LES PARAPLUIES DE CHERBOURG
(1964)
LES DEMOISELLES DE ROCHEFORT
(1967)
di Jacques Demy
|
Come le note al vento Demy,
il regista di provincia, il piccolo meccanico che decise di non seguire
la strada già tracciata dal padre; l’uomo che amava le donne, che amò
Agnès Varda, figlia anch’essa del disordine post nouvelle vague,
ribelle sull’altra riva della Senna assieme a Resnais, Marker e
Colpi ed autrice di una struggente biografia del compagno, Garage
Demy. Demy, l’uomo che amò il cinema. Nato il 5 giugno 1931 a
Pontchateau, nella Loire-Atlantique, frequentò la scuola tecnica a
Nantes e corsi serali presso la scuola delle Belle Arti. Nel 1949 entrò
all’E.N.T.P.C. e nel 1952 collaborò a film pubblicitari con Paul
Grimault (1952) e Bernard Evein (1953) Dal 1954 al 1957 fu assistente
alla regia di Georges Rouquier (Artur
Honneger, Lourdes
et ses miracles, S.O.S.
Noronha). Recitò in Les
révoltés de Lomanach di
Richard Pottier (1953-54), Les
quatre cents coups di
Truffaut (1958-59) e Paris nous appartient di Rivete (1958-59). Esordì
nel 1955 con Le sabotier du
Val de Loire.
Fu senza dubbio un
regista discontinuo, autore di geniali rivisitazioni di generi moribondi
e di melodrammi color cannella ma anche di commediole senza nerbo,
fiacche ed irrisolte. Ebbe un rapporto ambiguo con i colleghi della
Nouvelle Vague: dapprima sembrò ricalcarne, con intelligenza, il modus
operandi (specie in Lola, donna di vita, considerato da Jean
Domarchi “il miglior film della nouvelle vague dopo A bout de
souffle”) ma già nei primi anni sessanta diede l’impressione,
ai critici dell’epoca, di voler seguire un percorso autonomo,
personale, impossibile da ricondurre a questa o quella corrente. A
differenza dei Godard e dei Rivette, autori che lavorarono contro i
generi, Demy lavorò per i generi, contro la loro dissoluzione.
Come scrisse giustamente un critico dei Cahiers du Cinéma:
“Dal Sabotier a Lola [Demy] ha messo saggiamente in
disordine un universo poetico quasi magico. Il suo solo errore è di non
essere nato a Hollywood, che gli avrebbe dato lusso, calma e voluttà
– ciò che non era in grado di dargli la Nouvelle Vague” (Cahiers
du Cinéma, 1962). Les Parapluies de Cherbourg e Les Demoiselles de Rochefort costituiscono forse gli unici esempi davvero riusciti di musical europeo. Suddiviso in tre atti (Partenza, Assenza e Ritorno), il primo musical di Demy è un curioso ed amarissimo apologo sull’amore e sulla perdita, sull’imprevedibilità del caso e sulle tristezze e delusioni della vita. Geneviève (una luminosa Deneuve), figlia di una venditrice di ombrelli della uggiosa città di Cherburg, si innamora di Guy (un fascinoso Nino Castelnuovo), meccanico insoddisfatto. Dopo aver superato le obiezioni della madre, decide di sposarlo. Ma la guerra di Algeria strappa alla ragazza il suo uomo. L’assenza dell’uomo amato fa sorgere in Geneviève laceranti dubbi esistenziali, che culmineranno nella scelta di sposare un ricco gioielliere di lei perdutamente innamorato presa dopo aver scoperto di aspettare un bambino da Guy. Quest’ultimo, ritornato dall’Algeria, viene a conoscenza del matrimonio e della partenza di Geneviève dalla città normanna. Una dolce amica d’infanzia saprà consolarlo. Molti anni dopo i due ex amanti si incontreranno casualmente sotto la neve di Cherbourg, ma sarà solo per dirsi definitivamente addio. Le traiettorie della vita di Guy e Genevieve, incrociatesi per un momento, hanno preso, irrimediabilmente, direzioni differenti. Dei
due musical questo è probabilmente il più conosciuto. In Italia, a
differenza del secondo, è uscito senza tagli. Anche grazie ad un uso
davvero rivoluzionario del colore, teso a rendere visibili i sentimenti
dei protagonisti, col décor impregnato di vibranti tonalità
regolate dalle “intermittenze del cuore” (rosso, rosa Il secondo musical, quasi il gemello “ballerino” del film precedente, uscì in Italia massacrato dai tagli sciagurati imposti dai distributori e con un titolo assolutamente fuorviante: Josephine (per la cronaca, nessuno personaggio del film porta questo nome). Delle due ore di musica ininterrotta rimangono novanta minuti ingiudicabili. Recentemente, grazie all’Istituto Italiano di cultura francese, è stata restaurata la versione originale con sottotitoli e per qualche mese è stata distribuita nei circuiti d’essai. Attendiamo con ansia una prossima uscita in DVD.
Lo splendido formato panoramico, i colori saturi ed abbacinanti, il cast di lusso (Catherine Deneuve e la sorella Francoise Dorléac, Michel Piccoli, Jacques Perrin, il Gorge Chakiris del “West Side Story” di Robbins e Wise, Gene Kelly. Danielle Darrieux), le splendide musiche dello stesso Legrand, fanno de Les Desmoiselles de Rochefort il miglior musical europeo mai realizzato. Se è palese l’omaggio ai musical della MGM – omaggio esplicito vista la partecipazione straordinaria di due icone del genere nella sua veste sia classica (Kelly), sia rinnovata (Chakiris) –, se anche a livello di regia e di coreografia i modelli di riferimento sembrano essere il Wise e il Robbins di “West Side Story”, l’uso quasi espressionistico dei colori e delle scenografie ed il dolce fraseggio musicale appartengono all’humus culturale francese. Anche
ne Les Desmoiselle de Rochefort
è difficile individuare una qualsiasi traccia di quel sentimentalismo
all’acqua di rose che, per molti critici, costituirebbe insieme la
quintessenza ed il limite del cinema demyano. Se c’è sentimento esso
è impregnato di malinconia, è acceso e disperato perché ricoperto dal
velo sottile dell’adynaton;
è concepito come sfida prometeica necessaria ma destinata allo scacco.
E’ un sentimento impastato di follia e razionalità, di folli
voli ed ineludibili cadute.
E’ un ardore segnato dalla consapevolezza e dal disincanto. E’
un’iperbole erotica che nasce, e non può che nascere, dalla
disperazione più profonda e radicata. Come scrive Daney nei suoi
splendidi diari: “ [Demy è] un regista duro, assolutamente non
sentimentale, morboso e gioioso. […] La malinconia non è la
nostalgia. Il mondo di Demy […] è una malinconia
istantanea. Non esiste un
mondo perduto, un ideale svanito, uno stato precedente da rimpiangere.
Per la buona ragione (perversione
oblige) che non vogliamo
saper nulla del mondo da cui veniamo (alleanza piuttosto che parentela,
ecc.). La malinconia è istantanea come l’ombra. Le cose volgono in
malinconia , istantaneamente, grazie alla musica e alla musica del
dialogo. E’ il buon umore con cui i personaggi perdono tutto (salvo,
forse, l’essenziale) ad essere terribile e commovente allo stesso
tempo. Le cose non si perdono perché non le si sono viste, ma perché
si è scoperto troppo rapidamente il modo di svuotarle di contenuto, di
girarci attorno, di ballare. Darrieux, che quando viene a sapere chi è
il sadico e dice: “Proprio lui, che faceva tante storie per tagliare
la torta!”. L’essenziale era
l’amore, ma è andato via
via perdendo i suoi colori. In questo film c’è già la bellezza
dell’“in extremis”, perché ogni happy end è già un atto di
volontarismo puro. […] La forza assoluta di Demy sta nel suo
rapportare ogni cosa a un punto di vista perfetto: quello della madre.
Della madre che non è mai diventata adulta, che è frivola, che ha
dimenticato di non essere più una ragazzina. Il mondo si ordina a
partire da questo punto cieco. […] I personaggi sorvolano troppo
rapidamente su cose che rischiano di non dimenticare più. Il cinema di
Demy illustra esattamente quella frase che si sente pronunciare
regolarmente nei racconti a posteriori: “All’inizio non vi avevo
fatto alcuna attenzione…”. E’ proprio questo trapassato
prossimo/futuro anteriore che dà al presente
di un film come Josephine la sua dimensione
esatta e straziante. Il personaggio vive questo presente al futuro
anteriore e lo spettatore (aiutato dalla musica) vive questo presente al
trapassato prossimo. Tanto che è costretto ad identificarsi col
personaggio, senza tener conto della sua riconosciuta frivolezza. E’
la musica (o la canzone, nel momento in cui fa coincidere le sue strofe
a momenti separati del film: unità di canzone, pluralità di testo) ciò
che stacca dolorosamente il presente dal suo doppio statuto: troppo
riuscito per non andare perduto. Sono solo appuntamenti, conti alla
rovescia, cosa da fare assolutamente, lassi di tempo non comprimibili”
(“Il cinema, e oltre. Diari 1988-1991, Il castoro, Milano 1997, pp.
80-82). Agnès Varda ha realizzato uno splendido documentario sulla realizzazione del film del marito dal titolo Les Demoiselles ont 25 ans. La comunità di Rochefort conserva caro il ricordo di quei magnifici giorni di amore e di cinema oltremondani.
Manuel Billi
|
Torna in Homepage Torna all'indice Invisibili