6 EASY PIECES
di Jon Jost
(1996)
|
“Jon
Jost is not a traitor to the movies. He makes them move.” – Jean-Luc
Godard “6 Easy pieces […] is the cumulative
expression of almost forty years of learning.
Le
barre di colore verticale che il Vhs ha spazzato via ci accolgono come Overture
di questi sei pezzi (facili) che Jon Jost – cineasta e video-artist
americano indipendente e anticonvenzionale – presenta in un formato
che oscilla continuamente fra i 16:9 e i 4:3, quasi a ricordarci
l’interdipendenza fra cinema e televisione che lui stesso si propone
di oltrepassare con i suoi esperimenti DV. Il digitale fa la sua
comparsa sulla scena proprio rielaborando Il Preludio è fotografato in seppia, una lobby spiata dalla vetrina, un ambiente ricco di schermi naturali – le porte a vetro, le pareti – che Jost popola di progenitori, da La Passione di Giovanna d’Arco a Nosferatu, in un omaggio silenzioso che fa penetrare il cinema nella quotidianità, quasi ad essere un archivio storico a latere dell’immaginario di tutti noi. Jost usa dei classici che per sua stessa ammissione non ha mai visto, a sottolineare l’atipicità della sua formazione come cineasta. Pochi minuti di Portogallo e ci spostiamo in Italia, testimoni di un viaggio su quattro ruote fra il Friuli e il Veneto, in compagnia di un misterioso architetto italiano che parla dei suoi maestri. La meta dell’Andante è la Biennale di Venezia, città che raggiungiamo attraversando il Ponte della Libertà. Immerso nella nebbia, il ponte è tratteggiato solo dalle sue luci gialle che emergono dal blu della notte, uniche guide visive ad evidenziare la struttura di un pezzo di architettura dell’epoca fascista. Scopriremo che a farci da guida è Massimiliano Fuksas, ed il cerchio Venezia-Architettura-Luce si chiude. Il primo pezzo si chiude con la luce che danza sull’acqua scura di Venezia, con i suoi gioielli architettonici che appena si intravedono riflessi sulla superficie, brandelli di costruzione che l’occhio del cineasta ci nega. L’Adagio è girato in bianco e nero ancora in Italia: in soggettiva, passeggiamo fra le colonne di piazza S.Pietro posate dal Bernini[2] e ascoltiamo la voce di Borromini. Le colonne danzano davanti a noi producendo un effetto di ebbrezza, disturbando e limitando la visione, chiudendola in un dedalo angosciante e perentorio. L’architetto muratore è prostrato di fronte a tanta grandezza architettonica; le sue meditazioni sono oscure e angustiate. Di lì a poco seguirà il suo suicidio. L’Andante ci riporta a Lisbona, dove due piccoli, graziosissimi ragazzini giocano con l’inquadratura fissa al terreno di Jost, mostrando orgogliosi le proprie decorazioni di boyscout. Quando i bambini si allontanano, resta solo la staticità della pietra a riempire il quadro, animata da un sole che scotta sul pavé giallastro, ed è solo la dimensione temporale a provocare il movimento: “I didn’t go to shoot two charming children; I went to shoot the sun slicing across a walkway”. Il Largo è una lunga inquadratura sospesa sull’acqua azzurra di una piscina. Due donne italiane nuotano avanti e indietro chiacchierando amabilmente, e le loro parole vengono confuse e rese indistinguibili dallo sciacquio. In perfetta sintonia con le loro voci, anche i sottotitoli perdono di consistenza e di luminosità, riducendosi a ombre appena accennate in fondo allo schermo. Il contrasto cromatico con la verde acqua veneziana è netto e la casualità ancora una volta gioca un ruolo importante nella composizione del quadro Jostiano: “I didn’t go to shoot two young women talking while doing laps in a pool, I was playing with shuttespeeds and dancing light” L’Intermezzo
è la parte più strutturata del film. Un altro salto in Portogallo e lo
split-screen ospita due donne, una danzatrice/body artist a sinistra
(sullo sfondo nero di un palcoscenico) e una tiratrice a segno viceversa
coronata dal bianco asettico del poligono. I Le intenzioni di Jost sono chiaramente espresse in ogni singolo piano sequenza di cui è composto il film, anche se la rielaborazione a cui sottopone il suo girato in un certo senso frustra o mortifica il suo intento naturalistico[3]. L’architettura è la formazione accademica che l’artista ha abbandonato per dedicarsi al cinema (al quale si è educato autonomamente), e la sua eredità pesa fortemente su questi esperimenti digitali. Tuttavia, la struttura non risulta essere sgradevole o vincolante: è quanto serve all’autore per trasformare il footage raccolto agli angoli di strada in una composizione organica. Dal punto di vista stilistico, non possiamo dire che quella di Jost sia sperimentazione d’avanguardia: è sicuramente indipendente, ma non per questo è foriera di alcuna novità. L’impressione che si ricava alla fine della proiezione è quella di avere condiviso un diario di viaggio leggermente ritoccato e assemblato in un lungometraggio con una propria struttura formale, ma le possibilità del DV, che tanto affascinano l’autore, restano ampiamente inesplorate.
[1]
“I didn’t go to shoot anything in this work on purpose. Instead,
I let the nature of this wonderful new medium, DV, which costs
almost nothing, which allows one to be playful, to experiment, to
look and to learn in new ways, be my guide” [2] “I suoi nobili colonnati davanti a S.Pietro richiamano la felice libertà architettonica delle ville palladiane, nonostante la massiccia gravità romana e l’energia plastica berniniana” Nikolaus Pevsner, Storia dell’Architettura Europea, Laterza, 1987, pg. 157. [3]
“The images are simply of life, of the world, as I passed by it,
and as it prompted me to look, to feel, to ponder, to be amazed, to
enjoy its beauty, to be surprised at what I found when I wasn’t
really looking for anything to happen. Letting things be free,
wandering with no firm idea of making a film at all, with no
purposeful direction allowed instead for the spontaneous magic of
life to slip into little digitalized miracles”
|
Torna in Homepage Torna all'indice Invisibili