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Uruguay,
1951. Il compositore Juan Manuel de Rosa viene misteriosamente
assassinato: investigando sull'accaduto si viene a scoprire la morbosa
passione del musicista per la sua cavalla Ebola e la gelosia nei
confronti dell'animale della sua compagna Esmeralda.
Nel
1993 ROSA, un libretto scritto da Peter Greenaway, viene musicato dal
compositore Louis Andriessen e portato sul palco (per la regia di Saskia
Boddeke) ad Amsterdam: il clamore per una messinscena in cui amori
bestiali, sesso strano e selvaggio, amplessi e nudità venivano esibiti
(la scena principale: un mattatoio) senza remora alcuna fu notevole.
Unire il rigore di una partitura lirica, a detta di molti critici
impeccabile, al furore dell'estro del regista britannico fu operazione
destabilizzante e acuta nello stesso tempo, premiata, tra l'altro, da
molti consensi autorevoli (così il settimanale tedesco Spiegel:
"Ha della magia quel vecchio bastardo") e da un considerevole
successo di pubblico. Di farne un film Greenaway non ne voleva sapere,
puntando il regista sulla libertà dello spettatore di concentrarsi
sugli aspetti della rappresentazione che lo attraessero di più:
l'occhio dittatoriale della macchina da presa avrebbe mortificato una
delle caratteristiche precipue del lavoro. Dopo svariate insistenze, da
parte della televisione olandese, nasce quest'opera video in cui
l'autore moltiplica i punti di vista e scompone in quadri le scene
ponendo ancora una volta in evidenza la necessità di svincolarsi da un
certo, univoco modo di porre l'immagine sullo schermo (piccolo e
grande). Vista oggi TDOAC appare tutt'altro che un'opera minore
anticipando, in modo più che consistente, una serie di elementi che
molto stanno caratterizzando il cinema greenawayano dell'ultimo periodo:
dalla maggiore attenzione data alle modalità di rappresentazione
piuttosto che al rappresentato, alla frammentazione visiva che nega il
più possibile allo spettatore la visione globale del quadro sancendo,
di contro, il trionfo del dettaglio; dalla necessità di fare della
propria opera innanzitutto una riflessione sull'opera stessa (Let me
describe the stage si canta più volte) - l'avvitato interrogarsi
sulla necessità autoriflessiva della rappresentazione [How can opera
(television\cinema) express this complicated question of bed sheets?]
- alla confusione (piuttosto coraggiosa per un'opera lirica) dei livelli
temporali. E come avverrà in THE TULSE LUPER SUITCASES tutto è
opportunamente catalogato: oggetti di scena, personaggi, persino gli
effetti sonori in un gioco raffinato di entrata e uscita dalla finzione
scenica. Il video di Greenaway, su una base già in partenza così
complessa (l'infatuazione del protagonista per i western, per i quali
Rosa scrive dei soundtrack, determina un ulteriore intrecciarsi di piani
- quello teatrale a quello cinematografico -), non ha paura di
complicare ulteriormente il tutto badando soprattutto alla composizione
visiva creando e disfacendo quadri, titillando soprattutto l'occhio,
badando alla suggestione prima che alla ricostruzione dell'intreccio e
alla resa dell'opera teatrale (non siamo di fronte a un documentario,
tanto per intenderci). TDOAC è dunque un anello non trascurabile di una
catena produttiva che, evolvendosi secondo tappe graduali e puntando
verso una direzione precisa (di cui la trilogia di Tulse Luper è\sarà
uno dei punti di arrivo), è giunta a un punto nodale: se da un lato
Greenaway non rinuncia alla tradizionale aneddotica fittizia che
caratterizza tutta la sua produzione (Rosa fa parte di una lista di
dieci musicisti - veri e inventati - che nel ventesimo secolo furono
uccisi in circostanze che rivelano una serie di elementi identici - da
Webern a Lennon - capitoli sanguinosi di una immaginaria congiura ai
danni della musica da cui, del tutto inverosimilmente, Greenaway voleva
trarre altrettante opere che confluissero in un ciclo intitolato The
death of Webern and others che l'artista definì "music-
theater work in ten parts" -[1]),
dall'altro prosegue nel suo intento di costruzione di un'opera totale
che inviti a una completa immersione sensoriale, sbaragliando tutte le
barriere, anche di senso, convenzionali.
Oggi è in affermare che Greenaway ha perso la testa ma la
visione serena delle sue ultime opere mi pare dire l'esatto contrario:
il regista gallese sa esattamente cosa vuole, è mostruosamente lucido e
determinato a portare avanti il suo discorso alla faccia del modaiolo
disappunto critico (avremo occasione di riparlarne).
... I want to remind you of your corporeality so that you don't think
that opera is just an activity of the mind ...
[1]
Il rimando d'obbligo è a THE FALLS, il primo lungometraggio di
Greenaway, che era costituito da 92 biografie - i soggetti il cui nome
cominciava con le lettere FALL -, frammento di un immaginario catalogo
alfabetico ben più nutrito.
Così Giacomo Daniele Fragapane: Il fatto
che Rosa sia solo un tassello di un progetto più grande, e al
tempo stesso un'opera con una sua coerenza interna rigorosissima, è
particolarmente importante. Riprende infatti l'idea tipicamente
greenawayana del mondo in un frammento, della proliferazione
potenzialmente infinita di aperture di una particella minimale, che
diviene matrice di un nuovo universo culturale. L'individuazione di
alcuni elementi minimi, e della loro ricorrenza in un numero ben preciso
di casi simili, porta alla costruzione di un sistema complesso ed
articolatissimo, ramificato in ogni direzione, e questo finisce per
contagiare anche la sfera del linguaggio, che tende ad espandersi, a
contaminarsi, ad arricchirsi dell'apporto di nuovi media.
Luca Pacilio
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