diversi da quelli legati alla quotidianità. La scrittura cinematografica e lo stile registico di Lynch ricordano molto da vicino l’esperienza di “scrittura automatica” dei surrealisti e l’approccio cinematografico di Buñuel e Dalì in Un Chien Andalou, nonostante Lynch ripeta più volte di aver visto il breve film surrealista solamente dopo aver realizzato Eraserhead (e quindi anche i precedenti lavori).

Six Figures (1967) si pone come primo tentativo da parte di Lynch di “animare la pittura”. L’idea era nata probabilmente da una serie di tele in Bianco e Nero che egli stesso aveva dipinto e definito “sinfonie industriali” (anticipazione di un tema assolutamente centrale in Eraserhead, anch’esso realizzato in B/N). Il bisogno di animare i propri dipinti e di inserirvi elementi sonori spinse inevitabilmente il regista americano verso il cinema, tanto che – come lui stesso afferma in alcune interviste – fu proprio la necessità di dare movimento alle sue tele a far nascere in lui la passione per il medium cinematografico. Nel 1967, Lynch gira il suo primo “esperimento” di film painting: si tratta di un’opera artistica molto particolare, in cui uno spezzone di pellicola messa a loop viene proiettato sopra una scultura, all’infinito. Il suono che accompagna questo autentico “delirio” – in cui le figure si deformano, gli stomaci crescono e le teste prendono fuoco – è quello lacerante di una sirena (probabilmente scelto per provocare una sensazione di fastidio “audiovisivo”). Il successo di questo primo passo nella “contaminazione” fra generi artistici diversi ottenne molto successo in una mostra studentesca: ciò permise a Lynch di tentare un secondo esperimento di film painting, questa volta però basato sullo sfruttamento del mezzo cinematografico.

The Alphabet (1968) è un cortometraggio a colori, o meglio con alcune sfumature di colori, basato sulla mescolanza di immagini dal vero e di animazioni ottenute con tecniche miste. Più volte Lynch ha definito questo cortometraggio, assai complesso se paragonato alla sua durata di soli 4 minuti, un incubo sulle sue paure e i suoi timori legati all’apprendimento e allo studio. La giovane protagonista (Peggy, moglie di Lynch dal 1968) è ossessionata dalle lettere dell’alfabeto e dall’immagine “pittorica” di un presunto insegnante; ogni singola lettera sembra essere dotata di vita propria, generata in maniera organica (che ricorda molto il parto femminile), e non cessa mai di comunicare un senso di “smembramento” del corpo. L’impressione che il cortometraggio trasmette è assolutamente “artistica”: il ritmo, i suoni e le tecniche di cui esso si avvale dimostrano una piena padronanza, da parte del regista, dei diversi strumenti di comunicazione audio/visiva.

The Grandmother (1970) è il mediometraggio che anticipa sotto molti punti di vista, primo fra tutti il “dramma” della vita familiare, le tematiche presenti in Eraserhead. Realizzato basandosi perlopiù sull’immagine filmata e meno sulle tecniche di animazione, comunque presenti ed interessanti, The Grandmother rende per la prima volta tangibile l’orrore presente nel mondo descritto da Lynch: questo mondo coincide spaventosamente con una visione della famiglia come nucleo oppressivo e ricco di tensioni, addirittura ricondotto ad uno stato dis-umano o animale (i genitori che camminano a quattro zampe). Ricostruire la trama di questo terzo lavoro di David Lynch, notevolmente più complesso dei precedenti, non è impresa facile: infatti, se i film painting non avevano una vera e propria trama, The Grandmother si pone innanzitutto come volontà evidente di raccontare una storia. In questo film sono presenti tutte le tematiche che torneranno, sottoposte stavolta all’attenzione del grande pubblico, in Eraserhead: mi riferisco alle degenerazione dei copri, alla disgregazione degli elementi (non solo visivi), ai rapporti sessuali “deviati”, ai figli-mostruosi con “elementi animali” e molto altro ancora.

L’invito rivolto al lettore è quello di procurarsi questi Short Films per avere un’idea globale sull’arte di un regista davvero originale ed inquietante come David Lynch. E’ del tutto superfluo fornire suggerimenti bibliografici in quanto su numerosi testi si possono reperire facilmente informazioni sulla produzione di Lynch da Six Figures in poi; diverso è il discorso sul come reperire i film veri e propri. Se disponete di un lettore DVD regione 1 (U.S.A. e Canada), potete tentare di ordinare il disco direttamente dall’America; se avete un sistema di condivisione dei files Peer to Peer – e gli utenti internet sanno a cosa mi riferisco – non dovreste avere difficoltà a reperirli nella Rete.

Il sito web ufficiale di David Lynch: www.davidlynch.com

 

Claudio Dezi

 

 

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