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Edgar
prepara un film sull’amore. Cerca di convincere una giovane donna (che
gli sembra di avere già conosciuto) a prendervi parte, ma lei scompare.
Due anni prima. Edgar, in cerca di testimonianze sulla seconda guerra
mondiale, incontra quasi per caso una coppia di anziani combattenti della
Resistenza e la loro nipote.
Let him play his music
Un libro dalle pagine
completamente bianche: in principio è il Verbo, assente di fatto,
presente allo spirito dell’autore/lettore. Inizia così il penultimo
lungometraggio di Godard (prima del maestoso – e, manco a dirlo,
ugualmente inedito – NOTRE
MUSIQUE), un film che parla d’amore soltanto in superficie. A Edgar
(e a Jean-Luc) non interessa una storia d’amore, ma la Storia tramite
l’amore, il flusso delle vicende umane attraverso tre coppie (i giovani,
gli adulti, i vecchi) e quattro momenti chiave (il primo incontro, la
passione, la separazione, un nuovo incontro). Un senso medievale della vanitas
stabilisce il passo (il film si compone di brevi sequenze/miniature
punteggiate da didascalie semplici e ripetitive come cartigli), non poche
suggestioni (il ciclo di re Artù regala nomi – Perceval alias Parsifal
– e luoghi – la seconda parte
è ambientata in Bretagna, ultimo scenario della storia di Tristano e
Isotta) e un pessimismo senza cedimenti: l’uomo insegue il significato
della vita, deciso a imprigionarlo nel Graal della parola (scritta,
recitata, cantata, filmata), ma tutto quello che può fare è sfiorare il
mistero senza neppure rendersene conto. L’intellettuale più scrupoloso
non è, da questo punto di vista, migliore dei produttori di Hollywood (i
“ladri di Storia” per antonomasia): le storie si sovrappongono,
s’intrecciano, si annullano, al romanzo di formazione (Edgar vuole, con
il suo film, esplorare l’età adulta, meno “evidente” della
giovinezza e della vecchiaia) subentra un’impressione effimera e
rivelatrice. Giocando con i livelli della rappresentazione, alternando
limpido b/n e colori lancinanti, parlando di film (e misteriosi mecenati)
senza simulati pudori e con la consueta ironia al vetriolo, capace di
soffocare ogni tentazione moralistica, cesellando sublimi momenti di
cinema (gli ultimi venti minuti, sfrenato delirio dei sensi), Godard firma
un’opera inclassificabile e ammaliante, ennesima prova di un genio
sulfureo che non conosce limiti, salvo quelli imposti dalla distribuzione
italiana.
Stefano
Selleri
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