PETER
GREENAWAY: UNA VITA IN 92 VALIGIE
Il progetto The
Tulse Luper Suitcase presentato a Torino
di Luca Pacilio
con la collaborazione di Luigi Garella
The
Moab Story: The Film n. 1
Pensate alla quantità di immagini che sono state prodotte durante
quest'ultima ora... Sarà stato prodotto un quantitativo di immagini
superiore a tutte quelle manufatte nel XVI, XVII e XVIII secolo messi
assieme... Dagli Stati Uniti alla Cina... Pensate a quante immagini
vengono create ogni qualvolta si accende una videocamera, 24 al
secondo... Ma abbiamo perso la capacità di capirle... Capire come sono
create, capire come recepirle e questo a causa di una cultura che ha il
suo fondamento sulla realtà testuale. Quello dell'alfabetizzazione
all'immagine è un problema importante... Nelle università
inglesi ci sono sessioni di filmwriting... Perché questo? Ci dovrebbero
essere filmmaker sessions... Sarò reazionario ma penso che nessun
giovane cineasta agli inizi dovrebbe avere il permesso di usare una
macchina da presa o una videocamera senza avere prima frequentato tre
anni di una scuola d'arte...
Non so quali siano i progetti futuri di Tarantino, Oliver Stone o Moretti
ma sono sicuro che continueranno ad illustrare testi e a proporre
prodotti assolutamente tediosi.
Peter Greenaway
La presenza di Peter Greenaway a Torino è legata a due ragioni
fondamentali. La ricerca di location per il suo progetto, ormai quasi
leggendario, THE TULSE LUPER SUITCASE, che pare finalmente giunto al
passo decisivo delle riprese, dopo due anni di voci incontrollate, e che
vedrà anche Torino come scenario, e la presentazione del libro TULSE
LUPER IN TURIN. In una lezione affollata, di fronte agli
studenti del DAMS, Greenaway non rinuncia alle sue proverbiali
provocazioni annunciando la morte del cinema, facendola risalire al 30
settembre 1983 quando comparve, nei salotti di tutte le case del mondo,
il telecomando che ha introdotto, sull'inerzia del mezzo televisivo, la
possibilità concreta di praticare delle scelte che interferiscono con
la sua passività; un'interattività, questa, che ha determinato una
rivoluzione tuttora in atto e che investe inevitabilmente lo stesso
cinema. Viene in mente una famosa dichiarazione del regista, "Come
la fotografia ha liberato la pittura, così la televisione potrebbe
liberare il cinema": quando nacque la fotografia si pensò che essa
avrebbe reso la pittura obsoleta e superata ma in realtà ne decretò il
trionfo visto che, una volta affrancata dall'esigenza di rappresentare
il vero (la fotografia ci riusciva in maniera molto più efficace), la
pittura si affermò nelle forme astratte e non figurative, con un
linguaggio che si fondava sulla composizione, la trama, i colori. Allo
stesso modo, con la televisione, si libererebbe il cinema dall'esigenza
di rappresentare il vero (si pensi a programmi di successo quali i
reality show o le soap opera) e gli si consentirebbe di svilupparsi
autonomamente. Un'utopia? Forse, ma è su questi sogni e queste utopie,
su queste provocazioni e questi magnifici deliri che Peter Greenaway ha
fondato la sua eccitante produzione artistica che non si esaurisce certo
con il cinema ma che investe tutti i campi dell'arte in quanto tale.
Adesso, con THE TULSE LUPER SUITCASE afferma di voler realizzare il
primo capolavoro dell'era digitale ("Sono arrogante? Che fai a fare
l'artista se non sei arrogante?")
IL FILM: THE TULSE LUPER SUITCASE
THE TULSE LUPER SUITCASE è la storia di un uomo, una sorta di alter ego
del regista, collezionista di valigie, di memorie, di posti, di storie,
uno scrittore-archeologo alla ricerca di popoli dimenticati e civiltà
perdute. Ognuna delle sue valigie è un pezzo della sua esistenza,
rappresentazioni in miniatura di un aspetto della sua personalità. Egli
dissemina queste valigie in tutto il mondo e la sua biografia viene
ricostruita attraverso il loro contenuto: carcerato
"professionista", la sua storia è anche quella delle prigioni
nelle quali viene recluso, prigioni effettive e metaforiche dalle quali
riesce sempre a far uscire le fantomatiche valigie (Forse siamo tutti
prigionieri di qualcosa: l'amore, i soldi, il sesso, la fama, le
credenze religiose, il potere, l'ambizione, l'avidità, i debiti, un
lavoro, un giardino, un cane, gli orari dei treni, un'ipoteca o anche
solo il conto del droghiere. Di conseguenza molte prigioni non hanno
finestre con le sbarre o una porta chiusa a chiave). Avendo sempre
ritenuto i 120 minuti, la canonica durata di un lungometraggio, un
limite, un tempo troppo breve, soprattutto per progetti più complessi,
e avendo desiderio di espandere questo lasso temporale e
ampliarlo, Greenaway con TLS si propone di fare un film di 8 ore: un
obiettivo del genere, un suicidio finanziario se proposto in un'unica
soluzione, verrà realizzato sotto forma di trilogia o tetralogia,
accompagnando il lavoro in celluloide a una serie di iniziative
parallele: saranno realizzati 5 DVD interattivi, dei cd rom,
altri siti web - oltre quello ufficiale, già creato e operativo -,
serie televisive e una marea di libri. Il dispiego di tutte queste
diverse forme espressive deve condurre all'obiettivo di salutare il
cinema, così come lo conosciamo oggi, e di dare un benvenuto ai nuovi
linguaggi della tecnologia. Le vicende del protagonista si sviluppano in
un arco temporale che va dal 1928 al 1989; l'uranio, elemento che
ha caratterizzato il ventesimo secolo e le sue paure (il 1928 è l'anno
in cui l'uranio entra nella tavola degli elementi e il 1989 quello in
cui il muro di Berlino crolla) è l'elemento attorno al quale ruotano le
vicende. L'inizio e la fine del ciclo saranno sanciti da due deserti:
quello del Colorado (in cui l'uranio fu scoperto) e quello della
Manciuria. Greenaway avendo sempre visto nell'impostazione meramente
cronologica un mezzo troppo abusato di organizzazione del
materiale narrativo, ha introdotto nei suoi film mezzi diversi per
esporre gli eventi: l'alfabeto (A ZED AND TWO NOUGHTS per esempio), i
colori e i numeri, soprattutto. Il numero chiave sul quale si fonderà
TLS è il 92, il numero atomico dell'uranio: 92 personaggi, 92 eventi
chiave e 92 valigie. Ma non finisce qui; prendiamo una sola di queste
valigie (la numero 46), in essa vi sono 92 lingotti d'oro che sono stati
rubati dal terzo Reich ad ebrei deportati; di ciascuno di questi
lingotti viene rintracciata l'origine. Per esempio uno di questi
lingotti è stato ottenuto dalla fusione dell'anello nuziale di una
giovane sposa ebrea o dai preziosi di un ebreo di Amsterdam etc.:
ebbene, ognuno di questi lingotti può rappresentare un singolo
lungometraggio, una cellula filmica autonoma. Ciascuna delle valigie è
in qualche modo un progetto parallelo al film: sulla valigia numero 46
è stato già fatto un allestimento teatrale intitolato GOLD - 92 BARS
IN A CRASHED CAR, si va preparando un'opera sulla valigia numero
23, con la televisione giapponese si discute di una soap opera sulla
valigia 36, il museo Guggenheim a Bilbao sta preparando una mostra sulla
valigia 41 etc. Le 92 valigie sono state in mostra a Milano nel corso
dell'allestimento di due anni fa, WASH & TRAVEL. Queste
valigie, potenti metafore contemporanee, in un'era che vede grandi
sommovimenti di massa, contengono sogni, ambizioni, ciò che ci
nascondiamo, tutto ciò che è importante o di peso e il loro contenuto
determinerà sempre, all'interno del film, un'esiziale svolta narrativa.
Sul grande schermo non si perderà tempo a fare o disfare queste valigie
dal momento che ciò sarà più facilmente praticabile sul dvd o su
internet o sul cd rom e attraverso questi supporti tutti gli articoli
contenuti in ciascuna valigia saranno estratti, catalogati, studiati.
IL CAST DEL FILM
Molto si è detto e ancora molto si dirà dello sterminato cast del
film. Oltre a quello di Tulse Luper, interpretato da J.J.
Feild, ci sono almeno altri 92 ruoli da ricoprire. Questi i nomi fatti
da quando si discute del progetto (stanti le continue smentite e le
nuove aggiunte, tale elenco, come tutti quelli del Maestro, va preso con
beneficio di inventario):
Victoria Abril, Ernesto Alterio, Imanol Arias, Pilar López de Ayala,
Fairuza Balk, Raymond J. Barry, Kathy Bates, Toni Bertorelli, Lothaire
Blutheau, Javier Bardem, Barbora Bobulova, Mark Boone Jr, Hugh
Bonneville, Miguel Bosé, Jeff Bridges, Rosalinda Celentano, Valentina
Cervi, Roberto Citran, Penelope Cruz, Caroline Dhavernas, Juan Echanove,
Carmen Elías, Sabrina Ferilli, Dawn French, Morgan Freeman, Vincent
Gallo, Bruno Ganz, Claudia Gerini, Remo Girone, Richard Griffiths,
Francesco Guzzo, Deborah Harry, William Hurt, Sabrina Impacciatore,
Celia Imrie, Don Johnson, Charo López, Madonna, Laia Marull, Jordi Mollà,
Ewan Mc Gregor, Nick Moran, Anson Mount, Nick Nolte, Ornella Muti, Gary
Oldman, Lena Olin, Mercedes Ortega, Rossy de Palma, Marisa Paredes,
Amanda Plummer, Franka Potente, Josep Maria Pou, Juanjo Puigcorbé,
Molly Ringwald, Vincent de Rooster, Isabella Rossellini, Keram Malicki-Sánchez,
Sting, David Thewlis, Naim Thomas, Kristin Scott Thomas, Kevin Tighe,
Ana Torrent e Zoe Wanamaker.
IL LIBRO: TULSE LUPER IN TURIN
Tulse Luper sbarca a Dossoldopa sulla costa ligure, come
prigioniero di guerra nella guerra del 1944. Nel campo di prigionia si
diletta a suonare il corno francese e diventa l'amante di Lucinda, fino
a quando i due non vengono scoperti dal marito, il generale fascista
Morelli. Luper è costretto a fuggire. Chiuso in una valigia, è
condotto a Torino dove viene obbligato a fare l'addetto all'ascensore
della Mole Antonelliana e il custode delle valigie confiscate agli
ebrei. Diventa così infaticabile catalogatore di oggetti e
traghettatore di singolari personaggi all'interno dell'ascensore:
ufficiali, mafiosi, preti, peccatori, innamorati, madri e figli.
Un'umanità che cerca, nelle vertigini di quelle altezze, di sollevarsi
al di sopra dell'inferno della propria esistenza verso un paradiso
idealizzato.
TULSE LUPER IN TURIN è più di un semplice libro, è un oggetto
artistico riprodotto in 460 esemplari, firmato da Greenaway che aggiunge
a ciascuna copia dei segni peculiari. Viene assemblato solo ed
esclusivamente su prenotazione e contiene la sceneggiatura della sezione
torinese del film THE TULSE LUPER SUITCASE. Consta di 146 pagine ricche
di illustrazioni, collage, quadri, mappe antiche della città e altro
materiale iconografico; è rilegato a mano, foderato con copertina in
pelle e racchiuso in un raffinato contenitore.
I 92 disegni originali della Mole Antonelliana contenuti nel libro sono
in mostra nello spazio espositivo VoluminA & Co. di Piazza Vittorio
Veneto a Torino. L'associazione VoluminA & Co., coordinata da
Domenico De Gaetano e Alessandro Amaducci e il cui presidente onorario
è lo stesso Peter Greenaway, con TULSE LUPER IN TURIN propone il primo
di una serie di eventi artistici di vasta risonanza internazionale. Il
prossimo, una performance di musica dal vivo con proiezioni video, si
intitolerà SOUNDSCAPE.
LA NOSTRA INTERVISTA A PETER GREENAWAY
- Nel panorama cinematografico mondiale lei appare come un caso
pressocché unico: un artista che cerca di superare i canoni nei quali
l'esperienza della fruizione cinematografica pare cristallizzata,
tentando di scardinare quelli che sembrano dogmi indiscutibili. Vede
altri cineasti raccogliere questa sfida?
- Se parlassimo di una vicinanza di temi e atmosfere vi potrei fare i
nomi di Lynch, Cronenberg...
- Ruiz ad esempio?
- Sì, anche, ma non vedo nessuno che vada nella mia stessa direzione
perché nessuno come me è interessato e lavora alla struttura del
cinema.
- Allestimenti come LA COSMOLOGIA DI PIAZZA DEL POPOLO a Roma, BOLOGNA
TOWERS, FLYING OVER THE WATER a Barcellona etc. le considera esperienze
cinematografiche in senso lato?
- Penso che siano forme non sfruttabili dal cinema per quanto ne
utilizzino strumenti propri... Pensare di inserire queste esperienze
nell'ambito del cinema è una perdita di tempo in quanto questo finisce
per usare forme narrative e storie psicologiche, le solite cose cui
siamo abituati e noi vogliamo qualcosa di nuovo... Comunque quel
linguaggio di per sé è affascinante.
- A tal proposito lei dice che un cinema siffatto non ha senso...
-Stamattina, agli studenti ho detto che il cinema è morto... Adesso
dico una cosa che potrà apparire in contraddizione con questa
affermazione. Il cinema in quanto cinema non è mai stato, non è
mai esistito. Quello che abbiamo visto per 107 anni è stato
semplicemente un susseguirsi di testi illustrati. 107 anni di testo
illustrato non fanno il cinema. Io non voglio essere un illustratore,
voglio essere il creatore originale del mio lavoro. Tutti coloro che
fanno film, si chiamino Scorsese o Godard, sanno che il punto di
partenza di un film è un testo scritto... Questo per le esigenze
finanziarie di un sistema che prevede che si vada da un produttore
presentandogli un testo scritto sul quale egli possa basare la propria
valutazione... Non si può andare da un produttore presentandogli dei
disegni o delle immagini... Ma questa è stata la nostra formazione, una
formazione prettamente testuale che prevede appunto l'interpretazione e
la gestione del testo ed è questo l'unico approccio che consente di
creare fiducia su un progetto. Avere occhi non significa saper vedere e
quando dico che abbiamo avuto 107 anni di testo illustrato dico che
l'immagine è servita soltanto a rappresentare il testo stesso,
assumendo all'interno dell'opera un'importanza secondaria... Emma
Thompson che propone l'ennesimo adattamento da Jane Austen... Casi come
questo rappresentano il 99% dei prodotti che vediamo nelle sale. Io
ritengo, invece, che ciascun medium debba restare fedele alle proprie
caratteristiche intrinseche... In questo senso vedo nel cinema un medium
imbastardito. Sono pochissimi i film che rispettano la priorità
dell'immagine rispetto al testo. La letteratura deve prendersi cura di
se stessa, è con noi da tantissimo tempo... Perché deve essere così
avida da appropriarsi di altri media? Alla luce di questo negli ultimi
dieci anni ho cercato di creare progetti che seguissero un percorso
preciso che mettesse in evidenza tale contraddizione, ho cercato di
creare un dibattito centrato sul rapporto testo\immagine. C'è una
famosa affermazione di Derrida che dice: "L'immagine ha sempre
l'ultima parola". Del resto se torniamo alle origini del testo,
alla preistoria, la sua prima espressione è stata attraverso
immagini...
- Molti suoi film sono esempi celebrati di perfetta armonia tra musica e
immagini. Come giudica la forma dei videoclip? Ne girerebbe uno?
- Nei miei lavori sono state spesso presenti espressioni di questo
tipo. Non sono interessato a girare un videoclip commerciale musicale:
voglio scegliere la mia musica. Se poi mi chiedete se è una forma
espressiva valida e interessante, sì certamente lo è.
- A proposito di musica, ha già scelto la collaborazione per TULSE LUPER?
- Si tratta di un musicista sloveno, di Lubjana, Borut Krzisnik, di cui
certamente non avete sentito parlare. Vi assicuro che è un compositore
straordinario.
- TULSE LUPER SUITCASE è un progetto cullato da anni e un sogno che si
realizza. Non ritiene che sia un film-limite, una sorta di punto di non
ritorno? Ovvero: dopo la realizzazione di questo film c'è ancora spazio
per un'opera ancora più ambiziosa? Abbiamo sentito parlare di un film
intitolato THE HISTORIANS. E' effettivamente in progetto? Di cosa parla?
- (sorride) Sì, questo progetto esiste. Dopo la titanica impresa di
TULSE LUPER, una trilogia o tetralogia (ancora non si sa) che mi
impegnerà almeno tre anni, sarà il momento di intraprendere qualcosa
di ancora più grandioso, appunto THE HISTORIANS, un progetto che si
basa sulla mia convinzione che non esiste la Storia, esistono solo gli
storici. In inglese la parola history può essere scomposta in
his-story (la storia di lui) o, perché no? her-story...
insomma voglio dire che ci sono modi diversi di raccontare qualcosa, a
seconda di chi lo fa, e quindi intendo analizzare tanti percorsi
narrativi in modo da esporre la narrazione individuale della Storia. E
non ci sarà successione cronologica di eventi ma tantissimi eventi
presentati in apparente disordine e con modalità differenti,
versioni diverse di stessi eventi... Posso immaginare la versione
italiana, quella francese, quella veneziana, quella piemontese etc... Un
progetto ambizioso che prima dell'era digitale avrebbe avuto molte
difficoltà ma che oggi, grazie alle innovazioni tecnologiche, diventa
possibile.
- Quando prevede di concludere le riprese di TLS?
- Le riprese cominceranno il 13 giugno a Barcellona, in ottobre saremo
a Torino e prevedo di concludere il girato a giugno dell'anno prossimo.
- Un ricordo di Sacha Vierny.
- Una perdita molto triste avvenuta nel maggio dell'anno scorso.
Abbiamo lavorato insieme per molti anni dai tempi de LO ZOO DI VENERE.
- Molti suoi film, THE BABY OF MACON ad esempio, dopo un iniziale
insuccesso critico sono stati oggetto di grande rivalutazione. Che
rapporto ha con la critica?
- L'importante è che i critici parlino dei miei film e che il pubblico
venga a conoscenza del mio lavoro, del resto sappiamo tutti che i
critici recensiscono se stessi.
- Uno degli aspetti più sottovalutati dei suoi film è quello
umoristico. Non ritiene che dietro l'insuccesso critico di un film come
8 DONNE E 1\2 ci sia anche la mancata percezione dell'ironia che pervade
quella come altre sue pellicole?
- (sogghigna) Vedete, vengo dalla stessa terra dei Monty Python. C'è
molto umorismo nei miei film. Certo un umorismo molto nero che è
difficile da mandare giù. 8 donne e 1\2, avete ragione, era per
me una commedia umoristica sulla sessualità dell'uomo.
- Si parla di una sua regia teatrale del Rigoletto. E' vero?
- Effettivamente ci sono state delle voci in proposito, per una
rappresentazione del Rigoletto a Palermo (noi avevamo letto
Macerata, NdR) ma non c'è niente di vero ... Non ho nulla da dire a
Giuseppe Verdi.
Il sito ufficiale del film:
http://www.tulseluper.net/
Per informazioni sul libro TULSE LUPER IN TURIN
e per la mostra 92 DRAWNINGS OF MOLE:
http://www.tulseluperinturin.it/
Le valigie di Tulse Luper:
http://petergreenaway.co.uk/suitcases.htm
Questo speciale è pubblicato in contemporanea
sul sito
ENCYCLOPEDIA DI PETER GREENAWAY:
http://digilander.iol.it/greenaway/
Grazie a
Domenico De Gaetano
Mauro Filippone
Tijana Mamula

Gli altri Speciali:
Lynch/Wallace
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