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Ri(an)alfabetizzazioni
del post-moderno: Hollywood dentro e fuori
Se
è vero che per certi versi un film come Apocalypse Now riesce a
decretare apocalitticamente la fine di una decade, gli anni ’70 del
cinema americano, le cui linee generali sono sempre state agilmente
perimetrabili, non fosse altro che per un’aderenza tra contemporaneità
e rappresentazione, è vero anche che in virtù del suo impianto
spettacolare, anticipato di qualche anno dal cinema di Lucas votato ad
una spettacolarità allo stato puro (aiutato da un’avanguardia
tecnologica in continua evoluzione), inaugura una nuova fase di
produzione cinematografica modulata su parametri radicalmente mutati
rispetto all’epoca precedente. Indubbiamente differenti insorgenze
storiche e sociologiche (la conclusione della guerra vietnamita, il
disgelo, il reaganismo) concorrono pesantemente
alla trasformazione del quadro d’insieme in esame. Ciò che viene
essenzialmente meno rispetto ai seventies è una referenza
immediata al dato contingente, l’elemento dell’attualità viene
demandato all’informazione in tempo reale dei numerosi notizari che
proliferano nei palinsesti televisivi, si preferisce da una parte
inseguire le più invitanti traiettorie di fuga proposte dall’universo
della finzione, e dall’altra concentrarsi autoriflessivamente proprio
sul potere dell’immagine catodica, sul rapporto tra informazione
televisiva e capacità telespettatorialmente critico-rielaborative. Si
noterà che Network (Quinto potere) di Lumet è del ’76,
ma le pellicole che ragionano in maniera più subdolamente metaforica e
decisiva sul dominio mediatico della televisione appartengono agli anni
’80 (Videodrome, Poltergeist, Osterman Weekend...),
cioè a un’era cinematografica che oltre ad offrire intrattenimento
infarcito irrinunciabilmente di sbalorditiva effettistica speciale,
ripiega la sua attenzione sul cinema del passato e, soprattutto, sui
suoi codici, aprendo inimmaginati scenari di contaminazione linguistica
ed espressiva. In questi termini non risulta così insensata una
riflessione che ripensi il cinema americano degli anni ’80 come
rinnovato territorio di sperimentazione, basti pensare – senza per
forza di cose soffermarsi sulle esperienze artistiche più
programmaticamente underground – ad autori che pur frequentando zone
liminari di indipendenza e marginalità quali Jarmush, Jost, Sayles
etc., hanno lavorato in ambiti di più allargata fruibilità, non
necessariamente mainstream. E lo stesso Coppola non ha cercato nuovi
moduli di sperimentazione autoriale approfondendo, seppur con risultati
discutibili o discontinui, il discorso esclusivamente formale da One
from the Heart (Un sogno lungo un giorno) a Rumble Fish
(Rusty il selvaggio)?
Ci sono film ormai dimenticati di cineasti semisconosciuti come Alphabet
City di Amos Poe che intendono ridisegnare cinefilicamente (e quindi
non senza anche una componente di nostalgia, poiché nessuna cinefilia
può dirsi non nostalgica) lo spazio fisico detopologizzandone le
coordinate geografiche reali per una riterritorializzazione in chiave
puramente cinematografica, e dunque testuale, del paesaggio urbano. È
un po’ la medesima operazione effettuata da Ferrara con The Driller
Killer (non a caso anche qui Alphabet City come luogo deputato della
suburbanità) in cui l’ambientazione fa parte del disegno
allucinatorio del protagonista/regista, ovvero dell’opera filmica, del
cinema. Mentre
prima si crogiolava, pur con esiti tutto sommato interessanti, in
esperimenti linguistici che riproducevano modelli dichiaratamente
godardiani (Unmade Beds, The Foreigner, Subway Riders)
l’intelligenza espressiva di Amos Poe risiede nell’iscrizione di un
modulo sperimentale, quasi anti-narrativo, all’interno di un codice
riconoscibilmente di genere (e quindi di largo consumo): La Alphabet
City rientra nella formula narrativa del noir suburbano, metropolitano,
come pre(-)testo per dire altro, per cui Poe decide di utilizzare l’environment
come luogo esemplare dell’ibridazione babelica degli “alfabeti”,
dei linguaggi appartenenti alle diverse etnie che lo popolano, del
melting pot. È vero che Poe dissemina il film di segnali riconducibili
a categorie di individuazione storico-sociale, ma lo fa non perché
interessato alla riproduzione mimetica della realtà che vive, bensì
per una sensibilità in qualche modo comune con altri modelli
stilistico-espressivi attigui di certa New Wave che utilizzano
determinate musiche, determinati colori e determinati movimenti di
macchina per evocare l’immaginario personale o collettivo legato a un
particolare periodo o a particolari luoghi e atmosfere (vedi la
Seidelman di Cercasi Susan disperatamente e il Walter Hill di Strade
di fuoco, pur nella loro dissimiglianza). E se il decennio degli
’80 è caratterizzato dal tentativo (ancora una volta) di ridescrivere
il rapporto tra corpo e immagine, tra immagine-corpo e corpo
dell’immagine (Cronenberg naturalmente su tutti), Amos Poe racconta il
percorso “after hours” di attraversamento metalinguistico dalla
cinemitografia dei paesaggi urbani (le naked city) a una più
generica estetica del videoclip, dalla vestizione dell’eroe
mitoiconologico, Vincent Spano/Johnny sulla sua Pontiac bianca (la
stessa immagine iniziale de I guerrieri della notte e del loro
annunciato iter anabatico), alla deflagrazione della formula diegetica
adottata (il noir metropolitano, di cui ci interessa non più che delle
figure della fabula che lo abitano). Un viaggio incorporeo, olografico,
bidimensionale, di un’immagine attraverso delle immagini, di un
oggetto iconologico attraverso un diorama di rianagrammate iconografie,
riaccese dall’iperrealismo cromatico e musicale come tratti di
riconoscibilità di un contesto storico-culturale ridefinito (e
ulteriormente ridefinibile). Un tragitto di rialfabetizzazione tracciato
nella forma cinematografica.
Mauro F. Giorgio
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