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Eric
passa le giornate nella sua stanza, al buio, tra musica e divagazioni. Suo
padre nel soggiorno gira un porno in compagnia dell’amico Gekko,
misogino e narcolettico, e di Tess, aspirante pornostar.
Moodysson
nel 2004 sforna un’opera lontana mille miglia dalle sue precedenti,
incontrando, per l’estremismo della tematica e l’esplicita
messinscena, notevoli difficoltà distributive, persino nel suo Paese.
Il mondo interiore dell’introverso Eric, un giovane sempre rinchiuso
in camera ad ascoltare musica techno in cuffia, fa a pugni con quello di
un genitore mai cresciuto (ma alla base c’è un trauma, come
apprenderemo brutalmente alla fine) che gira nella stanza accanto un
film porno amatoriale.
Estremo, doloroso, a tratti insostenibile (la scena del festino
mangereccio che degenera in un ingurgitare
a forza e vomitare), UN BUCO NEL CUORE è un film, girato in digitale,
stilisticamente coraggioso, che, mescolando realtà e onirismi,
fratturando il tempo (i flashback, le immagini in loop) non ha paura
(nessuna paura) di osare l’inosabile, mescolando sangue, droghe,
amplessi espliciti, vomito, operazioni alla vagina, ani di plastica,
violenza vera o camuffata, sadomasochismo. Dietro il sesso selvaggio,
l’estasi umiliante c’è una tristezza e un dolore
(l’abbraccio tra Rikard, Geko e Tess) che non risparmia nessuno
dei quattro, perversa famigliola alle prese con una sorta di reality
show (il bagno-confessionale, i filtri che oscurano i volti per strada e
le marche dei prodotti; la stessa Tess aspira a essere selezionata per
l’ennesima edizione del Grande Fratello). L’adolescenza e la gioventù
sono sempre state centro dell’occhio di Moodysson, da FUCKING AMAL, a
TOGETHER, fino all’ultimo LILJA 4-EVER, ma in questo caso il regista,
evitando poeticismi e idealizzazioni, rifugge dalla convenzionale
narrazione lineare, tritura la cronologia ricomponendola in forma
circolare e, con un salto di qualità impensabile alla luce dei suoi
precedenti, mette in scena un’apocalisse privata sì ma sintomatica
del declino di un’intera civiltà e, pur nell’approccio sperimentale
e nella trasgressione insistita, che provoca di continuo lo spettatore,
porta avanti un discorso di desolante chiarezza, di annichilente,
raggelante pessimismo.
Luca Pacilio
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