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Alphaville
la città (in)visibile di jlg – Due o tre cose che (non) so di
lei(/lui)
“Transformer
le monde a dit Marx, changer la vie
a dit Rimbaud; ce deux mots d’ordre pour nous n’en
font q’un”
A.Breton
Nel
1965 Jean-Luc Godard realizza due film che sembrano porsi agli antipodi della
sua cinematografia già di per sé sufficientemente antipodica: Alphaville
e Pierrot le fou (Il
bandito delle ore 11 nella sgangherata trasposizione del titolo italiano).
In realtà se cerchiamo di enuclearne alcuni aspetti noteremo che in Alphaville
sono rintracciabili alcuni elementi fortemente presenti anche nel suo
“gemello diverso”. Appare evidente da subito che i due film inaugurano un
discorso godardiano forte sulle arti figurative: la pittura in Pierrot le fou e l’architettura in Alphaville, ma, forse, soprattutto sul colore. Il finale
tragicamente buffo o buffamente tragico di Pierrot
le fou si fa veicolo di tutta una concezione godardiana della mise en
picture del cinema ovvero del fatto che il cinema come forma espressiva
ejzenstejnianamente e(-)statica cioè come messa in linguaggio di una pluralità
di registri espressivi possa restituire, appunto, in pittura, il senso
eminentemente tragico del venire alla forma dell’opera. Ferdinand si dipinge
il volto di blu legandosi al giallo dei tubi dell’inbarcazione mediante il
rosso dei candelotti di dinamite. Questi tre colori primari che rappresentano
l’infinita possibilità del colore e della messa in forma di esso, cioè
della pittura, ricordano nello stesso tempo l’astrattezza tragica dei
pierrot e degli arlecchini picassiani e nello stesso tempo la matericità
vitalistica di Van Gogh, in Ferdinand, nella sua morte vista e vissuta come
estremo tableaux vivant c’è già tutto il senso godardiano dell’arte,
della figuratività scenica e scenografica, in una parola: del cinema. Il
cinema (non) è il cinema. In questa sublime tautologia in cui non può non
imporsi contemporaneamente una negazione parentetica, è racchiuso il senso
dialettico, hegeliano diremmo, dell’essere cinema del cinema. Il cinema è
il cinema perché fondamentalmente è altro da sé, o forse è già tutto
questo prima di divenire tutto questo. Il cinema si mostra come messa in
mostra di se stesso e perciò si offre a una sublime contraddizione per cui il
cinema non può essere ciò che è perché lo è già come diversità. Ecco
perché il cinema (non) è il cinema. Ecco perché Alphaville
e Deux ou trois choses que je sais d’elle sono film diversi ma anche
lo stesso film, perché forse Alphaville
parte, in una cronologia distorta, da dove finisce Deux ou trois choses (che è di un anno successivo), dall’immagine
di una struttura urbana come case, edifici, fabbriche, palazzi fatti di
oggetti-merci-feticci della società capitalistica, sviluppandone i contenuti
da un punto di vista della fabula fantascientifica, in un passaggio dalla
visione alla visionarietà.
In questi
termini anche Alphaville può essere considerato come riflessione godardiana sul
colore solamente che qui Godard invece di lavorare sui colori primari di Pierrot
le fou innesca un discorso di connotazione cromatica sul bianco e sul
nero. Se il bianco e nero di A bout de
souffle o di Vivre sa Vie
rappresenta un omaggio al noir americano dalle origini hawksiane-leroyane fino
alle produzioni più di genere degli anni ’40 – ’50 (Ulmer, Boetticher,
Lupino) in Alphaville l’uso del bianco e nero sembra funzionale
all’architettura filmica, al venire a costituirsi o meglio a costruirsi del
film stesso, come una sorta di aurorale giungere alla forma del cubo nero su
campo bianco nell’opera Le desert
di Malevic (ancora un riferimento alla pittura). Quindi la stessa fotografia
di Alphaville oltre ad essere
un’evidente riproposizione votiva nei confronti dell’espressionismo
langhiano di Metropolis
(d’altronde l’amore di Godard per Fritz Lang risulta assoluto, a
prescindere da Le mepris) contribuisce a creare una pertinenza strutturale
dell’intera pellicola. Il film infatti è scolpito dalla e nella luce, o
dalla sua assenza. Ancora una volta il cinema di Godard risulta avere quella
istanza desoggettivizzante e al contempo metacinematografica che è un po’
la cifra stilistica di tutta la cinematografia di questo padre putativo della
Nouvelle Vague. Il vero soggetto del film infatti è la notturnità urbana, il
nero, l’effetto notte, trafitto, tagliato, decomposto dal bianco, dai
bianchi del lucore dei fari, delle luci di una città iperurbanizzata,
alienata e alienante, reificata e volumetrizzata come uno spazio cartesiano
allo stato puro, come una struttura lecourbusieriana portata alle estreme
conseguenze, come luogo geometrico inquadrato nella sua più assoluta
astrazione. E’ evidente l’esigenza in Godard per quello che ai critici è
apparso come il film più ingenuamente nouvellevagueiano del regista, e
aggiungerei volutamente ingenuo, ma non per questo trascurabile, poiché anzi
mi sembra quello più tecnicamente preciso, più attento a determinanti
filmiche anche anti-Nouvelle Vague, di offrire una visione quanto più
distopica possibile del reale ma piuttosto per antifrasizzarla, per renderla
più vicina all’angoscia di un futuro possibile. Raccontare cioè di un
futuro inquietantemente approssimabile, prefigurare una metropoli futuribile
per parlare di una Parigi del presente. Poiché Alphaville, oltre alle
ingenuità del racconto fantascientifico del bene dei sentimenti di Lemmy
Caution/Eddie Constantine in lotta con il male della ragione calcolante del
Prof. Nosferatu/Howard Vernon non
è altro che questo; non è altro che Parigi come possibilità concreta di
divenire, come poi in qualche modo è stato, una città mercificata e
mercificante in preda agli sviluppi socio-economici deumanizzanti del
capitalismo, come Tokyorama, Nuova York etc. ovvero come alpha-ville, città
alpha, città di una palingenesi terrifficante. Parigi come Capitale
de la doleur eluardiana in cui tutto è ridotto a pura serialità da una
macchina deprogrammante, Alpha 60 come unica mente pensante, raziocinante e
veramente parlante della città (le persone, non altro che marionette di un
teatro urbano si limitano a dire “Io sto benissimo grazie prego”),
progenitrice di tutti gli Hal 9000 possibili poiché, ancora una volta, il
cinema è il cinema. Una città in cui la vita è assente o quantomeno
scimmiottata dal movimento plastico ma robotico dei suoi abitanti, presente
solo negli atti fisici di ribellione di Lemmy Caution e nello scintillare
biancoenero (degli occhi) di Anna Karina. Parigi non può essere dunque la
Parigi della flanérie baudelaireiana che nella riflessione benjaminiana
provocava choc e, di conseguenza spleen poetici, sulla quale più o meno tutta
l’esperienza della Nouvelle Vague aveva a sua volta riflettuto in chiave
cinematografica. La catastrofe della realtà è fondamentalmente catastrofe
del linguaggio, dove non si può esprimere ciò che si sente non è possibile
neanche sentire: infatti solo alla fine Natacha von Braun/Anna Karina riesce a
dire “ti amo”, ma questo suo dire estremo coinciderà con l’estremità
della vita: la morte.
La
messa in opera di un discorso sulla visibilità/invisibilità, cioè come
trasfigurazione calvinianamente futuribile della realtà (si tenga presente Le
città invisibili di Calvino), ma anche come cecità e visione cromatica
dello straordinario lavoro sul bianco e sul nero consente a jlg (lo scrivo
come se ormai l’essere cinema (di) Jean-Luc Godard coincidesse con la sua
tracciatura monogrammatica, cioè il cinema-jlg, in una sublime definita e
definitiva endiadi) di parlare ancora e sempre di cinema nella suprema e
irriducibilmente paradossale tautologia dell’arte cinematografica: il cinema
(non) è il cinema, ovvero jlg (non) è jlg.
Mauro F. Giorgio
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