A HOLE IN MY HEART
(Hett hål i mitt hjärta)

di Lukas MOODYSSON

(2004)

 

 

Eric passa le giornate nella sua stanza, al buio, tra musica e divagazioni. Suo padre nel soggiorno gira un porno in compagnia dell’amico Gekko, misogino e narcolettico, e di Tess, aspirante pornostar.

 

Moodysson nel 2004 sforna un’opera lontana mille miglia dalle sue precedenti, incontrando, per l’estremismo della tematica e l’esplicita messinscena, notevoli difficoltà distributive, persino nel suo Paese. Il mondo interiore dell’introverso Eric, un giovane sempre rinchiuso in camera ad ascoltare musica techno in cuffia, fa a pugni con quello di un genitore mai cresciuto (ma alla base c’è un trauma, come apprenderemo brutalmente alla fine) che gira nella stanza accanto un film porno amatoriale.
Estremo, doloroso, a tratti insostenibile (la scena del festino mangereccio che degenera in un  ingurgitare a forza e vomitare), UN BUCO NEL CUORE è un film, girato in digitale, stilisticamente coraggioso, che, mescolando realtà e onirismi, fratturando il tempo (i flashback, le immagini in loop) non ha paura (nessuna paura) di osare l’inosabile, mescolando sangue, droghe, amplessi espliciti, vomito, operazioni alla vagina, ani di plastica, violenza vera o camuffata, sadomasochismo. Dietro il sesso selvaggio, l’estasi umiliante c’è una tristezza e un dolore  (l’abbraccio tra Rikard, Geko e Tess) che non risparmia nessuno dei quattro, perversa famigliola alle prese con una sorta di reality show (il bagno-confessionale, i filtri che oscurano i volti per strada e le marche dei prodotti; la stessa Tess aspira a essere selezionata per l’ennesima edizione del Grande Fratello). L’adolescenza e la gioventù sono sempre state centro dell’occhio di Moodysson, da FUCKING AMAL, a TOGETHER, fino all’ultimo LILJA 4-EVER, ma in questo caso il regista, evitando poeticismi e idealizzazioni, rifugge dalla convenzionale narrazione lineare, tritura la cronologia ricomponendola in forma circolare e, con un salto di qualità impensabile alla luce dei suoi precedenti, mette in scena un’apocalisse privata sì ma sintomatica del declino di un’intera civiltà e, pur nell’approccio sperimentale e nella trasgressione insistita, che provoca di continuo lo spettatore, porta avanti un discorso di desolante chiarezza, di annichilente, raggelante pessimismo.

Luca Pacilio

 

 

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