I LUNGOMETRAGGI

 

HUMAN NATURE
(2001)

Regia: Michel Gondry; Sceneggiatura: Charlie Kaufman; Fotografia: Tim Maurice-Jones; Montaggio: Russell Icke; Musica: Graeme Revell; Scenografia: K.K. Barrett; Costumi: Nancy Steiner; Cast: Tim Robbins, Patricia Arquette, Miranda Otto, Rhys Ifans, Rosie Perez, Robert Forster, Mary Kay Place, Paul Giamatti, Miguel Sandoval, Durata: 96'

 

C. Kaufman:
I wanted to write about a feral man; I was thinking about those idolized portraits of pure people raised in nature that appear in movies a lot and I wanted to make fun of that. I'd been reading about behaviorism and culture experiments, so I was thinking about that. I also wanted to write about a woman who was on the outside and couldn't get in, so that was the hair thing, which seems to be a large issue in our country.

 

Attorno all'uomo scimmia Puf ruotano le vicende di Nathan, lo scienzato che tenta di educarlo, e quelle della sua donna Lila, affetta da "irsutismo nevrotico"...

DELL’INCOSTANZA DELLA RAZZA UMANA

Nel tempo in cui la Natura era impotente
E concepiva ogni giorno solo bambini mostruosi
Sono nato da un gigante
Come un neo sull’orecchio di una gatta
(il nano, puntando la pistola verso Nathan)

Il debutto di Michel Gondry nel lungometraggio è segnato dalla presenza alla sceneggiatura di uno screenplayer come Charlie Kaufman, già responsabile di Essere John Malkovich, diretto da Jonze (che qui produce). Anche se non esiste una vera e propria factory (lo stesso Gondry lo sottolinea) è evidente che l’avvento dei più talentuosi registi di video nella grande distribuzione cinematografica sia stato frutto di una scelta studiata a fondo che risponde al preciso obiettivo di ribaltare strategicamente e, dove possibile, smontare il giocattolo del prodotto hollywoodiano. La sceneggiatura di Human nature è, cronologicamente parlando, anteriore a quello del film di Jonze e, come per il film di quest’ultimo, sarebbe un errore ritenere che il lavoro del regista sia stato meramente illustrativo o che la personalità strabordante dello sceneggiatore, come sostenuto da alcuni, abbia finito con il divorarlo. Se si guarda al resto dell’opera del francese non si fatica ad accordare la piena appartenenza di questo film al suo mondo (del resto è stato proprio MG a voler portare Human nature, uno script che Kaufman aveva nel cassetto da tempo, sullo schermo). Accanto ai flashback in forma di filmino familiare, al falsissimo scenario forestale, ai fondi proiettati (qualcuno se ne è lamentato come se costituissero un inconsapevole difetto!), primi indici esteriori che rivelano subito l’inconfondibile mano dell’artefice (la lezione a Puff fatta con i pannelli colorati è poi un’esplicita autocitazione : La tour de Pise), emerge con nettezza come Gondry, senza tradire in alcun modo la sua poetica ma evitando accortamente le modalità del clip, tenga lontana la sua pellicola dalla giostra visionaria e, nel sostanziale rispetto del codice mainstream, intenda opportunamente piegare quest’ultimo alle sue esigenze e alle sue istanze (si pensi a Lila che, con sublime ironia, canta nella foresta come in un film disneyano): se l’incipit (l'inseguimento dei topolini da parte di un uccello predatore) è, con alcuni altri lampi (la corsa tra gli alberi di Ifans e la Arquette per tutti) un vero e proprio marchio di fabbrica, è nel modo in cui l’autore gioca sul campo della messinscena e nel felice sfruttamento di ogni bizzarria del soggetto che mette la sua firma (al selvaggio Puff viene inculcato un concetto di civiltà che passa demenzialmente attraverso una sovrastruttura: il galateo). Human nature ribadisce la tendenza di Gondry ad un approccio irrealistico ad ogni livello, proponendosi come commedia che, basandosi su una struttura polifonica (i racconti alternati dei tre protagonisti), insiste sul tema del rapporto tra uomo e natura, civiltà e richiamo della foresta e sulla sua contraddittorietà (Lila è autrice di un libro intitolato Fuck Humanity); per questo motivo l’opera espone tesi diverse e costantemente confutate, oscillando tra un punto di vista e l’altro a volte in maniera seria, altre più scopertamente ironica (la madre di Nathan ritiene che lo zoo sia la vera casa degli animali); in tal modo il racconto subisce imprevedibili capovolgimenti – basti pensare al finale, che, dopo che tutto sembrava sancire il trionfo dello stato naturale, vede non solo il subdolo ritorno di Puff al mondo civile ma persino l’autostop dei topolini che invocano il ritorno al laboratorio – determinati dai diversi personaggi, in virtù dell’eccesso caratteriale di cui ciascuno di essi risulta portatore e dei diversi stadi di alienazione che attraversa la loro vicenda umana.
Un po' Pigmalione (e quindi anche My fair lady), un po' Mon oncle d’Amerique (i paralleli con Resnais sono tutt’altro che azzardati, anche ad altri livelli) - l'uomo-cavia come i roditori nella teca (costretti anch'essi a usare le posate...) -, Human nature si rivela sapida presa in giro di molti luoghi comuni (psicoanalitici, sociologici, cinematografici) affidando le sfumature agli apprezzabili interpreti (un Rhys Ifans mattatoriale e una superlativa Patricia Arquette, che non ha affatto paura di mettersi in gioco in un ruolo non facile a tutti i livelli). L’intelligente svolgimento della materia, sfiorando, senza schiacciarli, i tasti del grottesco e soprattutto senza perdere la felice vena umoristica (le parti in cui Puff combatte con la propria libidine sono davvero esilaranti) fa di questo viaggio dalla giungla alla civiltà e ritorno (e ritorno, ancora...), tra Rousseau e L’enfant sauvage un esempio di intrattenimento di classe con una buona dose di ambiguità da commedia (im)morale, tutt’altro che rassicurante.
Il film è stato un completo, immeritato insuccesso.
Da rivalutare.

 

ETERNAL SUNSHINE OF THE SPOTLESS MIND 
(SE MI LASCI TI CANCELLO)
(2004)

Regia: Michel Gondry; Sceneggiatura: Charlie Kaufman; Fotografia: Ellen Kuras; Montaggio: Valdis Oskarsdottir; Musica: Jon Brion; Scenografia: Dan Leigh; Costumi: Melissa Toth; Suono: Philip Stockton; Cast: Jim Carrey, Kate Winslet, Gerry Robert Byrne, Elijah Wood, Thomas Jay Ryan, Mark Ruffalo, Jane Adams, David Cross, Kirsten Dunst, Tom Wilkinson; Durata: 108'

 

MG - It's again very geometrical. It's about a guy who wants to erase his girlfriend from his memory. You get to see their relationship erased scene by scene, and then in the middle of the process, he changes his mind and decides to save her. So he takes her out of the memories she belongs in, and puts her in memories she doesn't belong in, to try and hide her. It's very symmetrical, but very romantic as well.

 

Joel e Clemenine si incontrano, si studiano, si piacciono e si amano. Poi però si lasciano, e decidono di dimenticarsi…

ETERNAL SUNSHINE OF THE SPOTLESS (GONDRY’S) MIND

Un film che si addentra e affonda nel vissuto dei suoi protagonisti, che, con sublime distorsione, ne rivela le sfaccettature, la variabilità, la complessa multidimensionalità, ESOTSM è fondamentalmente una commedia romantica che non ha timore di utilizzare in entrambe le chiavi (quella brillante e quella sentimentale\ drammatica) certi elementi propri della science fiction: anche (ma non solo) in questo senso è un lavoro sorprendentemente originale, un vero miracolo in un cinema asfittico e tendenzialmente stereotipato come quello americano degli ultimi lustri. Gondry non ha assolutamente timore nel privilegiare il consueto basso profilo, sul quale tutta la sua opera si è sempre imperniata, e a girare l’intero, contorto e avviluppatissimo, percorso esistenziale di Joel facendo largo uso di macchine a mano, optando per tonalità livide, per l’armamentario scenografico paradilettantistico a lui abituale (i marchingegni della Lacuna Inc. che sembrano puro trovarobato), con effetti di illusionismo visivo estremamente semplici esaltati dal perfetto montaggio, piegando la straordinaria maschera di Jim Carrey sulla sbattuta, tirata, dolentissima immagine del suo personaggio, costringendo una nuova star come Elijah Wood alla comparsata. Alla seconda collaborazione con Charlie Kaufman (esempio più unico che raro di sceneggiatore star, riferimento chiave dei film ai quali collabora come può esserlo il regista o l’attore principale - è naturale pensare a un passaggio alla regia in futuro per il geniale screenplayer -) Gondry riesce, come in Human nature, a imporre alla grande la sua personalità poiché, come egli stesso ha avuto modo di sottolineare, non opera sugli script di Kaufman un semplice lavoro di meccanica messa in immagini, ma li interpreta, cerca di tradurre visivamente l’impressione personale che ne ha ricevuto, dimostrando in più un’innata capacità di scavare nell’interiore dei personaggi e di restituirlo integralmente sullo schermo. In questo caso, poi, il nodo tematico del film, nascendo da un’idea comune, appartiene ad entrambi nello stesso modo e, come per il precedente lungometraggio, si riconduce a quella che, stilisticamente e concettualmente, ci pare una poetica visiva tra le più personali e riconoscibili in circolazione. E’ particolarmente sapiente il modo in cui il regista, nel rispetto dei meccanismi della commedia, dà ampio spazio al confronto tra i sessi senza edulcorarlo, al lato afflitto e tormentato della questione non rinunciando, tra squarci grotteschi e comici, a brucianti punte tragiche, a momenti di vera e propria claustrofobia kafkiana, a complicati percorsi di senso (laddove il discorso sul senso è sempre molto relativo per Gondry che, lavorando non poco sul piano onirico, una forte dose di confusione e di incomprensibilità la inocula naturalmente nelle cose che dirige - non è un caso che ami il cinema surrealista -: in questa chiave l’accettazione di un piano di incomprensibilità si incastra perfettamente nella sua opera poiché, anche se sono anni che opera negli USA, rimane, per vocazione e cultura, un autore profondamente europeo). In questo film si impasta la screwball più classica ( The awful truth è stato un titolo molto citato) con il cinema d’autore del Vecchio Continente, il teatro dell’assurdo e l’avanguardia e, come in Essere John Malcovich, come in Human nature, come in Adaptation, come in Confessioni di una mente pericolosa, il vero protagonista della pellicola è il cervello più ancora del cuore. E ancora a proposito del legame col cinema europeo: il modo con cui i film scritti da Kaufman giocano con le identità, il tempo e la memoria ricorda molto certi Resnais, tanto che mi spingerei ad affermare che se Human nature è il suo Mon oncle d’Amerique, Adaptation il suo Providence e Confessioni di una mente pericolosa il suo Stavinsky, con >ESOTSM lo scrittore ha creato il suo >Marienbad (parallelo tutt’altro che azzardato: la pervicacia del rifiuto di Lei a ricordarsi di Lui; i flashback che proiettano desideri ed eventi passati o che riflettono stati d’animo; i piani temporali che si mescolano, sono tutti elementi che troviamo, adeguatamente filtrati e adattati al flusso tramico, anche nello script kaufmaniano). A questo forte nucleo tematico, quello del suicidale dissipare il passato – i suoi segni, le sue figure – Gondry, che oltre che dell’aspetto strutturale e visivo, si dimostra supremo gestore del coté drammatico (si pensi soltanto al prefinale: il momento del delicato confronto col passato rimosso, che ritorna sottoforma di voce registrata in cassetta, ha un’intensità bergmaniana), associa le costanti della sua opera: la circolarità (il film finisce dove era cominciato – l’incipit-prologo rivela essere il finale - con l’aggiunta di una brevissima coda che ci dice del destino dei protagonisti), la struttura a puzzle, la stratificazione dei livelli rappresentativi (oltre a due distinti filoni narrativi: il percorso mentale di Joel da un lato e la notte trascorsa dai membri della Lacuna Inc. dall’altro), lo sconfinamento dei piani rappresentativi gli uni negli altri (le vicende di Stan,Patrick, Mary e del dottore si ripercuotono sulla psiche di Joel; i ricordi di quest’ultimo gli vengono rubati da Patrick che gli subentra nella vita di Clem; un ricordo che si mescola all’altro – la pioggia allora può cadere nella stanza, il mare dilagare in salotto, il lettone stare in riva a una spiaggia innevata, il fascio luminoso della pila, in mano a Clementine nel loro primo incontro notturno, diventare la luce ossessiva di tanti ricordi e allucinazioni -), la rappresentazione dell’infanzia (corredi&memorabilia), il sogno\l’incubo, la fuga dalla realtà. Tutto questo si combina magicamente in un film che, interpretato da dio dall’intero cast, conferma, se ce n’era bisogno, che Michel Gondry è un grande artista, che si confronta con il cinema con il medesimo atteggiamento, lo stesso candore, lo stesso contagioso entusiasmo col quale ha sempre operato negli altri campi e che con >ESOTSM ci regala un film che invade fragorosamente cuore e testa.
Beati gli smemorati che ogni volta lo rivedranno per la prima volta.

N.B. - Il titolo deriva da questo passo del poeta Alexander Pope:
How happy is the blameless Vestal's lot!
The world forgetting, by the world forgot.
Eternal sunshine of the spotless mind!
Each pray'r accepted, and each wish resign'd.
“Eloisa ad Abelardo”


Se mi lasci ti cancello, il vomitevole titolo italiano, lo nomino qui per i motori di ricerca.

 

(DAVE CHAPPELLE’S) BLOCK PARTY 
(2005)

Regia: Michel Gondry; Sceneggiatura: Dave Chappelle; Fotografia: Ellen Kuras; Montaggio: Jeff Buchanan, Sarah Flack, Jamie Kirkpatrick; Musica: Cory Smith; Scenografia: Lauri Faggioni; Costumi: Whitney Kyles; Suono: David F. Van Slyke; Cast: Dave Chappelle, Erykah Badu, Bilal, Lauryn Hill, The Fugees, Wyclef Jean, Mos Def, The Roots; Durata: 103'

Il 18 settermbre 2004 il comico americano Dave Chappelle organizza a Brooklyn una festa in musica invitando alcuni tra i maggiori artisti della scena black. Chappelle lo avrebbe voluto in Central Park ma su suggerimento dello stesso regista propende per organizzarlo in una zona “in cui possa avere un senso per la gente che ci vive” e difatti lo spettacolo, concepito come un party vero e proprio (fatto davanti a un anonimo stabile) in un quartiere che raramente conosce eventi di una qualsiasi rilevanza, è seguito da un numerosissimo e festante pubblico. Gondry, prima ancora di registrare l’evento, ne segue e orchestra i preparativi e attraverso interviste, dietro le quinte e gustose situazioni quotidiane, disegna un quadro esatto dell’America del ghetto, entrando nel cuore e nello spirito delle situazioni. Un lavoro pieno di brio, trascinato dall’energia di Dave Chappelle e marchiato dalle memorabili performance di artisti come The Roots, Lauryn Hyll, The Fugees (con l’emozionante l’annuncio alla folla del loro ritorno sul palco dopo otto anni), Cody ChesnuTT, Erykah Badu e Kanye West. Presentato al festival di Berlino, alla sezione Panorama, nel 2006, Block party è tutt’altro che un’opera minore, piuttosto una consistente testimonianza della versatilità dell’autore, della poderosa capacità penetrativa del suo sguardo.

 

THE SCIENCE OF SLEEP/ LA SCIENCE DES REVES (2006)

Regia: Michel Gondry; Sceneggiatura: Michel Gondry; Fotografia: Jean-Louis Bompoint; Montaggio: Juliette Welfling; Musica: Jean-Michel Bernard; Scenografia: Ann Chakraverty, Pierre Pell, Stephane Rosenbaum; Costumi: Florence Fontaine; Suono: Guillaume Sicama, Jean Gargonne, Dominique Gaborieau; Cast: Gael García Bernal, Charlotte Gainsbourg , Alain Chabat , Miou-Miou, Pierre Vaneck, Emma De Caunes, Aurélia Petit, Sacha Bourdo; Durata: 105'

Morto il padre messicano, Stéphane, un ragazzo che confonde realtà e sogno, arriva a Parigi dove, per intercessione materna, lo attende un lavoro creativo presso un'impresa che fabbrica calendari promozionali. Nel condominio in cui vive incontra Stéphanie.

Noi siamo della materia di cui sono fatti i sogni, e le nostre piccole vite sono circondate da un grande sonno.
William Shakespeare "La Tempesta"

The science of sleep ha un unico difetto: uscire dopo il successo - ad ogni livello - di Eternal Sunshine, pur essendo stato concepito prima (il titolo venne suggerito al regista da Rhys Ifans, protagonista del suo primo lungometraggio, Human Nature). Il suo merito è di sgombrare definitivamente il campo da un equivoco, coltivato anche da molta critica titolata ma decisamente poco attenta: quello secondo il quale Gondry sarebbe soltanto un corretto metteur en scene al servizio di elaborate sceneggiature altrui (nei casi precedenti, quelle dell'ingombrante benché/perché geniale Charlie Kaufman). Come questo speciale mette in evidenza Gondry può vantare invece un'identità creativa straordinariamente matura e definita fin dalle prime opere, siano esse gli innovativi commercial che hanno rivoluzionato in chiave eminentemente artistica la pubblicità televisiva, siano esse i clip musicali più belli di sempre (nessun altro videomaker ha un'impronta autoriale così marcata, definita, personale, neanche Chris Cunnigham). The science of sleep, in questo senso, rimarca il dato noto in maniera straordinariamente ficcante, ribadisce assunti e topoi, riassume splendidamente le caratteristiche dell'opera dell'autore (da sempre l'elemento onirico ricorre nei lavori del francese - non è un caso che l'idea centrale di questo film fosse stata già teorizzata, e sinteticamente applicata, nel video Everlong dei Foo Fighter -). In The science of sleep si riconfondono piani: se con Eternal erano quelli del presente e del passato a sovrapporsi - con la mente a fare da terza, incomoda e manipolatrice - adesso sono realtà e sogno a intrecciarsi incontrollatamente; oggi come ieri tali confusioni sono dettate da pulsioni amorose che finiscono sostanzialmente deluse; quella del sentimento amoroso destinato a rimanere una richiesta inevasa è un'altra riesplicitazione di un discorso noto fin dai primi videoclip: dietro il meccanismo ludico, l'idea geniale, la costruzione labirintica ci si imbatte puntualmente in un fondo di oscurità e pessimismo che si riconduce all'esperienza personale dell'autore (per tutti: Knives out, il video dei Radiohead). La disinvoltura con la quale Stéphane passa dalla realtà al sogno, sintomo chiaro di un profondo difetto percettivo di cui il giovane è affetto, porta l'autore a ribadire che i sogni, i più terribili sono quelli che regalano al dormiente il sollievo della realtà e che quelli più dolci sono i veri incubi facendolo ripiombare nel baratro di una quotidianità che dice picche, con le sue assenze, le sue mancanze, i sentimenti frustrati, la sofferenza che attende dietro l'angolo: la scena finale del film, tra le più strazianti viste da tempo, suggella, con quell'amara carezza che l'amata elargisce allo Stéphane che si addormenta, tutta una poetica, un globale modo di vedere le cose e di viverle (l'amore è un sogno, alla lettera). Riguardo invece al peculiare spirito col quale Gondry interpreta il cinema, questo lo si ritrova in quei deliziosi tic che profumano di autobiografia senza essere mai vuotamente autoreferenziali: l'occhio della macchina da presa che segue l'arrivo alla casa materna di Stéphane e riparte con l'auto che lo contiene (cfr. Protection), l'uso reiterato dell'adorata, palese back-projection (cfr. l'opera omnia), la deliziosa animazione infantile (tutti i primi video girati in famiglia), i sogni siglati dalle macchie prodotte dal marchingegno inventato dall'autore che emette il colore a tempo di musica e che interpreta, dunque, cromaticamente e formalmente, il brano musicale eseguito; le trasmissioni oniriche introdotte da colpi di batteria (Gael Garcia Bernal è Gondry che nasce, ricordiamolo, batterista), l'effettistica speciale artigianale, ruspante, fieramente low-cost , i pupazzi meccanici, i ready made di stampo surrealista: il tutto è al servizio dell'ennesimo dolente /delirante teorema che trincia la realtà e spacca il capello del tormento, lo disseziona dietro un'apparenza multicolore, bislacca, di comica devianza (cosa dire della meravigliosa inutilità di una macchina che riporta il tempo indietro di un secondo? Ecco il gioco gondryano, la bellezza dell'idea senza alibi e sotterfugi); il film è, in questo senso, un bisturi preciso, implacabile, sorretto da una scrittura scevra da tutta la svenevolezza che correda l'attuale romantic comedy, un piccolo, imperdibile lavoro girato in una Parigi sconosciuta, da vedersi rigorosamente in originale (è parlato - e non a caso - in tre lingue) e che conferma uno sguardo, una vena, un'abilità di concezione che soltanto l'osservatore più ottusamente paludato non vorrà riconoscere tra i più originali e gioiosamente creativi in circolazione: il regista mette in scena il suo mondo caotico con stringente maestria, usa il decoupage con una consapevolezza e una funzionalità che ha pochissimi riscontri nel cinema contemporaneo, ha uno stile di rara pregnanza, che non vuol dire soltanto palese riconoscibilità della mano (non è poco) ma anche e soprattutto suprema capacità di modellare le immagini facendo scaturire da esse, sempre e comunque, il dato semplice dell'emozione, della semplicità del sentire dei protagonisti che animano la scena; anche in questo senso The science of sleep è uno scrigno zeppo di perle che riponiamo senza indugi nel nostro cuore.

 

BE KIND REWIND/ SOYEZ SYMPAS REMBOBINEZ 
(BE KIND REWIND - GLI ACCHIAPPAFILM)
(2008)

Regia: Michel Gondry; Sceneggiatura: Michel Gondry; Fotografia: Ellen Kuras; Montaggio: Jeff Buchanan; Musica: Jean-Michel Bernard; Scenografia: James Donahue; Costumi: Dan Leigh; Cast: Jack Black, Mos Def, Danny Glover, Mia Farrow, Melonie Diaz; Durata: 101'


MG - It comes from a utopia I had, a belief I have that people can create their own entertainment. I always wanted to create this community that would come and tell their own story, shoot it -- and watch them. The idea is to not have one entity who creates the work, the project, and another entity who consumes it; the idea is people create their own work, like somebody cultivating his garden.

 

I nastri del videonoleggio sono tutti smagnetizzati. Cosa fare? Semplice, si rigirano i film.

L’arte della povertà

Ne L'arte del sogno Gondry diceva: così (non) amo, in BKR sembra dirci: così creo. Da un film fortemente autobiografico, sbilanciato sul piano personale, una riflessione sull’amore, bramato e alla fine solo sognato, in cui gli oggetti di affezione s’inventano per rappresentare artisticamente un’esigenza sentimentale, si passa a un lavoro ancora autobiografico ma diretto a planare sul piano della creazione: gli oggetti di affezione, stavolta, testimoniano, attraverso il sentimento dal quale promanano, un’esigenza sostanzialmente artistica; un film, BKR, che ribadisce la radicata tendenza del regista a mettersi nelle cose che fa, lo scortecciarsi l’anima, da un lato, e la messa a nudo dimostrativa del suo talento e delle modalità per impiegarlo dall'altro: questi elementi sono a tutti gli effetti il cuore pulsante del suo percorso autoriale, lo sostanziano, lo nutrono. In questo senso il rifacimento artigianale di alcuni classici della cinematografia di ieri e dell'altro ieri non è soltanto un modo per portare avanti una trama molto divertente, piena di spunti intelligenti e molto molto inventivi (che ci conferma quanto il Gondry scrittore sia un perfetto gestore del cotè narrativo, come riesca a creare vari filoni, a muoversi sciolto in un plot che mette insieme tanti personaggi e trame diverse e che, alla fine, riparte con il diario di lavorazione del film su Fats Waller per chiudersi laddove era cominciato) ma anche e soprattutto il modo che l’autore sceglie per dire che lui, quei film, li avrebbe davvero fatti così, che quella del low-budget e del bricolage è ben più di una scelta, è una vera e propria necessità, un imperativo intimo, un convincimento personale: io sono la mia arte e la mia arte è questa, ovvero la vita, il cuore, il cervello, lo spirito che mi appartengono sono al servizio della mia fantasia che si fa opera, gioco, piacere. La questione è sottolineata e ribadita al punto da proporsi come vero e proprio slogan per quello che, a tutti gli effetti, ci pare un film politico fino alla militanza (laddove il finale alla Capra è idilliaco fino al visionario): quella per immagini filmate è una poetica che tutti possono esprimere; non è necessario scendere a qualsiasi compromesso; abbi un’idea, usa quello che hai, rendilo funzionale poiché tutto si può fare (così si crea la "notte americana" col semplice ricorso al negativo e ci si fotocopia le facce per averle in positivo). Insomma la vittoria dell’inventiva sul grande budget, dell’ingegno sulla povertà di mezzi, del vhs sul dvd rappresenta la strenua resistenza di un passato "artigianale" sull’arida logica presente, quella industriale che tutto ingurgita, mastica e sputa. Una critica, nemmeno così velata, al Sistema la cui macchina irrefrenabile impone a un pubblico passivo roboanti e vuoti filmacci. E chiare, in questo senso, risultano le coordinate dalle quali parte Be Kind Rewind (il titolo riprende una scritta applicata alle videocassette a noleggio nei paesi anglofoni che invita il noleggiatore a riavvolgere il nastro dopo l'uso): Block party, il film che narrava del percorso per arrivare a portare black star della musica come The Roots, Kanye West e Erikah Badu a tenere uno storico concerto in una qualsiasi strada popolare, davanti a un anonimo caseggiato (allo stesso modo in questo film un intero quartiere si dà alla pratica del film sweded, condividendo lo spirito di fondo dell’iniziativa, prima come fruitore e poi, cosa ancora più importante, come artefice) e il video Lucas with the lid off (il meraviglioso piano sequenza su tutti i film sweded in lavorazione – momento magistrale - lo cita alla lettera, se di citazione si può parlare, visto che in quel frammento Gondry usa una sua modalità consueta) che rivisto oggi acquista il sapore di un magnifico presagio.
L'arte povera del francese sembra esprimere insomma una necessità del cinema odierno di non farsi soffocare dalle logiche della grande produzione, di ritrovare umanità, disincanto e spontanetà (film che hanno cuore e anima: lo si dice esplicitamente). E BKR, magnificamente interpretato (dal rapper Mos Def a Jack Black, penalizzato più di tutti dal doppiaggio, alla splendida Mia Farrow, fino all'apparizione-citazione della Weaver - che era tra i protagonisti di Ghostbusters -) proclama la vitalità del mezzo attraverso il fondamento di qualsiasi ragionamento in materia, lo slogan decisivo: Gondry (r)esiste.

 

TOKYO! - ep. INTERIOR DESIGN
(TOKYO!)
(2009)

Regia: Michel Gondry; Sceneggiatura: Michel Gondry, Gabrielle Bell; Fotografia: Masami Inomoto; Montaggio: Jeff Buchanan; Musica: Etienne Charry; Scenografia: Hiroshi Hayashida; Cast: Ayako Fujitani, Ayumi Ito; Durata: 38'


Una giovane coppia cerca di stabilirsi a Tokyo e nel frattempo è ospite di un’amica. Lui è un giovane regista strampalato, lei una ragazza indecisa sulla strada esistenziale da intraprendere.

Primo episodio del trittico Tokyo! (raro esempio felice di film collettivo - unisce tre lavori di Gondry, Carax e Bong -), tratto dalla graphic-novel di Gabrielle Bell, ripropone tutti gli argomenti di cui si è nutrito il cinema dell’autore (la disillusa rappresentazione del rapporto a due, la precarietà del sentimento amoroso, il generale fraintendimento per la vita come sogno e aspirazione, la tendenziale incomprensione del lavorio interiore, ma anche il discorso sull’arte che supera le difficoltà del contingente, sfida le convenzioni e si impone sulla base della pura e semplice creatività) associati alle consuete e sempre felici giocolerie visive di Gondry, mai gratuite, sempre pienamente assorbite dalla sostanza di un intreccio semplice e intriso di sottile malinconia.
Una volta che la giovane Hiroko si rende conto che la sua permanenza a Tokyo viene interpretata come una perdita di tempo e un comodo approfittare della gentilezza altrui, si trasforma in un oggetto, l’elemento di arredamento più basico ed essenziale, utile per eccellenza, e, dall’altra parte, quello sul quale la creatività dei designer si è più sbizzarrita: il risultato perfetto del connubio tra esigenze di funzionalità ed estetica. Il farsi sedia della protagonista, l’interpretare una vita come una parentesi, nel limbo delle assenze del padrone di casa, è un evento di portata metaforica potentissima, che molto dice senza sottolineare alcunché, risolvendo narrativamente e figurativamente i nodi esistenziali affrontati nel film.
La sottile magia quotidiana e “possibile” di Gondry permea il film di un poeticismo delicato, mai lezioso e la sua sincerità, che si rappresenta nell’ansia creativa di Lui e nell’indecisione esistenziale di Lei, è, come sempre, davanti alla macchina da presa, presenza notabile e pudica a un tempo.

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Luca Pacilio & Gli Spietati 10/2004 aggiornato 08/2009