ÉLOGE DE L'AMOUR

di Jean-Luc GODARD

(2001)

 

Edgar prepara un film sull’amore. Cerca di convincere una giovane donna (che gli sembra di avere già conosciuto) a prendervi parte, ma lei scompare.
Due anni prima. Edgar, in cerca di testimonianze sulla seconda guerra mondiale, incontra quasi per caso una coppia di anziani combattenti della Resistenza e la loro nipote.

 

Let him play his music

Un libro dalle pagine completamente bianche: in principio è il Verbo, assente di fatto, presente allo spirito dell’autore/lettore. Inizia così il penultimo lungometraggio di Godard (prima del maestoso – e, manco a dirlo, ugualmente inedito – NOTRE MUSIQUE), un film che parla d’amore soltanto in superficie. A Edgar (e a Jean-Luc) non interessa una storia d’amore, ma la Storia tramite l’amore, il flusso delle vicende umane attraverso tre coppie (i giovani, gli adulti, i vecchi) e quattro momenti chiave (il primo incontro, la passione, la separazione, un nuovo incontro). Un senso medievale della vanitas stabilisce il passo (il film si compone di brevi sequenze/miniature punteggiate da didascalie semplici e ripetitive come cartigli), non poche suggestioni (il ciclo di re Artù regala nomi – Perceval alias Parsifal – e luoghi – la seconda parte è ambientata in Bretagna, ultimo scenario della storia di Tristano e Isotta) e un pessimismo senza cedimenti: l’uomo insegue il significato della vita, deciso a imprigionarlo nel Graal della parola (scritta, recitata, cantata, filmata), ma tutto quello che può fare è sfiorare il mistero senza neppure rendersene conto. L’intellettuale più scrupoloso non è, da questo punto di vista, migliore dei produttori di Hollywood (i “ladri di Storia” per antonomasia): le storie si sovrappongono, s’intrecciano, si annullano, al romanzo di formazione (Edgar vuole, con il suo film, esplorare l’età adulta, meno “evidente” della giovinezza e della vecchiaia) subentra un’impressione effimera e rivelatrice. Giocando con i livelli della rappresentazione, alternando limpido b/n e colori lancinanti, parlando di film (e misteriosi mecenati) senza simulati pudori e con la consueta ironia al vetriolo, capace di soffocare ogni tentazione moralistica, cesellando sublimi momenti di cinema (gli ultimi venti minuti, sfrenato delirio dei sensi), Godard firma un’opera inclassificabile e ammaliante, ennesima prova di un genio sulfureo che non conosce limiti, salvo quelli imposti dalla distribuzione italiana.

Stefano Selleri

 

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