DAYS OF BEING WILD

di Wong Kar-wai

(1991)

 

Hong Kong, anni 60. Un uomo prima spezza il cuore di due ragazze e poi si reca a Manila per ricercare la sua vera madre.

 

Wong Kar Wai, prima dei trionfi occidentali, già girava apologhi sull'amore come appuntamento mancato, sentimento che imbocca strade perdute e che, nutrendosi di memoria, splende nella solitudine. La macchina da presa spia un uomo senza radici e raccoglie immagini di corpi nelle stanze rubandole a specchi e insinuandosi in fenditure, privilegiando inquadrature inusuali, sghembe e angolatissime, ma non meramente effettistiche. Lo sguardo sugli ambienti, per quanto ancora acerbo, le preferenze per una colonna sonora fatta di musica mollemente exotica e citazionista, piani sequenza vertiginosi, l'ossessione del tempo (Hong Kong come terra in scadenza) e di apprensivi orologi, la voce fuori campo, i primi piani che si stampano a fuoco sulla pellicola, contribuiscono alla costruzione di questo melodramma stilizzato e contemplativo in cui è gia presente la marca inconfondibile del suo autore. Sommerso di premi, fu un flop clamoroso. Il doppiaggio è canino, ma ci si passa sopra.

 

Luca Pacilio

 

 

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