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In ordine rigorosamente pericolante:
GRAN TORINO di Clint Eastwood (e CHANGELING).
Dopo un melodramma materno tenebroso e magnificamente imperfetto annegato
nel potere ambivalente delle immagini, un testamento paterno di toccante
linearità e ruvida leggerezza che ruota attorno al corpo-palinsesto del
suo autore. La vecchiaia di Callaghan, il ripensamento dello Spietato, il
mondo (im)perfetto degli altri. Eastwood, ormai al di sopra delle mode e
del classico, riperimetra il senso della parola “patrimonio”.
VINCERE
di Marco Bellocchio
Mélo dalle vertigini futuriste, sperimentalismo matarazziano, opera
lirica rumorista. Quasi un’amplificazione fiammeggiante di tutto il
cinema antiautoritario e immaginifico, folle e lucidissimo, atroce e
impetuoso realizzato fino ad oggi da Bellocchio, qui al suo apice di
rischio e forse di risultati. “Changeling” del Ventennio, “Senso”
degli anni duemila. Capolavoro stordente.
TWO
LOVERS di James Gray
Crudele educazione sentimentale passata al setaccio di un magnifico
sguardo noir. Leonard, Michelle e Sandra prigionieri della notte. E della
città. Love is grAy.
THE WRESTLER di Darren Aronofsky
Requiem for a (d)R(e)am. Snuff
movie pieno di grazia. L’agonia di un cuore che si rialza solo
per precipitare da un’altezza maggiore.
RACCONTO
DI NATALE di Arnaud Desplechin
Così come la famiglia Vuillard, corpo pulsante che non ne vuol sapere
di morire, pronto perfino a cibarsi dei suoi membri per perpetuarsi, anche
la messinscena di Desplechin è un corpo fremente che vive di innesti e
trapianti, rischia l’autocombustione per esplodere invece in un fuoco
d’artificio lussureggiante, che lavora di testa e di pancia,
intellettualmente viscerale. Cinema bigger than life, generoso, sconnesso
e crudele come la vita stessa. Succhiarne il midollo non è mai stato così
lacerante.
WALL-E
di Andrew Stanton
Il puro vuoto dei globi oculari di Wall-E si colma della pienezza
stupefacente del cosmo. E del profilo lucente della prima “donna”.
Dolcissima e sovversiva palingenesi dello sguardo.
RACHEL
STA PER SPOSARSI di Jonathan Demme
Nel bellissimo home wedding movie
di Demme c’è tutto il mondo, staffilato da urticanti voglie di
tenerezza. Opera di continui sconfinamenti, splendidamente meticcia.
LA
CLASSE di Laurent Cantet
Chiuso nell’aula magmatica del professor Bégaudeau, il cinema di
Cantet sfoglia la disperata grammatica dell’utopia comunitaria e coniuga
verbi non scontati. Anche l’imperfetto congiuntivo può servire a
interrogarci/si sulla condizione umana.
LA
FELICITÀ PORTA FORTUNA – HAPPY-GO-LUCKY di Mike Leigh
Un nuovo “Naked” ma di senso (e sesso) opposto. E con un luminoso e
battagliero sorriso in bocca. Più Poppy per tutti.
IL
MATRIMONIO DI LORNA di Luc e Jean-Pierre Dardenne
Contro la stretta e arida meccanica del denaro il corpo libero della
straordinaria Arta Dobroshi/Lorna s’ingravida della follia utopistica
dei santi. I Dardenne rialzano il tiro.

Impossibile non menzionare anche:
PONYO
SULLA SCOGLIERA di Hayao Miyazaki
Un’apocalisse terribile sventata in forma di delirante Silly Simphony.
Opera minore? Suvvia. Inebriante pedagogia liquida.
MILK
di Gus Van Sant
Quando il “mainstream” è una scelta politica. Bevete più latte e
arruolatevi tutti.
REVOLUTIONARY
ROAD di Sam Mendes
Dallo splendido romanzo di Yates, un saggio di messinscena
velenosamente manierista sulla rappresentazione (e la percezione) calligrafica
dell’esistenza borghese.
ANTICHRIST
di Lars Von Trier
Il paradossale e tormentoso “femminismo” di Von Trier in una fiaba
nerissima e disperatamente intima che minia il terror panico dell'uomo di
fronte alla squassante visceralità femminile. Il finale è probabilmente
il più bello dell’anno.
Non mi stancherò mai di difenderlo:
VICKY
CRISTINA BARCELONA di Woody Allen
L’estate spagnola di Allen ha riverberi autunnali. Mi bastano
l’inquadratura iniziale e quella finale (e l’eccezionale Penelope Cruz/Maria
Elena) di questo sensuoso e sornione marivaudage
sull’autoinganno e l’insoddisfazione per convincermi del fatto che,
nonostante la presunta vena creativa inaridita da anni, Allen ha ancora
cose da dire (da dirmi) e meglio di tanti.
Inediti/(in)visibili dell’anno
(ovvero il corpo e i suoi fluidi come ultima trincea in due opere
durissime e sconvolgenti)
À
L’INTÉRIEUR di Alexandre Bustillo e Julien Maury
HUNGER
di Steve McQueen
Altre visioni:
RISE AND FALL di Fiona Tan
(doppia video-installazione in HD su schermi verticali 16:9, Padiglione
Olanda della 53° Biennale d’Arte di Venezia)
La memoria di sé è un’esistenza parallela.
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