KAIRO
(Kairo - Pulse)

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REGIA:    
Kiyoshi KUROSAWA

PRODUZIONE:  Giappone   -   2001   -   Horror/Fantasc.

DURATA:  118'

INTERPRETI:
Haruhiko Kato, Kumiko Aso, Koyuki, Kurume Arisaka, Koji Yakusho, Masatoshi Matsuo, Shun Sugata

SCENEGGIATURA: Kiyoshi Kurosawa

FOTOGRAFIA: Junichiro Hayashi

SCENOGRAFIA: Tomoyuki Maruo

MONTAGGIO: Junichi Kikuchi

EFFETTI VISIVI: Shuji Asano

MUSICHE: Takefumi Haketa

Trama

Michi lavora come commessa in un vivaio. La sua vita scorre tranquilla fino a quando non decide di indagare sulla misteriosa assenza di un collega di lavoro. Intanto lo studente di economia Kawashima decide di effettuare la sua prima connessione ad Internet, ma il suo browser lo collega in automatico a un sito su cui compare la scritta “Vuoi incontrare un fantasma?”

Recensioni

 

 

 

Kiyoshi Kurosawa, insieme a Shinya Tsukamoto e Miike Takashi, si può considerare uno degli artisti più rappresentativi della cosiddetta "new-wave" giapponese, la nuova ondata di registi indipendenti che attraverso un punto di vista personale e spesso ardito ha ridefinito le regole del genere "horror". Rispetto ai colleghi, Kurosawa è meno famoso, sia in patria che all'estero, ma ha all'attivo una ventina di titoli che, grazie alla febbrile produzione e alla presentazione a festival importanti (tra gli altri Cannes, Venezia, Berlino e Locarno) lo hanno circondato di un'aura di culto. Il suo approccio viene definito "filosofico" o "esistenzialista" e l'interessante "Kairo" ne è la conferma. Partendo infatti da un assunto simile a "Zombi" di Romero ("quando all'inferno non ci sarà più posto i morti cammineranno sulla terra"), il regista nipponico costruisce una riflessione sulla morte che evita l'effettaccio per puntare sull'angoscia del quotidiano. Niente mostri, castelli, squartamenti, nessuno stereotipo da cavalcare o a cui ispirarsi, ma un'ambientazione contemporanea in cui il panico deriva da situazioni comuni e all'apparenza innocue (una connessione ad Internet, una chiacchierata all'università, la visita ad un amico). Al centro del film la paura atavica della solitudine. Lo scopo delle presenze ectoplasmiche che invadono il racconto non è infatti uccidere i vivi, ma porre fine a un isolamento forzato che nemmeno la morte è in grado di sanare. La critica indiretta ai mezzi di comunicazione e a una tecnologia disumana appare un po' consunta, la grevità dell'atmosfera non evita forzature, così come non si distingue per ingegnosità l'idea di Internet come tramite tra dimensioni parallele, ma la forza di Kurosawa è nella compattezza della sua visione. L'aspetto che più colpisce nella messa in scena è l'assenza di un crescendo nella tensione. L'inquietudine permea infatti l'intera pellicola ed esplode, inaspettata, nelle sequenze in cui i fantasmi fanno le loro sconvolgenti apparizioni. La paura nasce da piccole deformazioni della realtà con rallentamenti, contorsioni e accelerazioni. La perdita delle certezze, potenziata dall'efficacia del sonoro (molti i rumori, distorti e amplificati per disturbare la percezione del reale), determina uno spaesamento a stretto confine con il terrore. Particolarmente curata la composizione di ogni inquadratura, con il frequente occultamento dei personaggi attraverso l'inserimento di piani (video, pareti, porte) a rendere tangibile la distanza tra il visibile e l'ignoto. Se la regia è potente e visionaria, una sceneggiatura meno frammentata e interpreti meno incolori avrebbero migliorato la fruibilità del film che, permeato da una cripticità in netta contraddizione con la critica all'assenza di comunicazione, rischia di perdere per strada qualche spettatore, colpevole solo di essere educato più al racconto che all'immagine tout-court.

Luca Baroncini


A volte ritornano

Tra gli eventi paradossali di questa lunga estate cinematografica si può citare, a buon diritto, la riesumazione del film di Kiyoshi Kurosawa, datato addirittura 2001. Non c’è da indagare molto, se si vuole scoprire perché i distributori nostrani si siano accorti di Kairo - Pulse soltanto adesso: l'improvvisa "illuminazione" è da ricollegarsi direttamente all'uscita di Pulse, scritto da Wes Craven e diretto dall’emergente Jim Sonzero, ovvero l'ennesimo remake americano di un horror giapponese divenuto "cult". Ciò che deve irritare, in realtà, è che ci sia voluta una circostanza come questa, per poter proporre anche al pubblico italiano un’opera del regista nipponico, le cui qualità sono note alle platee internazionali già da tempo. Qui da noi c’è giusto da segnalare una valida retrospettiva organizzata alcuni anni fa nella sede romana dell’Istituto di Cultura Giapponese, oltre al passaggio di singoli film in occasione di alcuni appuntamenti festivalieri. Decisamente poco, considerando che Kiyoshi Kurosawa è autore di opere quali Cure (Kyua, 1997), Charisma (Karisuma, 1999), Seance (Kôrei, 2000) e Bright Future (Akarui mirai, 2003), tutte a loro modo disturbanti, sottili, enigmatiche.
Il tardivo recupero di Kairo è perciò un’occasione da non perdere, per chi volesse assaggiare la singolare poetica di un regista il cui approccio ai generi cinematografici, lontano dall’essere convenzionale, sa creare atmosfere di inconfondibile spessore. Specialmente nell’horror, su cui agisce solitamente per sottrazione, spingendo verso l’essenziale. Ed è così anche in Kairo, dove pure sembrerebbe di assistere alla replica di uno spettacolo già visto diverse volte: il cinema giapponese degli ultimi anni ci ha infatti abituato a storie in cui il soprannaturale, nella fattispecie le terrificanti maledizioni di cui sono esecutori spiriti orrendi e vendicativi, ha una stretta correlazione con la dipendenza dai freddi simulacri del mondo tecnologico. Dalle videocassette di Ringu e derivati fino all’effetto letale della telefonia cellulare in The Call, maestri della suspance come Takashi Miike e Hideo Nakata sono riusciti a modificare le frontiere del genere, rinnovandone i simboli, le tematiche, persino i tempi cinematografici. Kiyoshi Kurosawa non è stato da meno. In Kairo ci propone le allucinanti esperienze di alcuni adolescenti giapponesi che, tramite internet, entrano in contatto con inquietanti visioni, fantasmi che la morte ha relegato in una condizione di estrema solitudine, nella quale ambiscono a far precipitare coloro che sono ancora in vita. Ciò che colpisce è qui la dinamica dell’orrore, che rinuncia a qualsiasi stratagemma sanguinolento preferendogli un tocco straniante, per cui gli stessi personaggi, attratti dalle proprie paure come falene dalla luce, finiscono per lasciarsi andare. Più che altro sembrano abbandonarsi senza particolari resistenze alla muta contemplazione di oscenità spettrali, che prima li terrorizzano, e poi li consegnano all’oblio. Così, coloro che hanno scrutato attentamente le immagini del sito da cui proviene la maledizione (a proposito, nessun timore: è escluso che si tratti di www.spietati.it) sembrano avere il destino segnato. Ma di solito non scompaiono al primo contatto con il soprannaturale. Hanno tutto il tempo di tramutare il panico in una sorta di disgusto esistenziale, che li allontana progressivamente dal mondo dei vivi. Fino a trasformarsi in macchie sulle pareti. Le vittime del maleficio aumentano di continuo, svuotando le città, e creando così i presupposti di un finale decisamente apocalittico.
Kiyoshi Kurosawa conduce il gioco, fino a questa accelerazione finale, con una solenne lentezza, che apre la rappresentazione filmica all’accumulo di segni rivelatori. Questo, anche grazie ad una sapiente fotografia che privilegia i colori smorti, le tonalità grigie e sfumate. Ma grazie soprattutto alla consapevolezza di comunicare un profondo disagio, che attraverso l’esibizione dell’orrore allude ad una solitudine diffusa, generalizzata, senza scampo; una solitudine che spiazza e corrode l’attuale società nipponica così come le altre, ugualmente soggiogate da immagini che scorrono sui monitor sostituendosi, gradualmente, alla vita reale.

Stefano Coccia


mi piace(,) perché non capisco(?)

Il tema principale del film sembra essere: la solitudine nell’epoca di Internet. La Grande Rete ci connette, la Grande Rete ci sconnette, ci illudiamo che il Web avvicini tra loro le persone ma in realtà “siamo tutti isolati l’uno dall’altro” [cit.]. Questa roba da fu Maurizio Costanzo Show è quanto Kairo dichiara esplicitamente di trattare, almeno nella sua prima mezz’ora. Poi confonde le acque e ci guadagna decisamente, fa intuire che forse lo spunto iniziale è solo un pretesto e che nella sceneggiatura c’è qualcosa di più (o di diverso) estendendo tale solitudine cosmica all’aldilà, raccontando l’incontro delle due solitudini e intessendo una trama che fa della complessità e dell’ambiguità interpretativa dei (preterintenzionali?) motivi di fascino. Davvero difficile, infatti, mettere al loro univoco posto tutte le tessere del mosaico di Kurosawa: cosa accade dopo l’incontro tra uomini e fantasmi? Perché alcuni si uccidono e altri diventano improvvisamente ombre? I fantasmi sono eterei o tangibili? Vogliono rendere gli uomini immortali o li vogliono morti? Quale funzione svolgono, precisamente, le “stanze proibite” sigillate col nastro rosso? Questi sono solo alcuni degli snodi narrativi polisemici o semplicemente irrisolti della pellicola. E siccome il Mistero è comunque preferibile all’Ovvio paventato inizialmente, anche i disincantati figli di Lyotard si sentiranno liberi di godersi quel che di meglio Kairo ha da offrire, ossia, una regia ricca (a tratti) di artigianale inventiva. Se infatti Kurosawa bazzica con competenza molti loci della New(?) Wave of Oriental Horror (generica “eleganza” visiva, tempi morti, manipolazioni velocistiche del susseguirsi dei fotogrammi) è altrettanto vero che confeziona momenti memorabili [il volo suicida della ragazza in (profondità di) campo lungo, l’aereo rétro in fiamme che si schianta sulla città] e che sa costruire sequenze di suspense in qualche modo originali, giocate sull’utilizzo del piano sequenza fisso all’interno del quale è un profilmico non effettato a dar vita alle varie “presenze”, sfruttando zone d’ombra, oscurità e punti ciechi del quadro. Repentina ma tutto sommato riuscita la virata finale al catastrofico/apocalittico, ultimo rimescolamento delle carte in tavola prima dei titoli di coda.

Gianluca Pelleschi

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